Film consigliati – Nel fantastico mondo di Oz (1985)

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Perdonatemi: non ho trovato il tempo di scrivere un nuovo racconto, ma voilà, ecco la recensione di uno dei film che ha segnato la mia infanzia: Nel fantastico mondo di Oz di Walter Murch. Il titolo italiano, come sempre, è stato scritto coi piedi. Molto meglio l’originale inglese: Return to Oz.
Prodotto dalla Walt Disney (non come il primo storico film del mago di Oz, i cui diritti appartengono alla Warner) il film si ispira al secondo e al terzo libro della saga di Oz ideata da L. Frank Baum. Prima di procedere, un avvertimento: dimenticatevi la gaia serenità della Dorothy di Judy Garland, perché qui, nel regno di Oz di Walter Murch, si respira un’aria diversa… e che aria!

La storia continua da dove si era interrotta: Dorothy è tornata nel Kansas, ma, ahimè, non è più la stessa. Non fa altro che parlare di Oz, dello Spaventapasseri, della città di Smeraldo e sua zia, la poco lungimirante Emma, decide di portarla in una clinica psichiatrica per farle passare del tutto questa sua mania. Una clinica dell’epoca, si intende, con tanto di macchine per l’elettroshock, barelle dotate di cinghie e orribili infermiere vestite di nero… Creepy, non è vero?
Proprio mentre sta per essere attaccata alla macchina elettrica, per una bella e “sana” dose di elettroshock, nella clinica salta la luce e Dorothy, liberata da una misteriosa ragazzina in abito bianco, riesce a fuggire. Inseguite dalla caposala, la malvagia infermiera Wilson oz2_013JeanMarsh(è un caso che assomigli a una strega delle fiabe?) le due ragazzine finiscono in un fiume e, sotto un furioso temporale, vengono trascinate via dalla corrente. Ed ecco che, esattamente come accadeva nel primo romanzo, Dorothy si risveglia ad Oz, senza avere la più pallida idea di come esserci arrivata. Oh, ma non è l’Oz che ci aspetteremmo: la Città di Smeraldo è in rovina, ogni abitante è stato tramutato in statua e le pietre preziose, splendore della città, sono state trafugate. Una regina malvagia che colleziona teste di ragazzina (sì avete letto bene) ha preso il posto del Re Spaventapasseri e, in combutta con il malvagio Re degli Gnomi, tiene in scacco l’intero Regno di Oz. Una bella gatta da pelare, per la povera Dorothy Gale.
Figuratevi che goduria, per un bambino di otto anni, guardare un film dove l’antagonista, le perfida strega Mombi, conserva le teste delle sue prede in eleganti vetrinette dorate, come fossero tazzine di porcellana. E poi mi domandavo perché, quando mi addormentavo, avevo sempre gli incubi!

Il film, purtroppo, non ebbe il successo sperato, nonostanvlcsnap-2010-07-19-00h41m22s31te sia diventato un cult quasi introvabile (se vi capita di trovare il DVD, compratelo assolutamente: potrebbe essere l’ultimo esemplare esistente) e il motivo salta subito all’occhio. Il film di Murch è l’esatto opposto del capolavoro di Fleming del 1939. È innegabile che il musical zuccheroso e iper-colorato della Warner Bros. sia stato e sia tutt’ora una leggenda, e vedere il mondo fantastico e magico di Oz ridotto ad un deserto in rovina, popolato da creature terribili e minacciose (i Ruotanti, quand’ero bambino, me la facevano fare sotto), è un colpo che gli spettatori dell’epoca non seppero sopportare.
Ovviamente, con il passare degli anni è stata proprio quest’atmosfera quasi Burtoniana a decretare il successo del film. Un miscuglio di fantasy e horror che davvero non delude.
Ciliegina sulla torta, una chiave di lettura che ho capito solo dopo aver rivisto il film da più grande. La macchina dell’elettroshock, che il dottore cerca in tutti i modi di rendere più “umana” e meno spaventosa, è la metafora della tecnologia che rischia di uccidere la creatività. In questo senso, il mondo di Oz così “violento” è una specie di rivalsa dell’immaginazione contro i pericoli della perdita dei valori tradizionali.

Che altro dire? Spero che anche voi abbiate avuto la fortuna di vedere questo piccolo classico dimenticato. Se così fosse, commentate qui sotto e ditemi come la pensate! In caso contrario, spulciate il web e comprate il VHS/DVD… ne varrà la pena! 😉

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Libri consigliati – Stardust di Neil Gaiman

Salve a tutti! È passato un po’ di tempo dalla mia ultima recensione di un libro, perciò è ora di rimboccarsi le maniche. Perché, diamine, non posso mica annoiarvi solo con i miei racconti, no?

Quest’oggi, voglio parlarvi di Stardust, di Neil Gaiman.
Come chi mi segue già saprà, io amo molto il genere fantasy, ma sono decisamente difficile da accontentare. Dal momento che Il Signore degli Anelli è uno dei miei romanzi preferiti (anche se non concordo nel definirlo un fantasy a tutti gli effetti, ma piuttosto il riuscito tentativo di creare un’opera epica in pieno Novecento, un’operazione, diciamocelo, che ha dello straordinario), qualcuno di voi potrebbe credere che sia un patito delle epopee fantasy in dieci volumi, quelle con elfi, gnomi, draghi, cavalieri senza macchia e perfidi Signori Oscuri, il tutto condito dal barbuto stregone che, nel rispetto devozionale del suo ruolo attanziale, rimane sempre e comunque una guida del protagonista. Sbagliato. Per me il fantasy deve mantenere un contatto con la fiaba, deve avere un retrogusto, come dire, leggendario. Insomma, piuttosto che fingersi un romanzo storico, il mio fantasy ideale deve farmi volare nel passato, nell’epoca dorata e trasognata dell’infanzia. E infatti i miei romanzi fantasy preferiti sono Il Mago di Ursula K. Le Guin e La storia infinita di Michael Ende. Romanzi originalissimi, che, pur rimanendo fedeli al loro genere di appartenenza, riescono ad essere innovativi e a non cadere nei cliché di cui, ahimè, il fantasy di oggi è stracolmo.
Cosa c’entra tutto questo con Stardust? Semplice: Stardust è molto vicino a questi miei modelli “ideali” di fantasy e infatti l’ho amato moltissimo.

La trama, in sé, è piuttosto semplice. Il giovane Tristan Thorn, un annoiato abitante del noioso villaggio di Wall, si trova a dover compiere una quest all’apparenza impossibile: portare alla sua algida amata, Victoria Forester, una stella caduta. Un’impresa impossibile, converrete anche voi, ma non una volta entrati nel magico mondo di Faeria. Wall infatti, pur essendo un villaggio come tutti gli altri, sorge vicino ad un muro (da qui il suo nome), unica barriera a dividere il nostro mondo, un posto prevedibile pieno di regole sociali, matrimoni combinati e ipocrisia, dal luogo della fantasia e della magia, Faeria appunto.
Mosso da questo suo amore impetuoso e, sotto sotto, non così poi significativo, Tristan oltrepasserà il muro. Il suo sarà un viaggio incredibile, che lo porterà a conoscere strani e inquietanti personaggi, assurdamente improbabili eppure magicamente concreti: le sorelle streghe che cercano la perduta giovinezza; un’intera casata di principi omicidi, intenti a uccidersi l’un l’altro per conquistare il trono e il potere della stella; una ciurma di pirati che a bordo di un veliero volante “navigano” le nuvole a caccia di saette… In un mondo così strano e pericoloso, come potrà mai sopravvivere il giovane e inesperto Tristan? Riuscirà a compiere la sua impresa? Sopravvivrà alle macchinazioni dei potenti e all’avidità delle sorelle megere? Scoprirà qualcosa di più su se stesso? E poi, la stella, sarà davvero una stella come ce la immaginiamo noi? Mi dispiace, ma non risponderò a nessuna di queste domande, perché vi rovinerei il finale, e questo proprio non posso permettermelo.

Vi dirò solamente il motivo per cui Stardust è un libro che dovreste leggere.
Primo: la storia. Una storia semplice, vero, ma riuscita e avvolgente, capace di farvi viaggiare con la fantasia, proprio come se vi trovaste in uno di quei bei sogni che da adulto non si è più capaci di sognare. Dimostrazione che, per scrivere un bel fantasy, non è necessario raccontare di battaglie fra uomini e nani e draghi e elfi e orchi e troll (e goblin).
Secondo: l’atmosfera. Sempre a cavallo tra realtà e immaginazione, il paesaggio di Faeria è una terra del sogno dove è bello perdersi, dove ogni piccolo dettaglio è profumato, colorato, intessuto della magia dell’irreale.
Terzo: lo stile. Neil Gaiman è uno dei pochi autori moderni che sa ancora come raccontare una storia senza scadere nel banale o nel già sentito. Sfogliare le pagine è come ritrovarsi in un mercato fatato, dove ogni parola è un dono o un oggetto che potrà rendere la vostra vita più preziosa.

Questo è tutto. Spero di non avervi annoiato e che il mio consiglio vi risulti gradito. Se avete già letto il romanzo, commentate pure qui sotto e ditemi se vi è piaciuto. Alla prossima!!

🙂

I ponti della Memoria

Questa storia partecipa alla seconda sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Ponti” proposto da Lady Fullmetal

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L’agente Torre raggiunse il collega facendosi largo a spintoni fra la folla. Chiedere permesso non avrebbe avuto senso, visto che il vociare della gente avrebbe coperto e annullato qualsiasi civile richiesta.
«Eccolo lì, il caro signor Silvini.» gli disse l’agente Tommasi, tredici anni di servizio, indicando il tetto di legno di uno dei due ponti che collegavano la cittadina di San Giovanni al borgo disabitato di Pioviano. Lassù, in piedi a fatica, c’era un anziano signore, che si puntava una pistola alla tempia. Tremava come un micio bagnato.
«Se non ve ne andate, giuro che mi sparo! Lasciate stare i ponti, bastardi!»
Gli occhi cerulei del vecchio erano umidi, ma non stava piangendo, non ancora.
«Dove cazzo si è preso quella pistola?» borbottò l’agente Torre, voltandosi preoccupato verso il collega. «E che cosa gli dice la testa?» aggiunse poi, asciugandosi una goccia di sudore dalla fronte. E pensare che quel sabato doveva essere un giorno come un altro, un tranquillo fine settimana alla San Giovanni, uno dei borghi più soleggiati e tranquilli di tutto il centro-Italia. Tommasini alzò le spalle.
«È per i ponti. Dice che non vuole che li facciamo saltare.»
«E perché? – mormorò Torre – sono solo dei vecchi ruderi!»
E lo erano. I ponti che collegavano San Giovanni a Piovano erano stati costruiti secoli e secoli prima; degli umili ponti coperti di legno chiaro, forse pino o acero, che se ne stavano affiancati come gemelli o come una coppia di innamorati. Erano ponti strani, diversi da quelli della zona, e avevano un che, come dire, di “americano”. Stavano in piedi per miracolo e, visto che il loro restauro sarebbe costato molto, troppo per due stupidi ponti, il sindaco aveva deciso di imbottirli di tritolo e di farli saltare. D’altro canto, da quando Piovano era stato abbandonato, su quei ponti non ci passava mai nessuno. E poi erano stati transennati e interdetti al pubblico con metri e metri di nastro bianco e rosso. L’agente Torre non sapeva perché il vecchio Silvini stesse facendo così tanto casino per un paio di capriate a cavalletto divorate dai tarli e coperte di muschio rossiccio.
«Togliete le cariche, subito! O… o… mi faccio saltare le cervella!» Silvini era paonazzo. Forse avrebbe fatto un colpo prima ancora di premere il grilletto.
In quel mentre l’automobile del sindaco, una dignitosissima BMW con i finestrini oscurati, parcheggiò nel vicino boschetto di abeti. Il sindaco, Carlo Ghilardi, un imprenditore cinquantenne ricco quanto ottuso, aprì la portiera e uscì trafelato. Tutta la cittadina si voltò a guardarlo, mentre un bisbiglio, come un brivido, passava di bocca in bocca.
«Ma che ti dice la testa, vecchio mentecatto! – si mise ad urlare all’uomo – Scendi da quel ponte e lascia lavorare la gente!»
«Si dia una calmata, sindaco – lo rimbeccò l’agente Torre – Vuole peggiorare la situazione?»
Ora sì che il vecchio Silvini stava piangendo. I suoi occhi azzurri, però, non erano più lì, ma da qualche altra parte, forse nel ponte stretto e pericolante della sua memoria.

Una primavera come quella non si era mai vista, a San Giovanni. Gli alberi erano in fiore e i pollini scendevano dal cielo in una pioggia dorata. Sembravano lacrime di angelo o anime di fate.
Rosa Santi guardava lui e lui guardava lei. Lui sul ponte di destra, lei su quello di sinistra. Sorridevano, sorridevano e basta, e non c’era bisogno di altro.
“Ti amo, Rosa.” Proprio così aveva detto Giulio Silvini, lui, che era così timido che a scuola lo credevano scimunito.
“Non ti credo, Giulio… So come siete fatti voi uomini.” ribatté Rosa, ma sotto sotto rideva. Le piaceva stuzzicarlo.
“Te lo giuro, Rosa. Ecco, te lo dimostro.” Giulio aveva estratto il coltello e, su una delle colonnine di legno aveva inciso un cuore e dentro due nomi, ‘Rosa e Giulio’, e sotto, come una firma: ‘per sempre.’

Ma non era stato per sempre, no. Rosa era morta a trentadue anni, ben prima di quanto avessero “calcolato”. E Giulio non l’aveva mai dimenticata. E come avrebbe potuto? Su quel ponte, in fondo, aveva scritto “per sempre”. E lui era un uomo del 1937, che conosceva bene il valore di una promessa. Per quello era lì, su quel ponte. Lo avrebbe difeso con la vita, se fosse stato necessario. Ricordava ancora la strada dove l’aveva conosciuta, una viuzza piena di fiori di Piovano. Ci era tornato qualche volta, superando di nascosto il nastro, ma ora di quella stradina non restava più niente. Le case erano pericolanti, la piazza era silenziosa. Piovano era diventato un paese fantasma. E i fiori erano marciti.
«Andatevene ho detto!» gridò il vecchio, ritornato nel suo tempo, puntandosi la pistola ancora più a fondo nella tempia.
«Si calmi, si calmi – intervenne l’agente Torre – ci spieghi. Ci dia un motivo per cui non dobbiamo buttare giù quei ponti.»
Era solo un modo per farlo parlare e calmarlo. Non credeva possibile che, qualsiasi cosa avesse detto il vecchio, avrebbe potuto cambiare la situazione. Silvini abbassò per un attimo la pistola. I suoi occhi scintillavano di rabbia.
«Un motivo? Un motivo? Su questo ponte io ho promesso alla mia Rosa di sposarla, ecco il motivo! Questi ponti mi hanno visto crescere, mi hanno visto diventare uomo! Su questo ponte di destra mi sono sbucciato un ginocchio, perché dovevo ancora imparare a camminare bene; su quest’altro sono stato picchiato dal bulletto della scuola, ma io ho tenuto duro, perché aveva offeso mia madre. Sul ponte di sinistra sono venuto a correre con la mia Rosa quando ci siamo sposati, perché non avevamo soldi per comprarci un’automobile né per fare una luna di miele. E qui l’ho baciata per l’ultima volta, prima che il cancro se la portasse via. Già. Ecco cosa sono questi ponti, per me! Se voi distruggete questi ponti, distruggerete la mia Memoria, il mio stesso essere. Mi priverete del legame che mi unisce ancora a lei, all’unica donna che abbia mai amato. Un motivo, mi chiedete? Io il mio ve l’ho dato, ma siete voi a dover trovare il vostro, ora!»
E i cittadini si guardarono, muti. Lacrime inattese riaffiorarono sui loro occhi. Sandra Cenci, la fioraia, si ricordò improvvisamente che lì, su quel ponte, aveva conosciuto suo marito, che veniva da Piovano. Anche lui, come Rosa, era morto. E Gigi Vanni, il macellaio, aveva portato lì a pescare suo figlio. Suo figlio che ora viveva a Londra e che gli mancava come non mai. E su quel ponte, Silvia Redi, maestra d’asilo, ci aveva portato i suoi amati alunni, per spiegare loro la fauna e la flora del fiume. Alunni che ancora adesso le scrivevano. E don Alessandro, su quel ponte, aveva detto addio alla sua ragazza per prendere i voti, una decisione che avrebbe ripreso ancora, seppur non a cuore leggero.
Allora gli abitanti di San Giovanni alzarono lo sguardo verso Giulio Silvini. L’appaluso partì immediato, sincero e durò molti minuti. Il sindaco, alle loro spalle, digrignava i denti. Lui non aveva alcun ricordo legato al ponte, e non riusciva a capire cosa stesse accadendo. In fondo, non era poi così ricco.
Dopo aver fatto scendere Silvini – molti ancora si chiedevano quale forza gli avesse permesso di salire sul tetto del ponte con quelle gambe così fragili – e dopo aver congedato la squadra demolizioni, tutta la cittadina di San Giovanni marciò fino al pub vicino. Portavano il vecchio Giulio sulle loro spalle, come un eroe nazionale. Fu una serata di divertimenti, di bevute, di ricordi e di condivisione. Furono versate birre, lacrime e parole. Anche il sindaco, bene o male, fu contagiato da quell’atmosfera di festa. D’altronde, l’anno successivo ci sarebbero state le elezioni.
Uno solo non festeggiava.
Dalla finestra del pub, l’agente Torre guardava i ponti. I soldi per restaurarli sarebbero stati trovati, certo. E i ponti sarebbero tornati come nuovi. Ma cosa sarebbe accaduto fra venti, trenta, cinquant’anni, quando la vecchia generazione non ci sarebbe più stata? I giovani ci sarebbero passati ancora, su quei ponti? Ci avrebbero scritto i loro nomi con il coltello? Sarebbero caduti con i pattini a rotelle sulle assi del pavimento? Si sarebbero baciati sotto la sua ombra? Avrebbero fatto l’amore di nascosto, sul tetto, sotto lo sguardo delle stelle?
Avrebbero capito il valore della Memoria?

scrittura creativa Raynor's Hall

La bambola

Ecco a voi un racconto un po’ particolare. Una specie di parodia-horror che si focalizza su una semplice riflessione. Chi sono i veri mostri? Vampiri, spettri, bambole assassine o chi ruba, chi mente, chi inganna, chi promette e poi non mantiene?
Spero vi piaccia e vi faccia sorridere 🙂

«Dov’è, dov’è che l’ho messa?»
Carlo si allungò verso il sedile del passeggero e rovistò con la mano destra ovunque, nel vano del cruscotto, fra i documenti a lato della portiera, sotto la leva del cambio; infilò le mani nella sporcizia dimenticata sotto i tappetini, dove incontrò solo rimasugli di tortillas di mais, un cetriolino sottaceto ammuffito e grumi di cereali caduti da una di quelle disgustose barrette ipocaloriche di Paola; verificò persino che sull’imbottitura del sedile non ci fosse uno squarcio in cui quella cosa si sarebbe potuta casualmente infilare.
«Niente – imprecò – è sparita.»
La sua auto, una vecchia Ford Pinto, sfrecciava nella notte romana con un sibilo sordo; le eleganti case di Via Nomentana si riflettevano sui finestrini opachi della vettura con un ritmo quasi ipnotico.
La faccia di Carlo era una maschera di terrore.
“Dov’è? Eppure ero certo di averla messa qui!” pensò, mentre un brivido freddo gli scivolava giù lungo la spina dorsale. Che Paola avesse ragione? Che fosse davvero posseduta, quella… bambola?
Era stato lui a regalargliela, per farle una sorpresa. Paola si era laureata da nemmeno otto mesi in storia dell’arte, ma il suo entusiasmo si era spento a una velocità sorprendente non appena si era accorta che trovare lavoro come professoressa, negli anni della crisi, era una vera impresa. In quei lunghi mesi le avevano proposto solamente un misero impiego come insegnante di sostegno a Bari, ma Paola non aveva alcuna intenzione di lasciare la città che tanto amava né tantomeno lui, Carlo Serretti. Non sarebbero mai resistiti, loro due, senza vedersi tutte le mattine, senza svegliarsi l’uno fra le braccia dell’altra, senza comunicarsi paure, sogni, intenzioni… Convivevano da due anni e, se le cose fossero proseguite così bene, si sarebbero presto sposati. Una cerimonia semplice, niente di sfarzoso: parenti selezionati, buffet a prezzo contenuto, crostata di frutta fresca al posto di quelle pretenziose torte alla crema condominiali…
Pertanto, se volevano coronare il loro sogno, baciarsi davanti all’altare e mettere su famiglia, qualcuno doveva sacrificarsi. Non era giusto, certo che no, ma era così che andava.
«La nostra storia è più importante di qualsiasi altra cosa.» aveva detto Paola, e così, seppur a malincuore, la donna aveva rifiutato l’impiego. E Carlo, per cercare di tirarla un po’ su, aveva pensato di comprarle qualcosa di particolare, qualcosa che avrebbe lasciato il segno, facendole dimenticare, anche se per poco, l’amarezza di vivere in un paese che non offriva prospettive.
Ma cosa regalarle? Carlo non ne aveva idea. Non era un asso nelle sorprese; in questo non si distingueva dall’85% della popolazione maschile. Ma voleva fare le cose in grande e stupirla, almeno per una volta. Paola se lo meritava.
Così si era preso un giorno libero in ufficio (lavorava come impiegato in una ditta di imballaggi) e, senza dire niente alla sua futura dolce metà, era uscito all’ora consueta (alle sette spaccate), fingendo che fosse un giorno come tutti gli altri. Aveva indossato la sua camicia migliore, aveva preso la sua ventiquattr’ore, aveva baciato Paola sulla fronte ed era uscito di casa.
Un gioco da ragazzi. La vera sfida, però, iniziava adesso. Cosa regalarle? Era una domanda che l’aveva perseguitato per settimane intere. Si era scervellato, ci aveva pensato, ma non aveva ottenuto una risposta. E così si era messo a vagare per la città, senza meta. Aveva visitato le più sfarzose gioiellerie, toccando con mano l’enorme divario fra idealizzazione e realtà. Comprarle un anello o un paio di orecchini era al di sopra delle sue possibilità, inutile girarci attorno. Cogitabondo, si era avvicinato allora alle vetrine della nota pasticceria Rossellini, una delle attività storiche e più apprezzate della città; file e file di paste alla crema lo guardavano blandamente da dietro un vetro incredibilmente luccicante, quasi diamantino. Un dolce era un classico, come i fiori, ma sarebbe durato lo spazio di un minuto, giusto il tempo di assaporarlo e deglutirlo. Carlo aveva scosso la testa, voltando le spalle alla pasticceria. Voleva qualcosa che restasse, qualcosa che Paola avrebbe potuto mostrare alle amiche con orgoglio.
Si era quasi arreso, dirigendosi sconsolato verso casa, quando aveva incontrato quel buffo mercatino itinerante: una specie di risciò traballante, stipato di oggetti inverosimili. Lo trainava un vecchio signore tutto curvo, coi capelli bianchi e un occhio di vetro. Faceva una certa impressione, ma Carlo non ci aveva fatto poi tanto caso: una morbosa curiosità aveva sostituito ogni altro suo istinto. Si era avvicinato, e il vecchio, con la parlantina sciolta tipica del venditore esperto, gli aveva mostrato la pittoresca sarabanda di oggetti che trasportava nel risciò: libri antichi con rilegatura bodoniana, servizi di porcellana sbeccati, croste di artisti anonimi che ritraevano spiagge oscure e desolate… Carlo faceva di sì con la testa, ma non ascoltava neppure, perché qualcosa aveva completamente catalizzato la sua attenzione: una bambola, una bambola di porcellana, seduta su quella pila di ciarpame come una regina. In qualche modo, Carlo aveva la sensazione di averla già vista. Ma dove?
«Mi scusi – aveva detto, interrompendo la logorrea del vecchio venditore – mi saprebbe dire di più su quella strana bambola?»
Il venditore aveva sobbalzato, mentre un sorriso liberatorio e un po’ sinistro si era fatto spazio sul suo viso incartapecorito e gialliccio.
«Quella bambola? Oh, che Dio sia lod… volevo dire: certo che le so dire di più! Non è molto che ce l’ho: me l’ha venduta un tizio qualche settimana fa. Mi creda, è con molta “ah-ehm” sofferenza che me ne libero. Vede i meravigliosi dettagli della porcellana? Gli incredibili vestiti realizzati a mano in organza e merletti? Oh, non è una bambola qualunque: è una creazione di Lorenzo Ghiriviani.»
Carlo batté le mani, galvanizzato. Non poteva credere alle sue orecchie!
«Ghiriviani, ha detto? Il grande pittore e scultore? La mia ragazza, Paola, mi ha fatto uno testa così a furia di parlarmene!»
Era vero: Paola, fra gli artisti minori che aveva avuto modo di studiare all’università, aveva eletto come suo beniamino proprio Ghiriviani. Era un artista napoletano, dei primi del ‘700, un tipo curioso, ammantato di mistero, la cui breve biografia si confondeva con le leggende e le superstizioni locali. Si diceva che fosse dedito alla magia nera e che ne avesse imparato i rudimenti durante un viaggio in Tessaglia. Morto in circostanze misteriose, era sparito con la stessa facilità con cui era comparso, lasciando la sua impronta unica sulla città di Napoli: quadri, bozzetti, sculture, giocattoli, tutte le sue creazioni avevano un che di sinistro, e quella vecchia bambola non faceva eccezione: il viso austero, lo sguardo enigmatico, il sorriso ambiguo. Paola ci sarebbe andata pazza!
Carlo non ci aveva pensato due volte:
«Quanto le devo?» aveva detto, mettendo mano al portafogli.
Il vecchietto, incredulo ed eccitato, gli aveva schiaffato la bambola in pieno viso gridando: “gliela regalo”. Dopodiché, in bilico sulle sue gambette scheletriche, era sparito in mezzo alla folla di Piazza Navona con il risciò e tutto il resto.
Nella sua Ford Pinto, mentre cercava disperatamente di trovare quella bambola, Carlo si maledisse per non essersi accorto del raggiro. Com’era potuto essere così cieco? Il venditore aveva voluto liberarsi di quella bambola per un motivo ben preciso: perché era una vera e propria iettatura.
Ma lui, in quel soleggiato giorno di marzo, questo non lo poteva ancora sapere. Felice per l’inatteso colpo di fortuna, l’aveva portata subito a Paola, e lei, com’era facile immaginare, era letteralmente esplosa dalla gioia.
«Tiamotiamotiamo!» aveva gridato, lanciandosi verso Carlo e abbracciandolo fino a mozzargli il respiro. Subito dopo, con un gridolino infantile, aveva afferrato la bambola, l’aveva baciata affettuosamente e l’aveva sistemata sulla mensola del camino, accanto all’urna d’acciaio satinato che conteneva i poveri resti di sua madre. Entusiasta di condividere quell’esperienza (non tutti potevano vantarsi di avere un capolavoro di Ghiriviani in casa) aveva invitato amici, parenti, colleghi disoccupati, e pubblicato tonnellate di selfie su Facebook. E fin qui tutto bene.
Ma ecco che erano iniziati i disastri: prima il crollo del soffitto in cucina, poi le ceneri di Rebecca, la madre di Paola, che erano andate a finire non si sa come nel serbatoio della scopa elettrica; infine la super-bolletta da parte dell’Enel che aveva distrutto le loro già fragili finanze, obbligando Carlo a tre ore in più di straordinari al giorno. Una climax inarrestabile di sciagure che non aveva alcuna intenzione di smettere. La coppia non ci aveva messo molto a farsi un’idea di chi fosse il responsabile di tutto ciò, per quanto strano potesse sembrare.
Una sera, dopo che la loro televisione era defunta con un crepitio azzurrino (la garanzia era scaduta nemmeno 11 ore prima), Carlo e Paola si erano guardati e poi, all’unisono, avevano girato la testa verso la bambola; Lady Lavanda, questo il nome ricamato sul vestitino lillà, li squadrava minacciosa da sopra il caminetto. Era solo la loro immaginazione, o era vero che il suo delicato sorriso era stato sostituito da una smorfia di puro odio?
In breve, Paola aveva iniziato a temere quella bambola. Se prima l’aveva amata con tutta se stessa, ora la detestava con la stessa intensità. Dal caminetto l’aveva spostata dietro al divano, da dietro al divano allo sgabuzzino, dallo sgabuzzino alla cantina. Ma non si sentiva affatto al sicuro, oh no. Era quasi certa di aver sentito, nel cuore della notte, il rumore di piccoli passi che venivano su dalla scala del seminterrato; passi che risuonavano secchi, come se chi si muoveva avesse i piedi di legno. O di porcellana.
«Tranquilla – le diceva Carlo, cercando di rincuorarla – è solo un momento giù. Di sfortune ne capitano in continuazione alle persone come noi. Non c’è nessun evento paranormale, fidati di me.»
Quando lo avevano chiamato al lavoro perché Paola era finita all’ospedale, Carlo si era reso conto che non poteva più negare l’evidenza: avrebbe dovuto liberarsi di Lady Lavanda. Una volta per sempre.
Paola era scivolata giù per la scala del seminterrato perché la bambola, così diceva lei, le aveva fatto lo sgambetto. Se l’era cavata con tutte e due le gambe rotte e con una commozione cerebrale. Un male cane, ma era stata fortunata, dicevano i medici: avrebbe potuto rompersi l’osso del collo o restare su una sedia a rotelle a vita.
«Si è mossa! Io l’ho vista – aveva piagnucolato Paola, quando Carlo si era presentato nella sua camera d’ospedale con un mazzo di tulipani defunti in mano – Quella bambola è viva! Liberati di lei, ti prego.»
Carlo, anche se incredulo, aveva promesso. E per lui ogni promessa era un debito.
Per quello era lì, a ravanare sotto i sedili, per cercare quella dannata…
Un guizzo bianco nello specchietto retrovisore lo fece voltare. Con un singulto di puro terrore, Carlo frenò di botto, rischiando di perdere il controllo della vettura e di schiantarsi contro un palazzo. Lady Lavanda era seduta dietro, sul sedile di mezzo, ben protetta dalla cintura di sicurezza. La smorfia sul suo viso era ancora più malvagia di quando l’aveva caricata in auto.
«Che mi venga…» borbottò Carlo. Non ce l’aveva messa lui, lì! Assolutamente no! O forse sì?
“Che stia impazzendo?” si chiese l’uomo, prendendosi a ceffoni per assicurarsi di non essere invischiato in uno di quegli incubi post-abbuffata. Macché. Era tutto reale, tutto dannatamente reale. Rivolgendo gli occhi al cielo in una preghiera silenziosa, Carlo riavviò il motore e ripartì nella notte.
Emise un sospiro liberatorio quando raggiunse la sua meta: il Tevere scorreva lento sotto ponte Milvio, nero come lava solidificata. Carlo, assicurandosi che nessuno potesse vederlo, uscì dall’auto, prese la bambola (con un certo disgusto) e strisciò fino al parapetto. Guardò un’ultima volta la faccia di porcellana di quel piccolo demonietto.
«Fanculo, Ghiriviani…» imprecò. E la lanciò nell’acqua sottostante. La bambola, con un suono liquido, sparì nella corrente. E Carlo, dopo essersi assicurato che non tornasse a galla, montò sulla sua preistorica Ford e se ne ritornò soddisfatto a casa.
L’appartamento era immerso nel silenzio più austero. Cercando di non pensare agli eventi di quell’infausto giorno, Carlo si tolse le scarpe ed entrò. Sarebbe stata dura passare la notte senza la sua Paola: i medici aveva considerato opportuno tenerla ancora in osservazione, visto le forti nausee che non accennavano a passare. Niente di preoccupante, avevano sentenziato: capitava non di rado dopo una commozione cerebrale.
Carlo appese il giubbino ad una gruccia e fece un salto in cucina; si aprì una lattina di birra, che trangugiò tutta d’un sorso. Fresca e corroborante. Ne aveva davvero bisogno. Poi tornò in salotto e si avvicinò alla televisione. Pescò il telecomando da dietro i cuscini del divano e pigiò il pulsante di accensione. Non accadde nulla.
“Non può essersi già rotta – considerò – l’abbiamo appena ricomprata!”
Si avvicinò allo schermo e vide che la spina non era attaccata alla presa della corrente, ma se ne stava lì, abbandonata sul pavimento come un lombrico rinsecchito.
«Davvero un bello scherzo, Paola. Proprio divertente» borbottò l’uomo. Si inginocchiò, afferrò la spina e la infilò dove doveva stare. Proprio in quell’attimo accadde l’imprevisto.
Un guizzo, un movimento rapidissimo dietro di lui. Carlo sentì un dolore lacerante alla gamba e crollò in avanti. Qualcuno lo aveva infilzato al polpaccio con un coltello. Anzi: non qualcuno. Qualcosa.
Lady Lavanda era in piedi, a pochi passi da lui; un grosso coltello da cucina nella mano sinistra e il solito sorriso sadico dipinto sul visino di porcellana. Carlo gridò come un pupo, lasciandosi scivolare sul pavimento; i suoi pantaloni erano zuppi di sangue e di urina. Si era pisciato addosso.
«Salve, Carlo.» lo schernì la bambola.
«Tu! Non p-puoi essere qui! – balbettò l’uomo – Io t-ti ho gettata via. Ti ho visto colare a p-picco come un sasso!»
Lei rise.
«Credevi di esserti liberato di me? Stupido! Nessuno può rompere la maledizione di Ghiriviani! E ora morirai per averci provato!»
La bambola si avvicinò, saltellando sulle sue gambette arcuate. Carlo scoppiò in lacrime, addossandosi al muro. Con quella gamba sanguinante non aveva vie di scampo. Era paralizzato, alla mercé di quel giocattolo animato dalla magia nera.
«Ti prego, risparmiami! – urlò, la voce scossa dai singhiozzi – Sono una brava persona. Non ho fatto altro che lavorare da quando ho diciassette anni! Pago le tasse, vado in Chiesa, non ho mai torto un capello a nessuno! Amo la mia ragazza, la voglio sposare, vogliamo fare bambini anche se non abbiamo un soldo in tasca. Cosa farà Paola senza di me? È disoccupata, non ha futuro! Non uccidermi, ti prego! Perché… perché a me??»
Lady Lavanda l’aveva raggiunto. Carlo chiuse gli occhi e si mise a recitare il Padre Nostro. La bambola si preparò a balzare, digrignò i denti, alzò il coltello…
…e lo lasciò cadere.
«No, non lo posso fare!» sbottò, con voce incredibilmente profonda.
Carlo riaprì gli occhi, intontito dalla paura.
«Cosa?»
La bambola, dopo aver calciato via il coltello contro il muro, si sedette a gambe incrociate e lo fissò con aria annoiata.
«Non lo posso fare, ho detto. Mi fai troppa pena.»
Carlo tossì, soffocato dal proprio muco.
«F-fai davvero? Non è uno s-scherzo?»
«Macché scherzo e scherzo. Dico sul serio. Che gusto c’è ad ammazzare una persona come te? Dio, mi si spezza il cuore. E io non ce l’ho un cuore, bello, pensa quanto mi fai pena. Se infierissi su di te non sarei malvagia. Sarei solamente una merda.»
Carlo si mise a sedere, incredulo.
«I-io t-ti ringrazio potentissima bambola…»
«Oh, ma fammi il piacere. Odio i lecchini! Vuoi farmi cambiare idea?»
«N-no ci m-mancherebbe.»
«Bravo. Ora levati di mezzo. Anzi, no. Adesso mi darai una mano, capito?»
«Oh, n-no. C-cosa devo fare?»
«Piantala di piagnucolare. Il fatto è che, con questa storia della crisi, uccidere non ha più gusto. Mi fate tutti tristezza…»
«E io c-che ci dovrei fare?» biascicò Carlo, torcendosi le mani. Lady Lavanda gli sventolò il coltello all’altezza delle palle.
«Fatti venire un’idea o avrai ben altro per cui piangere.»
E Carlo se la fece venire.
Salvo Dinari, ministro dell’economia, era stato indagato per concussione, abuso d’ufficio e corruzione. Benché colpevole non era mai stato condannato, complice un sistema giudiziario che faceva acqua da tutte le parti e un giro molto astuto di mazzette, fatte recapitare fra le mani di chi contava. All’apice del suo potere, Salvo Dinari non poteva essere più felice e potente di così.
Quella mattina uscì da palazzo Chigi con un sorriso sornione. Era riuscito, grazie ad un manipolo di fedeli al Parlamento, a far votare una legge ad personam, che gli avrebbe concesso di continuare a gestire alcuni suoi “affarucci”, mantenendo la sua fedina penale immacolata. Il tutto, ovviamente, con il sotterraneo scopo di racimolare una “discreta sommetta” nel conto segreto che aveva aperto in Svizzera.
Era una bella giornata di sole, una di quelle giornate da segnare sul calendario. Appena mise piede fuori dall’androne del palazzo, Salvo venne raggiunto da uno stuolo di paparazzi esagitati. Come di consueto iniziò a sorridere e a salutare con magnanimità, consapevole che la sua immagine, sparata nelle case di tutti gli italiani, avrebbe fatto evaporare qualsiasi dubbio sulla sua colpevolezza.
«Ministro Dinari, come commenta le ultime dichiarazioni…»
«Ministro, cosa ne pensa del comma 33?»
«Ministro, è convinto che un intervento in Libia sia auspicabile…»
«Ministro, compri questa bambola, è per una buona causa!»
Che cosa? Salvo si girò con sguardo interrogativo.
«Come dice, scusi?»
A parlare era stato un uomo, un gretto rappresentante della defunta classe media italiana. Camicia di seconda mano, pantaloni non più di moda da almeno tre anni, orologio made in china al polso. Salvo si sforzò di sorridere, anche se avrebbe voluto scappare a gambe levate. Che immagine miserevole!
«Una bambola, diceva?»
Mr. Miseria annuì, sventolandogli sotto il naso una pupattola decisamente kitsch, con un vestitino viola di organza e merletti. Sul suo visino era dipinto un sorriso enigmatico.
«Acquisti Lady Lavanda per una buona causa! – ripeté l’ometto – Aiuterà molte persone povere.»
I paparazzi continuavano a scattare foto. Questa sì che era una buona pubblicità, pensò Salvo: avrebbe di certo elevato la sua immagine alle stelle. Si frugò nei pantaloni D&G, armeggiò col portafogli Gucci e allungò a Mr. Miseria un verdone.
«Che Dio la benedica.» borbottò poco convinto l’uomo, schiaffandogli la bambola fra le braccia. In un attimo era sparito fra la folla. Salvo Dinari sorrise umilmente ai fotografi, alzando il suo caritatevole acquisto a mo’ di trofeo, dopodiché si allontanò dalla piazza e salì sull’auto blu.
«Dove la porto, ministro?» domandò ossequiosamente l’autista.
«Portami a Villa Fiumani – ordinò secco l’altro – C’è il pranzo per il compleanno di Sebastiano Breghioli Castoldi, il multimilionario. Ci sarà tutta la crème della società: politici, imprenditori, stilisti…»

Un movimento impercettibile catturò la sua attenzione e lo fece voltare verso la bambola, che aveva sistemato sul sedile di mezzo. Era la sua immaginazione o il sorriso di porcellana di Lady Lavanda si era fatto ancora più largo?