Bubba Ho-Tep: mummie, cowboy e Rock’n’ Roll

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C’è una legge matematica che accomuna i film hollywoodiani degli ultimi anni. Una specie di proporzionalità inversa che, messa su carta, reciterebbe più o meno così:

“Se il budget di un film lievita, il film in questione non avrà nulla da dire. E viceversa”.

Fateci caso. È come se i grandi colossal usciti dagli studios americani fossero stanchi, slavati, barocchi fuori – negli effetti e nella messa in scena – ma vuoti dentro, nel cuore e nell’anima. Raramente esco dal cinema pienamente soddisfatto e confrontandomi con altri ho capito che la cosa è comune. A volte è colpa del messaggio inesistente, altre ancora dell’idiozia di alcune scene, buttate giù tanto per. Avete presente Jurassic World, dove Claire riesce a doppiare un Tyrannosaurus Rex con le scarpe col tacco? Ecco. D’altronde, chi ha tempo da perdere a scrivere una buona sceneggiatura, quando ci sono mostroni alti trenta piedi a catturare gli sguardi degli spettatori?

Per fortuna, mentre i registi col portafoglio gonfio si lasciano distrarre dal 3D, dal pew pew e dal vrooom vrooom, c’è ancora qualcuno che non ha perso la passione di raccontare ed emozionare. E quel qualcuno sono quei registi che, con pochi spicci e pochi mezzi, riescono comunque a fare centro. Quel qualcuno sono i registi di Serie B.

Certo, saranno pure rozzi, ingenui, unti e bisunti, ma il bello dei film a basso budget è che molto spesso sanno essere più incisivi, memorabili ed emozionanti delle pellicole “di serie A”, che sbancano al botteghino ma vengono dimenticate non appena girato l’angolo.
Indimenticabili, proprio come accade con Bubba Ho-Tep, il film di cui vorrei parlarvi oggi. Un B movie puro e semplice: poco budget sì, ma tanta, tanta inventiva (e sentimento). Dietro la macchina da presa c’è il regista Don Coscarelli, quello della saga  cult di Phantasm.

In soldoni la trama è questa.

Elvis Preasley è ancora vivo, dimenticato in un ospizio del Texas. Tutti lo credono un imitatore e anche se lui sbuffa e borbotta, nessuno gli dà retta. È soltanto un vecchio pazzo, dopotutto. Uno che pensa di essere Napoleone, Gesù o Giulio Cesare. L’unico amico che ha è un uomo di colore, che crede di essere J.F. Kennedy e ne è talmente convinto che quando qualcuno gli fa notare la pelle scura, lui risponde che è tutto un complotto del Governo.

La vita nell’ospizio è triste e le giornate trascorrono immutate, come un assaggio della bara. Finché i vecchi iniziano a morire per davvero. Ma non di morte naturale, no. La colpa è di una mummia che succhia l’anima dei poveri ospiti della casa di cura, impedendo loro di raggiungere l’Aldilà. E così Elvis Preasley e J.F. Kennedy dovranno mettersi in gioco per salvare tutti.
Scopriranno che, dopotutto, valgono ancora qualcosa.

«Ma scusa… – potrebbe dire qualcuno – Ma che schifezza è un film che mescola Il Re del Rock, un’antica mummia e un ospedale per vecchi?»
E qui casca l’asino.

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Elvis e J. F. Kennedy. Notate qualcosa di strano?

Perché quello che molti registi, sceneggiatori e spettatori non hanno ancora capito, è che la bontà di un film non sta nella storia in sé – che può essere anche inverosimile o già sentita – ma nel come questa storia viene raccontata. E soprattutto nel messaggio che il regista, lo scrittore o chi per esso seppellisce nella storia in attesa che qualcuno lo dissotterri come un tesoro da ritrovare. È il messaggio che strappa una risata, fa scendere una lacrima o fa venire il batticuore. È il messaggio che fa la differenza.

Ed è proprio il messaggio a rendere grande questo gioiellino di Don Coscarelli. Perché per quanto vengano schifati, odiati e abbandonati, gli anziani sono persone, con un’anima preziosa e una grande storia da raccontare.
È questo che Bubba Ho-Tep insegna e il bello è che lo fa con una trama esagerata, scoppiettante e fuori di testa, capace di tenere lo spettatore incollato alla sedia nonostante il risicatissimo budget a disposizione e alla faccia di gomma della suddetta mummia.
Si riderà, si piangerà e ci si spaventerà, riscoprendo, in un film povero di mezzi, tutta la magia del cinema. Quella magia che molti colossal hanno perso per strada, per rincorrere, coi tacchi alti, la chimera di un effetto speciale perfetto.

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Per non dimenticare

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Questione di riti

Waterman Perspective Fountain Pen in Black

Scrivere è un momento intimo. E come tutte le cose personali, ognuno di noi lo fa a modo suo. C’è chi sorseggia un Dry Martini, chi sgranocchia patatine a ciclo continuo; chi ancora recita i dialoghi dei suoi personaggi con intonazioni così diverse che Marlon Brando scansati.
Io? Io quando scrivo non posso fare a meno di queste tre cose:

  • Cuffiette infil(z)ate nelle orecchie e musica a palla di qualsiasi genere (anche se, lo sapete, preferisco il rock e il metal). Credo che la musica sia un vero toccasana per la creatività e sapete perché? Perché è un generatore di emozioni. Dovete scrivere una storia malinconica? Ecco che Morricone fa al caso vostro. Volete ritornare negli anni ’80? Via di Duran Duran. Non siete abbastanza incazzati? Eccovi pronti gli Slayer. La musica ti permette di entrare in un determinato stato d’animo e quando scriverete le parole usciranno da sole, o almeno più in fretta di quanto lo farebbero normalmente. Provare per credere!
  • Ondeggiare la mano. E anche qui siamo sempre in ambito musicale. Rileggo spesso quello che scrivo (anche troppo forse) e quando lo faccio mi viene naturale muovere la mano come fossi un direttore d’orchestra, seguendo il ritmo e la musicalità delle parole. È il mio modo di vedere se tutto fila liscio e se la lettura è agevole. Appena sento una “nota” stonata… Stop, via di tasto “canc” e si riscrive il pezzo incriminato. Da capo!
  • Passeggiare per la stanza. Ogni volta che finisco un capitolo o una scena importante mi alzo in piedi e mi metto a passeggiare per la casa o, se non posso fare altrimenti, nella stanza, facendo lo slalom tra comodini, zaini e panni stesi. Questo può sicuramente spezzare la concentrazione, ma è anche un modo per schiarirsi le idee e ritornare a quello che si è scritto in modo distaccato. Così si trovano più facilmente gli errori. E poi, diciamocelo tra noi, è anche un modo per fare un po’ di movimento. Non so voi, ma tra lavoro e hobby ho le abitudini di un ottantenne.

Ecco. Questi sono i tre “riti” a cui non posso fare a meno quando scrivo una storia. Quali sono i vostri? 😉

Il Minetti di Eros Pagni

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L’artista diventa un vero artista solo quando è completamente pazzo.

Minetti, di Thomas Bernhard

Se c’è un doppiatore che ha segnato la mia infanzia, beh quello è Eros Pagni. Io, cresciuto a pane e Disney, rimanevo a bocca aperta quando sentivo parlare Frollo, il malvagio antagonista de “Il gobbo di Notre Dame”.
«Egli castigherà i perversi e li precipiterà in una voragine di fuoco!» gridava il perfido giudice, aggrappato ad una gargolla ghignante mentre Parigi andava a fuoco.
Brividi.

Quando pochi mesi fa ho visto che proprio Eros Pagni – oltre che doppiatore anche grandissimo attore di teatro – avrebbe recitato a Verona il “Minetti” di T. Bernhard, mi sono fiondato al Teatro Nuovo a prenotare i biglietti. Seconda fila, sulla sinistra. Proprio sotto il palco.
Di che parla il “Minetti”? Boh, tanto c’è Eros Pagni.

Non sono un grande amante del teatro. Preferisco il cinema. Limitato? Questioni di gusti. Amo troppo il montaggio e i movimenti di camera. Però non posso negare che il teatro abbia il suo fascino. C’è come una magia nell’aria, mentre aspetti che il tendone rosso si sollevi, rivelando quello che è nascosto dietro.
E l’emozione, in questo caso, era tripla.
Finalmente, non appena i soliti maleducati ritardatari si siedono, la luce scema, il tendone si apre. Trattengo il respiro.

Nella notte di San Silvestro, mentre in città si festeggia, il vecchio Minetti, ex-attore di teatro, indugia nella hall di un albergo di Ostenda. Aspetta un fantomatico direttore di teatro che lo avrebbe contattato per fargli interpretare, dopo trent’anni di inattività e di esilio, il Re Lear. Con la sua valigia, che contiene il suo unico tesoro – una maschera di Lear realizzata dal pittore e scultore Ensor – Minetti parla con gli ospiti della sua travagliata esistenza, del rapporto tra attore e pubblico, del ruolo dell’arte nella frenetica vita moderna.
Fino al più tragico dei finali.

È un testo molto complesso quello di Bernhard, praticamente un monologo dove il personaggio di Minetti – attore tedesco realmente esistito ma filtrato attraverso la creatività del drammaturgo – riflette su moltissimi temi. C’è il tema dell’arte, che da un lato eleva lo spirito e dall’altro annienta l’uomo. C’è il tema della vecchiaia, che mastica l’uomo e lascia solo le ossa. E c’è la figura tragica dell’attore, che finisce intrappolato nel suo personaggio, ormai diventato un pazzo a cui nessuno dà ascolto. Ma, in fondo, chi dà mai retta agli artisti? E sopra tutto questo la maschera di Ensor, simbolo di una società vuota che non ha più tempo per ascoltare, che non crede più in niente, che gozzoviglia scioccamente mentre gli elementi infuriano e la natura si fa sempre più minacciosa e ostile. Una maschera terrorizzante perché, in un certo senso, è un po’ la faccia che temiamo di vedere quando ci riflettiamo allo specchio.

Eppure, nonostante la complessità dei temi trattati, l’ora e mezza di spettacolo vola via. Perché Eros Pagni è semplicemente perfetto. Ha quasi ottant’anni – mi immagino io a ottant’anni, in un rapporto simbiotico col mio divano – eppure salta, balla, si infuria, strepita, piange. Nella sua voce mille diverse tonalità: l’orgoglio di chi ha scelto l’arte sopra ogni cosa, la nostalgia di una giovinezza ormai perduta, la paura della morte e della malattia, la tristezza per un mondo sempre più frenetico e grottesco. Per un’ora e mezza Eros Pagni smette di essere Eros Pagni e diventa Minetti. C’è obiettivo più alto per un attore?

Cala il sipario, la luce pian piano ritorna, gli applausi piovono. Quasi non mi va di alzarmi.

È stato così emozionante che se avessi potuto me ne sarei rimasto seduto su quelle poltrone rosse, al buio, a riflettere su tutto quanto, per altre tre ore. Ma non si può perché le maschere – non quelle di Ensor – mi fanno cenno di uscire. Mentre esco dall’entrata principale, a braccetto con la mia ragazza, non posso fare a meno di pensare:

– Mi ricorderò per sempre di Erosi Pagni che recita Minetti, che recita il Re Lear. Con la maschera di Ensor.

Credo…

Prendetelo come un momento di follia o semplicemente come un bell’esercizio di riscaldamento durante un corso di scrittura creativa. Credo…

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Credo che le cose semplici sanno sempre di casa: prendete un piatto di tortellini di Bottura: non saranno mai come quelli di nonna. Credo che puoi vivere grandi avventure senza muoverti di un millimetro. Credo che se sei triste hai almeno la fortuna di poter smettere di esserlo. Credo che le grandi storie continuano. E se non sappiamo dove, non è importante.

E voi, in cosa credete?

Tutto molto chiaro

Finalmente, eccomi di ritorno con un racconto. Vi ero mancato, eh? Prima che iniziate a leggere, dovete sapere che questo racconto partecipa alla XIII sfida del Circolo Letterario Raynor’s Hall. E che il tema selezionato è ‘libero arbitrio’.

Ho voluto scrivere qualcosa di diverso, una specie di dibattito televisivo tra due politici su una riforma costituzionale che è un po’ la parodia di quella “vera” di dicembre.
Che c’entra questo col libero arbitrio? Diciamo che voleva essere una provocazione. Basta fare un salto su Facebook per notare che, su qualsiasi argomento, c’è sempre chi sostiene una cosa e chi un’altra.
“La carne fa venire il cancro!”
“No, non è vero! Anzi, fa bene! Mangiare solo verdure, invece, fa malissimo!”

Capito l’antifona?
E allora, mi viene da chiedermi, qual è la verità? Forse, dopotutto, non si può sapere. E se non si può sapere, allora, fino a che punto il nostro libero arbitrio ha davvero senso? Spero di aver stuzzicato la vostra curiosità!
Buona lettura 😉

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«Benvenuti, cari telespettatori, a Populism 24, il programma trasparente dove la politica parla la lingua della gente. Questo è lo speciale per il Referendum costituzionale di settimana prossima. Che entrino gli ospiti: il ministro del lavoro Peppe Copuli e il deputato Ettore Prostadito!»

Gli ospiti entrano, elegantissimi, salutano la gente con la mano, strappando un miscuglio tra applausi sentiti e fischi infastiditi. Il più giovane, avrà una quarantina scarsa, si fa un selfie con il conduttore, poi tutti e tre si siedono sulle poltrone arancioni, a proprio agio come topi nudi in una scatola imbottita di ovatta. Il ministro Copuli, vecchia volpe della politica, aggrotta le sopracciglia e si sfrega il mento; il deputato Prostadito, vittima del suo stesso tick, continua a lustrarsi gli incisivi ingialliti con la lingua.

«Bene – esclama il conduttore, controllando il grosso orologio arancione, a forma di disco solare, che sta sopra le loro teste – avete tre minuti in tutto per spiegare le vostre posizioni sul Referendum di settimana prossima. Referendum che, ricordiamo per chi ci segue da casa, va ad approvare o bocciare il testo della riforma Maronfaldi del 15 febbraio 2017, che modifica la costituzione negli articoli 21, 100 e 18, sezione 23 bis, appendice U, colonna destra, quarta riga a partire dal basso, sesta se dall’alto. Vuole iniziare lei, ministro Copuli?»
«La ringrazio signor Prolizzi. Che dire? La mia posizione e quella del governo è chiarissma, e lo è da tempo. Se la riforma passerà, cosa di cui sono certissimo, perché l’Italia è stufa delle solite promesse, è piena di giovani che vogliono cambiare le cose, diamine e questa possibilità ce la dà proprio il Referendum, signori miei… Dicevamo, se la riforma passerà, molte saranno le cose che cambieranno. Innanzitutto, diminuirà il numero di senatori e questo porterà non solo ad un risparmio notevole sulle casse dello Stato (e, di riflesso, sulle tasche dei cittadini) ma anche ad uno svecchiamento dei meccanismi burocratici. Il che, me lo lasci dire, è un po’ il problema della vecchia Europa, Italia compresa…»
Ma il deputato Prostadito non ci sta. Rimessa la linguaccia tra i denti, si alza in piedi, furibondo e rosso in viso.
«E invece – strilla – è qui che vi sbagliate, voi del Partito Comunitario Egualitario Laico Popolare: queste sono solo vane promesse! Il vostro ministro Maronfaldi, astutamente malizioso, vuol far credere che diminuire il numero dei senatori sia un segno di grande democrazia ma, in realtà, la riforma fa sì che la partecipazione diretta dei cittadini venga limitata fortemente. E questo al Governo farà piacere, perché permette al Premier di avere ancora più potere. Ma questo lei non lo dice, eh? Né lei né la sua b…» e qui Prostadito si blocca, troppo arrabbiato per finire la frase. Al che il ministro Copuli sbatte le mani sul tavolo arancione, rovesciando la tazza di caffè portata da un pavido membro della troupe, un ventenne brufoloso cresciuto a pane e voucher.
«La sua? La sua? Continui, se ha il coraggio!»
«…La sua banda!» conclude finalmente Prostadito, sillabando la parola b-a-n-d-a come fosse ad una gara di spelling all’americana.
«Ah, ecco dove voleva arrivare! Con questa subdola parola lei vuole fare riferimento a quella montatura terribile che è stato lo scandalo Maialazzi di settembre scorso! Ma lo sanno tutti che il buon Maialazzi, padre di famiglia e collega stimatissimo, non aveva niente a che fare con ciò che la stampa di Destra lo aveva serpentinamente accusato!»
«Eh, non aveva niente a che fare! Ma mi faccia il piacere, in ballo c’erano gli interessi della Banca Gravida delle Due Sicilie, di cui Maialazzi è uno dei maggiori azionisti. E poi che parola è serpentinamente? Volete governare l’Italia ma non parlate nemmeno l’itagliano

Ora gli onorevoli sono venuti alle mani. Si tirano ceffoni sonori che sembrano Bud Spencer e Terence Hill in una serata no. Prostadito salta addosso all’altro, gli tira la cravatta e la morde a più riprese, quasi fosse la coda dispettosa di un maialino. Copuli grida in dialetto friulano, ogni tanto ci infila dentro una bestemmia da far crollare l’intonaco dai muri, e nel mentre continua a strappare i capelli del rivale, costati oltre diecimila euro in cure anti-caduta e trapianti follicolari.

Il conduttore lancia uno sguardo ammiccante verso le telecamere, come se tutto quel frastuono, invece di metterlo a disagio, lo diverta un mondo. Ed ecco che un suono fastidioso, come un potentissimo peto uscito da un culo meccanico, copre tutto quanto. È il grande orologio arancione, che è sempre l’ultimo ad avere la parola.
«Eeeee il tempo a vostra disposizione è finito, gentili ospiti – esclama, gioioso, il conduttore – Bene, cari telespettatori. Ora avete tutti gli strumenti per esercitare il vostro diritto di scelta. E mi raccomando: sabato, andate a votare. Ne va del vostro futuro! Avete visto Populism 24 su Canale3. Sigla.»
Tzum-tzum-tzum-ta-da-daaaaa…

Tlunk. Con un ronzio ovattato, lo schermo del televisore diventa buio. Carlo lancia il telecomando oltre i cuscini del divano e si gira verso Mattia. Si guardano in silenzio per qualche istante, soffocando a fatica uno sbadiglio.
«Allora, ti sei fatto un’idea per sabato?»
Mattia si infila un dito nel naso, rimesta per bene, cava fuori qualcosa di grosso che infila prontamente in tasca. Poi ribatte.
«Mah, direi che potremmo mangiare la solita pizza. Tu che dici?»

Film consigliati – Split

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Dopo un evidente calo creativo, che lo aveva portato ad essere uno dei registi più schifati del globo, M. Night Shyamalan ritorna e lo fa in pompa magna. Ci aveva già provato due anni fa con l’ottimo The Visit, un mockumentary  a basso budget che ci mostrava i nonni come non li avevamo mai visti, trasformati in due psicopatici disgustosi che manco Regan de L’Esorcista. Un film particolare, quasi un voler tornare a fare cinema in punta di piedi, come a dire: “vi ho un po’ deluso, ecco che riparto dalle basi per cercare di fare il boom.”

E il boom c’è stato. Anticipato da una strategia di marketing piuttosto chiassosa, Split è la summa di tutto quello che ci potremmo aspettare da questo talentuoso e particolare regista. Un mix riuscitissimo di generi diversi, dal thriller psicologico all’horror vero e proprio, con qualche contaminazione comica o più propriamente grottesca. Una pellicola che riflette sulle immense potenzialità umane e sul mistero della nostra mente, un luogo su cui ci illudiamo di avere il controllo, ma in cui si possono nascondere veri e propri mostri.
Ciliegina sulla torta, c’è l’immancabile colpo di scena finale. Sennò che film di Shyamalan sarebbe?

Casey, Clare e Marcia, di uscita da una festicciola di compleanno, vengono rapite da un individuo misterioso e rinchiuse in uno seminterrato. Che il loro aguzzino sia pazzo appare chiaro da subito, ma fino a che punto? In un crescendo di terrore, le tre vittime scopriranno che dentro  Kevin albergano ben 23 personalità diverse e che una quarta, chiamata la Bestia, è pronta a mostrarsi al mondo. E loro tre, purtroppo, saranno la sua cena.

Raccontare la psiche dissociata di un assassino è una tema cinematografico/letterario vecchio come il mondo (Psycho, Shutter Island, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde), ma Shyamalan sa metterci del suo. D’altronde il genere thriller è un po’ come fosse casa sua e lui sa bene quali strumenti usare per stuzzicare noi poveri, ingenui spettatori, a partire dalla scelta della location (un seminterrato senza finestre, soffocante come non mai) alla posizione della telecamera, sempre nel punto giusto al momento giusto.
Il collegamento con l’Hitchcock di Psycho viene quasi immediato, soprattutto nel momento in cui il protagonista entra in scena vestito da donna. Al posto del Norman Bates di Anthony Perkins, però, c’è il Kevin di James McAvoy. L’attore statunitense se la cava egregiamente, riuscendo ad interpretare ben 9 delle 23 personalità del protagonista, nelle quali si è calato profondamente, in ogni minimo dettaglio, a partire dagli impercettibili movimenti del viso.

E arriviamo al fantomatico Shyamalan twist. Come di consueto, il regista gioca bene le sue carte, riconfermandosi per quel bravo narratore che è. Questa volta, però, il colpo di scena è meno roboante, quasi più intimista. Ci offre un punto di vista diverso da cui analizzare il personaggio di Kevin, suscitando in noi una domanda: il killer è davvero un carnefice o solo una vittima esasperata? Forse una risposta precisa non c’è, e perciò è come se il film stesso avesse personalità multiple, fosse spaccato e dissociato.

Insomma, l’ultima prova di Shyamalan è un film che saprà farsi ricordare e che riconferma il talento del regista, a mio parere uno dei film-maker più vulcanici degli ultimi anni, a proprio agio come non mai a raccontare una storia sinistra su uno dei luoghi più angusti e misteriosi del mondo: la nostra mente.
Il messaggio è chiaro: nel bene o nel male l’essere umano sa davvero essere straordinario. McAvoy docet.

Città immaginarie – Sivela

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Conoscete Nuovoeutile? È un blog che si occupa di comunicazione e creatività. La curatrice è Annamaria Testa, una vera veterana del settore: copywriter, saggista, docente e consulente di comunicazione, ha firmato alcune fra le campagne pubblicitarie italiane più indimenticabili (indimenticabili nel vero senso della parola) come quelle per Ciocorì, Perlana e Ferrarelle. Ricordate lo slogan “È nuovo? No, lavato con Perlana?”
Ecco, appunto.

Qualche settimana fa Annamaria ha proposto ai suoi lettori un esercizio creativo davvero interessante, intitolato “Città immaginarie”. Spero di non fare un torto copiando la sua iniziativa sul mio blog, ma mi è sembrata così bella che non ho resistito. Sappiate che, se siete interessati a vedere il gioco originale, vi basterà cliccare qui.

Ma di che gioco stiamo parlando?
Di un esercizio creativo semplice, ma incredibilmente stimolante: anagrammate il vostro nome fino a creare il nome di una città “impossibile”. Poi descrivetela. Come? Nel modo che vi sembra più opportuno, purché questa città abbia qualcosa di voi, come se fra le vie, sui ponti, nelle case, ci fosse – invisibile ma presente – un po’ della vostra essenza.

Io ci ho pensato su e la mia città immaginaria è…

SIVELA

Sivela sorge al centro di un’immensa foresta, così immensa che nessuno è mai riuscito a raggiungerne i confini. Gli abitanti vivono di quello che trovano, cacciano, pescano, raccolgono frutti maturi dagli alberi, si vestono di fiori e foglie. Le case sono in legno, muschio e liane, così si possono smontare e ricostruire dove si vuole. Si cammina tanto ma sembra sempre che non si arrivi mai da nessuna parte, eppure i Siveliani non se ne curano. Vivono in comunità e il problema di uno è anche il problema dell’altro. Per questo, di problemi, ce ne sono ben pochi e tutti sorridono riconoscenti, e al sorgere del sole cantano, ballano e suonano il flauto.
Ogni tanto, però, qualcuno parte. Si carica le provviste nello zaino, si porta via il cane, saluta tutti, abbraccia mamma e papà, si inoltra fra il fogliame e scompare.
Non fa mai ritorno. Avrà raggiunto i confini che nessun uomo ha mai visto prima? O sarà morto solo, nel cuore della foresta? Non c’è una risposta e così, prima o poi, qualcun altro partirà di nuovo. La vita, a Sivela, è in fin dei conti sia dolce che amara.

I 5 tipi di libraio/libreria

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Silenziose, incantate e oggi troppo spesso dimenticate, le librerie hanno giocato un ruolo fondamentale nel nostro percorso di lettura (e scrittura). Ricordate la magia di entrare in un mondo “altro” rispetto al caos della strada? Di tuffarsi fra mille copertine di colori diversi, alla ricerca di non sapevate neppure voi cosa? Provate una fitta di nostalgia, eh?
Ecco  i 5 tipi di librerie in cui, sicuramente, sarete entrati almeno una volta nella vita:

  • La grande catena libraria – è un po’ come il supermercato: trovi tutto, tranne quello di cui hai davvero bisogno. Se cercate i classici, di solito li trovate in fondo, nella mensola più sfigata che per raggiungerla dovete prima passare tra le offerte speciali e i “romanzi” scritti dall’ennesimo pregiudicato salito alla ribalta dopo essersi strafogato di coca e mignotte. Dopotutto siamo in Italia, no?
    Alla cassa, molto probabilmente, c’è una ragazza che cicancica una chewing-gum e canticchia l’ultimo singolo di Justin Bieber mentre vi dà il resto. E il più delle volte il resto è sbagliato*.
  • Il vecchio che non vuole arrendersi – possiede una piccola libreria, di solito in periferia, che appartiene alla sua famiglia da generazioni. È sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, alle brigate rosse, al terremoto dell’Irpinia o all’alluvione di Firenze, ma adesso la crisi se la sta mangiando viva. Il vecchietto però non vuole mollare: pisola su una poltrona accanto alla cassa, ma appena sente la porta aprirsi balza in piedi che pare tornato ragazzo, quando – sprezzante del pericolo – si arrampicava sulla grondaia per raggiungere la camera della sua bella.
    Se conoscete un librario di questo tipo, beh, inutile dire che vi conviene acquistare i libri lì. Molto probabilmente non troverete l’ultimo romanzo di grido, ma otterrete due storie: quella che comprerete e quella che il libraio vi racconterà.
  • Il collezionista – entrando in questa libreria avrete la sensazione di inoltrarvi nella stiva di un galeone pirata: libri antichi, con la copertina che sembra doversi disintegrare al minimo tocco, oggetti millenari – chissà a cosa serviva quella specie di alambicco che quasi quasi vi cavava un occhio? – sistemati alla bell’e meglio su sedie, tavoli e poltrone. Il libraio, un signore dall’età indefinibile, con pochi capelli e un paio di occhiali dalla montatura d’oro, vi accoglierà con un brontolio incomprensibile. Riuscirete a cavargli di bocca solo due parole: ‘giorno e ‘rivederci. Però, se cercate qualcosa di particolare – magari un antico trattato del ‘700 sulla pesca delle trote verdi della Lapponia – ve lo troverà seduta stante. E forse, dico forse, vi regalerà un sorriso. O era uno spasmo?
  • L’isola di Peter Pan – sono le librerie specializzate per bambini. E anche il libraio, dopotutto, è rimasto un po’ bambino. Con un entusiasmo “epidemico” vola fra gli scaffali, consigliando, a frotte di lettori in miniatura, il testo giusto che aprirà loro gli occhi. Il problema è che la magia si consumerà presto: pagina dopo pagina, libro dopo libro, ogni bambino sarà destinato a trasformarsi in un uomo e così Peter Pan avrà perso il suo cliente più appassionato. Una storia triste, non vi pare?
    E invece no! Molto presto quel bambino, ormai diventato uomo, entrerà in quella libreria con un altro bambino: il suo. E così la storia non avrà mai fine.
    Volete un consiglio? Qualsiasi età voi abbiate, trovate il coraggio di ritornare all’Isola che non c’è! Il libraio, che non sarà invecchiato di un giorno, riconoscerà il bambino che c’è in voi. Uscirete dall’Isola con un nuovo libro colorato… e una ventina di anni in meno!
  • I social – avete presente quando qualcuno vi dice che l’editoria è in crisi e che i libri cesseranno di esistere? I librai social non lo sanno e infatti i loro affari vanno a gonfie vele. Perché il segreto – loro l’hanno capito subito – è prendere ciò che di buono il presente può offrire. Creano video virali, post da migliaia di condivisioni, organizzano eventi di successo e… bum: in quattro e quattr’otto avranno contagiato anche voi! Vi ritroverete con le mani piene di libri – alcuni non sapevate neanche che esistessero – e pronti a ricondividere e retwittare qualsiasi loro iniziativa. In poche parole… sarete finiti nella loro rete!

E voi? Qual è la vostra libreria preferita? Se me ne sono dimenticato qualcuna non esitate a commentare! A presto e… viva i libri! 😉


*dai sto scherzando! Però le biografie di Corona e Favij non ci volevano proprio, eh!

Buon Natale!

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Diciamoci la verità: questo 2016 non è stato un granché. Tra politici corrotti (e stronzi), attentati terroristici, terremoti e l’onnipresente crisi siamo arrivati a dicembre con tanti interrogativi e un po’ di sconforto. Ma ehi, non vale mai la pena buttarsi giù, o sbaglio? Per quanto il mondo ci possa sembrare crudele ci sarà sempre qualcosa di meraviglioso per cui combattere: un sogno non ancora realizzato, il sorriso di una bella ragazza incontrata per la strada, un piccolo fiore che sbuca, come per miracolo, da una crepa dell’asfalto. La nostra realtà, insomma, saprà ancora incantarci. E lo farà sempre.

Perciò, quello che posso augurarvi per questo Natale e per l’anno che verrà è che non vi manchi mai la magia. Ma mica la magia delle favole, quella dei libri fantasy (che tra l’altro adoro), levitazione, scope volanti e quelle cose lì. No: quello che vi auguro è una magia concreta, qualcosa che arricchisca ogni giorno la vostra vita. Una magia che è anche uno stile di vita e una missione: non perdere mai la voglia di conoscere e conoscersi.

Davvero, di cuore…

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Oh, prima di dimenticarmene, la bella immagine di copertina la trovate su Freepik 😉

 

Film consigliati – Song of the sea

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E ritorniamo a parlare di animazione, con una piccola perla del genere: Song of the Sea.
Uscito dalla fervida immaginazione di Tomm More – giovane animatore irlandese che si era già fatto notare con il candidato all’oscar “The Secret of Kells” – il cartone animato in questione è una piccola fiaba delicata e malinconica, che vi porterà per mano sulle coste irlandesi, in mezzo a giganti, folletti e… selkie.

Saoirse è una bambina particolare: a sei anni deve ancora imparare a parlare. Vive con il fratello maggiore Ben e il padre Conor su un’isola della costa irlandese. Con il mare ha un legame particolare e con il passare del tempo ne è sempre più attirata. Non è un caso: Saoirse, come la madre scomparsa, è una selkie, una creatura mitologica dotata di un canto fatato. Non ci vorrà molto perché questo potere susciti l’interesse della perfida strega Macha, che vuole impedire a Saoirse di rovinarle i piani.

E così Ben, che da sempre prova rancore per la sorellina (la incolpa per la sparizione della madre) dovrà mettersi in gioco e rischiare la sua vita per salvarla. In ballo non c’è solo la loro salvezza, ovviamente, ma anche quella dell’intero mondo magico!

Song of the sea è un cartone animato unico sotto tutti i punti di vista. Visivamente è straordinario, con uno stile che sembra appartenere ad un libro illustrato per bambini: un caleidoscopio di colori che vi trascinerà – fin dalla prima scena – in un mondo da fiaba, a cavallo tra realtà e immaginazione, tra acqua e terra, tra antico e moderno. Proprio come ci aspetteremmo da uno dei capolavori dello Studio Ghibli, da cui Tomm More prende in parte ispirazione, soprattutto nel modo in cui la leggenda sfuma nella quotidianità.

Unica è anche la storia, che dosa sapientemente mitologia nordica e problematiche attuali. Al centro c’è il conflitto tra fratelli – che prima si odiano e poi imparano a volersi bene – ma anche quello tra generazioni, fra gli adulti – timorosi che i figli scoprano il mondo anche nei lati più oscuri – e i bambini, che vengono chiamati a mettersi in gioco per crescere e scegliersi il loro futuro.

E poi, ad arricchire il tutto c’è il messaggio: non dobbiamo temere le emozioni né il dolore. Senza le risate, senza la paura e – perché no – senza le lacrime, non potremmo definirci esseri umani. Saremmo solamente pietra.

Insomma, Song of the Sea è un’opera di una bellezza struggente, la risposta intima ad un tipo di animazione 3D che ha ormai monopolizzato il mondo dei cartoni. Visti gli altissimi risultati dei film di More (o di quelli dello Studio Ghibli o di Sylvain Chomet) viene da chiedersi il perché, di questo monopolio 😉