Lucrezia – notte di città

Una storia un po’ diversa dal solito. Una storia d’amore e di passione…

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Chiaro di luna.
Lascia che le parole sgorghino dalla tua anima, accompagnate dalla musica malinconica che riverbera nelle tue orecchie, mentre cammini lungo la strada intasata dal traffico della città, sotto lo sguardo indagatore dei fari delle automobili. Cammini lentamente, tanto non hai né meta né scopo, porti con te solo la speranza di trovare l’ispirazione, qualsiasi essa sia: il viso assorto di un passante, il contenitore di cartone proveniente da un fast-food abbandonato sul marciapiede, le lampade al neon che irradiano una bigia luminescenza sopra la vetrina opaca di una modesta lavanderia a gettoni.
In una qualsiasi altra occasione tutti questi oggetti ti avrebbero parlato, ti avrebbero comunicato qualcosa di importante così che tu, con il talento che a volte non ti rendi conto di possedere, saresti riuscito a plasmarli, a trasformarli in qualcosa d’altro: in suoni, in parole, in frasi. In una storia.
Una storia triste, una di quelle un po’ fumose, che dopo averla letta ti lascia un groppo in gola e la voglia di sputare per liberartene. Ma gli oggetti non ti parlano, questa sera. Non ti parlano nemmeno se le note di Beethoven escono dagli auricolari più potenti che mai. Di solito il tocco del maestro ti aiuta, ti dà la concentrazione per addentrarti in quelli che altrimenti sarebbero solo oggetti comuni, rifiuti senza scopo, ombre passate sulla strada. Di solito il cemento si fessura, si sgretola, ti lascia intravedere quello che si nasconde dietro, ti fa percepire la storia che vorrebbe tu raccontassi per lui. E lo stesso accade per la carta, per il marciapiede, per il cestino dell’immondizia, per ogni cosa o persona che ti passa accanto.
Ma questa volta no, tutto ti sembra così com’è, persino la musica resta solo musica, un elenco di note messe in fila ordinatamente su un rigo, semplici stanghette spezzate culminanti in un circoletto nero. Si vede che non va, forse non è una notte bella come invece lascia presagire il disco bianco che se ne sta acceso su nel cielo come l’occhio di un albino. Chiaro di luna.
Ti avvicini a una delle tante vetrine immerse nella penombra. Il vetro è grigio e confuso, come se fosse coperto dalla condensa di una nauseabonda cucina di periferia. Ti avvicini ancora, passo dopo passo, e ti specchi, ma la superficie lucida ti rimbalza via, quasi schifata, ti ficca nella retina un’ombra biancastra che è tutto tranne che l’immagine di te stesso. Dio, come sei miserabile, uomo!
Allora inizi a farti delle domande e allo stesso tempo una voce, da qualche parte dentro di te, ti risponde.
“Perché vuoi scrivere?” Per essere diverso.
“Ti credi tanto bravo?” Sono solo uno qualunque.
“E allora, caro amico mio, non vedi che sei una contraddizione ambulante, un’incoerenza che respira? Vuoi essere diverso, eppure sei uguale esattamente a tutti gli altri. Vuoi essere diverso, ma l’unica cosa che riesci a fare è vagare senza meta nella notte, solo come un cane, con la musica di un vecchio cieco morto da più di duecent’anni che ti annacqua il cervello.”
Annuisci. Come dargli torto? Quella voce che ti sminuisce, in fondo, è la voce di tutta l’umanità. È la voce della crisi, del mondo moderno, grigio e spoglio, che non ha bisogno di sogni, progetti e speranze, ma solo di palazzi di trenta piani, file e file di finestre imprigionate nel cemento, e di automobili, tante e tante automobili, macchine ottuse dal viso d’uomo, con occhi-fanali, bocche-griglie, gambe-ruote. Intestini-tubi. Cosa puoi, tu, contro quella voce?
“Tornatene a casa, continua la voce. Non troverai l’ispirazione e anche se la trovassi non otterresti nulla. Ti porterebbe successo?” No. “Ti porterebbe ricchezza?” Tuo malgrado, neghi ancora. “Che vai cercando, dunque? Tornatene a casa e seppellisciti dentro, fai come tutti gli altri, addormentati e non pensare a nulla. Tutto deve scorrere.”
Fai per girarti e seguire quanto la voce ti ha detto, quando una nuova luce si accende sulla superficie della vetrina. Non è il globo del lampione di fronte che si riflette sul vetro e neppure il fanale maligno di una Volkswagen passata a gran velocità. Più che una luce è un colore, un rosso intenso e pieno di vita. Solo allora ti accorgi che la musica nell’mp3 è cambiata. Dalla Sonata al chiaro di luna, sei passato alla Rapsodia in blu di Gershwin. Un caleidoscopio di suoni e luci si fa strada nella tua testa; l’orchestra ti rintrona l’anima, mentre il pianoforte e il clarinetto duellano a colpi di virtuosismo.
Nel frattempo la macchia rossa si sovrappone alla tua, ti risucchia e ti dona parte del suo colore fino a lasciarti frastornato. Capisci che è il riflesso di una persona esattamente dietro di te, ad un passo da te. Molto probabilmente una donna. Ne avverti distintamente il profumo, qualcosa che ti irretisce e ti terrorizza allo stesso tempo.
“Chi sei?” chiedi allora, un po’ infastidito per quella presenza inattesa. Volevi restare solo.
“Sono Lucrezia. – risponde lei – Se sei qua fuori a quest’ora, vuol dire che stavi cercando me.” Ha una voce calda, suadente, ti aspetti quasi che faccia reazione con il gelo della strada, sollevando una nube di vapore.
“Ti sbagli – ribatti – sono qui fuori per trovare l’ispirazione. Sono uno scrittore.”
Lei ride.
“Io posso darti tutto, anche l’ispirazione. Basta che mi paghi.”
Una donna della strada. Ecco chi è quella macchia rumorosa accanto a te. Ti giri e la guardi, prima solo per qualche secondo, trattenuto da un imbarazzo che ti ammutolisce, poi sempre più insistentemente, finché non riesci più a distogliere il tuo sguardo dal suo, ed è come se ci finissi dentro. Ha dei begli occhi blu. Sono così belli che guardi solo loro e non ti soffermi su come è vestita o su come non lo è, non noti neppure che porta una gonna attillata e cortissima, che le arriva appena sotto le natiche, e per questo trema di freddo da far pietà. Ti togli le cuffie, ma la musica, non sai se sia la tua immaginazione o stia accadendo davvero, continua e non si ferma.
“Mi dispiace. Non sono quel tipo d’uomo.” rispondi, ma sotto sotto non ci credi. Non ci crede neppure lei e te lo fa capire con un sorriso disincantato.
“Non ho tutto il tempo del mondo. Ce li hai ottanta euro?” chiede.
La tua mano, quasi non riesci a controllarla, scende fino alla tasca dei jeans. Apri il portafoglio e ci butti un’occhiata dentro. Corrughi la fronte.
“Ne ho solo trenta.” mormori, indeciso se essere dispiaciuto o sollevato. Sei sempre stato un tipo confuso e anche questa volta non sei da meno, soprattutto questa volta. Lei ci pensa un po’, poi fa un gesto con la mano.
“Senti, è la tua prima volta. I cinquanta euro li offre la casa.”
Non finisce nemmeno di parlare che ti agguanta, afferrandoti per il collo della camicia, e ti trascina in un vicolo umido, un budello tanto nascosto dagli occhi della gente che è come se foste in un altro mondo, un mondo tutto per voi, immerso in un silenzio che è quasi impossibile immaginare nel cuore di una metropoli. Vi spogliate e iniziate a farlo, prima lentamente, poi sempre più forte, addossati ad un muro che quasi non si riconosce più per via dei graffiti che ne ricoprono, come tanti tatuaggi, la superficie. Lucrezia ti bacia, ti accarezza. Ti fa sentire amato. Allora non pensi più a quanto il mondo sia ingiusto, il futuro traballante, la felicità inconsistente. Semplicemente chiudi gli occhi e con il viso affondato nei suoi capelli lasci che le tue paure scivolino via e si dissolvano nell’aria inquinata della città; assapori la sua pelle, le sue labbra. Le afferri i seni da sotto la maglietta, li senti vivi sotto i tuoi palmi, quasi ti sfuggono. Ed ecco che la musica raggiunge il suo culmine, così come il tuo piacere. E proprio in quell’istante le parole finalmente arrivano, in massa, come una folla vociante; sembra quasi che non se ne siano mai andate via e forse è così, sono sempre state lì con te ma avevi solo bisogno che qualcuno te le indicasse. Dopo giorni, settimane, mesi, hai di nuovo una storia da raccontare.
La musica finisce, il vostro contatto si interrompe. Lucrezia ti schiocca un bacio sulle labbra e con un ultimo sorriso sparisce, inghiottita dalle ombre della strada. Non hai neppure il tempo di dirle che, in quei pochi minuti, ti sei perdutamente innamorato di lei, che forse tornerai tutte le sere, anche solo per vederla riflettersi su una vetrina o per sentire il suo profumo da lontano senza avere il coraggio di sfiorarla con gli occhi.

E allora capisci che per quanto il mondo possa cambiare, esisterà sempre qualcosa per cui sognare, vivere o morire. Resterà sempre qualcosa di cui scrivere.

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