ROULETTE LETTERARIA – oracolo, funereo, sdebitare

 
E la sfida letteraria continua. Questa volta è il turno di un racconto horror, creato con le parole oracolo, funereo, sdebitare. Buona lettura
Alvise Brugnolo
 
 
 
Le unghie laccate di nero dell’oracolo ticchettavano sulla lucida superficie della sfera di cristallo, all’interno dalla quale, simile ad una placenta, fluttuava una sostanza traslucida color grigio perla. Ludmilla, tossendo flebilmente, avvicinò la sua appendice nasale al vetro freddo dello strumento, stupendosi che il fiato caldo che usciva dalle sue narici non lasciasse alcuna traccia su di esso.
«Non si avvicini.» la redarguì gravemente l’oracolo, concludendo la frase con un sussurro rauco, che si fuse con le ombre filiformi della stanza. Da quando si erano sedute a quel tavolino rotondo, un semplice disco coperto da una logora tovaglietta rossa, la maga non aveva più aperto gli occhi, quasi fosse nauseata da chi le era seduta di fronte e dalla realtà che la aspettava oltre la barriera delle sue palpebre rugose e serrate. Ludmilla, timorosa, si ritrasse, ma non prima di aver guardato con attenzione i lineamenti della fattucchiera, tratti somatici evanescenti, pallidi quanto quelli di un cadavere rimasto troppo a lungo nell’acqua buia di un lago. L’oracolo di Blearwick, così la chiamavano quelli che si erano avvalsi dei suoi oscuri servigi. Ludmilla ne aveva sempre sentito parlare, ma era solo negli ultimi tempi che aveva preso il coraggio a piene mani, vincendo le proprie perplessità e decidendo di arrivare fin lì, in quel sozzo vicolo abbandonato, a visitarla. Era stata Becca, in realtà, a spingerla fra le braccia ossute di quella maga. Becca era il tipo di donna da cui ci si aspettava le cose più strane e fra queste rientrava il credere al paranormale, a quei cumuli di fandonie architettate per intrappolare gli ingenui, o almeno così credeva Ludmilla prima di trovarsi a faccia a faccia con quella strega.
Finalmente l’oracolo aprì gli occhi; piccole iridi color alabastro sgusciarono fuori dalle mura cispose delle sua ciglia, muovendosi attorno alla stanza con la rapidità di uno sciame di mosche necrofaghe.
«E’ la nuova assunta.» disse soltanto. Ludmilla annuì. Lo sapeva già, ma aveva bisogno che gli spiriti confermassero l’ipotesi che la sua lunga esperienza da giornalista le aveva suggerito.
«Quante possibilità ho di ottenere la promozione al posto suo?» domandò, avida di conoscere il proprio futuro. Era questo il brivido che ti dava l’oracolo, udire ciò che le orecchie umane non avrebbero mai dovuto ascoltare: la voce incostante del tempo venturo. La maga rispose con un sogghigno:
«Le possibilità che ha una donna vent’anni più vecchia, con tre figli a carico e una dozzina di chili in più sui fianchi.»
Ludmilla sussultò, lacerata da quella verità. Lei, che aveva lavorato in redazione da ben quindici anni, sacrificando ogni prezioso istante della sua vita privata, sarebbe stata surclassata da una sciacquetta appena uscita dall’università: Patty Johnson, una sensuale biondona di un metro e ottanta scelta non tanto per le sue abilità da giornalista, ma per il suo talento nel succhiare un… Ludmilla si ricompose, schiarendosi la voce e cercando di simulare un sorriso.
«Così va la vita.» aggiunse con amarezza, cercando, attraverso quell’osservazione, di non pensare troppo alla sconfitta; eppure il suo orgoglio continuava a bruciare, a bruciare, a bruciare. L’oracolo sogghignò ancora, sfregandosi le mani. La lunga veste nera, che le ricadeva sul corpo scheletrico, si mosse in maniera scomposta e innaturale, come se fosse fatta di qualche sostanza sconosciuta, attaccata alla pelle della donna soltanto per mezzo di una volontà antica e buia quanto le notti primordiali.
«Così va per chi non ha il potere di cambiare…» sussurrò la strega, lasciando che l’ultima parola si facesse così lieve da risultare impossibile ignorarla. Ludmilla tese le orecchie. La cosa cominciava a farsi interessante.
«Che cosa intende dire?»
«Beh… Io non faccio solo previsioni. Il nome oracolo non l’ho scelto di certo io. Mi… sottovaluta, in un certo senso.»
Ludmilla parve capire.
«In realtà – continuò la strega – io posso cambiare la realtà con la mia magia. Posso mutare gli eventi, sfidare il destino e vincerlo; posso far sì che il giorno diventi notte e la notte giorno.» e proprio mentre parlava, gli occhi e la bocca dell’oracolo parvero mutare, diventare estranei a questo mondo, allungati e profondi come una voragine destinata a succhiare la volontà degli uomini fino a lasciarli svuotati di ogni capacità razionale, sordi e muti come vermi. E in quel momento, sotto la luce sanguigna dei candelabri, Ludmilla si chiese se l’oracolo fosse davvero una donna o piuttosto qualcos’altro. Tremò, combattuta fra l’impulso di squagliarsela da quel luogo di morte o restare, e lasciare che la voce della sua coscienza venisse soffocata dal suo desiderio di rivalsa.
«Come posso sdebitarmi? Quanto mi costa questo servizio speciale?»
«Ma, mia cara – ribadì l’oracolo, mostrandosi offesa – Mi credi forse così venale? Questo servizio speciale, come lo chiami tu, non ti costerà nulla… in termini terreni.»
Ludmilla deglutì. Sapeva da quando era entrata che sarebbe finita così. Lo aveva capito la prima volta in cui aveva messo piede in quel seminterrato, addobbato con arazzi sanguigni, pentacoli bluastri e calici dai bordi puntuti. C’era qualcosa che aleggiava in quel posto funereo, una presenza, che non era visibile, certo che no, eppure era a suo modo grave e silenziosa come solo la depressione, la malattia e il peccato possono essere.
«La mia anima in cambio del… successo?»
«Successo, ricchezza, giovinezza… Esiste un affare migliore?»
Ludmilla serrò le labbra e soppesò le parole dell’oracolo. Vendere l’anima, qualcosa che non si poteva toccare né vedere, per prendersi ciò che aveva sempre, gelosamente, desiderato. Patty Johnson sconfitta, costretta a leccarsi le ferite dalla sua posizione di sottoposta. Lei, Ludmilla, rigenerata, vittoriosa. Si vedeva salire la piramide sociale fino all’ultimo gradino e lì, una volta seduta sul suo trono, scrutare i mille altri perdenti che arrancando, mordendosi, e scalciando, cercavano di arrivare, invano, alla vetta. Fu allora che Ludmilla sorrise, allargando la bocca in un modo sinistro.
«Dove devo firmare?»
 


L’acchiappasogni appeso alla porta del seminterrato tintinnò in modo lugubre. L’oracolo alzò gli occhi bianchi e sorrise, mostrando una fila di denti aguzzi da pipistrello. Il cliente appena entrato non se ne accorse, proprio come non se ne accorgeva mai nessuno. Non potevano vedere perché non volevano vedere, presi com’erano dai loro problemi all’apparenza senza soluzione.
«Salve. Si sieda.» disse la maga, con un tono cordiale e accondiscendente.
Il cliente di quel giorno era una giovane donna. Poteva avere sì e no ventisei anni, un fisico da urlo e dei morbidi capelli color grano. Il suo viso, di una bellezza volgare, era però sciupato da una ruga rabbiosa, che le contraeva la bocca e la fronte.
«Buongiorno – sibilò a denti stretti – io mi chiamo…»
«Patty Johnson.» la interruppe l’oracolo. La donna sgranò gli occhi, poi sembrò capire. In fondo era l’oracolo e sapere i nomi di tutti era il suo mestiere.
«Se conosce il mio nome, allora saprà anche perché sono venuta qui.» continuò.
La strega annuì e, mentre lo faceva, le ombre della stanza si addensarono attorno all’unica lampada del seminterrato, rendendola intermittente come il lampeggiante di un’ambulanza.
«La voglio morta quella Ludmilla Schultz.» strillò bambinescamente Patty.
«E lo sarà. » rispose l’altra, non riuscendo a trattenere una smorfia di disgusto di fronte a quella ragazza così viziata. L’oracolo osservò Patty armeggiare con la cerniera della borsa ed estrarre una busta spiegazzata piena di pezzi da cento.
«Tenga! E’ tutto quello che ho.»
La strega scosse la testa e sorrise malignamente.
«Lasci che le spieghi la mia politica per i servizi speciali…»
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