Windsmouth – parte prima

Molto presto la prua della Blue dolphin uscì dalla nebbia e davanti ai coniugi Melville si palesò una piccola isola verde, sulle cui rive sorgeva un villaggio che sfavillava sotto un fioco raggio di sole. Erano arrivati a Windsmouth.
 

 
I coniugi Melville avevano scelto di trascorrere la loro breve vacanza a bordo del Blue dolphin, un piccolo veliero con il quale erano salpati da Dover alle prime luci dell’alba, le vele gonfiate da un vento marzolino, lo scafo blu elettrico pronto a farsi strada attraverso il costante sciabordio delle onde. Mentre il vento muoveva i loro capelli color grano e la chiglia dell’imbarcazione sfiorava di poco la candida roccia delle scogliere, i coniugi Melville si erano guardati e avevano sorriso, convinti che grazie a quella vacanza molte cose sarebbero cambiate.
Quella di imbarcarsi era stata una scelta di comune accordo, l’unica, forse, che avessero mai compiuto durante il loro matrimonio, dove per matrimonio si intende il lento caracollare di dieci anni, metà dei quali trascorsi a litigare su quello che era il tema caldo del loro essere coppia, il nucleo di tutte le loro incomprensioni: avere figli o meno. Ed effettivamente era proprio quello il motivo per cui si erano convinti a salire a bordo, anche se ognuno, da bravo coniuge qual era, aveva una finalità diversa, nascosta dietro sorrisi artefatti e gesti all’apparenza affettuosi. Inutile specificare che si trattava di due finalità esattamente all’opposto, due punti di vista così lontani da costituire un labirinto senza via d’uscita: Selena Melville era convinta che una settimana di puro relax fosse l’ideale per convincere quella testa vuota del marito che avere figli era il fine ultimo di un matrimonio che poteva definirsi perfettamente riuscito. Dal canto suo, Igor Melville, rinomato medico chirurgo specialista in odontostomatologia, pensava che una settimana di sano sesso praticato sui sedili in pelle della cabina sarebbe bastata a scacciare dalla mente perversa della moglie qualsiasi fissazione sull’avere gnaulanti quadrupedi in giro per casa. Lui, figli, non ne aveva mai voluti, soltanto che si era ben guardato dal riferirlo alla moglie, per paura che lei lo abbandonasse come un fesso a pochi giorni dall’altare. E a quei tempi, Igor Melville era terrorizzato dall’idea di rimanere solo, solo con tutte le sue egocentriche esigenze e coi suoi complessi da analista. Ora invece l’idea di non aver mai accennato alla moglie quel suo odio viscerale per i neonati era il suo più grande rimpianto: almeno si sarebbe risparmiato centoventi mesi di continui alterchi, per non parlare dei lunghi periodi di astinenza dal sesso, l’unica vera arma di ricatto su cui Selena potesse contare e di cui, manco a dirlo, abusava a dismisura.
A complicare le cose c’era il fatto che Selena era una bella donna, senza se e senza ma. Non era una di quelle donne perfette da rivista o da passerella, ma di certo aveva molte frecce al suo arco, e quando lei e Igor si facevano vedere alle feste, ai matrimoni o alle inaugurazioni, era scontato che tutti gli occhi dei presenti venissero accalappiati dalle sue curve sode e dalla sua scollatura, studiata apposta per mostrare tutto e allo stesso tempo niente. Pur avendo trentacinque anni, quell’età di mezzo in cui ci si deve rendere ancora conto di essere usciti da tempo dal campo semantico della giovinezza, Selena aveva un portamento da ingenua studentessa universitaria: portava pettinature moderne, coi capelli lunghi solo da un lato, sfoggiava un trucco pesante e che però riusciva a non essere mai volgare; indossava completini corti che le mettevano in mostra le gambe sode e filiformi, che di certo una gravidanza, per quanto potesse essere senza complicazioni, avrebbe irrimediabilmente rovinato (era questo l’argomento principale di Igor e la fonte massima di ogni sua preoccupazione).
Ma sarebbe ingiusto tacere le qualità del signor Melville. Era anche lui un bell’uomo: massiccio, aitante, con la carnagione color miele quando si faceva estate, Igor era un individuo in grado di comportarsi adeguatamente agli occhi della società, anche se era una società che in fondo odiava con tutto il suo cuore. Era questo il vero motivo che l’aveva spinto ad optare per una vacanza diversa dal solito: stanco del suo freddo appartamento al centro, della sua automobile da corsa, di tutte le feste chiassose organizzate dai suoi amici altolocati, Igor Melville aveva capito che soltanto il mare, un’infinita distesa d’acqua, avrebbe potuto, con la sua semplicità, lenire gli occhi di chi era abituato a vedere troppe cose attorno a sé. Nel mare c’erano solo due cose: acqua e vento. Semmai la nebbia, un velo grigio che era ancora più gradito a chi desiderava una vacanza che avesse luogo in un mondo all’apparenza differente, separato da tutto il resto; un mondo che portasse con sé il gusto dolce ed esotico dell’inconsueto.
Era per questo che Igor Melville sorrideva beato, mentre il sole si rifletteva sul vetro nero dei suoi occhiali firmati; non pensava affatto alla moglie e ai litigi che si portava dietro, almeno finché non se la vide comparire sul ponte, inguainata in un costume da bagno così succinto che era come se non lo indossasse affatto.
«Sei uno schianto, pupa.» mormorò l’uomo, sollevandosi gli occhiali in modo da poter osservare Selena al suo colore naturale, un rosa chiaro che sapeva farti sballare.
«Anche tu non sei malaccio, signor Melville.» scherzò lei, agitando le natiche in modo civettuolo.
Sorrisero entrambi, il cervello di ognuno rischiarato da propositi opposti, finalizzati al loro rispettivo ed egoistico quieto vivere. Il Blue dolphin sfrecciava con leggiadria sul mare azzurro, suscitando bianchi spruzzi d’acqua che si abbattevano con uno scroscio sulle paratie lignee dell’imbarcazione. Quando le scogliere di Dover diventarono poco più di una striscia bianca alla loro spalle, Igor attirò l’attenzione della moglie con un fischio.
«Ehi, vieni qui. – le propose –Ti faccio usare il timone.»
Selena emise una risata strozzata.
«Stai scherzando, vero? La navigazione è una cosa da uomini.»
«Non dire sciocchezze.» sbottò Igor, non potendo fare a meno di pensare che erano altre le cose che spettavano solo agli uomini. Selena si avvicinò con titubanza, le guance lisce punteggiate da un lieve colore rosato. I suoi piedi nudi snelli, perfetti, producevano un suono sensuale al contatto con il legno bagnato del ponte.
«Ecco brava, così.» sussurrò l’uomo, dopo aver lasciato che le mani affusolate della moglie aderissero lentamente all’acciaio del timone a ruota. Selena rabbrividì al contatto con la sua superficie fredda e non poté fare a meno di arrossire, cosa che accadeva puntualmente quando doveva fare una cosa nuova o una cosa che odiava con tutte le sue forze.
«E adesso che devo fare?»
«Niente, lascia fare a me.» rispose Igor, mentre con mano sicura scioglieva il nodo del costume della moglie. Il seno di Selena, inturgidito dall’aria di mare, fece salire la pressione nella testa dell’uomo, mentre una vampata di calore trasformava il suo corpo prestante in una tanica di benzina pronta ad esplodere.
«Che cosa stai facendo, Igor?»
Lui non rispose. Una mano saettante si fece strada fra le cosce della donna, dirigendosi verso le sue parti intime bagnate di desiderio. Ecco brava, così. L’ego di Igor andò in frantumi quando la mano di Selena pose fine con prepotenza alle sue richieste.
«Che cosa c’è che non va, ora?» rumoreggiò l’uomo.
«Non mi va.» rispose lei semplicemente.
«Non ti va? Da quant’è che non ti va? Giorni, settimane, mesi? Credi forse che non tenga il conto? Oggi fanno ventun giorni, fra poco potremo festeggiare un nuovo mesiversario, amore
«Come sei… bestia! – gridò lei – Anzi, magari tu fossi bestia, almeno…»
«Almeno ti ingraviderei come una cagna in calore, è questo che volevi dire?»
Le narici di Selena fremettero e Igor quasi si aspettò di essere incenerito da un fiotto di odio, trasformato, per una qualche magia femminile, nell’alito incandescente di un drago.
«Io non sono una cagna, tanto meno la tua!»
«Su questo non ci sono dubbi.» ironizzò Igor, consapevole del flusso acido che si era messo a stuzzicargli lo stomaco.
La verità era che Igor amava quella selvaggia donna bionda, anche se spesso la rabbia gli impediva di vedere chiaramente ciò che provava e a volte gli metteva in bocca parole non sue. La amava, ma c’era una parte in lui che si opponeva al fatto di essere messo in secondo piano. Era questo che accadeva quando si diventava padre, no? Un ridicolo uomo in miniatura subentrava, ti scalzava via dal tuo posto d’onore e te lo fotteva. Diavolo, proprio no! Le cose andavano bene anche così, si ritrovò a riflettere Igor, che senso aveva avere dei figli? Se quello di diventare madre era l’unico desiderio di Selena, desiderio per il quale molto probabilmente avrebbero finito per separarsi, divorziare, o peggio ammazzarsi, significava che in fondo sua moglie non lo amava così come invece aveva giurato in più e più occasioni. Avrebbe dovuto amarlo comunque, anche se fossero restati soli per sempre. E invece no, perché per Selena era più importante avere fra le braccia uno stupido monello piagnucoloso. Ecco, era questo ciò che Igor pensava, e in quel momento, su quella barca, l’uomo si sentì particolarmente solo, più solo che se si fosse ritrovatosingle in un monolocale di tre metri per quattro, di fronte ad un rettangolino di pizza al formaggio e con una birra ghiacciata nella mano sinistra. Alzò gli occhi verso il viso della moglie e poi li abbassò, ingordo di piacere. Selena si accorse solo in quel momento di avere ancora il seno in bella vista e arrossì, di rabbia questa volta.
«Lo sapevo che non avremmo concluso niente con questa vacanza. Mi sono illusa, cretina che sono.» sibilò, mentre si riallacciava il costume irrimediabilmente bagnato. Igor scosse la testa con veemenza, facendo sì che gli occhiali, che aveva parcheggiato momentaneamente al di sopra della sua fronte spaziosa, gli tornassero perfettamente in bilico sul naso. Appena le lenti coprirono le sue iridi marrone scuro, Igor si accorse che la luce del sole era improvvisamente sparita. Alzò gli occhi al cielo. L’azzurro della mattinata si era improvvisamente incupito. Grosse nuvole scure si andavano addensando sulla linea dell’orizzonte e il vento, fino allora dolce e gentile, aveva cambiato carattere. Era diventato un dannato urlatore e si insinuava fra le vele bianche del Blue dolphin con la stessa rudezza con cui Igor aveva agguantato poco prima le parti intime della moglie.
«Un’idea doppiamente di merda.» commentò Selena, fissando anche lei le nuvole gonfie con i suoi occhi chiari, quasi di ghiaccio. Arrossì, non perché amasse il vento o perché lo odiasse, ma perché ne ebbe di colpo paura.
«È solo un po’ di vento, passerà in un battibaleno.» berciò Igor a labbra strette, mentre si accendeva una sigaretta nella speranza che un po’ di tabacco lo facesse uscire dal vortice di nervosismo in cui il battibecco con la moglie lo aveva gettato. E invece Igor aveva preso un granchio: il vento non aveva alcuna intenzione di smettere. Si trasformò nel giro di pochi minuti in una tempesta, fottendosene di quelle che erano le previsioni della giornata, che sarebbe dovuta essere ventosa ma soleggiata fino all’ottundimento dei sensi. La chiglia iniziò ad andare su e giù, costringendo marito e moglie ad attaccarsi saldamente alle parti dell’imbarcazione, Igor al timone, Selena alla maniglia della cabina. Era come trovarsi in groppa ad un cavallo imbizzarrito lanciato in una corsa senza fine, ed entrambi sapevano che, se fossero caduti fra quelle onde viola ingigantite dal vento, le possibilità di sopravvivere sarebbero state affidate ad un salvagente a ciambella dall’aria ridicola, segno che quelli del noleggio barche avevano voluto risparmiare in ogni modo possibile (come se non bastasse il prezzo folle di affitto per quella bagnarola blu dal nome dozzinale).
Ad un tratto, un’ombra si fece avanti dal mare: un’onda anomala, affilata come una guglia e diretta perpendicolarmente verso lo scafo della loro imbarcazione.
Dio mio no! pensò Selena, immaginando già il gusto amaro dell’acqua marina inondarle la gola, arrivarle ai polmoni, riempirli fino all’orlo e poi farglieli esplodere. Non può finire così.
Igor strinse i denti e virò a dritta, consapevole che solo sfidando quella figlia del mare faccia a faccia avrebbero potuto salvarsi. L’uomo e il mare si incontrarono, si fusero assieme, la chiglia si inerpicò a fatica sul muro d’acqua, mentre gocce salate inondavano le membra tese dei coniugi Melville. Ce la devi fare, cazzo, ce la devi fare! Per qualche istante il mondo si inclinò dalla parte sbagliata, all’indietro, poi il Blue dolphin, proprio come un vero tursiope, balzò sull’onda in una sorta di volo magico e ricadde incolume dall’altra parte del mare.
La chiglia atterrò con uno scroscio sulla superficie grigio piombo del mare, suscitando una cascata d’acqua gelida che risuonò come una frusta. L’imbarcazione ondeggiò a destra e a sinistra, ma non si rovesciò. Selena, portandosi una mano alla bocca, scoppiò in pianto, le lacrime confuse con le gocce d’acqua che il vento aveva portato con violenza sull’imbarcazione. Siamo vivi! fu il pensiero che le si formò, nitido, nella mente.
Igor si voltò, tremando, e si mise ad urlare come un forsennato vedendo che l’onda, ormai alle loro spalle, si era sfogata sul mare inchiostro, ritornando ad essere semplice acqua piatta. Il pericolo era momentaneamente passato, anche se il vento continuava a scuotere la barca e a trascinarla dove voleva, così che governarla era praticamente impossibile. Selena cercò di avanzare verso il timone, desiderosa di baciare il marito e sedare le proprie paure attraverso il suo abbraccio, l’unica cosa che in quel momento potesse calmarla, se si escludeva una dose da cavallo di barbiturici.
«Dove siamo, Igor?» chiese, sull’orlo di scoppiare nuovamente in pianto.
«Non lo so. La bussola è impazzita!»
«COSA?»
Selena si avvicinò e vide che l’ago dello strumento continuava a volteggiare senza senso dentro la sfera del quadrante. Era un segno inquietante, in grado di sconvolgere le loro anime già atterrite dalla voce del mare.
«Com’è possibile?»
«Qualche fenomeno magnetico, forse… Che ne so io? So governare una barca, ma non sono certo Cristoforo Colombo.»
Il vento, nel frattempo, aveva perso potenza e le onde del mare si erano calmate. Era scesa tuttavia una nebbiolina di un colore azzurro sporco, tendente al grigio. La visibilità, in quella coltre soffocante, era praticamente ridotta a zero. Anche se la tempesta era passata, la prospettiva di schiantarsi contro uno scoglio invisibile non era affatto tranquillizzante. Sia Igor che Selena ammutolirono, le orecchie tese a captare qualsiasi suono utile, fosse il grido di un gabbiano o la sirena di un’altra imbarcazione nei paraggi.
«Guarda. C’è un’isola laggiù!» gridò ad un tratto la donna, indicando un punto di fronte a loro. C’era davvero un lembo di terra, adagiato mollemente all’orizzonte, appena visibile oltre il sudario amaro della nebbia.
«Non può essere l’isola di Wight – rifletté Igor – Non credo ci siamo spinti così distante in così poco tempo.»
«Che cosa te ne importa di che isola è? – sbottò Selena – purché ci sia un po’ di terra da calpestare dopo tutto questo mare del cavolo dannata io che ti ascolto sempre la prossima volta ricordami di mandarti al diavolo se mi vieni fuori con le tue idee bislacche di prendere una barca invece di andarcene come al solito alle Bahamas che a me piace la sabbia il sole i cocktail non so perché ti ho detto di sì io non volevo noleggiare questa bagnarola del cazzo mi fanno schifo le barche a vela e poi non parliamo di come …»
Igor sospirò, entrando in modalità standby, la sua àncora di salvezza quando Selena era in vena di piantar grane, e diresse la Blue dolphin verso la sagoma scura dell’isola. Non si accorse che il vento spirava in modo strano, attirando la nave piuttosto che accompagnarla con il suo soffio.
Molto presto la prua della Blue dolphin uscì dalla nebbia e davanti ai coniugi Melville si palesò una piccola isola verde, sulle cui rive sorgeva un villaggio che sfavillava sotto un fioco raggio di sole. Erano arrivati a Windsmouth.
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