Il Circo dei Meccanici – Terza Parte

“Guardate cosa succede a chi si mette contro il nostro Re!” gridò il boia incappucciato, spingendo Sknoll verso il bordo del patibolo. Le gambe del fuorilegge non ressero e Sknoll cadde in ginocchio, con la testa reclinata sul petto, penzolante. Dalla sua bocca colava un rivolo di sangue così denso da sembrare nero.
L’avevano pestato, torturato e gettato sul palco come un pezzo di carne. Eppure non aveva emesso un lamento. E nemmeno adesso, di fronte all’ascia del boia, così affilata da rivaleggiare con la falce del Mietitore, il suo viso rifletteva alcun tipo di emozione. Era come se non la temesse nemmeno la morte. Poteva perdersi d’animo un uomo convinto che le sue idee sarebbe perdurate nei secoli, ben oltre la putrefazione del suo cadavere in una fossa comune?
Gyk si mise una mano sulla bocca, trattenendo a stento un moto di stizza e ripugnanza. Accanto a lui, tutti piangevano, le lacrime salate essiccate sui loro zigomi come tracce di calcare sul muro.
La piazza era silenziosa, anche se il tendone del Circo era stato eretto e le sue bandiere garrivano nel vento della sera. Gli artisti aspettavano a braccia conserte al di fuori del tendone e i loro volti fieri rilucevano alla luce delle lanterne che punteggiavano l’arena come rovi dati alle fiamme. Anche loro erano impassibili e Gyk si sentì fragile e inutile, un’anima dilaniata dai venti del destino.
La piazza, pur essendo una della più grandi del regno, era occupata totalmente dalla folla e dalle strutture innalzate per l’occasione. Sul lato sinistro torreggiava il trono di Karid e il ceppo lurido sul quale la vita di Sknoll sarebbe stata troncata. Sul lato destro, l’apertura del tendone era pronta a fagocitare la folla come un gorgo oceanico.
Nel frattempo le guardie avevano fatto rialzare Sknoll e il corpulento boia l’aveva fatto chinare sul ceppo. Il collo nerboruto del condannato aderì perfettamente all’incavo del legno come se quest’ultimo fosse stato scolpito con la consapevolezza che proprio Sknoll, e nessun altro, sarebbe passato sotto il suo giogo. E forse era veramente così, sapendo quanto Karid aveva meditato e sognato quel giorno. Il Tiranno, assiso sul trono e sporto leggermente in avanti, sembrava anch’esso imperturbabile, ma era solo un’impressione, perché nel suo cuore si agitava un furioso incendio. La brama di sangue lo torturava, così come anche il desiderio di vedere la Ballerina. Mancava poco ormai, solo il tempo necessario perché i tendini di Sknoll cedessero alle lusinghe della lama.
Le narici di Gyk fremettero. A stento riusciva a sopportare quello spettacolo. Il ragazzo si voltò verso sinistra e i suoi occhi caddero su Tioben. Il mercante di gioielli stava sorridendo. Fu un solo fugace, impercettibile movimento delle labbra, ma Gyk lo scorse e ne fu raccapricciato al limite del disgusto. Dunque Tioben era un uomo di Karid, un lurido leccapiedi in vesti di seta. Gyk fece fatica a trattenersi dal pugnalarlo alle spalle con il piccolo coltello che usava per pulire il pesce. E pensare che Tioben era stato un uomo del popolo, cresciuto in una topaia vicina a quella di Gyk. Poi aveva dimostrato un intuito eccezionale per gli affari e si era arricchito, diventando una delle poche eccezioni all’immobilità di Naarit. Il suo nuovo ruolo doveva avergli dato alla testa e conservare il denaro guadagnato era diventata la sua unica priorità, anche a costo di venerare Karid come un idolo. Ma Tioben stava bene attento a non rivelare la sua fedeltà, per paura di un inevitabile linciaggio. E c’erano tanti uomini come lui. Tanti vecchi e nuovi ricchi che si nascondevano tra la gente e ordivano trame per gonfiare i loro patrimoni a dismisura, a discapito del popolo che moriva di stenti e miseria. Erano loro la vera forza di Karid.
Un gesto del Tiranno e la lama del boia calò con un colpo secco.
Un unico, corposo fiotto di sangue schizzò dal collo amputato del fuorilegge. La testa di Sknoll rotolò giù dal palco, per arrestarsi in una pozza di fango con un suono liquido e spiacevole.
Non sembra più tanto eroico con la barba inzaccherata di sangue e sterco di asino, pensò Gyk scoppiando in lacrime. Karid si alzò di scatto dal trono e strinse il pugno in segno di vittoria. In risposta, le guardie batterono i loro pugni guantati sulle armature, suscitando un frastuono sinistro. La folla non si mosse né protestò.
Era come se con quell’unico colpo fosse stata tagliata la testa a tutto il popolo.
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Il Circo dei Meccanici – Seconda parte

Ed eccovi la seconda parte del racconto. Meglio tardi che mai. Buona lettura!
Gyk si svegliò tardi quel giorno. Era la prima volta da almeno quattro anni che poteva permetterselo. Di solito si alzava presto, alle prime luci dell’alba, per aiutare il padre nell’allestimento del bancone nella Piazza del Mercato. La sua era una famiglia di onesti pescivendoli da generazioni, e ne andavano molto fieri, se mai lo si poteva essere di un’occupazione così umile. Era un lavoro duro e non pagava bene, ma non avevano niente di meglio. E poi avevano imparato che a Naarit, soprattutto da quando Karid aveva messo le radici sul suo trono d’ebano, era meglio restare al proprio posto, senza tanti grilli per la testa. Perché i sogni, si sa, potevano farti morire a Naarit. I tentativi di crearsi un futuro migliore si pagavano spesso con la disoccupazione. E la disoccupazione significava tortura e morte, in quei tempi infausti, secondo le leggi di Naarit. Karid non tollerava i parassiti, ma dimenticava che lui era il parassita più grosso di tutti. Un colossale ratto dotato di scettro e di un’infinita ingordigia.
Gyk si alzò con calma, si stiracchiò e si lavò con l’acqua bollente di una pozza sull’orlo della completa evaporazione a causa del sole cocente. Quel giorno il ragazzo non aveva fretta. Quel giorno non c’era neppure il mercato, e la piazza sembrava un cimitero immerso in un silenzio che andava gonfiandosi come un bubbone pestilenziale. Quel giorno il Circo dei Meccanici sarebbe arrivato in città e ci sarebbe stato da divertirsi.
Gyk non stava più nella pelle, così come tutti gli altri abitanti. Il ragazzo si era già immaginato quello che sarebbe avvenuto, momento per momento: prima le trombe, i tamburi ed i cimbali, poi le danzatrici del ventre e i saltimbanchi in abiti viola e tintinnanti. Il tutto sotto una pioggia di petali azzurri e coriandoli rossi come il sangue. Subito dopo, ecco arrivare i mangiatori di fuoco e di spade con i loro muscoli sfavillanti color miele e il loro indomito coraggio nell’ingoiare le fiamme e il mortale acciaio delle spade. E per ultimi gli inventori, tronfi sui loro baldacchini trasportati da servi meccanici e cigolanti, macchine meravigliose che non provavano fatica e non avevano bisogno di fermarsi per bere o riposare all’ombra dei sicomori.
E per ultima Lei.
Gyk sussultò e il suo viso si accese di un rosso intenso. Quasi non riusciva a crederci, ma quello stesso giorno l’avrebbe vista ballare. L’avrebbe vista volteggiare e fare perno sopra una gamba perfetta e liscia come bronzo, mentre teneva l’altra alzata fino a toccarsi la nuca con le piccole e regolari dita dei piedi. I suoi capelli d’oro avrebbero luccicato e turbinato come una cascata di gioielli lanciati dalle finestre dei palazzi, per il giubilo del popolo.
Gyk sospirò. Era già follemente innamorato della Ballerina Meccanica. E come lui tutti gli altri giovani di Naarit. E anche Karid, curvo sul proprio scranno come un vecchio corvo in attesa di un corpo fresco da beccare, si sentiva bruciare come un giovane ventenne di fronte alla prospettiva delle cosce vellutate di quella splendida e artificiale meretrice, della quale aveva ascoltato le lodi grazie agli ambasciatori che quotidianamente gli riferivano gli ultimi avvenimenti del suo vasto e desertico regno.
Gyk era entusiasta, ma provava anche un’incontenibile paura. Temeva che una cosa così bella non sarebbe mai potuta sopravvivere nel regime venefico e arido di Karid. Era quasi certo che il Tiranno l’avrebbe ghermita e segregata nel palazzo per il suo personale godimento, togliendola per sempre agli occhi degli altri, poveri, meschini mortali. Gyk ripensò a Sknoll e alla sua promessa. Pur avendo da poco compiuto sedici anni, ricordava ancora il putiferio suscitato dalla sua fuga e il messaggio che l’evaso aveva lanciato con una freccia sulla porta colossale del palazzo:“Tornerò e reclamerò la tua testa, Karid. Per la libertà e il popolo di Naarit”. Eppure, da quel lontano giorno di dieci anni prima, il fuorilegge non si era più fatto vivo. E dopo le severe norme di sicurezza e il raddoppiamento del servizio di guardia, la speranza che il fuorilegge riuscisse nel suo intento di trucidare il despota era naufragata e languiva nel cuore degli abitanti. Ma la notizia che le porte della città sarebbero state nuovamente aperte, aveva riacceso gli animi come una fiamma liberata dal bicchiere che stava soffocando la sua luce. Forse Sknoll stava solo attendendo un’occasione come questa per intrufolarsi in città, sostenevano alcuni. Altri però, i più disillusi, erano certi che il fuorilegge si fosse dimenticato della promessa e stesse trascorrendo la sua esistenza in un infimo bordello di qualche regno settentrionale.
Con questi pensieri Gyk raggiunse la piazza principale, che sorgeva poco distante da quella del mercato, dove venne accolto dalle grida della folla che si era radunata in attesa che giungessero notizie certe sull’ora in cui il circo si sarebbe profilato all’orizzonte.
Ma chi poteva dire con certezza quando sarebbe arrivato il carrozzone a vapore del Circo?
“Alle sette di sera” gridavano alcuni.
“No alle tre del pomeriggio!” ululavano altri.
“Idioti, lo sanno tutti che si faranno vivi già dalle nove della mattina!” rispondevano altri.
E si scatenavano risse e litigi ad ogni angolo della città, pestaggi furibondi che si acquietavano solo quando i lottatori scorgevano in lontananza i pennacchi color cremisi dei soldati di Karid, venuti a ristabilire l’ordine a suon di randello.
Ma così come tutte le cose belle sono impossibili da prevedere, il Circo giunse quando meno gli abitanti se lo aspettavano. Arrivò durante l’ora del pranzo, quando il sole era rovente e gli uomini si sentivano come montoni infilzati sullo spiedo e fatti girare sopra un grande falò. Dai merli delle mura ciclopiche e color dell’arenaria, le sentinelle videro una nube di polvere alzarsi da nord, come se un furibondo gigante si fosse messo a pestare i piedi nel tentativo di spiaccicare un elefante che aveva avuto l’ardire di abbeverarsi al suo stagno privato. Era la carovana, che si avvicinava alla città strisciando e sollevando la sabbia in mille mulinelli.
Ma nessuno guardò il carrozzone, le sue ciminiere fumanti, i suoi pistoni e le sue ruote cingolate che ruggivano come fiere della savana e rilucevano al sole. Perché in quello stesso momento giunse trafelato il pingue Leorid, l’eunuco che lavorava all’interno del palazzo e che era l’unico tramite tra il popolo e gli intrighi della corte. Arrivò ansimando e piangendo.
“Che gli dei siano dannati. – gridò – Karid ha fatto perquisire il circo a dieci leghe da qui e ha trovato Sknoll. Si era mescolato tra gli artisti, ma i soldati l’hanno riconosciuto. Lo decapiteranno stasera, prima dell’inizio dello spettacolo!”
E tutto il popolo guaì e si disperò, perché la speranza era morta una seconda volta.