Angolo delle poesie

Vi posto questa bellissima poesia di Eugenio Montale, tratta dall’opera Satura (1971). E’ dedicata alla moglie, morta prima della pubblicazione della raccolta.

Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

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Racconto: Il mito della spiaggia

Mi scuso per la lunga assenza dovuta allo studio! Ecco il mio primo racconto. Il tema non è dei più originali, ma spero vi piaccia. Buona lettura.
Alvise Brugnolo
 
 
 
Prima che la Terra avesse la conformazione attuale, i continenti si abbracciavano in un unico grande territorio, che gli studiosi contemporanei chiamano Pangea. In questa terra immensa, nel corso dei secoli, aveva avuto modo di formarsi una civiltà magnifica e avanzata, così potente da rivaleggiare con i grandi sauri che si trascinavano mostruosi e affamati tra le montagne. Oggi questa civiltà è andata completamente perduta: le sue torri non sono altro che polvere e i suoi abitanti sabbia; i numerosi porti che collegavano le città sorte sulle coste, sono stati inghiottiti dai flutti e nulla rimane a testimonianza del passaggio di quelle genti su questa Terra.
Lontana dalle arcaiche megalopoli di Ktuum e Nariit e dalla loro scienza, si trovava però una bellissima e incontaminata spiaggia, nella quale vivevano due fratelli. Essi non erano vincolati solo dal legame di sangue, ma anche da una profondo e sincero affetto e nonostante la loro facoltà linguistica dovesse ancora maturare e il concetto stesso di amicizia fosse qualcosa di troppo complesso per loro, sapevano sempre di poter contare l’uno sull’altro. Vivevano nelle grotte oscure che si aprivano sul mare e dal loro Padre Azzurro traevano il nutrimento, cacciando pesci con bastoni appuntiti e sradicando frutti di mare dagli scogli con l’aiuto di rocce aguzze.
In un limpido mattino d’estate, i due fratelli stavano camminando sereni sulla spiaggia, ascoltando la possente voce del mare e lo stridio dei sauri che volavano alti nei cieli; ogni tanto, uno di quegli esseri alati si tuffava rapido nell’acqua e risaliva con un pesce guizzante nel becco. Il fratello più intelligente si distrasse dalla contemplazione del cielo e abbassò lo sguardo un attimo, per osservare le splendide conchiglie che giacevano scomposte sul bagnasciuga: erano tutte di forme diverse e avevano i colori dell’arcobaleno. Un pallido guizzo di luce attirò la sua attenzione: in una colossale conchiglia bivalve, aperta verso il cielo come una bocca sdentata, riluceva una pietra tonda e perfetta, bianca come le nuvole che cavalcano nel cielo e si riflettono nell’Azzurro. L’uomo si chinò e prese il minuscolo oggetto con due dita, per paura che si rompesse. La sfera rotolò tra le pieghe delle sue mani come se fosse viva, poi si fermò e parve fissarli.
I due fratelli osservarono la pietra con meraviglia e se la passarono a turno, avvicinandosela agli occhi per vedere se contenesse qualcosa; tuttavia il fratello più forte venne come irretito dalla candida luce emanata dalla pietra e ad un certo punto non volle più riconsegnarla all’altro e la serbò nel pugno, ringhiando e digrignando i denti. Dimentichi del loro affetto, i due uomini cominciarono a lottare con ferocia; nei loro occhi si era accesa una luce nuova e nel loro cuore fiammeggiava un sentimento fino ad allora sconosciuto, distruttivo ed incredibilmente potente.
Il fratello più intelligente era rapido e scattante come un luccio, ma quello più forte ebbe presto il sopravvento: atterrò l’altro, afferrandolo per le gambe e quando gli fu sopra lo colpì sul viso finché questo non diventò molle e irriconoscibile.
Con la pietra custodita nel pugno chiuso, il fratello sopravvissuto corse a rifugiarsi nella caverna nascosta tra gli scogli. In quest’umido riparo egli rimase per molti giorni, accarezzando e vezzeggiando la sua conquista; scoprì ben presto che la pietra non emetteva luce propria ed era fredda come il cuore di una donna che non sa amare: per quanto la accarezzasse e la adorasse, essa infatti rimaneva muta e morta e lo guardava immobile con aria beffarda.
E allora l’uomo pianse, perché aveva capito cosa aveva fatto.