Il Mago Amaro

Studiando per un corso universitario la “Grammatica della fantasia” di Gianni Rodari, ho trovato un abbozzo di fiaba che l’autore esortava a continuare: parlava di un Mago Amaro che rubava tutto lo zucchero del mondo. L’idea mi è piaciuta molto e ho pensato, partendo da questo incipit, di scrivere una storiella per bambini. Spero vi piaccia!
P.S. Non so se Gianni Rodari abbia sviluppato questa sua idea in una storia completa. Io, sicuramente, non l’ho letta. Se così dovesse essere, ogni somiglianza fra la mia e la sua versione è puramente casuale.
Pace

Il Mago Amaro – 20lines

anry5

C’era una volta un paese normale, come il mio e il vostro. C’erano automobili, aeroplani, condomini e parchi giochi. I grandi correvano di qua e di là, fumavano sigarette e si lasciavano. I bambini odiavano la scuola, giocavano a rimpiattino e amavano i dolci. I vecchi borbottavano, leggevano giornali sulle panchine del parco e insegnavano agli operai il loro mestiere. Era, lo ripeto, un posto normale, quel normale che non si capisce mai se sia un bene o un male.
Un giorno, però, accadde l’imprevisto, ed era così imprevisto che molti di voi non ci crederanno: lo zucchero, come per magia, sparì. Anzi, peggio: era come se non fosse mai esistito. Se ne accorse per prima la signora Giovanna, ottuagenaria barista rinomata per i suoi deliziosi caffè: aveva sorseggiato appena una piccola tazzina di ottimo decaffeinato quando si era messa a sputacchiarlo in faccia all’ignara clientela. Alle lamentele degli avventori, insudiciati da capo a piedi di piccole goccioline color cioccolata, aveva risposto con una frase disarmante: “Che posso farci? È diventato amaro.”
E tutti, credendo che si fosse rimbambita, le risposero:
“Embè? Si sarà dimenticata di metterci lo zucchero!”
Ma non finì lì, purtroppo. La seconda ad accorgersi di quella terribile sparizione fu Sandra, la padrona della pasticceria all’angolo fra la Chiesa e il Municipio. Era solita cucinare, per le frotte di turisti e di bambini che le invadevano il locale, pasticcini, torte e cannoli alla crema. In un lampo, senza che ci fosse una spiegazione logica, i suoi dolciumi divennero immangiabili. I bambini iniziarono a piangere, i turisti a schiamazzare in lingue incomprensibili, le madri a rimbeccarla e ad accusarla di essere una sciocca. La povera Sandra, inseguita dai vituperi, non poté fare altro che chiudere anticipatamente l’attività e correre a riprendersi con un buon bicchiere di sherry. Ma anche quello, ahimè, era diventato amarissimo.
Per farla breve, tutto il paese si ritrovò a fare i conti senza lo zucchero. Nessuno sapeva spiegarsi quella incredibile quanto assurda sparizione, e molti si erano rassegnati a vivere per sempre senza più dolcezza: avevano buttato via il miele, il budino alla vaniglia, i profiterole, la cassata siciliana… niente aveva più il sapore di prima; tutto era diventato amaro e insensato.
Gli unici a non rassegnarsi, lo avrete già immaginato, erano i bambini. Per un bambino lo zucchero era una certezza, era l’amen che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua infanzia e forse anche dopo.
All’insaputa dei genitori, si ritrovarono tutti quanti, in un giorno di pioggia, sotto i castelli di legno del parco giochi e lì, tese le loro cinquanta mani, fecero un solenne giuramento. E fu così che nacque il MIRZ, il movimento infantile per il recupero dello zucchero.
Con lo stesso impegno di un commissario di polizia, si misero ad indagare sulla sparizione, e viaggiarono e viaggiarono, gettandosi a capofitti in interrogatori improvvisati (Carletto portava una grossa pila, e la puntava in faccia al malcapitato che doveva rispondere alle loro domande), in perquisizioni e in maldestre intercettazioni telefoniche. Purtroppo scoprirono presto che i compaesani erano innocenti e che quindi il responsabile di quel guaio non si trovava affatto in città.
L’unico posto che non avevano ancora visitato era la Vecchia Foresta. Ogni regione, città o paese ha un posto misterioso, spesso oscuro, dove solo i più coraggiosi trovano la forza di entrare. Nella mia città era una vecchia calle buia e stretta, che all’improvvisa svoltava a sinistra, così che non si poteva sapere in alcun modo cosa ci fosse oltre quella curva, se un semplice vicolo cieco o un mostro in attesa di ingoiare il primo bambino che si fosse fatto avanti. Nel paese dove si svolge la nostra storia era proprio quella foresta, la Vecchia Foresta, chiamata così perché gli alberi erano tutti ingrigiti, simili a tanti vecchietti magri magri, con le braccia esili e i capelli incanutiti.
Fatto sta che i bambini, facendosi coraggio l’un l’altro e contenti almeno di poter contare sul loro numero, si inoltrarono in quella foresta sul far dell’alba. Camminavano stretti, attenti a dove mettevano i piedi e Carletto, che era il capo non dichiarato della banda, portava un grosso bastone con il quale tastava il fogliame, per vedere se c’erano serpenti, lupi o altri animali pericolosi. I maschi proteggevano le femmine quando qualche grosso ragno scendeva dal cielo attaccato a un filo di ragnatela e le femmine abbracciavano i maschi quando qualcuno di loro, ripensando alla sua mamma che lo aspettava a casa, si sentiva solo e scoppiava improvvisamente a piangere, bloccando tutto il resto della fila.
Quando arrivarono al centro della foresta, si era fatta sera. E lì, inondata dalla luce del sole che stava tramontando, videro che c’era una torre. Era una torre bassa e goffa, che aveva vagamente la forma di un carciofo alla giudia. Senza perdere tempo, Carletto si avvicinò alla porta e bussò.
Uscì fuori un anziano signore, vestito di viola. Aveva un cappellaccio da stregone in testa e un bastone nero nero, attorcigliato sulla punta come la coda di un maiale. I bambini non ci misero molto a fare due più due e a capire che quello era un mago, e cattivo per giunta.
“Che volete, nanerottoli?” borbottò.
“Sappiamo che sei stato tu, vecchio barbagianni! Ridacci il nostro zucchero!”
Il mago diventò paonazzo.
“A me del barbagianni?! A me? Io sono il Mago Amaro e adesso vi trasformerò in cavoletti di Bruxelles!”
Ma non fece in tempo a muoversi che Carletto, notoriamente il più veloce, gli aveva già rubato il bastone. E un mago, si sa, senza il suo bastone non può più fare magie.
Persi i suoi poteri, il vecchio e arcigno stregone fu costretto a vuotare il sacco.
“Sì lo ammetto: sono stato io a far sparire lo zucchero! E presto avrei fatto sparire tutto quanto, il sale, il peperoncino, la cannella, e i gusti che tanto vi piacciono…”
“Ma perché?” chiesero i bambini, guardandosi l’un l’altro con faccia stupita.
“Perché nessuno mi ama, ecco perché – ribatté il mago e divenne così triste che i bambini si sentirono profondamente dispiaciuti – I miei fratelli, il Mago Dolce, il Mago Aspro e il Mago Salato sono amati da tutti. E infatti in tutte le feste, in tutte le celebrazioni, sono le loro “creazioni” ad essere al centro dell’attenzione: torte alla crema e al limone, salatini, patatine, tronchetti di Natale, bibite zuccherate… E a me, a me che sono il mago dell’amaro non restano che le briciole!”
Carletto alzò le spalle e fece per andarsene, ma Geremia, il più sensibile del gruppo, alzò la mano. Il mago lo interpellò con aria stanca, come avrebbe fatto un professore con un alunno:
“Sì?”
“Mi scusi, Mago Amaro, ma quello che dice non ha senso!”
“Cioè?”
“Anche lei è amato!”
Il mago sbuffò.
“Ah sì? E da chi?”
“Da me per esempio! Io adoro le melenzane e gli asparagi!”
“E io invece le noci.” rispose una vocina alle loro spalle. Era Teresina, una bambina alta un metro scarso che non aveva ancora compiuto quattro anni.
“Fate sul serio?” mormorò speranzoso il mago.
“Certo che sì!” risposero i membri del MIRZ.
“E io – aggiunse un altro bambino – vado pazzo per la Schweppes.”
“E a me piace il radicchio – borbottò Carletto, come se gli costasse moltissimo confidarsi – e anche… beh… anche le verze.”
“E vogliamo parlare del cioccolato? – rincarò la dose Geremia – lo sanno tutti che il migliore è quello fondente, che è amarissimo, ma ci sta benissimo sulla torta Sacher…
“O nel salame di cioccolato…”
“O dentro lo yogurt!”
Il Mago Amaro, subissato da tutte quelle inattese risposte, rimase un po’ interdetto. Poi il suo viso, finora accigliato, si tinse di rosso e un grosso sorrise comparve sulla sua bocca sottile.
“Io non so come ringraziarvi, bambini. Ho sempre sbagliato tutto, perdonatemi. Ero così geloso dei successi dei miei fratelli che non avevo mai visto i miei!”
Detto questo, rientrò nella sua torre-carciofo e ne uscì portando un vasetto di vetro, con una grossa ape dorata dentro, che si dimenava e cercava di uscire.
“Ecco, tenete questo – disse il mago, passando il vaso a Carletto – Quando tornerete in città, apritelo. L’ape magica di mio fratello uscirà e con essa tornerà anche la dolcezza.”
I bambini lo ringraziarono, gli strinsero la mano a turno e poi se ne andarono. Fecero la strada di corsa e con il cuore leggero, perché non avevano più paura della foresta, anzi: quegli alberi così alti, secchi e bianchi stavano ormai simpatici a tutti. Una volta tornati in città (ed essere sfuggiti agli abbracci soffocanti dei genitori), i membri del MIRZ fecero come era stato detto: stapparono il vaso, l’ape fatata uscì e in men che non si dica lo zucchero era ritornato nelle case, nei bar, nelle pasticcerie, nei dolci, ovunque ce ne fosse bisogno. Figuratevi la festa che si fece in paese! Palloncini, danze, musica e frittelle zuccherate in gran quantità! I dentisti lavorarono come dei matti per tre mesi consecutivi, estraendo carie e pulendo denti inzaccherati, ma nessuno ebbe a lamentarsi, visto che l’avventura avevo messo la carica un po’ a tutti.
Per quanto riguarda il Mago Amaro, la prima cosa che fece fu scusarsi con i suoi fratelli, in particolar modo con il Mago Dolce, al quale aveva rapito il famiglio. I tre, a dispetto di quanto lui si aspettava, lo perdonarono seduta stante. Dirò di più: in comune accordo costruirono una unica immensa torre, dove vissero insieme per molti e molti anni, lavorando l’uno accanto all’altro per creare nuovi e strabilianti gusti: era solo unendo le loro diversità, infatti, che potevano raggiungere i risultati migliori, permettendo al dolce, al salato, all’amaro e all’acido di unirsi, mescolarsi, sovrapporsi: e così nacquero il crème caramel, la crema catalana, i wurstel con i crauti, le sarde in saor, la giardiniera sott’aceto, e mille altri piatti che prima, da soli, i Maghi del Gusto non sarebbero mai riusciti a creare.
E un bel giorno, in una calda mattinata estiva, quando i quattro credevano che ormai non ci sarebbero più state avventure, uno strano individuo vestito con abiti sgargianti bussò alla porta della loro torre.
“Fratelli miei – disse, quando quattro maghi stupiti fecero capolino dall’uscio – sono il vostro fratello che viene da tanto lontano.” Si chiamava il Mago Umami e veniva dall’Asia. Nel suo risciò portava ingredienti nuovi e strabilianti: spezie mai viste prima, rape cinesi, salse e intingoli color ambra, varietà di riso dalla forma allungata, cavoli, funghi spugnosi e frutta caramellata… E così i Maghi del Gusto, che ora era diventati cinque, ebbero ancora più da fare per conoscersi e insegnarsi a vicenda, e ciò che venne fuori dalla loro amicizia e collaborazione è ormai una leggenda sulla bocca di tutti. Ma questa, ahimè, è un’altra storia.

Annunci

Film consigliati – L’arcano incantatore di Pupi Avati

L'arcano incantatore

Si avvicinano l’estate, il caldo, le coppette gelato da tre euro e cinquanta, gli esami, e a me, puntualmente, passa la voglia di scrivere. Matematico. In attesa che mi venga qualche buona idea, voglio parlarvi di un film che ho visto recentemente e che, nonostante alcune critiche leggiucchiate qua e là per il web, mi è piaciuto molto. Si tratta de L’arcano incantatore, film horror nostrano del (lontano) 1996. Il regista è Pupi Avati, che molti di voi conosceranno già, oltre che per Il cuore altrove e Il papà di Giovanna, anche per due film d’orrore diventati ormai un cult: La casa dalle finestre che ridono (1976) e Zeder (1983).
Ma torniamo al nostro film. Che cosa rende così particolare L’arcano incantatore? Semplice: il concetto di paura “tutta italiana” che il regista è riuscito a tessere. Mi spiego meglio. Non ci sono mostri “di genere” ne L’arcano incantatore: nessuno zombie, nessun maniaco omicida mascherato armato di coltello, nessuna ragazzina cadaverica uscita fuori da un pozzo… C’è, piuttosto, un’atmosfera rurale, arida, misteriosa, piena di miti e leggende che traggono linfa vitale dal ricco folclore italiano. La genialità di questo film è stata proprio quella di puntare tutto su un concetto di paura che ci appartiene, che fa parte del nostro DNA. La dimensione horror del film si gioca su pochi, validi ingredienti: uno spretato, esiliato per le sue ricerche sull’occulto; un giovane seminarista, colpevole di aver sedotto e messo incinta una donna; una biblioteca stipata di libri malvagi, in grado di evocare demoni infernali della peggior specie. E poi presenze, scricchiolii, apparizioni… Il tutto sullo sfondo della campagna bolognese del XVIII secolo. Una storia semplice, troppo semplice per alcuni, ma per spaventare basta e avanza: che cosa fa più paura, in fondo, a noi italiani, se non una “fola” che parla di spettri che si aggirano per le campagne, di demoni e di riti sacrileghi, e in cui il meccanismo della paura si attiva nel momento in cui il tabù religioso viene infranto o dissacrato? Ecco che gli ingredienti si mescolano e il risultato è un film che sa davvero stregare (non a caso Guillermo del Toro ne ha parlato con toni entusiastici durante un’intervista al Los Angeles Film Festival). Certo: è un film a basso budget, c’è povertà di mezzi, la recitazione non è sempre all’altezza, tuttavia la scelta di raccontare una storia horror donandole una forte personalità paga, e molto anche.
Vedere per credere.

Angolo delle poesie – L’infinito di Giacomo Leopardi

“L’infinito” è una delle poesie più note e amate di Leopardi. Contenuta negli “Idilli” (1826), la lirica riflette con dolcezza e malinconia sul dissidio fra reale e ideale, tema caro al romanticismo europeo. Il poeta, trovandosi dietro ad una siepe, non riesce a scorgere l’orizzonte più lontano e ciò permette al suo pensiero di elevarsi e di afferrare, anche se solo per un attimo, l’eternità dell’infinito.

 

san-marino-region_49hqf.T0

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi