Il negozio di giocattoli

 
Il seguente racconto per ragazzi ha come protagonista Gabriel, personaggio che chi ha letto il mio ebook “Voci dal seminterrato” riconoscerà immediatamente. Credo proprio che, in un futuro non troppo lontano, Gabriel diventerà protagonista di racconti e romanzi tutti suoi. Nel frattempo, godetevi “il negozio di giocattoli”! Buona Lettura
Alvise Brugnolo
 
 
 
 
Quando Alex, Paul, Samuel e Gabriel raggiunsero la piazza della loro piccola città, restarono a bocca aperta. Perché lì, fra il panificio e la biglietteria degli autobus, due edifici cadenti che portavano i segni di una lunga esistenza di provincia, c’era un negozio nuovo. E il bello era che nessuno dei quattro poteva giurare che non ci fosse mai stato. Era come se, pur essendo certi di non averlo mai visto prima, sentissero che il negozio apparteneva a quel posto da sempre, quasi che quell’unica occhiata rivoltagli fosse bastata a convincerli della sua presenza, altrimenti inspiegabile e fuori luogo.
«Ma che cavolo…» scandì Alex.
«Questa è bella.» gli fece eco Paul.
«Embè? É soltanto un negozio, uno come tanti.» ribatté Samuel, quello che fra i quattro era più autoritario e come tale non si lasciava stupire mai da niente. L’unico a non dire nulla fu Gabriel. Non che non avesse niente da dire (questo era quello che erroneamente pensavano gli insegnati e i suoi genitori). Era solo che per carattere preferiva ascoltare e guardare; parlare, era un’operazione che faceva soltanto dopo aver dato la priorità alle altre due.
I ragazzi si avvicinarono con titubanza, quasi temendo di compiere un qualche atto illegale da riformatorio. Era un negozio d’effetto, con la tenda parasole di un bel blu carico, sulla quale capeggiava in lettere dorate la scritta: “L’angolo dei giocattoli”. Proprio quello di cui la nostra città ha bisogno, pensarono tutti e quattro, al settimo cielo per quella ventata di novità, una cosa davvero strana per un posto sperduto e abitudinario come quello in cui, malauguratamente, abitavano.
La vetrina, come promesso dall’insegna, era piena di giocattoli: ai lati, su alcune mensole, c’erano biglie, giochi di prestigio, rompicapi, mazzi di carte e caleidoscopi di tutte le forme e dimensioni. Dal soffitto pendevano tre o quattro maschere da carnevale in pelle, dall’aspetto un po’ sinistro, sospese mediante un filo di nylon tanto sottile da risultare invisibile. Al centro invece, proprio dove l’occhio era spinto a posarsi, erano state sistemate quattro pile di giochi da tavolo, alcuni molto comuni (c’erano Monopoli, L’allegro chirurgo, Hotel, Taboo, Trivial Pursuit e così via), altri assolutamente fuori dall’ordinario. In fondo, un po’ defilata, c’era persino una tavola ouija, quella che si usa per parlare con i morti. Fu allora che Gabriel parlò.
«Come può aver aperto un negozio nuovo se non si sono mai visti lavori di ristrutturazione?»
Era vero. Nessuno dei quattro, nei giorni precedenti, aveva potuto vedere quel tipico andirivieni di operai che presuppone la nuova apertura di un’attività. Paul poi lo sapeva meglio degli altri, visto che suo padre aveva proprio una ditta di ristrutturazione locale. Se aveva preso in consegna il restauro di quel negozio, rifletté il ragazzo, doveva essersi dimenticato di dirglielo e ciò era strano perché suo padre, vedovo da meno di due anni, aveva la mania di dirgli sempre tutto, anche le cose più inutili; era uno dei suoi modi per interessarsi al figlio e fargli sapere che, anche se all’apparenza poteva sembrare scorbutico, gli voleva un gran bene. Ma l’interesse per il negozio nuovo soffocò qualsiasi altro dubbio razionale. Solo Gabriel si era reso conto che lo spazio per un negozio, fra il panificio e la biglietteria degli autobus, non c’era mai stato. Ripensandoci, vedeva chiaramente le due porte affiancate, ed in mezzo soltanto uno spazio di muro largo quanto un braccio, dove poteva starci a malapena un cartellone pubblicitario appiccicato con quella colla che sembra moccio. Fece per dirlo, poi si zittì, consapevole che tutti, persino quelli che gli stavano vicino, lo consideravano un ragazzino un po’ sulle nuvole, uno insomma che si inventa le cose.
«Beh, che facciamo? Entriamo?» sussurrò Alex, con gli occhi fissi su quelle strane maschere di cuoio. Mancava poco al carnevale, festività che in paese amavano tutti, e nessuno dei quattro aveva ancora scelto il travestimento per la festa. Di solito se lo costruivano da soli, con risultati scarsi, ma l’anno precedente si erano ripromessi che per il carnevale successivo, anche a costo di consumare tutti i loro risparmi, avrebbero fatto un figurone. Samuel concesse il suo permesso con un cenno della testa. Per primo entrò lui, impettito come un galletto; Alex e Paul lo seguivano a ruota, mentre Gabriel si fece avanti per ultimo con quel suo sguardo a metà fra l’assorto e l’attento, uno sguardo che, complice i suoi occhi neri come il carbone, faceva tremare le gambe a tutte le sue compagne di classe, anche se il ragazzo, perennemente distratto, non lo poteva sapere.
Il negozio, così come era insolito fuori, lo era anche dentro. Era sia un negozio che un appartamento: fra i ripiani, le vetrinette e il bancone, spuntava qua e là un mobile intruso, ora un divano letto, ora un frigo modello anni ’60, ora una stufa, ora un tavolo da pranzo con cinque sedie. Chiunque abitasse lì dentro doveva aver programmato di starci ben poco, vista l’aria un po’ dismessa dell’arredamento. Paul, che era il più curioso del gruppo, aprì il frigo e poté notare che era pressoché vuoto, se non per la presenza di quattro lattine di birra, altrettante salsicce e una scatola di olive sottaceto ripiene di pasta al peperone.
«Ehi, Paul. Passami un birra!» sogghignò Samuel, guardandosi attorno per controllare che il negozio fosse davvero vuoto. Gabriel non fece in tempo ad obiettare che una voce li fece sobbalzare:
«Da, prendete quel che volete in mio negozio, siamo ookey?» I ragazzini si girarono contemporaneamente verso il fondo della bottega, chiedendosi da dove fosse sbucato quel tizio, visto che c’era un’unica stanza e nessun’altra porta.
«Chiedo scusa – mormorò Gabriel, abbassando gli occhi – Non volevamo rubare.»
«No problema, no problema, da! Prendete, prendete pure tutto, birra, salsiccia, oliva, da? Forse tu vuole ciambelle ripiene di crema gusto cioccolata, buone che è da impazzire?»
E Paul, gettando un’altra occhiata nel frigo mezzo vuoto, si accorse con stupore di una scatola trasparente che conteneva quattro ciambelle grandi quanto una ruota di triciclo, sommerse da una copiosa pioggia di granella di zucchero. Strano: avrebbe giurato che prima non ci fossero.
Il negoziante, mentre i ragazzini decidevano il da farsi, si avvicinò e Gabriel poté osservarlo meglio. Era un uomo giovane, più o meno sulla trentina, anche se i suoi occhi, grigi come un cielo nebbioso, sembravano più vecchi della sua età. Portava lunghi capelli neri, leggermente mossi e aveva un viso anonimo, tranne che per il naso, affilato e adunco, come quello di uno sparviere. Indossava dei pantaloni color verde marcio e un giubbotto di pelle da rocker, sdrucito all’altezza dei gomiti. Nel complesso sembrava una persona a posto, ma Gabriel, anche se non ne sapeva il perché, non ci avrebbe messo la mano sul fuoco.
«Sei russo?» gli domandò Alex, mordendosi nervosamente il labbro. Per quanto fosse abbastanza grande da uscire da solo, ricordava ancora i consigli ansiosi di sua madre a proposito degli sconosciuti.
«Da, io russo, da, da! Tu buono orecchio, davvero davvero!» rispose lo straniero, con quel suo accento buffo e allo stesso tempo intrigante. Nel frattempo Samuel e Paul sbucarono da dietro la porta del frigorifero con le mani stipate di cibo; Paul, affamato come al suo solito, aveva già ingurgitato una manciata di olive, che masticava con soddisfazione, sollecitato dal loro gusto acidulo.
«C’è spazio per tutti, qui. Siede, siede, no preoccupa: Bogdan amico vostro.»
Il negoziante fece loro segno di accomodarsi al tavolo e Gabriel, vedendo che lo sconosciuto era così ospitale, si calmò un poco e prese posto anche lui. Si presentarono a turno. La mano di Bogdan era gelida come la steppa russa e il suo profumo, dolce e penetrante, aveva un che di primaverile.
«Che aspetta ancora? Mangia, mangia, da!»
In tre minuti le salsicce, messe a cucinare sul fuoco, furono pronte. Mangiarono in silenzio, sotto gli occhi amichevoli di Bogdan. Samuel fu il primo a svuotare la sua lattina di birra, seguito da Paul e infine da Alex, che finì la bevuta con un sonoro rutto. Gabriel bevve solo un sorso e preferì cedere il resto agli altri. Si concesse però l’onore di sbocconcellare la ciambella zuccherina per primo. Era davvero buona, con un retrogusto di miele e cannella.
«Cosa state cercando qui, ragazzi cari?» chiese Bogdan, una volta che ebbero terminato di mangiare.
«Vogliamo quelle maschere appese lì!» bofonchiò Paul, che non aveva ancora finito del tutto di masticare.
«Ah, maschere! Voi sceglie bene, bene davvero! – replicò Bogdan, con fare entusiastico – Ma qui non c’è fretta, no! Vi va di, come dice qui da voi, giocare?»
I quattro si guardarono incuriositi.
«A che cosa?»
Bogdan batté le mani, eccitato.
«Ah, io ho gioco che vi farà impazzire. Tanto divertente che neanche ci si crede, da!»
Si alzò e si mise a frugare per il negozio, rischiando di far crollare i giocattoli in equilibrio precario sulle mensole. Da una delle pile esposte in vetrina trasse fuori un gioco da tavolo polveroso, che ad occhio e croce doveva avere almeno cent’anni, visto quanto la confezione era sdrucita e scolorita. I quattro ragazzini osservarono con rispetto ultraterreno le mani bianche di Bogdan sistemare il tabellone da gioco, un quadrato nero come un cielo notturno, sul quale biancheggiavano delle caselle senza numeri. Ce n’erano moltissime e per quanto Gabriel cercasse di contarle tutte, si ritrovava sempre al punto di partenza, come se il percorso del gioco non portasse da nessuna parte, e consistesse semplicemente in un giro infinito, senza meta.
«Questo gioco molto speciale, fatto da me, vi garantisco! – spiegò Bogdan – Ma ha regole precise precise, proprio così. Bisogna stare attenti e giocare, se no non valido, proprio no.»
I ragazzi annuirono. Solo Gabriel non lo fece. Continuava a guardare il tabellone ad occhi stretti. Era certo che per un istante, un solo fugace istante, fossero comparse sul tavolo da gioco delle antiche rune rosse, tracciate sinuosamente tutte attorno al suo bordo.
«Io tiro dado e si inizia, ookey?» sussurrò Bogdan, sorridendo. I suoi lunghi capelli neri gli coprivano gli occhi e quasi tutto il volto. E la partita iniziò. Le regole erano semplici: bastava tirare il dado e muovere la pedina lungo le caselle. Ognuna di queste aveva delle penalità, che soltanto Bogdan conosceva; consistevano nel tornare indietro, nel rimanere fermi un turno o nel ricominciare da capo il proprio percorso. Era come il giro dell’oca, soltanto che su questo l’arrivo non si poteva vedere, né se ne sentiva il bisogno. Il dado passò di mano in mano, venne lanciato centinaia e centinaia di volte; le pedine vennero fatte scivolare in avanti e poi indietro, ancora avanti e poi di nuovo indietro, finché il tabellone divenne un campo di battaglia dove vigeva una sola forza, quella del caos.
«Avevi ragione, Bogdan. E’ davvero divertente.» esclamò Samuel con fare bambinesco, quasi non si rendesse conto di avere quindici anni e mezzo e un filo di barba sulle guance.
«Io te lo ho detto, da?» ribatté Bogdan, scoppiando a ridere sgangheratamente. Fu allora che Gabriel cominciò a sentirsi stanco. Era come se la sua giovinezza stesse lentamente sgocciolando via, lasciandolo vuoto e inerme, un frutto privato del suo succo da una colonia di vermi voraci. Tenere le palpebre aperte divenne una vera impresa. “Che mi succede?” Cercò di alzarsi dal tavolo, ma qualcosa lo teneva legato alla sedia. Si guardò le mani. Erano diventate di un colorito violaceo.
«Ragazzi – biascicò – qui si sta facendo tardi. A casa ci staranno di sicuro aspettando.»
«Lasciaci giocare in pace.» gli risposero Alex e Samuel all’unisono. I suoi amici avevano il volto terreo e gli occhi spalancati. Eppure continuavano a lanciare i dadi, e lo facevano come se fosse la cosa più importante della loro vita, come se dai numeri ottenuti nel prossimo lancio dipendesse la sorte del mondo intero. Paul, invece, aveva la testa reclinata sul petto e respirava debolmente, ogni soffio più vago ed esanime del precedente.
«Non vuoi più giocare, da?» lo apostrofò Bogdan, tamburellando le mani sul bordo del tabellone. Il suo volto era tanto in ombra che Gabriel si chiese se avesse ancora una faccia, da qualche parte, sotto quei capelli lunghi e neri.
«No…io…» mormorò il ragazzo, mentre i suoi occhi scendevano lungo il braccio dell’uomo, fino al quadrante dell’orologio. Erano trascorse dieci ore da quando erano entrati in quello strano negozio. Dieci lunghissime ore. “Non è possibile” pensò Gabriel. “Non può essere.” E poi una voce risuonò. “Scappa. Non è come sembra.”
Con grande forza di volontà, il ragazzo si alzò. Ci fu come il rumore di uno strappo e un lampo, un lampo accecante color sangue. E Gabriel si ritrovò disteso sul pavimento della bottega mentre Alex, Samuel, Paul e Bogdan rimanevano ancorati al tabellone corvino, continuando a lanciare quei maledetti dadi.
Il ragazzo si rialzò e corse di nuovo al tavolo. Cominciò ad urlare con tutto il fiato che aveva in gola i nomi dei suoi amici, ma per quanto rumore facesse, non riusciva ad attirare la loro attenzione. Provò ad afferrarli per le mani, per le braccia, a prenderli a calci sugli stinchi e a pugni sulla nuca, ma non ottenne nulla, assolutamente nulla. Bogdan rideva, mentre i visi dei suoi amici si facevano più smunti e i loro occhi sempre più stanchi. E allora Gabriel afferrò l’accendino che Samuel portava sempre nella tasca del suo giubbino. Un guizzo, una fiamma, e il tabellone prese fuoco assieme ai dadi e alle pedine. Allora tutta la bottega tremò, mentre Bogdan si alzava in piedi, urlando in modo gutturale tutto il suo odio. Il tavolo si rovesciò, facendo sì che le fiamme divampassero ovunque, sulle sedie, sul letto, sulla vetrina. Fu solo allora che Alex, Samuel e Paul si svegliarono di soprassalto dal loro torpore d’incubo, sbavanti per il terrore.
«Via, via VIA!» gridò Gabriel, spingendo i suoi amici fuori da quel posto infernale, ridotto ad una tomba crepitante. Prima di seguirli, Gabriel si voltò ancora una volta verso il fondo della bottega, ormai totalmente divorato dalle fiamme. In mezzo all’incendio, in piedi, c’era il negoziante. Era diventato nero, completamente nero, come avvizzito.
«Io so chi sei! – gridò Gabriel – Tu sei un upyr.»
«Mi hai battuto, piccolo uomo, da!» ululò Bogdan «Ma tu hai vinto battaglia, non guerra. Ci sono centinaia di cose, come me, là fuori. Non potrai esserci sempre!»
«Ti sbagli.» ribatté Gabriel e, detto questo, si lanciò attraverso la vetrina, che il calore aveva fatto esplodere verso l’esterno in centinaia di frammenti mortali. Le fiamme finirono ciò che avevano iniziato e quando Gabriel si rialzò, pulendosi dalla polvere della strada, vide che al posto del negozio era ritornato il solito muro, con il solito cartellone pubblicitario. Alla sua destra e alla sua sinistra, dov’erano sempre stati, c’erano la biglietteria degli autobus e il panificio, dal quale fluiva un profumo di frittelle e di pane appena sfornato.
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Buon compleanno, Blog!

Oggi il mio blog di scrittura compie un anno. Ringrazio chi mi ha seguito fedelmente, chi mi ha letto, chi mi ha postato e incoraggiato a scrivere ancora. Mi auguro che il blog compia molti altri compleanni e che possa, attraverso i miei racconti, stupirvi, divertirvi e farvi pensare! Un grazie di cuore a tutti!
Alvise Brugnolo

ROULETTE LETTERARIA – posta, successo, crestomazia

Visto il successo della roulette letteraria, ho selezionato altre tre parole dal dizionario, ed ora eccomi qui, pronto per un’altra sfida. Le parole, che ricordo essere state selezionate dal caso, sono: posta, successo e crestomazia! Buon divertimento e buona lettura!
Alvise Brugnolo
 
 
Era curioso il fatto che il professor Rocco Beretti, che di lettere era vissuto, si sentisse morire per colpa loro, o meglio per una di esse, una soltanto: una busta bianca, anonima, giunta con la posta del venerdì, e sfuggita agli occhi cerulei del vecchio professore perché scivolata sotto al mobiletto di mogano situato a destra della porta d’ingresso, in un angolino in penombra; un posto che era perfetto per perderci qualcosa di importante.
Rocco Beretti viveva da solo, in un bell’appartamento situato all’ultimo piano di un palazzo veneziano, una di quelle strutture cadenti tutta trifore e camini, testimoni di un’epoca d’oro di cui rimane soltanto il pallido riflesso tramandato da poesie in dialetto e libri di storia. Dalla finestra del suo studio, il professor Beretti dominava tutti i tetti delle altre case, e spesso il suo sguardo si perdeva in lontananza, fino alla guglia verdastra del campanile di San Marco, con il suo angelo sfavillante al sole fulgido dell’estate. Anche se non lo avrebbe mai ammesso spontaneamente (era infatti un uomo che amava definirsi “felice e solitario”), Rocco Beretti si era sempre sentito molto solo in quella casa. Eppure dalla vita aveva avuto tutto quello che aveva sempre desiderato: il successo. Qualche dottorando doveva fare una ricerca su Pirandello? Contattava il professor Rocco Beretti, l’esimio professor Rocco Beretti. Quante volte i suoi colleghi di Oxford l’avevano invitato a tenere una conferenza sulla narrativa europea del Novecento? Rocco Beretti aveva perso il conto. Cinque, forse sei. Occasioni in cui lo scroscio degli applausi aveva quasi soffocato la sua voce, ma allo stesso tempo aveva innalzato il suo ego a vette inimmaginabili per gli altri esseri umani. Al contrario, il ritrovamento di quella busta lo lasciò piegato sulla poltrona come se fosse stato fulminato da un colpo apoplettico.
Rocco Beretti si trovava in salotto, seduto nel modo più comodo possibile, con la mano sinistra intenta a reggere una minuscola tazza di tè e latte, mentre con la destra si sforzava di non far sfuggire una sola briciola di quel che restava della madeleine che aveva appena addentato. Di fronte a lui, sopra un basso tavolino di vetro, c’era un’edizione pregiata dello Zibaldone di Giacomo Leopardi, che il professore, con molta attenzione, sfogliava con le uniche dita libere che gli rimanevano, ossia l’indice e l’anulare della mano sinistra. Leggeva e sgranocchiava, sgranocchiava e leggeva finché il suo occhio cadde su un angolino bianco che sbucava, fastidioso come una lisca incastrata nella trachea, dalla zampa del mobile posto in corridoio, vicino alla porta. Che cosa sarà mai? si chiese l’uomo, mentre si alzava controvoglia e riponeva tazzina e biscotto sopra di un portavivande, sapientemente posto a distanze siderali dalla sua preziosa collezione di libri. Collezione che, manco a dirlo, occupava l’ottanta percento e forse più della sua casa. Volumi antichi e moderni, di storia, filosofia e letteratura, impilati l’uno sopra l’altro in torri del sapere, spesso a rischio di crollo come la mura di Gerico se ci passavi accanto sbadatamente.
Rocco Beretti si avvicinò al mobile strascicando le pantofole e sbadigliando. Si chinò tra mille sbuffi e imprecazioni (imprecazioni rigorosamente educate, era Beretti, non ce lo dimentichiamo) e trasse fuori dalla polvere una busta. E questa da dove sbuca? pensò il professore, prima di collegare rapidamente l’oggetto misterioso alla posta che gli era stata recapitata ben due giorni prima. Cose da matti, si disse tra sé e sé, infuriato che ora ci si mettesse anche la sorte a ritardare la sua corrispondenza. Come se non bastasse già di per sé la posta, con i suoi mille inconvenienti, le buste non recapitate, i pacchi arrivati rotti e infangati o addirittura non arrivati affatto. Che mondo alla rovescia!

Non si accorse neppure di aver strappato bestialmente la busta né di averne estratto il testo. Si ritrovò semplicemente a leggere. La lettera era scritta in un italiano stentato, che Rocco Beretti non apprezzò affatto. Diceva più o meno così.

Caro Rocco, [Rocco? Come si permette?]

So che forse non ti ricorderai proprio di me. Sono Teresa, Teresa Soprani. [e qui Beretti credette di rimanerci secco] Sono passati quasi vent’anni dalla tua visita all’università di Napoli. Ti fermasti a dormire alla pensione Seguso, fintanto che rimanesti in città per le tue lezioni. Adesso ti ricordi di me? Ero la figlia del padrone della pensione, quella ragazza mora e impacciata che non ti levò mai gli occhi di dosso. Io ero così giovane, una stupida venticinquenne con tanti sogni per la testa e tu, tu un professore di mezza età così bello e interessante che non ci credevo. Sai bene come andò a finire. Non so proprio come dirtelo, ma non c’è altro modo. Hai un figlio. [gli occhi del professor Beretti divennero grandi come due buche da golf]. Non te lo dissi mai, perché sapevo che tu non avresti apprezzato e mai e poi mai volevo che l’errore di una notte rovinasse la tua bella vita da uomo colto di città. Ma adesso lui è grande e ti vuole conoscere. Non sono riuscita a fermarlo, perché lui è più testardo di un mulo, più di te e me messi assieme. Ha detto che è giusto che un uomo bell’e fatto conosca suo padre. Ma lui non è ancora un uomo. Ha solo vent’anni, è solo un ragazzo in cerca di qualcuno che lo ami. Ascoltalo, se puoi. Per quel poco tempo che sarà lì sii il buon padre che lui non ha mai avuto! Arriverà da te per domenica.
Tua,
 

Teresa Soprani 

E qui Rocco Beretti interruppe la lettura con un singulto prepotente, simile al risucchio annaspante di un marinaio che, caduto dal parapetto di una nave nel mare notturno e gelato, avesse rischiato di annegare. I suoi occhi vacui, ora ridotti a due fessure, si soffermarono sul calendario appeso al muro di fronte, vicino alla copia di un’acquaforte di Degas. Domenica. Beretti non si era mai soffermato sulla parola domenica come invece si trovò a fare in quegli istanti concitati. DOMENICA. Si mise a smontare il suono della parola, ne perse il significato e si ritrovò a rimontarlo a caso, senza senso, finendo col formare una parola totalmente diversa. DANNAZIONE.
In quel mentre, qualcuno bussò alla porta. Il cuore di Rocco fece un triplo tuffo carpiato. Tremando come se il suo corpo fosse diventato improvvisamente di gelatina, Rocco appoggiò gli occhi miopi allo spioncino dell’uscio, ma non riuscì a vedere nulla, dal momento che la luce delle scale era troppo tenue per illuminare chiunque fosse lì in piedi, in silenzio, dietro la porta.
«Chi EEEEè?» gorgogliò allora Rocco Beretti, augurandosi che fosse solo il postino o anche uno svaligiatore di appartamenti: tutto, piuttosto che il figlio che non aveva mai conosciuto.
«Papà, sono io, Tonio.» rispose una voce allegra, giovane, piena di emozioni. Dio mio, pensò Rocco, rendendosi conto di come odiasse qualsiasi altrui forma di confidenza. Papà? Ma come si permetteva di chiamarlo così, lui, che era lo studioso più influente della narrativa del Novecento?!
Rocco Beretti aprì, non poteva fare altro, e si trovò davanti uno di quei ragazzi di oggi, quei debosciati senza spina dorsale, maglietta nera, pantaloni militari, anello al naso come un toro bavoso, una decina di piercing fra orecchio, labbro e sopracciglio. Rocco aveva voglia di urlare.
«Papà – continuò il ragazzo – se vuoi puoi chiamarmi Totò.» e detto questo lo abbracciò. Rocco, completamente paralizzato, accettò quel gesto senza ricambiarlo, muto e confuso. Tonio puzzava di sudore, sigarette e Dio sa cos’altro. Eppure, in quell’odore così diverso dal solito, Rocco avvertì la fragranza calda di Teresa e provò, inspiegabilmente, una morsa all’altezza del petto.
«Chebbelposticcino!» urlò il ragazzo, nel frattempo addentratosi, senza permesso, fino al salottino. Poggiava le mani ovunque, sui libri, sulle stampe, sulle incisioni, sugli incunaboli, lasciandoci l’impronta unta delle sue ditate. Rocco Beretti si tratteneva a stento dal cacciarlo di casa.
«Sentimi un po’, Tonio.» esordì il professore, stupendosi di essere ancora in grado di esprimersi.
«Totò, pà, Totò.»
«Sì, come vuoi… Totò… Che cosa vuoi?»
Il ragazzo lo guardò con aria interrogativa.
«Solo conoscerti, pà.» rispose con la faccia trasognata, quella di chi, dopo una lunga sofferenza, trova finalmente ciò che cercava nel posto e nel giorno più inaspettati. Rocco lo analizzò meglio, sperando di essersi sbagliato, ma non cambiò affatto idea. Quei pantaloni, tutti quegli anelli e quella… quella orribile maglietta nera con i teschi disegnati! Come se non bastasse, all’altezza del bicipite di Tonio, spuntava un tatuaggio tribale tutto punte e corna, una roba da galeotto incallito. Rocco scosse la testa. Suo figlio, il figlio che non aveva mai voluto avere, doveva essere uno di quei criminali da strapazzo, un drogato, un disadattato, uno schizzato che andava a rubare le automobili e contribuiva a suo modo al degrado del paese. Beretti corrucciò la fronte, con aria disgustata, convinto che a secondi si sarebbe messo a vomitare la sua madeleine. In quel mentre, proprio nell’esatto momento in cui Rocco pensava a tutte queste cose, Tonio si sedette sulla poltrona e fece per allungare i piedi sul tomo di Leopardi. Rocco glielo impedì, tuffandosi letteralmente per afferrargli le gambe e spostarle giù, al sicuro, sul tappeto. Non poté fare a meno di notare le scarpe da ginnastica del ragazzo, scarpe sformate, piene di scritte fatte con lo spray. Scarpe da teppista, senza dubbio.
«Scusa, pà.» si schermì il ragazzo, tanto imbarazzato quanto impaurito. Se solo non lo avesse ritenuto impossibile da un ladruncolo come lui, Rocco Beretti ebbe l’impressione che stesse per scoppiare in lacrime.
«Fa niente.» rispose il professore con un ansimo, consapevole che al prossimo gesto fuori posto sarebbe esploso di rabbia.
«Raccontami pà. Cheffaiddibbello nella ttuavvita?» domandò il ragazzo con un accento strano, che avrebbe fatto venire la pelle d’oca a qualsiasi commissione di maturità. Rocco ci mise qualche secondo a rispondere, quasi ipnotizzato dai modi irruenti e poco eleganti di quel ragazzo di strada.
«Sono un docente universitario di fama mondiale, autore di saggi critici fra i più apprezzati al mondo. Ho scritto anche una crestomazia della lingua italiana, che spazia dal medioevo alla metà del Novecento.» rispose il professore, mentre si prendeva un bicchiere dalla vetrinetta dei superalcolici. Del buon scotch scozzese, ecco quello che ci voleva. Un buon bicchiere di Laphroaig riempito di ghiaccio fino all’orlo.
«Ecchesarebbe?» rispose il ragazzo, con quel suo modo di pronunciare le parole tutte quante attaccate, come appiccicate con l’attack.
«Lascia perdere. Cose che tu non potresti capire.» rispose affilato il professore, tracannando lo scotch e apprestandosi a versarsene un altro bicchiere. Con un gesto della mano chiese al ragazzo se ne volesse un po’, ma Tonio rifiutò. Strano, si disse l’uomo, chissà quante schifezze ha in corpo, questo scimmione tatuato.
«Senti, pà. Avevo pensato di stare un po’ qui da te, per spassarcela insieme, come padre e figlio. Abbiamo tante ccoseddaddirci…»
Venne interrotto dalla risata secca e malevola del padre. Questa era la goccia che faceva traboccare il vaso. Il professor Beretti aprì la bocca e vomitò tutta la sua rabbia.
«Tu, fermarti qui? Non ci penso proprio. Chi ti ha detto che sarei così stato felice di vederti, eh? È stata tua madre?»
Tonio ammutolì e sbiancò di colpo.
«Ma, pà…»
«Che cosa vuoi, eh? – sbottò il professore rosso in viso – Vuoi soldi, eh? Vuoi soldi? Eccoteli, eccoteli qui!» e detto questo, Rocco si mise a frugare nei cassetti del salotto, radunando tutti i pezzi da cinquanta che trovava in un blocchetto compatto e frusciante, che avrebbe fatto gola a chiunque, specialmente ad un teppista come doveva essere quel ragazzo, e certo che lo era, con tutti quei tatuaggi e quei pezzi di acciaio infilati nei lobi, nelle narici, nelle… Quando si girò verso il figlio, Rocco venne fulminato da uno sguardo pieno di delusione.
«Che fai pà?»
Vedendo che il ragazzo non aveva intenzione di accettare quel denaro, Rocco lasciò ricadere le braccia lungo il corpo, come se avesse perduto le forze.
«Sentimi bene – disse sospirando – Io non sono un padre. Non lo sono mai stato e non lo voglio essere. Mi dispiace figliolo. Non posso fare niente per te.»
Il ragazzo lo fissò in silenzio e Rocco non riuscì a sostenere lo sguardo. Era uno sguardo pesante, in grado di farlo sentire niente meno che l’ultimo uomo di questa terra, e poco importava dei suoi saggi, delle sue lezioni, della sua carriera universitaria, del suo successo.
«Peccato che tu non abbia imparato niente da quei tuoi libri, pà – sbottò Tonio, con fare amaro – Addio.»
Il professor Rocco Beretti si ammutolì. Erano anni che non accadeva, e precisamente da quando, più di cinquanta anni prima, era stato bocciato ad un esame di filologia romanza. Mai e poi mai avrebbe creduto che qualcun altro sarebbe riuscito a chiudergli la bocca ancora. Si sbagliava. E prima ancora che riuscisse a riprendersi, Tonio era già uscito dalla porta di casa, scrollando la testa con l’evidente intenzione di trattenere le lacrime che gli dondolavano pericolosamente lungo le ciglia. Ciglia dure e arcuate, come quelle di sua madre.
Il professor Beretti si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona. Un’unica, patetica goccia di scotch stillò dal bicchiere, macchiando la pagina dello Zibaldone. Beretti non se ne accorse neppure e anche se lo avesse fatto non si sarebbe scomposto. Peccato che tu non abbia imparato niente da quei tuoi libri, una frase che, anche se chi l’aveva pronunciata era scomparso, risuonava ancora dentro il suo orecchio, facendogli vibrare tutta la testa, occhiali e cravattino compresi. L’uomo si guardò attorno lentamente e non riconobbe la sua casa. Ovunque c’era polvere, silenzio, antichità. Tutti quei libri, ammonticchiati quasi fino al soffitto, mille copertine tutte diverse, che sembravano guardarlo e giudicarlo. Il professore li aveva letti e riletti quei libri, ne aveva analizzato anche le più piccole minuzie grafiche, la loro struttura, la loro intertestualità. Ma le parole di Tonio dicevano il vero: non ne aveva mai capito davvero il contenuto. Le emozioni umane, la passioni, l’amore, la sofferenza, tutte queste cose erano contenute nei suoi libri, ma Rocco Beretti non poteva capirle, in quanto non le aveva mai vissute. Poteva analizzare le parole, conoscerne l’etimologia e gli sviluppi futuri, ma non era in grado di parlare la lingua dei sentimenti. E la poesia, privata delle emozioni, non è che un elenco di lettere, non tanto diverse da un sfilza di freddi numeri aritmetici, qualcosa di razionale, certo, ma che non può parlare al cuore degli uomini, non può toccare le loro corde più profonde, scatenarne le passioni, ravvivarne i sogni.
Hai sbagliato tutto, esimio professor Rocco Beretti. Ripensò al viso solare di Teresa, al suo seno prorompente, ai suoi baci infuocati. A quel figlio così diverso da lui e che tuttavia, sotto il lato umano, era migliore di lui.
“Tonio” mormorò e si sentì perduto.
Allora Rocco Beretti si precipitò lungo le scale, scalzo, con la camicia aperta fino alla pancia, i capelli bianchi madidi di sudore che gli ricadevano sopra gli occhiali dorati. Tonio, gridava, Tonio, aspettami!
Giunto in strada, il professore si trovò a fronteggiare una folla di persone che lo guardava con disinteresse, vide i volti terrei di uomini e donne sconosciuti, che marciavano contro di lui a passo cadenzato, come durante una marcia funebre. E Rocco capì che a nessuno, in fondo, importava chi lui fosse davvero. Veneravano il suo talento, la sua cultura, ma non lui in quanto se stesso, in quanto uomo, con i suoi difetti, con i suoi pregi, con i suoi sogni e le sue paure.
«Tonio!» gridò Rocco Beretti a squarciagola, ma il ragazzo era già sparito, inghiottito dalla nebbia che, improvvisamente, era calata come un sudario sui tetti delle case e delle chiese.

Il sole splendeva sulla città di Napoli e la Basilica reale pontificia, nella Piazza Plebiscito, sfavillava come un grande e antico tempio romano. Rocco Beretti si incamminò lungo via che si lasciava la piazza alle spalle, guardando tutto con occhi diversi, come se li usasse per la prima volta. Dilatò le narici e respirò a pieni polmoni l’aria viva, piena di gente, voci, sapori. Poi, arrivato nei pressi di un parco, si fermò ed emise un sospiro ricco di ricordi. Era arrivato.
Alla pensione Seguso si accedeva mediante una stradina laterale, angusta e sporca, e tuttavia piena del fascino dell’inconsueto. Teresa Soprani lavorava lì da una vita e la pensione l’aveva vista crescere, farsi grande, e poi invecchiare. Ora era una donna di mezza età, con il viso composto, austero come quello delle figure sacre raffigurate nei mosaici delle chiese romaniche. Alzò gli occhi quando sentì la porta cigolare, un breve pianto legnoso. Osservò l’uomo che era entrato con un misto di felicità e timore. Lo riconobbe subito, e due lacrime le rigarono le guance. Rocco Beretti era in piedi, sorridente, più vecchio di come lo ricordasse e in fin dei conti neppure troppo. Sempre elegante, ma cambiato. Era più umano.
«Sei qui?» sussurrò la donna, senza fiato. Lui si avvicinò con gli occhi lucidi e le prese le mani.
«Dammi la camera migliore, Teresa. Mi fermerò a lungo.»