Windsmouth – quarta parte

Igor e Selena si guardarono fissamente, in silenzio; poi, mano nella mano, raggiunsero il gigantesco portale. Entrarono, circondati da un silenzio sempre più potente, qualcosa che era possibile solo in un luogo di culto dimenticato dal tempo e da quasi tutto il resto del mondo. Scesero una lunga scalinata che si inabissava nell’oscurità, e l’umidità che traspirava dai muri era tale che la speranza di entrambi fu come se annegasse, trascinata verso fondali tenebrosi senza alcuna possibilità di riemergere.

Windsmouth – quarta parte – 20lines

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La colazione, la mattina dopo, fu un vero trauma. Selena non aveva dormito tutta la notte e i suoi occhi erano contornati da un viola che ricordava il colore del mare in tempesta. La locanda era inondata dal pallido sole mattutino, una luce fredda, in grado di far rabbrividire chiunque, eccetto chi viveva lì da sempre e si presentava puntuale, ogni mattina, al proprio tavolo.
Igor si guardava attorno confusamente. L’affabilità degli abitanti di Windsmouth era sconcertante. Non sembravano affatto colpiti dal fatto che i coniugi Melville avessero cercato di scappare, per giunta appiccando un incendio alla loro amata e incontaminata isola. Fu lì che Igor si rese davvero conto che i cittadini, Ian Stone primo fra tutti, non erano umani. O almeno non lo erano pienamente.
«Siamo prigionieri.» esclamò di punto in bianco Selena. Igor mandò giù una sorsata di caffè nero bollente, col rischio di bruciarsi la gola e lo stomaco. Tossì.
«No, amore mio. Non siamo affatto prigionieri. Siamo solo bloccati per via del vento e della nebbia. Non c’è niente che non vada…» ribatté, cercando di convincere anche se stesso. Per quanto si sforzasse non ci riuscì.
«Certo che lo siamo, Igor! O ti sei dimenticato quello che è successo ieri sera?» sussurrò la donna, faticando a mantenersi calma. Igor non ci provò neppure: si alzò in piedi, rovesciandosi la colazione sui pantaloni. Jim, il cuoco, li guardò in tralice, l’espressione fissa e immutabile, quasi non li considerasse persone vere, ma sbuffi di fumo, immagini fugaci fatte di nebbia e perciò destinate a sparire da un momento all’altro.
«Non ho dimenticato, solo che… Ci deve essere una spiegazione razion…»
«Oh, tu e le tue spiegazioni razionali! – lo interruppe Selena, i capelli scarmigliati come una strega delle fiabe – L’isola non ci lascia andare. Il mare, non ci lascia andare.»
«No, Selena. Sai che non credo a queste cose, non io, che ho vissuto per tredici anni con una madre psicopatica! Credeva a tutto, persino ai maghi delle televendite, Santo Dio. Quando avevo dodici anni mi ha portato a farmi leggere la mano. Sarei dovuto morire di tumore l’anno successivo, ma è stata lei a morire, suicidandosi con la cravatta di papà. Ecco cosa penso del paranormale: sono solo cumuli di stronzate! Ora ascoltami bene, Selena. Siamo soltanto scossi per quello che ci è successo: prima la tempesta, poi l’incidente di quel povero ragazzo. Non c’è da stupirsi se crediamo di vedere cose che non ci sono.»
«Smettila, Igor. So benissimo che mi stai dicendo queste cose per proteggermi. Ma io non sono una bambina. E nemmeno tu.» lo aggredì Selena. Questa volta l’intero locale si voltò a guardarli. Sorridevano tutti, in un modo che metteva paura. Igor accusò il colpo. Doveva ancora abituarsi al fatto che la moglie lo conoscesse nell’intimo più di se stesso.
«E va bene. Hai ragione tu. Quest’isola è maledetta dal demonio.» bofonchiò l’uomo, mordendosi il labbro fino a farselo sanguinare. «Ma ora che l’abbiamo appurato, siamo punto e a capo, o sbaglio?»
Selena abbassò la testa, immergendo lo sguardo nel dolce di amarene che il cuoco aveva appena portato loro su due piatti di ceramica a motivi floreali. Era tutto così perfetto, così zuccheroso e falso da dare la nausea.
«Andiamo via di qui, o rischio di impazzire.» sibilò la donna. Si alzarono, dirigendosi verso la porta, un rettangolo da cui si poteva distinguere la nebbia sospesa sulla linea verdastra del mare. Rose Scott li chiamò dal fondo della sala, ansando nel tentativo di raggiungerli.
«Ve ne andate già? Il nostro gruppo locale ha composto una nuova canzone e fra poco…»
«Stai zitta, brutta vecchia del cazzo!» le gridò Selena, trascinandosi dietro Igor. Mentre uscivano, sentirono gli sguardi della locanda su di loro. Bruciavano.
Appena furono all’aria aperta, la donna si mise a correre e Igor la seguì, il vento odioso che gridava nelle loro orecchie cercando di assordarli. Corsero a perdifiato lungo l’acciottolato irregolare del villaggio senza voltarsi mai indietro, finché il paesino scomparve dietro la sagoma verde pastello di una tozza collina. Igor aveva il fiato corto. I miei quarant’anni cominciano a farsi sentire, pensò l’uomo, e si scoprì terrorizzato più dalla vecchiaia che dall’isola stessa, dal suo mare bigio e dai suoi spettri di vento e nebbia.
«Perché ti sei messa a correre, Cristo Santo?» domandò alla moglie.
«Scappavo nel caso ci stessero inseguendo.»
Igor si appoggiò ad un albero, stremato.
«Inseguendo? Che cazzo dici, Selena? Siamo su un’isola, non a Birmingham! Non hanno bisogno di inseguirci. Windsmouth è una prigione senza sbarre.»
Selena si trattenne dal riempirlo di insulti, cosa che faceva sempre quando il marito esplodeva in uno dei suoi tanti momenti no. «Scusami.» gli disse invece. Igor, dopo un attimo di esitazione, le si avvicinò e la abbracciò.
«Scusami tu. Non sono l’uomo più facile con cui stare, lo so. Devo essere stato una costante delusione per te.»
«Oh, Igor. Non dirlo neppure per scherzo.» rispose lei, avvicinandogli il viso. Si baciarono, lasciando che il male dell’isola bussasse, invano, alle mura del loro sentimento. Suggellarono la promessa fatta dieci anni prima con la firma di un bacio, le loro labbra divenute piume d’oca e la loro saliva inchiostro.
«Ti ho sempre amata, Selena. – confessò Igor, non riuscendo a trattenere le lacrime – Ma sono un egoista, un uomo senza spina dorsale. Non ho fatto altro che guardare alla mia felicità trascurando la tua. Perdonami.»
«Amore mio, ho anche io tante cose da farmi perdonare. – rispose lei, scoppiando a piangere – Ho sempre dato per scontato tutto, il tuo affetto, le tue attenzioni, la tua semplice presenza. Non mi sono mai interessata davvero alle tue esigenze, a quello che provavi dentro di te. È questa società che è malata, Igor. Per loro, solo noi donne possiamo provare sentimenti o piangere o sognare. Ci hanno insegnato fin da bambine che siamo noi quelle che devono essere ascoltate, noi quelle che devono essere protette e custodite. Ma questa è una menzogna. Tutti devono essere ascoltati, protetti, custoditi. Siamo nati uguali e sempre lo saremo. Non sono migliore di te, Igor. Sono un’egoista anch’io.»
Si baciarono ancora, la musica opprimente che usciva dalla locanda di Windsmouth soffocata da un sinfonia più forte, il tumulto dei loro cuori che risuonavano all’unisono. Il viso affondato nei capelli d’oro della moglie, Igor Melville si sentì, per la prima volta, parte di lei. Era come se le loro anime fossero connesse in un eterno abbraccio: i battiti di Selena erano i suoi, i sentimenti della donna erano i suoi, le sue gioie, i suoi dolori, i suoi sogni… condividevano tutto, anche l’anima. Che altro poteva essere se non amore, la forza più potente del mondo?
Smisero di baciarsi e osservarono il mare piatto e poi, più oltre, la cortina di nebbia che copriva l’orizzonte come la tela di un gigantesco ragno divoratore di uomini.
«Lasceremo questo posto. Ad ogni costo.» le promise Igor.
«Sai che non possiamo tirarci indietro. – rispose lei, il viso serio di chi sa già dove lo porterà il destino – Sai che dobbiamo cercare quel pozzo.»
«Il pozzo temete.» ripeté a voce alta Igor, rivedendo distintamente, come se li avesse ancora davanti agli occhi, la pietra nera, il cadavere di Edward e la scritta fatta col sangue fresco, le cui lettere, nella sua memoria, continuavano a colare, colare e colare.
Il pozzo temete.
La frase continuava a pulsare nelle menti dei coniugi Melville mentre cercavano, in ogni piazza, vicolo e cortile di Windsmouth qualcosa che assomigliasse ad un pozzo. Trovarono panchine, statue, fontane, vasi e caminetti esterni, persino lo scheletro muschioso di una polena da vascello, ma di una cisterna neppure l’ombra. Igor rimase qualche minuto ad osservare la statua di legno che un tempo doveva abbellire uno schooner o una goletta, e che ora era appesa come un trofeo sopra la porta di una vecchia cascina mezza crollata.
«Questa apparteneva alla Denied Victory, ne sono quasi sicuro.»
«Denied Victory?» chiese Selena.
«Una nave utilizzata nella guerra di corsa ai tempi di Sir Francis Drake. Mio padre era un appassionato di navi e tra le tante cose che mi ha lasciato, esclusi i creditori e mia madre, c’era un’intera biblioteca sulla storia del mare. La scomparsa della Denied è uno dei tanti misteri ancora irrisolti nella storia della navigazione.»
«E cosa ci fa qui?»
Igor scosse la testa.
«Non lo immagini? Quest’isola è… è una trappola. Inghiotte le navi come un mostro famelico, una fottuta Moby Dick.»
«Ma cosa voleva Windsmouth da quella gente. Cosa vuole da noi?»
«Questo non lo so. Forse il pozzo potrà darci le risposte che cerchiamo.» rispose Igor, dubbioso.
Fu verso l’ora di pranzo che i coniugi Melville trovarono una traccia: una strada che si dipanava come una matassa verso la fine del villaggio, lungo il lato ovest dell’isola. Si perdeva lontano, oltre una foresta di faggi dall’aspetto cupo e sepolcrale. Rispetto alle altre viuzze del paese, in ciottolato o in semplice terra battuta, questa era lastricata seguendo il sistema romano, una fossa coperta alla base da sabbia e poi da sassi via via sempre più piccoli, fino all’ultimo strato, costituito da lastre piatte poste in modo da far defluire l’acqua piovana ai bordi della strada, così che non ristagnasse al centro.
«È curioso che ci sia una strada romana qui. – rifletté Igor – Di certo l’impero non costruiva strade inutilmente, non su un’isola che non portava a nulla. A meno che…»
«A meno che?» gli chiese Selena, gli occhi sgranati di una bambina spaurita.
«A meno che non conduca ad un santuario.» concluse l’uomo, mentre un brivido gli correva lungo la spina dorsale. Aveva sempre provato un muto rispetto per le antiche civiltà, i loro templi, le loro colonne. I loro dèi. Secoli e secoli di storia che lo facevano sentire una nullità in confronto all’eterno incedere del tempo.
A passi incerti sulle pietre rese scivolose dalla piovosità del luogo, i coniugi Melville intrapresero il cammino segnalato dalla via lastricata. Oltrepassarono due ponti costituiti da sei archi, entrambi a strapiombo sul mare: l’isola infatti non era una terra unica, ma era frammentata, verso la parte ad ovest, in una decina di isole più piccole. La strada, sinuosamente, collegava il corpo dell’isola principale a due di questi atolli, i più grandi, mentre i più piccoli sembravano irraggiungibili via terra.
Verso le tre del pomeriggio, i coniugi Melville si immersero con un brivido nella foresta di faggi, densa di lunghe ombre perché il sole, già velato di nuvole, faceva fatica a farsi largo fra i rami. La strada, in parte coperta dalle foglie e dal fango appiccicaticcio, quasi sanguigno, del bosco, era più difficile da seguire e per ben tre volte Igor e Selena rischiarono di perdersi, o di finire sfracellati in un burrone apparso a tradimento dietro siepi di biancospino.
Il silenzio della foresta, si rese conto la donna, era irreale. Non si sentiva nulla, neppure gli squittii vivaci degli scoiattoli rossi. Neppure il suono delle gocce d’acqua sulla roccia o lo stormire delle foglie mosse dal vento che veniva dal mare. Era tutto così silenzioso che i rametti calpestati risuonavano come colpi di fucile, mentre il respiro dei due, irregolare per via della tensione, sembrava più forte del vento di tempesta che aveva quasi affondato la Blue dolphin.
«Ho paura.» sussurrò la donna.
«Anch’io.» rispose Igor, cercando di sorriderle, ma era un sorriso insicuro, pronto a spegnersi al primo soffio di vento.
Ed ecco la foresta farsi sempre più rada fino a sparire, sostituita da tenebrose colline coperte di cardi e belladonna. Non fu tuttavia la natura a catturare lo sguardo dei coniugi Melville, bensì le rovine di un antico tempio romano, conservatosi perfettamente nei secoli come se fosse stato oggetto di continui e puntuali lavori di restauro. Le sue colonne, ciclopiche, erano bianche come braccia di scheletri infilzate nel terreno, mentre il suo timpano, grande, colossale, gigantesco portava al centro un simbolo inquietante, un unico occhio attorniato da contorti tentacoli di piovra. Appena lo vide, Igor Melville si strinse a Selena.
«Ecco… ci siamo.»
«Sì, ma a cosa?» ribatté la donna, incapace di smettere di tremare. Si sentiva le gambe di gelatina e la testa stretta in una morsa.
«A qualcosa di grosso. Di davvero grosso.» borbottò Igor, indeciso se scoppiare a ridere in modo dissennato o piangere, rannicchiandosi sull’erba con un dito in bocca come un poppante terrorizzato dal temporale.
«Igor…»
«Sto bene, sto bene.» rispose lui, anche se non era vero. Il silenzio della vallata gli riempiva il cuore di angoscia ed era un’angoscia mai provata prima, di un colore quasi grigio, se mai le sensazioni possano avere un colore. Nessuna difficoltà che aveva incontrato in tutta la sua vita poteva essere paragonabile a questa, neppure la morte improvvisa del padre o quella di sua madre. Neppure la prospettiva di restare solo o di vedersi invecchiare poco a poco, ogni giorno di più.
Un movimento improvviso fra le colline li fece voltare. Una lunga processione di figure incappucciate si stava dirigendo verso la scalinata del tempio. Camminavano a testa china, uno dietro l’altro, come se non avessero bisogno di vedere dove li stavano portando i propri passi o come se non fossero loro a dirigersi verso il tempio, ma piuttosto il tempio stesso a chiamarli a sé, aiutato dal vento che passava lugubre sopra l’erba grigiastra delle colline. Anche se erano lontani, Igor riconobbe l’andatura zoppicante di Ian Stone e la magrezza eccessiva di Rose Scott. Erano loro due a guidare il corteo.
«Eccoli lì, quei bastardi.» ruggì Igor, col rischio di farsi sentire fino a Birmingham. Selena lo trascinò dietro ad una roccia, imprecando selvaggiamente.
«Non ci hanno sentito, tranquilla.» rispose lui, dopo aver fatto capolino fra l’erba. La processione era sparita nel nulla, inghiottita da quel colonnato antico quanto il popolo che l’aveva costruito.
Igor e Selena si guardarono fissamente, in silenzio; poi, mano nella mano, raggiunsero il gigantesco portale. Entrarono, circondati da un silenzio sempre più potente, qualcosa che era possibile solo in un luogo di culto dimenticato dal tempo e da quasi tutto il resto del mondo. Scesero una lunga scalinata che si inabissava nell’oscurità, e l’umidità che traspirava dai muri era tale che la speranza di entrambi fu come se annegasse, trascinata verso fondali tenebrosi senza alcuna possibilità di riemergere.

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