La leggenda di Creekwall – Seconda parte

Seconda parte de “La leggenda di Creekwall”. Vi è piaciuta la prima parte? Non dimenticatevi di commentare! Buona lettura
Alvise Brugnolo

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Per prima cosa, Ytan avrebbe superato i cinque villaggi che sorgevano nelle campagne di Creekwall, l’uno distanziato dall’altro un paio di leghe. Erano Lightgale, Firehall, Mightcastle, Modesty e Stormcrow.
Lightgale aveva le aurore più belle di tutta la regione: quando il sole sbucava dalle colline, il campanile di Lightgale, che era dorato, brillava come una stella. Da lì il nome del villaggio.
Firehall, similmente, aveva i tramonti più incantevoli che si fossero mai visti: quando il sole andava a dormire oltre le colline, i muri delle case e dei palazzi, che erano in pietra rosa di fiume, sembravano prendere fuoco per davvero. Da lì il suo nome.
Mightcastle portava i resti di una civiltà ormai scomparsa: un unico torrione pericolante che, nonostante le pietre erose alla sua base, riusciva ancora a resistere alle ingiurie del vento. Si diceva che in quella torre avesse dimorato una bellissima principessa, rinchiusasi là dentro per fuggire ad un malvagio pretendente. Si diceva anche che la sua mummia fosse ancora lì, ma, per quanto potesse sembrare strano o assurdo, la torre non aveva porte e per di più, nella parte più alta, i muri della costruzione si facevano incredibilmente lisci, vanificando qualsiasi tentativo di scalata. Mightcastle prendeva il nome proprio da quella torre.
Modesty, rispetto agli altri villaggi, non aveva nulla di straordinario o di caratteristico, tranne forse uno dei falegnami più bravi del regno: sapeva creare bellissime statue di legno partendo da un semplice tronco d’albero e la sua fantasia, si diceva, non aveva limiti. Il suo talento, comunque, non era sufficiente a rendere Modesty un luogo da ricordare. Dalla sua umiltà, Modesty traeva il suo nome.
Infine c’era Stormcrow.
Stormcrow era famosa per i suoi campi di zucche e per i suoi spaventapasseri, così realistici da sembrare vivi. Le loro teste, davvero mostruose, erano ricavate dalle zucche dell’anno prima, essiccate sopra il camino, svuotate e poi incise con un coltello. I corvi, terrorizzati da quei guardiani spettrali, non atterravano mai su Stormcrow e pertanto se ne restavano in aria, a girare in circolo sopra il villaggio. Dai corvi che volavano a spirale nei cieli tersi della campagna, Stormcrow prendeva il suo nome.
Ytan dunque si trovò a passare attraverso tutti questi villaggi. In Lightgale e Firehall venne completamente ignorato, e per questo motivo non si fermò. Comunque, visto che il suo compito lo richiedeva, domandò ai cittadini più in vista se conoscevano una soluzione alla tragedia di Creekwall. Gli risposero che no, non lo conoscevano e che anzi, loro stessi erano stati colpiti dalla maledizione dell’esercito dei Silenti. Fu così che Ytan scoprì che non solo Creekwall era stata maledetta, ma tutta l’intera regione. O quasi.
A Lightgale, Ytan acquistò una pasta alla marmellata di fichi dal panettiere che stava sulla piazza principale, mentre a Firehall, in una locanda buia e unta nascosta in un vicoletto, trangugiò una birra scura dal retrogusto di mirtillo. Dopodiché ricominciò il suo viaggio, dirigendosi verso Mightcastle.
Per prima cosa vide la torre. Era davvero spettrale con le sue guglie e le sue tegole nere e i suoi tre comignoli tozzi e contorti, che sembravano dita slogate dai ceppi di un torturatore.
A Mightcastle, comunque, non andò molto diversamente che a Lightgale o a Firehall. Nessuno parve accorgersi di Ytan e nessuno si interessò al suo viaggio. Il ragazzo domandò e non ottenne nulla di significativo. Venne soltanto a sapere che dalla torre, durante la notte, provenivano dei lamenti terribili, come un pianto, solo che pieno d’odio e rabbia e malinconia. Tuttavia, siccome accadeva tutte le notti e non soltanto in quella di capodanno, Ytan dedusse che con l’esercito dei Silenti la torre non avesse niente a che fare. Fu un piccolo errore, ma di questo non dovete preoccuparvi: Ytan aveva molti amici invisibili che lo seguivano e che avrebbero diretto i suoi passi nella giusta direzione, su questo potete esserne certi.
A Mightcastle, Ytan acquistò una striscia di carne secca, che gli diede un po’ di energia. Riposò qualche minuto su una panchina di pietra e si mise ad osservare la torre. Gli vennero i brividi, perciò, non appena le sue gambe si furono riposate abbastanza, si rialzò e continuò il suo viaggio. Era passato mezzogiorno da un pezzo e il sole stava perdendo forza; un venticello primaverile carico di buone speranze volteggiava fra le colline. Sembrava che cantasse non so quale melodia.
Finalmente, Ytan raggiunse Modesty. Non c’erano torri, né campanili, né bei castelli, e il messaggero ne fu felice: aveva bisogno di un luogo semplice dove riposare gli occhi e il cuore, un luogo che lo cullasse in un caldo abbraccio fraterno. Non a caso, non appena entrò dalla porta principale, un semplice arco di pietra sul quale cresceva un roseto molto antico, il ragazzo venne salutato con gioia da tutti gli abitanti, che gli corsero incontro, come se non lo vedessero da tanto tempo; gli chiesero se aveva riposato, se aveva mangiato, se stava bene e se si sentiva in forze. Lo ricoprirono di attenzioni sincere, di carezze e di pacche sulle spalle. Fu portato, in mezzo al furore generale, nella sala del governatore. Non era che una casupola, in verità, una casupola modesta e che tuttavia aveva una sua dignità. Il governatore era un uomo semplice, né giovane né vecchio, vestito in modo che non si distinguesse dagli altri cittadini. Ytan si sedette alla sua scrivania e iniziò a parlare. Parlarono, parlarono e parlarono, e furono interrotti solo dall’arrivo del cuoco, che portò loro spezzatino di cinghiale con contorno di patate novelle al burro, fette di pane abbrustolito con cipolle confit e budino di semolino con l’uvetta, una delle specialità locali. Finito di mangiare, ricominciarono a parlare e così Ytan scoprì che la maledizione, a Modesty, non era mai arrivata.
«Per quale motivo?» domandò, speranzoso che il suo viaggio potesse finire così presto. Ma il governatore, dispiaciutissimo, gli disse che non sapeva bene il perché. Questo era quanto. Finirono il budino, dopodiché Ytan decise che era ora di andare. Strinse la mano al governatore e raggiunse la via principale. Gli abitanti lo salutavano dalle finestre della case, agitando fazzoletti e lanciandogli petali di rosa. Qualcuno suonava tristi note con un mandolino, altri con un violino, altri ancora con un fagotto.
Ytan camminava piano e spesso si voltava indietro; era deluso, ma allo stesso tempo felice di essere stato accolto con così tanta bontà. Salutò tutti quanti con un gesto della mano, mentre un bel sorriso si faceva largo sul suo viso magro e gentile. Uscì dalle porte della città a metà pomeriggio, mentre il sole cominciava a scendere verso le colline come una palla diretta verso il suolo, e si incamminò verso Stormcrow, l’ultimo villaggio prima dei confini del regno.
Il suo viaggio, però, fu interrotto da un evento inatteso.
Aveva appena raggiunto le indicazioni per raggiungere Stormcrow (un palo con una freccia di legno che indicava la direzione da seguire), quando udì un lamento salire da un fossato.
Che sarà mai? pensò il ragazzo, avvicinandosi circospetto. Si sporse, stando ben attento a non scivolare sul fango che si trovava ai lati nel sentiero. E lì, nell’acqua stagnante e profonda del fosso, vide che c’era una giovane donna, che stava rischiando di annegare. Era bellissima, con capelli color del fuoco e occhi come di cristallo. Accanto a lei, in bilico su un masso, c’era uno spiritello dell’acqua. Aveva la pelle verdastra, coperta di foruncoli e bolle. Sembrava un rospo, solo che aveva il viso di un neonato e un paio di occhietti malvagi e cisposi. Sulla sommità della testa aveva un bocca piccola e storta, attraverso la quale si intravvedevano dei denti gialli e aguzzi; lo spiritello li digrignava con odio, producendo un rumore davvero sinistro e raccapricciante.
«Aiuto!» gridava la ragazza, cercando di aggrapparsi al masso, ma il mostriciattolo, puntualmente, le schiacciava le dita con le sue zampacce da rana, costringendola a lasciare la presa e a finire di nuovo sott’acqua. Ancora qualche minuto e la giovane sarebbe annegata in quel rigagnolo sporco e fangoso.
Ytan non perse tempo: sapeva esattamente come comportarsi con uno spiritello del fiume. Suo padre gli raccontava sempre che quei dispettosi e malevoli abitanti delle acque temevano più di ogni altra cosa il fuoco: se si seccavano troppo, infatti, evaporavano come neve al sole.
Accadde tutto in un attimo: estratto l’acciarino dalla sua bisaccia, Ytan lo usò per appiccare il fuoco ad un ramoscello appuntito. Dopodiché, vibrando il ramo come una lancia, punzecchiò lo spiritello sulla schiena.
Quest’ultimo, strillando come un porcello, digrignò i denti e si tuffò nell’acqua, sparendo in un guizzo di bolle. Così la ragazza poté avvinghiarsi al masso e, usandolo come un appiglio, lanciarsi verso la riva. Ytan la aiutò a salire.
«Grazie, straniero. Mi hai salvata!» mormorò la ragazza, tutta tremante per la paura e per il freddo. In quel mentre una vocetta stridula salì dal rigagnolo. Era lo spiritello.
«Inutile messaggero! Il tuo viaggio è destinato all’insuccesso. Più avanti ti aspetta l’oscurità. Ti inghiottirà e sputerà le tue ossa!» detto questo, dopo una risata lugubre e oscura, l’essere si inabissò nel rigagnolo e sparì. Ytan corrugò la fronte. Che cosa intendeva dire quel maledetto diavolo? Un brivido freddo gli scese lungo la schiena: era il fiato della paura. Ma ecco che la ragazza gli si avvicinò:
«Non preoccuparti, messaggero.» mormorò, con voce soave e cristallina.
«Tu sai chi sono?» domandò incredulo il ragazzo.
«Sì, e so quali pericoli ti troverai ad affrontare. Non avere paura: riuscirai nell’impresa, ma solo se terrai gli occhi ben aperti e non ti farai ingannare dalle astuzie del male. E, nel momento in cui tutto sarà buio e il sole sembrerà non essere mai esistito, ricordati che ti ho dato questo…» detto questo, dopo aver frugato nelle sue vesti bagnate e sporche di fango, la fanciulla estrasse una piccola scultura di legno, raffigurante un sole, e la depose nelle mani insicure di Ytan. Lui la osservò con attenzione. Era solo una scultura, ben fatta, questo sì, ma niente di più.
«Ti ringrazio per questo… dono.» mormorò il ragazzo, sempre più annichilito dalla bellezza di colei che gli stava davanti. «Ma tu chi sei?»
«Sono Igreine, la moglie dello scultore di Modesty.» esclamò la fanciulla e, dopo aver chinato la testa in segno di rispetto, voltò le spalle a Ytan e si incamminò lungo la via per il villaggio di Modesty.
Il messaggero, con il cuore in tumulto, prese la strada opposta, quella che portava a Stormcrow.
Il sole, nel frattempo, era sempre più basso e morente.
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3 pensieri su “La leggenda di Creekwall – Seconda parte

  1. … E commento pure qua! 😉 troppo bella questa seconda parte … ambientazione meravigliosa, descrizioni bellissime … trama grandiosa (proprio come piace a me) complimenti davvero! spero in una terza parte … 🙂 e magari anche quarta …

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