Star Wars – il vecchio che ritorna

Oggi, venerdì 28/11/2014, è stato trasmesso negli Stati Uniti il teaser trailer di Star Wars VII – The Force Awakens (il risveglio della forza, per noantri). Si tratta del trailer del nuovo, attesissimo film di Guerre Stellari, il settimo “parto” dell’immortale saga di George Lucas, che con questo episodio farà ripartire una terza trilogia. Si parla di questo film da quando la Disney, nel 2012, ha acquistato in toto la LucasFilm Ltd., suscitando un certo scalpore tra i fan di una delle saghe più amate di sempre.
Sebbene non possa considerarmi un fan sfegatato della serie (non sono mai andato in giro vestito da alieno peloso, né ho appese in camera gigantografie di Mark Hamill o Harrison Ford), anche io, esattamente come tutti i fan, ho amato gli episodi V-IV-VI (quelli “vecchi” per intenderci, a cavallo fra il 1977 e il 1983) mentre ho criticato quelli nuovi, ossia gli episodi I-II-III.
C’era qualcosa che mancava negli episodi nuovi che invece si ritrovava negli episodi storici della serie: il giusto equilibrio fra storia efficace e personaggi ben caratterizzati. Chi non ha amato l’iniziale titubanza di Luke o la spacconeria di Han Solo, il mercenario dal cuore d’oro che, inizialmente interessato solo al compenso, si ritrova a diventare un eroe della resistenza contro il malvagio impero Sith? E di Darth Fener, ne vogliamo parlare? Il colpo di scena, in cui il cattivo numero due del film rivela all’eroe integerrimo con cui sta combattendo di essere suo padre, è entrato nella storia e nell’immaginazione collettiva di milioni di persone.
Insomma: Star Wars è una film che ha fatto scuola, uno dei massimi esempi del genere sci-fi, o almeno l’esempio più riuscito e “commerciale”. Badate bene: ho detto “commerciale” con un’accezione totalmente positiva. E questo mi riporta però al dubbio che ho nei confronti del nuovo film, il VII. Siamo ancora in grado di fare prodotti “commerciali” di qualità, oggi, nel duemila inoltrato?
Io non ne sono più tanto sicuro. Pensiamo alle prosecuzioni moderne delle serie del passato. Quando mai sono state all’altezza dei loro vecchi modelli?
Indiana Jones (tra l’altro partorito anch’esso dalla mente poliedrica di Lucas) ne è un esempio. Il quarto episodio, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è uscito nel 2009. Ed è stato un gigantesco buco nell’acqua. Non c’era umanità nei personaggi, non c’era profondità; ogni attore svolgeva il ruolo che gli era stato assegnato senza verve e lo stesso valeva per la storia: era piatta e senza brio, niente a che vedere con le trame incalzanti e astute dei primi tre capitoli della saga (“solo l’uomo penitente potrà passare”, ricordate?).
Ho come l’impressione che il mondo cinematografico si sia ormai diviso in due filoni: quello impegnato, quello riflessivo, quello delle serate di gala e dei premi oscar, e quello commerciale, che sforna regolarmente prodotti senz’anima e di qualità mediocre, che sembrano tutti prodotti con lo stampino e scritti su due piedi, così, solo per avviare la macchina ingoia-soldi del marketing.
Ed ecco la domanda che mi sorge spontanea: è possibile, oggi, il ritorno di un “certo” cinema, un cinema che coniughi il lato commerciale con la qualità di buoni personaggi e di una buona storia?
Mi auguro che l’uscita di Star Wars possa dare una risposta affermativa a questa domanda. Il tempo di attesa è però ancora lungo, si prevede la proiezione nella sale non prima del dicembre 2015. Nell’attesa, gustatevi il trailer:
E voi, cosa ne pensate? Anche voi attendete il nuovo Star Wars ma temete che possa essere, come i film della saga “moderna”, una delusione? Commentate qui sotto, sono curioso di sapere il vostro parere!
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Cento

Un racconto di paura dedicato al grande maestro dell’horror, H. P. Lovecraft. Buona lettura… da brivido!
«Perché l’hai fatto, Jack?»
Il poliziotto parlava piano, cercando di instillare la calma nell’interrogato che gli stava davanti. La lampadina sospesa sul tavolo dell’interrogatorio era bollente, sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro, i suoi filamenti di tungsteno che vibravano come viscide antenne di insetti.
«Perché l’hai fatto, Jack?» ripeté l’agente. L’interrogato non lo guardò neppure, era troppo concentrato a fissare il vuoto davanti a sé, quasi riuscisse a scorgere cose che gli altri non potevano né volevano vedere. Il suo viso portava impresso un sorriso congelato, statico e tuttavia terribilmente anormale. Se c’era un sintomo evidente della sua pazzia era propria la sua crudele nonchalance, l’enfatizzata espressione di innocenza che lo avvicinava alla sobria compostezza di un cherubino degno di svolazzare fra le nubi di una pala da altar maggiore. Ma Jack non era un angelo. Semmai era un angelo delle tenebre, un’anima nera che si era macchiata del peggiore crimine che la mente umana potesse concepire.
Se il poliziotto ripensava ancora alla scena a cui aveva assistito dopo aver sfondato la porta sigillata dell’orfanotrofio si sentiva lo stomaco sobbollire e un sentore di vomito scivolare in bocca.
Sangue, sangue ovunque: sui muri, sul parquet, persino sui soffitti e sui divani della grande sala dei disegni. Quest’ultima era la stanza maggiore dell’orfanotrofio, un ambiente pensato appositamente perché i bambini potessero sfogare il loro talento creativo fra pennelli, matite e acquerelli. Ed era lì che erano stati ritrovati tutti. Dal primo all’ultimo, senza distinzione di età, sesso o colore: Jack Taylor li aveva uccisi uno ad uno, e lo aveva fatto con la bieca freddezza di un chirurgo psicopatico uscito da un film dell’orrore. Lui, giardiniere a tempo perso, li aveva fatti a pezzi con la lunga forbice arrugginita con cui poteva le rose. Dopodiché, zuppo di sangue fino ai capelli, si era seduto sulla poltrona, pacato, con una rivista di equitazione fra le mani, e aveva attesto che gli agenti facessero irruzione e lo portassero via. Nessun segno di pentimento aveva scalfito quel sorriso sadico, neppure quando il capitano Mancini, preso da un moto di rabbia, lo aveva afferrato per i capelli e gli aveva avvicinato il viso al corpo straziato di una delle sue vittime. Una scena che era stata davvero scioccante, considerato il fatto che Mancini aveva la nomea di essere un duro, uno che non si faceva dominare dalle proprie emozioni.
«Perché l’hai fatto, Jack?» chiese ancora una volta il poliziotto. Agente Campbell, detective di primo grado, dodici anni di onorato servizio in cui aveva sventato sei rapine e crivellato di colpi una decina di pazzi che, proprio come quel bastardo che gli stava davanti, avevano compiuto stragi efferate senza nessun motivo. Ma questa volta era diverso. Campbell se lo sentiva dentro: quando incrociava gli occhi chiari e freddi di quel Jack, il cervello gli si agitava nel cranio, il suo cuore urlava, un grido si apprestava ad uscire dalle sue labbra, se solo lui non avesse fatto di tutto per stringerle con ogni grammo di forza di cui disponeva.
Jack alzò lo sguardo. L’ultima domanda non era andata perduta, in qualche modo il maniaco era riuscito a ritornare alla realtà, si era fatto largo fra le visioni di follia che si annidavano nella sua mente ed ora era lì, seduto sulla sedia, accecato dalla lampadina ad incandescenza, ammanettato con le mani dietro la schiena. Campbell ce l’aveva fatta: aveva stabilito un legame con lui. Era fragile e incerto, e forse sarebbe durato meno di un istante, ma era pur sempre un legame.
«Lei che dice, agente? Per quale motivo lo avrei fatto, secondo lei?» domandò l’interrogato, sorridendo sbilencamente.
«Zitto, sono io che faccio le domande qui dentro!» sibilò Campbell.
«Su, non sia così maleducato – piagnucolò il criminale, mentre un rivolo di bava gli colava a lato della bocca fino a bagnargli il collo – Sono stato gentile, io.»
Il detective corrugò la fronte.
«Lei è un pazzo, Jack Taylor. Ma non credo che questo le risparmierà di finire sulla sedia elettrica.»
«Sedia elettrica? – ribatté Jack, scoppiando a ridere dissennatamente – lei crede davvero che possa farmi paura? Non adesso. Non più. Lui… lui sta arrivando.» e, dicendo questo, il suo viso si ritrasse dalla luce indagatrice della lampada, per immergersi nell’ombra multiforme che sciabordava agli angoli della stanza.
«Lui chi?» ringhiò Campbell. Jack si contorse sulla sedia, gli occhi rovesciati a mostrare il bianco, mentre un sorriso estatico e mostruosamente deviato gli strappava via definitivamente quel poco di umanità che ancora albergava in lui. Gridò:
«Lui, l’eccelso Yog-Sothoth, il Tutto-in-Uno e l’Uno-in-Tutto! Yog-Sothoth è la porta, Yog-Sothoth è la chiave, Yog-Sothoth è il guardiano! Egli esiste nel presente, nel passato e nel futuro!»
Campbell, cercando di non perdere il controllo, si abbarbicò con le mani al tavolo e si protese verso il criminale, intenzionato a non lasciarsi sfuggire un briciolo di quella folle confessione.
«Hai ucciso in nome di Yog-Sothoth? Perché?»
«Oh, il mio padrone mi ricompenserà… voleva tornare, lo desiderava con tutti i suoi cuori… ha scrutato dalla sua prigione nello spazio noi, il nostro fragile mondo, sognando il giorno del suo ritorno. E ora quel giorno è quasi arrivato. Manca poco, un nulla in confronto all’eternità della sua attesa.»
«Perché quei bambini? – continuò il detective – Che hanno a che fare dei bambini con il ritorno del tuo… padrone?»
Una fiamma di malizia si accese nella profondità della pupilla di Jack.
«Stolto, non comprendi la sua folle fame? Un’eternità senza cibo, la sua essenza costretta a rimpicciolire e a degradare alla forma di un battere, i suoi globi luminescenti soverchiati dal muto nero dello spazio! Aveva fame! Un solo grido, un solo grido di Yog-Sothoth seppe giungermi in una mattina di settembre, mentre tagliavo le siepi in quell’orfanotrofio. Un grido disperato, che risuonò come il cozzare di due pianeti. La Sua voce mi chiedeva di procurargli anime fresche che potessero fornirgli l’energia necessaria per rompere le sbarre e compiere il passaggio. Tornare qui, da noi… oh, quale dolce agonia. Quale sublime morte ci attende, caro il mio detective Campbell. E ora toccherà a te…»
«A m-me?» mormorò l’agente. Anche se cercava di dimostrarsi saldo rispetto alle farneticazioni di quel decerebrato, qualcosa in quel nome lo aveva lasciato inerme, senza più protezione contro l’orrore di quel dannato giorno di sangue e morte: Yog-Sothoth, Yog-Sothoth, Yog-Sothoth. Era suggestione o una voce stava crescendo nella sua testa? Una voce che sembrava provenire dallo spazio profondo?
«Sì a te, mio caro. Ne mancano ancora cento.» sussurrò Jack Taylor, la sua voce ridotta ad un soffio gelido come un rasoio.
«Cento? Di c-cosa?»
«Di altre anime giovani, di anime innocenti! Non capisci, piccolo uomo? Yog-Sothoth ha scelto te per finire la missione. La tua mano reciderà le vite che mancano. Agirai in Suo nome e porterei la distruzione sulla Terra. Si compirà la profezia: la mano del giusto aprirà la porta e libererà il guardiano.»
Campbell scrollò la testa come per liberare il cervello dai morsi avidi di quelle parole.
«Friggerai sulla sedia, e poi marcirai all’inferno!» ribatté cupo, prima che altri agenti aprissero la porta e trascinassero via l’assassino strattonandolo. Jack continuava a ridere, spruzzando saliva ovunque, e continuò a farlo finché, svoltato il corridoio del commissariato, la sua risata perse forza e non poté più essere udita. Ma Campbell la udiva ancora, la sentiva rimbombare nelle fragili pareti della sua testa. Una risata che crebbe fino a diventare un grido lacerante, il grido di una creatura immortale e maligna intrappolata nelle più remote regioni dello spazio. E poi oltre quelle grida una voce, che ripeteva incessantemente la stessa, incessante parola:
 Cento, cento, cento. Cento.

Libri consigliati – La storia infinita di Michael Ende

Bastiano Baldassarre Bucci (nell’originale Bastian Balthasar Bux) è un bambino goffo e timido, che ama isolarsi da tutto e da tutti preferendo vivere con i suoi veri e unici amici: i libri.
Sarà proprio un libro speciale a permettergli di vivere mille avventure e di conoscere a fondo se stesso: entrato in una piccola libreria antiquaria per sfuggire alle grinfie dei bulletti della sua scuola, Bastiano incontra il misterioso signor Carlo Coriandoli, che gli permette di portare via con sé “La storia infinita”; all’apparenza sembra un libro normale, ma in realtà è un passaggio per il mondo di Fantàsia. Leggerlo, significa mettersi in gioco per salvare gli abitanti di questo mondo dal Nulla, un terribile male che, come un cancro, divora tutte le terre di Fantàsia, minacciando persino la sovrana di quelle terre: l’Infanta Imperatrice. Attraverso le avventure del protagonista della Storia Infinita, il giovane guerriero Atreiu, inviato proprio dall’Imperatrice per salvare il mondo di Fantàsia, Bastiano assiste alla lotta impari del bene contro le forze del caos finché, di fronte al potere del Nulla, che tutto divora e tutto distrugge, capisce che è lui stesso, in realtà, il vero salvatore di Fantàsia. E che l’unico modo per sconfiggere il Nulla, è entrare nella storia e lottare personalmente contro il vuoto che avanza.
Bastiano supera dunque la barriera del libro e giunge nel regno dell’Infanta Imperatrice, ormai ridotto ad un granello di sabbia. Saranno i suoi desideri, la sua fantasia di lettore, a permettere la ricostruzione del meraviglioso mondo della fantasia; ma tutto ciò a un caro prezzo: ad ogni desiderio, anche il più piccolo, Bastiano perderà i suoi ricordi fino a non avere più un’identità, fino a rompere ogni legame con il suo luogo di origine. Inconsapevole di questo, a rischio di perdersi per sempre e di non poter più tornare nel suo mondo, Bastiano comincia un viaggio pericoloso, che lo porterà anche a compiere il male, a scontrarsi e a ferire il suo amico e alter ego Atreiu. Si ritroverà solo e abbandonato da tutti, finché anche il ricordo di suo padre svanirà. Ed è solo allora che inizierà la vera sfida di Bastiano, una sfida per ritrovare se stesso.

“La storia infinita” è l’esempio più lampante di “fantasy vecchia scuola”: libri che non nascono a tavolino per vendere milioni di copie (gli esempi, oggi, sono tanti e di qualità discutibile), ma per portare un messaggio importante. Nel caso de “La storia infinita” l’insegnamento fondamentale è quello di accettarsi come si è: la colpa di Bastiano, infatti, una volta giunto personalmente nel mondo di Fantàsia, è quella di desiderare di essere un altro: un ragazzo diverso, più magro, più aitante, più coraggioso. Così facendo, però, finisce con il perdere se stesso, irretito dalla egoistica brama di potere. Finisce per compiere il volere del male, quando l’unico bene che poteva e doveva compiere era restare se stesso, con i suoi pregi ma soprattutto con i suoi difetti.
L’accettazione di sé è dunque il tema chiave del romanzo. La grandezza del libro di Michael Ende, però, va oltre la storia personale di Bastiano: “La storia infinita”, con il suo sapiente gioco di incastri fra i molteplici libri che lo compongono (il libro in sé e il libro della storia) è un efficace invito alla lettura. Solo leggendo e continuando a leggere possiamo comprendere i nostri limiti, accettarli e, infine, accettarci.

Il Guidatore

Un breve racconto horror… un’autostrada… una radio… un’anima dannata. Buona lettura.
“Benvenuti, viaggiatori, su K3 Network, la vostra radio della notte. State comodi sui vostri sedili? Il riscaldamento vi culla nel suo abbraccio? Male, molto male… perché se è così vuol dire che il sonno vi ha già preso. Su le antenne: siete uomini o siete pupi? La notte non si dorme… si vive!
Sfrecciate sull’autostrada come se il tempo si stesse sgretolando, immersi in una corsa senza fine, le mani tese sul volante, il piede contratto sull’acceleratore, lo sguardo fisso davanti a voi. Le tenebre incombono, la notte vi assale da tutti i lati, sussurrando il vostro nome con la sua voce da sirena. Soccomberete al suo incantesimo o resisterete? Chi si ferma è perduto, viaggiatori. Il sonno vi avvolgerà nelle sue catene e allora non avrete più scampo.
Lasciate che vi racconti una storia, una storia che vi terrà svegli per tutto il viaggio; è il mio regalo per voi, in questa gelida mezzanotte di novembre; perché io sono la voce di K3 Network, la vostra radio della notte.
La mia storia inizia in una notte come questa, proprio su un’automobile come la vostra. La guidava un uomo come voi, un uomo qualunque, forse solo un’ombra fra le tante, un burattino senza volto nel palcoscenico della vita. Se aveva un nome io non lo conosco e dubito che qualcuno ancora lo sappia. Ora lo chiamano il Guidatore.
Era in viaggio per Albuquerque, nel suo cuore e nel suo pensiero il volto della donna che lo stava aspettando in una casa qualsiasi, una casa come la vostra, con un giardino davanti all’entrata, una bianca staccionata e un caminetto per il barbecue. Sognava un caldo abbraccio, proprio come voi; sognava di tuffarsi nel morbido seno della sua amata, di morire e rinascere dentro di lei. Per questo correva, il naso dilatato a respirare l’effluvio della benzina e l’aroma della legna bruciata che fuoriusciva dai camini delle case di cui si intravvedeva appena l’ombra nei campi circostanti.
Ed ecco, nelle tenebre dell’autostrada di fronte a lui si accesero due occhi, due occhi luminescenti che lo accecarono: i fari di un tir che procedeva contromano; alla guida un uomo come tanti, un uomo che non aveva rispetto né per se stesso né per gli altri. L’automobilista cercò di sfuggire al suo destino, sbandò, perse il controllo dell’auto; la vettura si capovolse, compì nell’aria una piroetta e precipitò nel precipizio sottostante. Un’esplosione illuminò la notte, un bagliore rosso che si riflesse per un istante nello specchietto retrovisore del camionista senza che quest’ultimo decidesse di fermarsi. Cattiveria e indifferenza trionfarono, quella notte.
L’anima del guidatore lasciò il suo povero corpo martoriato, ma né il paradiso né l’inferno lo vollero: il suo odio era troppo sconfinato sia per Dio che per il Diavolo. Fu rimandato sulla terra, costretto a vagare in eterno per le autostrade del mondo; e lui, ombra fra le ombre, dalla morte ebbe il suo vero nome. È lui. È il guidatore.
Non potete non riconoscerlo: è un’anima di fuoco, la sua pelle bruciata è un tutt’uno col sedile; il suo scheletro nero si erge tra le fiamme come un tiranno dal suo scranno. Nella morte, lui e la sua vettura sono diventati una cosa sola, l’odio e la sete di vendetta sono il loro eterno combustibile; il suo bolide, pregate il buon Dio non vederlo mai, è avvolto dalle fiamme dell’inferno; le sue ruote lasciano una scia di zolfo sull’asfalto, i suoi alettoni sono le ali membranose di un demone. Temete il guidatore!
Non sentite il ruggito del suo motore, le grida del suo dolore? È in cerca di vendetta per i suoi anni bruciati; annusa l’aria in cerca di un’anima su cui sfogare la sua ira, scruta nelle tenebre per trovare la flebile e mortale luce dei vostri fanali. Vi troverà, viaggiatori, e le sue fiamme vi ingoieranno, vi cremeranno, vi ridurranno in cenere. Finirete in pasto alle sue ruote. Correte allora, figli miei, e non guardatevi mai indietro. Uno di voi potrebbe essere il prossimo. Buona fortuna dunque, viaggiatori. Avete ascoltato K3 Network, la vostra radio della notte.”

Una notte a New Colony

La pioggia scendeva su New Colony in lunghe linee parallele, residui di lacrime sulla superficie di vetro dei grattacieli. Il buio della notte era messo all’angolo dalle luci elettriche di un’astronave da pattuglia, che virava fra i palazzi ronzando, mentre i suoi motori a ioni rilasciavano nell’aria una scia azzurra traslucida, che si rifletteva sulle pozzanghere del marciapiede come in uno specchio.
New Colony, la città della rinascita. New, perché nulla sarebbe stato come prima. Colony, perché riabitare una città dopo un olocausto nucleare era come farlo per la prima volta.
New Colony era quello che restava di New York, dopo che la terza guerra mondiale aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti e ridotto l’Europa ad un arido terreno radioattivo. L’umanità si era ripresa in fretta. Apparentemente. Le multinazionali delle armi avevano permesso a pochi individui di arricchirsi a dismisura, contribuendo a popolare le rovine della civiltà di nuovi poveri, individui negletti che trascorrevano i loro giorni nelle discariche, a raccogliere i rifiuti tecnologici di cui la gente dei piani alti si liberava non appena usciva un nuovo modello più avanzato di robot, televisore o astro-moto. New Colony. Perché la storia era sempre un eterno ritorno, un nuovo ossimorico ritorno. Un inganno che riproponeva ingiustizie sotto nuove forme, così che non fossero riconoscibili se non da chi quelle ingiustizie le usava per potersi arricchire.
Il ronzio dell’astronave arroventò il silenzio vivo della sera, laggiù, nei dungeondella civiltà. I suoi fari si puntarono su un vicolo qualsiasi, illuminandone i muri coperti di graffiti, urina disseccata e sangue incrostato. Un gruppo di individui si tolsero da quel raggio, sparendo nei varchi salvifici che l’ombra tesseva dove i lampioni, intrappolati dai tetti di lamiera e dalle terrazze abusive, non potevano arrivare.
Fra quella folla c’era Criss. Aveva quindici anni e quella notte sarebbe stato battezzato. Procedeva nel buio, come un ratto che strisci per raggiungere l’agognato rifiuto passando sotto le gambe di chi, se solo lo avesse notato, lo avrebbe spiaccicato senza pietà. Oh, la vita di New Colony poteva essere davvero allettante per un giovane che amasse vivere pericolosamente. Il problema era che Criss non sapeva neppure chi fosse, figurarsi se poteva anche lontanamente intuire che cosa odiasse o amasse; anche se in fondo una cosa la odiava di certo: se stesso. Quel suo aspetto malaticcio, quei suoi capelli irsuti come il pelo di un animale rotolatosi nel fango e nel lerciume; il lerciume che il ragazzo era abituato ad odorare ogni volta che usciva dal suo buco di casa, un appartamento claustrofobico dove abitava con la madre alcolizzata e con il padre, un individuo insignificante che riparava droidi spazzini per tre dollari l’ora. Voleva andarsene via, Criss. Ma non aveva alcuna possibilità di farlo. Senza soldi non si va da nessuna parte. O no?
Voltò per un vicolo. Le mani incrostate di sporcizia e sperma secco di un barbone cercarono di afferrarlo, ma lui le schivò, aumentando il passo per non lasciarsi incatenare dalle ombre della Città Bassa. Nelle sue cuffiette pompavano i Savatage, un gruppo metal vecchissimo, archeologia in pratica. Figurarsi che per poter ascoltare le loro canzoni, Criss aveva dovuto rubare un lettore CD esposto in un museo di “Storia della Tecnologia” su a Detroit. New Detroit, per l’esattezza. Criss sorrise. Quella musica lo faceva sentire vivo e ciò era quello di cui aveva bisogno. Costantemente.

down in the dungeons
i’m locked away
suicide ride
i take everday
prisoner in hell
victim in pain
the dungeons are calling for me

Finalmente arrivò nel luogo dell’appuntamento, una delle poche stradine della città vecchia che non fossero state spazzate via dall’esplosione della bomba atomica avvenuta nel 2063 nel centro di Manhattan. Lì, messosi a sedere con aria spavalda sopra un taxi giallo che ormai era diventato un rimasuglio schifato persino dalla ruggine, attese.
Da in fondo alla strada giunsero delle voci strafottenti. Alcuni individui poco raccomandabili uscirono nella luce di un fioco lampione sanguigno e si avvicinarono.
Erano quelli della gang dei Legionari. Erano in sei: cinque bulli in canottiera nera, guidati da un uomo dall’aria feroce, una montagna di muscoli a petto nudo, col tatuaggio di un teschio chiodato che gli galleggiava all’altezza degli addominali. Portava una catena con la quale faceva sprizzare scintille dall’asfalto. Criss si alzò in piedi e andò loro incontro.
«Ehi, bamboccio! Pronto per la tua serata?»
Criss annuì. L’altro gli schiaffò un pugno all’altezza dello stomaco. Il ragazzo si accartocciò su se stesso, poi, visto che gli altri sghignazzavano, tornò in piedi cercando di non mostrare dolore.
«Seguimi.» fece il capo di Legionari. Indossava dei pantaloni attillati di pelle nera e degli stivali che sembravano gli schinieri trafugati di un’armatura medievale. Camminarono ancora per qualche metro, poi il Legionario, che si faceva chiamare Gast, indicò un palazzo.
«Ecco. Quello è il tuo obiettivo.»
Criss ammutolì. Il palazzo era gigantesco. Non era di vetro e acciaio come la quasi totalità dei grattacieli della città nuova, ma di marmo. Enormi colonne attorniavano l’entrata principale, coperta da un timpano triangolare simile a quello dei templi greci, ormai ridotti in polvere laggiù nella vecchia Europa. Nessuno dei presenti aveva la benché minima idea di cosa fosse quel posto e se qualcuno lo aveva saputo, era probabile che ormai fosse morto da tempo.
«Cosa devo fare?»
«Lì dentro ci abita un vecchio. Deve essere molto ricco visto il posto. Beh, tu ci vai dentro e ci porti i suoi soldi. E un pezzo della sua pelle. Allora sarai dei nostri.»
«Della sue p-pelle?» mormorò il ragazzo, cominciando a sudare freddo.
«Della sua pelle! Che sei, sordo? Su, non ti abbiamo mica chiesto di ucciderlo, non ti pare?»
Criss ci pensò su.
«D’accordo.» disse infine, mordendosi le labbra. I sei annuirono soddisfatti. Lo portarono sul retro dell’edificio, dove c’era una finestrella rotta e lo issarono, in modo che lui potesse infilarcisi dentro. Criss trattenne il respiro e, in un lampo, era già all’interno.
Il palazzo era buio. Criss accese l’accendino che portava sempre in tasca e lo puntò in alto. I soffitti erano a cassettoni di legno dorato. Sui muri c’erano ciclopiche finestre che facevano passare poco o niente della malata luce al neon di New Colony. Criss deglutì e continuò a procedere in quel vasto luogo. Ed ecco, una luce si palesò nell’oscurità. Silenziosamente, il ragazzo le si avvicinò.
Vide un vecchio, seduto su una poltrona, con una lampada in mezzo alle gambe e qualcosa di rettangolare in mano. Per quanto avesse cercato di arrivare di soppiatto, il vecchio sapeva benissimo che era entrato. Anzi, si può dire che lo stesse aspettando.
«Benvenuto, ragazzo mio. Io sono Mr. Gibbs. Siediti pure.»
Criss, un accendino nella mano destra, un piccolo coltello a serramanico nell’altra, cadde in ginocchio e si mise a piangere.
«Io non lo volevo fare, signore – disse fra i singhiozzi – è che sono così arrabbiato e deluso. Il mondo mi sembra ingiusto e io mi sento così debole per cambiarlo.»
«Siediti accanto a me.» ripeté Mr. Gibbs. Il ragazzo fece come gli era stato detto e, non appena il cuscino della poltrona lo accolse, la sua bocca si aprì e lui non poté più trattenere in alcun modo le parole. Raccontò di suo padre e di sua madre, di quanto si sentisse inadeguato, delle ingiustizie del mondo, della vita dura nei sobborghi di New Colony.
«Il mio sogno – raccontò al vecchio, che se ne stava concentrato ad ascoltarlo – era quello di diventare un astronauta e di viaggiare col modulo sperimentale H-9, la colonia di terraformazione diretta su Marte. Ma ho il diabete. Già, e loro vogliono soltanto uomini sani, uomini perfetti. Sono costretto a stare qui e così non riuscirò mai a farmi una nuova vita; la miseria mi tiene agganciata con le sue catene e non c’è via di scampo.»
Mr Gibbs scosse la testa.
«C’è sempre una via d’uscita. Solo che in tempi come questi, fra schermi, astronavi e intelligenze artificiali è molto difficile vederla.»
Detto questo, chiese al ragazzo di seguirlo in una sala ancora più ampia. Il buio qui era assoluto e soltanto l’accendino del ragazzo permetteva ai due di muoversi e di non finire persi per sempre in quella carcassa della vecchia civiltà. Camminarono a lungo. Ma ecco che Mr. Gibbs si fermò, proprio all’altezza di un antico mobile di legno, come un armadio, ma senza ante e decisamente più largo. Si perdeva nell’ombra in entrambe le direzioni. Mr. Gibbs si fece passare l’accendino, che usò per scrutare meglio davanti a sé. Il mobile aveva una decina di mensole, colme di strani oggetti, simili a quello che aveva in mano il vecchio quando Criss l’aveva trovato. Mr. Gibbs ne prese uno e, dopo averlo osservato a lungo, quasi venerandolo, lo passò al ragazzo. Era freddo e liscio al tatto. Criss non aveva mai visto niente del genere in vita sua, se non nelle fotografie appartenute a suo nonno o nei vecchi film che trasmettevano raramente sullo schermo. Il vecchio sorrise.
«Non serve un’astronave per viaggiare. – disse malinconicamente – Non serve denaro per cambiare la propria vita. Serve solo la cultura.»
Detto questo, indietreggiò nell’ombra e sparì. Criss, trattenendo il respiro, l’accendino come un faro a guidarlo nel labirinto dell’antico palazzo, cercò un’uscita secondaria che potesse fargli eludere la pattuglia dei Legionari. La trovò e presto fu fuori, sotto le luci artificiali di New Colony. Si infilò l’oggetto sotto la giacca e corse a casa. Sua madre era mezza svenuta sul divano, una bottiglia di rum abbandonata fra le sue mani gonfie e unte. Suo padre doveva ancora tornare. Criss risalì silenzioso in camera, chiuse la porta e accese il vecchio lampadario, che ciondolava dal soffitto come un pipistrello.
Ora che riusciva finalmente a vederci, poté studiare meglio il suo regalo.
Mr. Gibbs non aveva mentito: gli aveva davvero dato qualcosa che gli avrebbe permesso, pur restando nello stesso posto, di viaggiare, di crescere, di imparare. Qualcosa che gli avrebbe garantito di costruirsi un futuro, permettendogli di sfuggire alla morsa di una società calcolatrice e senza umanità. Criss crebbe, lottò per poter frequentare la scuola che i ragazzi della Città Alta avevano il diritto di frequentare ma che tanto snobbavano; si diplomò a pieni voti, fu ammesso all’università pubblica di New Colony e dopo nove anni divenne un avvocato rispettato da tutti. Ma nonostante tutto il suo successo, la sua fama e la sua ricchezza, portò sempre nel cuore Mr. Gibbs, che gli aveva regalato il suo primo… libro.