La leggenda di Creekwall – Quarta parte

Ecco a voi la quarta parte della leggenda di Creekwall! Buona lettura e buone feste!

La leggenda di Creekwall – quarta parte – 20lines

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Dopo tre giorni di cammino, Ytan raggiunse le steppe di Xunomor, vaste e vaste pianure dove non crescevano alberi ma solo un mare d’erba verde, intervallato ad ampi spiazzi di nuda terra. C’erano silenzi sovrumani, in quel territorio, e gli unici uomini che Ytan incontrò erano i venditori itineranti, coi loro carretti trainati da vecchie giumente e pigri bardotti. Il messaggero avrebbe comprato volentieri qualcosa da mangiare da loro, ma non sapeva se i soldi nella sua bisaccia sarebbero bastati fino alla conclusione del suo viaggio. La sua era stata una partenza improvvisa, considerò, improvvisa e alquanto incosciente. Non era pronto, ma forse non si poteva mai essere pronti per una missione del genere.
Camminò intensamente per quasi una settimana, finché raggiunse Teuton, la città nella steppa: un imponente fortilizio in legno e pietra di fiume, con le tipiche case degli abitanti del nord, dai tetti bombati che assomigliavano a imbarcazioni rovesciate. Era una città semplice, abitata da gente semplice: pastori, fabbri e taglialegna. Nell’aria, un odore pungente di abete, acciaio bollente e carne alla brace.
Il messaggero venne accolto con calore e fu subito ricevuto da Vik il Buono, il re che aveva portato la pace tra i Teutongar e i giganti bianchi che vivevano sui crinali della montagne di Keltar. Vik ascoltò la storia del messaggero, e lui gli raccontò della pericolosa missione che gli era stata affidata, della lotta con la strega della torre e della terribile maledizione che gravava sulla sua città e i suoi regni vicini. Al termine, il buon sovrano gli offrì una stanza nel palazzo e un bagno caldo, che Ytan non rifiutò. Dopo essersi riposato, il ragazzo cenò insieme ai consiglieri nella Sala della Caccia, tra fiumi di birra, cosce di montone e funghi immersi in latte cagliato di renna.
A Teuton, Ytan si rifocillò e venne omaggiato con provviste e con il necessario per il prosieguo del suo viaggio, ma non ebbe alcuna informazione utile riguardo alla maledizione che affliggeva Creekwall, Lightgale, Firehall e Mightcastle. Tanto più che a Teuton, come a Modesty, l’esercito dei Silenti non si era mai fatto vedere. Così, all’alba del quarto giorno, ripartì ancora.
Si inoltrò per un sentierino che portava alle montagne, stretto in una calda pelliccia di renna comprata in una bancherella a Teuton. La neve era alta, gli arrivava quasi alla cintola. Non si sentiva quasi più i piedi e le mani, e sottili tagli gli laceravano il viso. Il vento lo scuoteva a sinistra e a destra, rischiando di farlo precipitare nei burroni e nei crepacci che ogni tanto si aprivano nella neve come bocche affamate. Nonostante tutto, dopo due giorni di marcia ininterrotta nella neve, Ytan si lasciò le montagne di Keltar alle spalle e, incolume, proseguì a ovest, spostandosi di poco verso sud.
Si trovò a passare in un territorio monotono, una landa erbosa color della cenere, dove crescevano cardi dalla tonalità sanguigna. Spirava un vento carico di oscuri presagi in quelle terre e per questo, quando sopraggiungeva la notte, Ytan si nascondeva nelle caverne o nelle tane lasciate libere dai cani randagi, e ripartiva solo quando il sole, facendo capolino all’orizzonte, zittiva gli angoscianti e malevoli rumori notturni.
Una notte di veglia, Ytan udì un frastuono infernale provenire dal cielo; si sporse oltre l’apertura del suo nascondiglio e fece in tempo a cogliere un guizzo infuocato tra le nubi nere: erano i cavalieri dei Silenti, che galoppavano furiosi in cerca di esseri viventi. Ytan si rannicchiò nella tana e chiuse gli occhi, finché il nitrito selvaggio e non-umano dei cavalli e dei loro cavalieri si estinse completamente; attese il sorgere del sole e ripartì, cercando di lasciare i brutti sogni in quel buco scavato nella terra.
Fu così che, ai primi giorni di maggio, il messaggero raggiunse finalmente la foresta di Kalimdar, il reame degli elfi. Ytan sapeva poco degli elfi e tutte le sue informazioni derivavano dalle leggende o dai resoconti dei fortunati viaggiatori che erano riusciti a passare incolumi nelle loro terre. Ytan sapeva che erano gente fiera, gelosa della propria tradizione. Sapeva che oltre un secolo prima erano scesi in guerra contro il regno di Tinsul, che avevano cercato di espugnare Solivann, la fortezza nella montagna, ma che avevano perso, e di questo non amavano parlare. Sapeva anche che erano immortali, ma che potevano comunque essere uccisi.
Ytan dunque raggiunse il limitare della foresta; in corrispondenza di un enorme sentiero, anzi una strada, che si inoltrava nel folto degli alberi, era stato eretto un possente cancello d’oro, presieduto ai lati da due statue gigantesche, così ben realizzate che sembravano respirare e scrutare. Erano Syman e Rilek, gli dèi che secondo i miti avevano creato, all’alba dei tempi, gli elfi.
Il cancello, nonostante fosse chiuso con un lucchetto incantato, aveva delle sbarre piuttosto distanziate tra loro e così il messaggero, anche se con un po’ di difficoltà, riuscì a passarci attraverso. Per una volta nella sua vita, fu entusiasta di essere così magro. Si inoltrò nel bosco, chiedendosi dove fossero i soldati a guardia del cancello. Come gli aveva suggerito il signore di Stormcrow, indossò il sole di Igreine in bella vista, al centro del petto.
L’aveva appena fatto, quando alcuni arbusti al lato del sentiero si spostarono e ne uscirono fuori dodici elfi: erano soldati vestiti con leggere armature di cuoio; non portavano elmi ma strisce di stoffa o coroncine di legno e d’argento. Avevano tutti e dodici un arco teso e una freccia incoccata.
«Come osi, straniero, oltrepassare il cancello di Syman e Rilek! Gli ordini sono di uccidere seduta stante chiunque si permetta di…» il soldato che aveva parlato si zittì non appena notò l’amuleto che Ytan sfoggiava sopra i vestiti.
«Dove lo hai preso, quello? È il simbolo della casata degli Urundar!»
«Mi fu donato da una donna, Igreine.» rispose il ragazzo. Gli elfi si guardarono a lungo tra loro, sui loro volti esili un’espressione di sorpresa e sgomento.
«Igreine? Allora non fu una… donna a donartelo, viaggiatore, ma la regina scomparsa degli elfi, l’ultima discendente degli Urundar che lasciò queste terre un secolo fa, quando Seretìl prese il potere.»
«Seretìl?» domandò Ytan.
«L’attuale re degli elfi. Sarà lui a giudicarti. E tu dovrai rispondere per quel sole.»
Detto questo, i dodici afferrarono il ragazzo e lo trascinarono per tutta la foresta. Con grande sorpresa di Ytan, gli alberi man mano si fecero più radi, finché, al centro del bosco, dove sorgeva la città degli elfi, scomparvero del tutto. Guardandosi attorno, il ragazzo notò che erano stati tagliati da lungo tempo, da almeno cinquant’anni. Si stupì non poco, perché aveva sempre sentito che gli elfi avevano un legame speciale con gli alberi e mai e poi mai li avrebbero tagliati indiscriminatamente, solo per costruire palazzi e castelli nel cuore della foresta. Ma così era e allora Ytan cominciò a capire come mai Igreine, l’ultima degli Urundar, avesse deciso di fuggire e nascondersi tra gli umani, lontano dalla foresta che gli elfi avevano tradito.
Seretìl li attendeva in un palazzo sontuoso, costruito con legno, marmo e oro. E anche qui le leggende discordavano: gli elfi avevano sempre costruito sugli alberi le loro case, tra le fronde delle piante più antiche e possenti. Adesso invece sorgevano sulla nuda terra, come le città umane. E, esattamente come le città umane, anche quella degli elfi mostrava in modo lampante le differenze sociali dei suoi abitanti: c’erano case più piccole e più modeste, altre ancora più miserevoli, mentre altre erano così grandi e dorate che abbacinavano gli occhi. E anche questo era strano, perché Ytan aveva sempre sentito dire che tra elfo ed elfo non c’erano differenze di ceto o di importanza. Anche il re stesso, in fondo, veniva eletto come guida dall’assemblea dei cittadini. Come mai ora era tutto così cambiato?
Seretìl era esattamente come Ytan se lo era immaginato: alto e orgoglioso, con lunghi capelli color miele e un viso affilato, come una punta di freccia. Lo attendeva al culmine di una scalinata, assiso sopra un trono di pietra abbellito da smeraldi e zaffiri. I suoi occhi dardeggiavano fuoco e per un istante, Ytan rivide in quegli occhi gli zoccoli infuocati dei cavalli non-morti.
«Dove, dove hai preso quel SOLE?» ruggì il re, facendo scuotere le cime degli alberi e fuggire uno stuolo di corvi terrorizzati.
«Mi fu donato da Igreine, regina degli elfi.» rispose Ytan fieramente, cercando di non mostrare la sua paura. Non appena udì quel nome, Seretìl si abbandonò senza forze sui cuscini di broccato.
«Igreine – mormorò – la mia amata moglie scomparsa…»
«Moglie?» domandò il ragazzo, incredulo. Gli occhi di Seretìl dardeggiarono.
«Sono io che pongo le domande qui, mortale! Sì, io fui il secondo marito di Igreine. Dopo la morte di Kaladrim, ucciso nella guerra contro Solivann, Igreine sposò ME! Ma non era felice, oh no. Lei non….capiva! Avevamo perso contro gli umani perché eravamo un popolo debole, dovevamo far qualcosa per rafforzarci. E la soluzione era qui, attorno a noi – e il re indicò gli alberi – Prendevamo dalla natura solo lo stretto necessario, vivevamo fra gli alberi come scimmie… Disgustoso! Ma io avevo altre idee e il popolo le appoggiò. Dovevamo usare la natura per diventare forti come eravamo un tempo, elevare la razza degli elfi sopra tutte le altre! Da lunghi anni, nel cuore della foresta, costruiamo armi per invadere i territori degli uomini: baliste, catapulte, trabucchi… Scaviamo nel suolo della foresta, giù, nelle viscere della terra, in cerca di metalli per costruire più spade e lance ed elmi, e quando saremo pronti vi invaderemo e vi piegheremo! – il re sospirò – ma Igreine non lo voleva. Una notte partì di nascosto e da quel giorno non ho più sue notizie. Ma ora TU mi dirai dove si trova! Dimmelo!»
Ytan scosse la testa con veemenza.
«Non te lo dirò. Sei un tiranno, Seretìl, e il tuo odio ha mutato gli elfi in mercenari assetati di vendetta. Morirò, piuttosto che rivelarti dove si trova Igreine né ti dirò che cosa mi ha portato qui, nel reame degli elfi.»
«Allora morirai. Portelo nelle prigioni e, se fra una settimana non avrà confessato, lo appenderemo nella pubblica piazza!»
Immediatamente, Ytan fu sollevato dalle guardie e trascinato via dalla sala del trono. Gli occhi del tiranno non lo lasciarono mai e il ragazzo vi vide così tanto odio e malvagità e sete di potere, che si domandò se Seretìl non fosse caduto preda di un incantesimo ordito dalle forze del male, un incantesimo che prendeva forza dal cuore nero e pulsante dei Silenti.
Fu rinchiuso in una cella scavata nel profondo della roccia. Era così bassa che il ragazzo poteva stare soltanto disteso e tra la sua fronte e il soffitto c’erano solo due spanne. Ytan scoppiò in lacrime. Era così che doveva andare? Aveva dunque fallito? Sarebbe stato ucciso per la sete di vendetta di un popolo senza più valori? I regni degli uomini sarebbero stati spazzati via? Senza risposte, il ragazzo alla fine si addormentò e passò la sua prima notte da prigioniero.
Una notte cupa era scesa sulla foresta Kalimdar.

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