In una notte come questa

Quale serata migliore per una storia di fantasmi? Buon Halloween a tutti! 
Alvise Brugnolo

È ora, è ora
La mezzanotte è scoccata
Le zucche sono pronte
La strada si riempie
di voci e di suoni
Un esercito di bambini
con maschere e mantelli
invade la notte
Una bambina più piccola
sotto un lenzuolo bianco
cammina nei giardini
bussa alle porte
ma nessuno le apre
Da sola se ne va
Senza una meta
Tra le mani un sacco vuoto
Incrocia molti bambini
vorrebbe fermarli
vorrebbe raccontare
la verità
Ero anch’io come voi
vorrebbe dire
Avevo anch’io sogni
Avevo anch’io la mia storia
Ma in una notte come questa
tra le mani di un mostro
ho finito la mia vita
In un canale di scolo
ora riposa
sotto un lenzuolo
intriso di sangue
La notte la piange
Cammina nei giardini
bussa alle porte
ma nessuno le apre
Da sola se ne va
Senza una meta
Tra le mani un sacco vuoto
Incrocia molti bambini
vorrebbe fermarli
vorrebbe raccontare
la verità
La grida alla notte
Solo le tenebre la ascoltano
Non bisogna temere i morti
ma i vivi.
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Una notte

Un breve racconto del terrore, buio come la notte.
Entro nella locanda che è notte fonda. L’ho distinta nella bruma grazie alla luce delle sue finestre, che come squarci di lama fendevano l’oscurità. Il calore del suo focolare mi ha chiamato, affilato quanto la voce di una sirena, ed io ho risposto, senza indugio. Un posto per dormire è proprio quello di cui ho bisogno e l’unica cosa che il mio cuore desidera. Sono in viaggio da giorni, con la sola compagnia del mio bastone, e del mio moschetto, che porto al fianco quasi come un vecchio compare. Mi rassicura, perché non si sa mai cosa può incontrare un umile viaggiatore nelle pianure notturne dell’Alvernia, soprattutto quando il cielo è nero.
La luce del caminetto per un attimo mi acceca. Dentro non c’è nessuno, soltanto un vecchio, che ha lo sguardo fiero e disincantato di chi è abituato a comandare. Gioca con un piccolo coltello dal manico di legno, che ad una prima occhiata sembra antico quasi quanto lui. Per un attimo l’uomo alza la testa e mi guarda, poi la abbassa e continua a maneggiare la lama, senza dire una parola, come se non fosse riuscito a vedermi. Il fuoco vivo del camino sottolinea le rughe profonde del suo viso e per un attimo, forse gli occhi mi ingannano, la sua bocca diventa storta come il sorriso del diavolo.
«Cerco un posto per la notte.» mormoro timidamente, mentre mi faccio più vicino. Il legno del pavimento scricchiola sotto il mio peso. Mi levo il pastrano e lo appoggio sopra una sedia. Allora il vecchio solleva la testa e stavolta mi vede davvero.
«Che cosa ci fai qui? – rantola – credevo fossi un’ombra.»
«Sono un viaggiatore. Devo portare un dispaccio a…»
Il vecchio mi fa gesto di smettere di parlare.
«Sei uno straniero? Sì, si vede dal tuo viso. Cosa ci fai qui? – ripete – non sai che questi non sono luoghi frequentati dai timorati di Dio? Sei pazzo se credi di poter viaggiare nei reami della notte senza pagarne il prezzo.»
«Cerco solo una stanza.» ribatto io, un po’ stordito, un po’ rabbioso. L’uomo si alza e si avvicina a me, zoppicando e bestemmiando. E’ solo allora che mi accorgo della luce lunare che entra dall’abbaino, e immerge tutta la locanda in un’atmosfera da incubo. Apro la bocca, ma il respiro mi si congela in gola. Sento dei rumori provenire dal bosco. Guaiti. Latrati. Grida. Rumore di unghie che strisciano sulla corteccia degli alberi. Poi un silenzio di morte.
«Cosa sono?» sussurro, senza riuscire a trattenere le lacrime. Gli occhi del vecchio ardono come pertugi diretti al cuore dell’inferno.
«Sono qui per noi. Sono demoni. Streghe. Fantasmi. Sono i messaggeri della Nostra Signora. Credevi forse di vivere per sempre? Sciocco! La mia anima è pronta. E la tua?»

Finché morte non vi separi

Può la morte fermare un amore sincero? Un racconto del terrore per un argomento sconvolgente. Buona lettura!
Alvise Brugnolo
Il campanile rintocca, profondo. È una campana da morto, e risuona lugubre nell’aria invernale, come un grido. Le porte della chiesa si aprono ed esce il feretro, seguito da una fila di persone ritirate nei loro baveri e nei loro colli di pelliccia di coniglio. È una folla nera come uno stuolo di cornacchie e altrettanto rumorosa. Sono venuti tutti ad omaggiare la giovane Rita. Era una ragazza a posto la Rita, anche se non si può dire certo che fosse molto fedele al povero marito, Ed. Eccolo uscire sul sagrato. Povero diavolo. Le voleva molto bene. Un paio di vecchie comari annuiscono, una lascia cadere addirittura una lacrima di cerimoniale amarezza. Ed scende i gradini con lentezza, ma non sembra particolarmente distrutto. Anzi, qualcuno dice che è in qualche modo solare, anche se vestito di nero come tutti loro. La bara viene caricata sul carro funebre da due uomini volenterosi. Qualcuno osserva che è il modo in cui tutti se ne andranno. Le comari annuiscono ancora. Qualcuno tossisce. Il viso di Ed è imperscrutabile. Bacia la bara e qualcuno giura di sentirlo bisbigliare a presto. Prima di partire per il cimitero la folla si avvicina ad Ed. Lo sommergono di baci, abbracci e strette di mano. Anche pacche sulle spalle. Com’è composto, poverino. Dite che sapesse che Rita lo tradiva? Io credo di no. Si avvicina anche Bob. Tutti sanno che era lui l’amante della moglie. L’uomo si sforza di non sembrare troppo addolorato.
«Mi dispiace Ed. Era una donna perfetta.» sussurra Bob, tendendo la mano a Ed. Il vedovo non risponde al gesto.
«Lo è ancora.» dice.
Bob ammutolisce. Ed sorride. Nessuno sa il perché.

Dalla Gazzetta di Blearwick, 10 novembre 2013
Sono entrati nella notte, con l’oscurità come complice. Hanno distrutto molte lapidi del piccolo cimitero di paese, trafugando persino una bara, quella di Rita Stewart, morta nemmeno una settimana fa. Jim Dannon, il custode del museo, sostiene di sapere chi sia stato.
«Stranieri – dice con acrimonia – vengono nel nostro paese per delinquere. Se ne tornassero da dove sono venuti!»
Attorno al povero Ed, vedovo della giovane donna, si stringe l’affetto del paese e delle forze dell’ordine, già mobilitate per rintracciare ed arrestare i colpevoli. L’accusa è quella di atti vandalici e profanazione. Ma cosa può spingere ad un gesto così sacrilego ed efferato? Ne abbiamo parlato con il Dottor S. Thompson, psicologo criminale, che da anni si occupa […]

Rapporto della polizia. 14 novembre 2013.
Abbiamo fatto irruzione nell’appartamento di Ed Stewart alle ore 22.15. La prima cosa che ci ha colpito è stato l’odore. Impossibile da dimenticare: era quello di un cadavere in decomposizione. Abbiamo trovato Ed seduto al tavolo della sala da pranzo. Sulla sedia di fronte a lui, in una posizione innaturale, c’era il corpo di Rita Stewart, deceduta da quasi tre settimane. Ed non sembrava confuso, era lucido. Ci ha chiesto più volte quale fosse il problema. Sembrava non capire. Il corpo di Rita era stato vestito e messo in posa. Davanti a lei erano stati posizionati un piatto di minestra e un bicchiere di vino. Tra le dita rigide della mano destra era stato infilato un cucchiaio. Abbiamo proceduto all’arresto. Ed ha opposto resistenza. Mentre lo trascinavamo via per portarlo alla centrale continuava a gridare:
Come fate a non capire? Lei è viva! Guardatela, è viva!
Ora è davvero perfetta!

Figli del mare

In ricordo della tragedia avvenuta a Lampedusa. Credo non serva aggiungere altro.

Il sole è sopra la mia testa. Brucia. La mia pelle è salata e anche lei brucia. Non mi fa dormire. Mi guardo attorno e vedo solo mare, non un albero, non una montagna, non una casa. La mia l’ho lasciata alle spalle, insieme al passato e alla mia famiglia, che non so se rivedrò mai più. Non ho più né un passato né un presente. Cerco un futuro ma qui vedo solo mare, sempre e solo mare, fermo, morto. Silenzio. Vorrei piangere, ma non ne ho la forza. Tutto mi è un peso. Mi giro. Dietro di me uomini come me, esattamente uguali a me. Hanno il viso come il mio, ed è lo stesso di tutti gli altri uomini. Anche loro hanno la pelle che brucia e gli occhi rossi, stanchi. E’ come se fossimo tutti fratelli, perché la speranza ci unisce. Eppure è una speranza che fa male. Anche lei brucia, come il sole, come il sale, come la povertà. Una donna mi sorride e con quel gesto mi fa capire che siamo tutti figli del mare. Cala la notte. Il sole se ne va. Adesso abbiamo freddo e ci stringiamo ancora di più gli uni agli altri, finché diventiamo una cosa sola. Non ho neppure la forza di dormire. Terra. Qualcuno grida. Terra. La vedo anch’io. Ci sono delle luci in fondo e sembrano stese sull’acqua come un filo di perle. Alcuni di noi prendono una coperta. Vogliono segnalare la nostra presenza agli uomini che vivono nella Terra dei Sogni, laggiù, dove ci aspetta il futuro. Una fiamma si accende, ma è troppo fuoco. Troppo fuoco. Tutto brucia ancora una volta. Le fiamme mi circondano. L’odore del cherosene e del fumo mi soffocano, mi fanno vomitare. Nella barca non ho scampo, nessuno ha più scampo. Devo tuffarmi. Mi getto nell’acqua nera, che mi inghiotte come un sudario, e non vedo più niente.
Chi mi salverà adesso?

Le Torri di Opalia

Ecco un vecchio racconto fantasy. Gustatevelo, perché per qualche tempo non vedrete più racconti fantastici, dal momento che ho deciso di provare altri generi! Per scoprire quali, continuate a visitare il mio blog! A presto! 
Alvise


In cima ad una vecchia collina, gialla in inverno e verde d’estate, viveva una donna molto vecchia, con i capelli d’argento e gli occhi come carbone. Viveva lì da sempre, tanto che solo la montagna poteva riconoscere, in quel viso segnato dalla vita, la piccola bambina che era stata un tempo.
Nella pianura che si estendeva oltre le finestre della sua casupola, sorgeva una grande città, con torri d’avorio e mura di ferro. Sul campanile più alto svettava un gonfalone con ricamato un drago rampante, e quando il vento soffiava dal mare, il tessuto si animava e l’animale sembrava volare davvero, vomitando fuoco. Era una città di mercanti e navigatori, ricca come nemmeno Naarit, leggendaria oasi del deserto, era stata durante il suo periodo d’oro. Ma sono gli dei a decidere il destino degli uomini e in un anno infausto, quando sembrava che la città fosse sul punto di espandersi e fiorire ancora di più, essi decisero che la punizione per quei cittadini così fortunati fosse una terribile pestilenza, un flagello che potesse ricordare agli uomini che in fondo non erano altro che polvere tenuta insieme da un sottile soffio caduco. Gli dèi scelsero come araldi del morbo piccoli ratti dal pelo fulvo e dagli occhi infuocati, con denti appuntiti come aghi da sarta. Nel giro di poco tempo quella grande città che aveva tanto significato per gli uomini era decaduta e sul punto di sparire per sempre. Costruire è difficile, ma distruggere è facile. I mortali lo impararono a proprie spese.
Ma un bel giorno, la vecchina che viveva sulla collina, che altro non era se non una potentissima strega buona, forse la più potente di tutte, venne a sapere della terribile maledizione che gravava sulla città e sui suoi abitanti. Glielo riferì un corvo dal piumaggio bianco e dal becco rosso sangue. Arrivato in un giorno di tempesta, il volatile si appollaiò sul bastone della donna e dopo essersi arruffato per asciugarsi dalla pioggia, gracchiò una sola parola:
“Morte!”
E così la vecchina indossò il suo mantello di lana, spense il caminetto con uno schiocco delle dita e si avviò verso la strada che portava alla città. Non doveva niente a quella gente, ma la sua magia era al sevizio dei più bisognosi. Superate le mura, sui merli delle quali non vigilava anima viva, la strega venne colpita dall’odore di malattia e putrefazione che aleggiava nell’aria; proveniva dai cumuli di cadaveri ammassati agli angoli delle strade e dagli esseri, nei quali era ormai impossibile trovare qualcosa di umano, che arrancavano gemendo lungo le vie impolverate e lorde di icori. Distesa sul sagrato del Tempio, una donna velata abbracciava il corpo del neonato morto da diversi giorni, un corpicino coperto da piaghe purulente e raggrinzito su se stesso. Gli occhi della strega si riempirono di lacrime e il suo cuore di madre, anche se figli non ne aveva mai avuti, si mise a sanguinare.
Facendo appello alle sue conoscenze del mondo arcano, la donna si apprestò a scacciare la malattia. Non aveva mai tentato un incantesimo così impegnativo, ma il suo potere era antico e solido come le radici delle montagne. Si pose al centro esatto della piazza, dove le strade si incontravano e qui si mise a cantare in una lingua sconosciuta, così antica che la sapevano parlare solo gli alberi e gli spiriti della terra. Un forte vento iniziò a spirare, una grande luce tinse di bianco il cielo e il male venne scacciato per sempre da quelle terre.
La vecchia strega venne portata in trionfo per le vie della città. Il popolo la coprì di fiori e di baci e il Re la nominò servitrice del reame, donandole una piccola proprietà accanto alle mura, un grazioso palazzo dal quale si poteva ammirare il Mercato e il Palazzo di Giustizia torreggiare alla luce del sole.
Passarono molti anni e la città tornò lo splendido gioiello che era stata. La pestilenza era solo un brutto ricordo, un avvenimento di cui non era permesso parlare, se non nel giorno scelto per onorare la memoria delle vittime.
E la strega visse nella città per molti anni, sola in quella grande casa di marmo, abbellita da arazzi viola alle pareti e da ritratti di sconosciuti che fissavano la fissavano alteri nelle notti di inverno.
Passarono lunghi anni e per quanto la vecchia fosse potente, arrivò il giorno in cui la sua magia non le sarebbe servita a nulla. La morte bussò al portone del palazzo per riscuotere il suo pagamento. Entrò nuovamente dalla finestra il corvo bianco con il becco rosso che gracchiava insensatamente la stessa lugubre parola: morte, morte, morte!
E in quel momento la donna capì di essere sola al mondo, ed ebbe paura. Gridò a gran voce dalla finestra, chiedendo che qualcuno la soccorresse e le stesse accanto negli ultimi momenti di vita. Le bastava il contatto gentile di una mano umana chiusa nelle sue dita secche e macchiate dalla vecchiaia. Ma nessuno le prestò ascolto. La folla continuava a camminare lungo le strade polverose, con gli occhi bassi e le orecchie insensibili. La strega si rese conto che l’avevano dimenticata.
Allora, impaurita e irata, li maledisse. Stese le mani verso il cielo, lanciò un ultimo anatema e morì. Nello stesso istante in cui la sua anima si perse nell’Eterno Altrove, vi fu un terremoto e al centro della città si aprì una voragine terribile, un colossale buco che si perdeva in un buio ultraterreno. Era una via che collegava il mondo dei vivi a quello dei morti. E gli abitanti assistettero con orrore agli spettri degli avi che iniziavano a strisciare per risalire, invadere il mondo e distruggerlo con il loro respiro gelido e mortale.
Ma c’era un altro mago in città. Non era potente quanto la vecchia strega, ma conosceva molti validi incantesimi. L’uomo fece piovere dal cielo ghiaccio, condannando la città e i suoi abitanti alla distruzione, ma in questo modo uno spesso strato di gelo coprì la voragine come uno scudo di vetro, diventando l’unica protezione in grado di tenere i morti relegati nei loro cupi reami.
E ancora adesso, chi si trova a passare per Opalia, tra le torri ghiacciate e iridescenti che il sole fa brillare come diamanti, prega gli dei quando avverte sulla superficie ghiacciata sinistri scricchiolii e affretta il passo con il cuore gonfio di terrore.