Film consigliati – The Visit di M. Night Shyamalan

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Quando mi capita di avere un periodo di aridità creativa (tradotto: il troppo studio mi manda in pappa il cervello) la cosa che mi piace fare, e l’unica che mi rilassi, è godermi le storie degli altri. Visito altri blog, compro un libro (o meglio, cerco di finire quelli che ho già sul comodino, a far polvere) o faccio un salto al cinema a vedere il film che più mi stuzzica fra quelli in programmazione.

Questa volta è stato il turno del film “The Visit” di M. Night Shyamalan. Per chi non lo sapesse, il buon signor S. è il regista de “Il Sesto senso”, di “The Village”, e di “Signs”. I suoi film, riconoscibilissimi, si distinguono per un ritmo lento, ma mai monotono, e per il colpo di scena finale, il classico “schiaffone-da-trama-che-funziona-bene”. Anche questa volta il visionario regista non si smentisce e, dopo un periodo di calo creativo (cioè, senza tanti giri di parole, il disastroso “L’Ultimo Dominatore dell’aria”), ci regala finalmente un buon film, una specie di thriller-horror dal lieve sapore comico, con un azzeccatissimo “Shyamalan twist” in grado di riempirci di puro terrore infantile.

I protagonisti di “The Visit” sono due fratelli: Rebecca, aspirante regista adolescente , e Tyler, un vispo bambino di otto anni con la passione del freestyle rap (purtroppo reso malissimo dalla traduzione italiana). La loro mamma, Loretta, è una donna single, depressa e insicura a causa di un litigio avuto dieci anni prima con i genitori, i nonni di Rebecca e Tyler. Saranno proprio loro a ricontattare la donna via internet, per chiederle il permesso di conoscere, per la prima volta, i nipotini. Loretta, speranzosa che dalla visita dei due ragazzi possa nascere un rinnovato legame familiare, accetta e così Rebecca e Tyler, armati delle loro fidate videocamere, salgono sul treno e raggiungono da soli la casa dei nonni: una villa dispersa nei boschi, ovviamente, senza un’anima nel raggio di chilometri. All’inizio affabili, i nonni si rivelano, con il passare dei giorni, dei tipi strambi, troppo strambi per non farsi mille domande… Che cosa nascondono in cantina? Perché impediscono a Rebecca e Tyler di andarci? E perché di notte si sentono strani rumori, come di unghie che grattano sulla porta?

Leggendo recensioni su questo film si trova di tutto: gente che lo ha definito il film più brutto che abbia mai visto, altri che lo considerano un film comico perché, a detta loro, “paura non ne fa”… La mia domanda è… Che razza di film avete visto? Certo, non sarà il miglior film del regista ma resta comunque un buon film, anche se capisco che il”found footage” possa iniziare a darvi la nausea. Riguardo alla paura, credo sia uno dei film più inquietanti che abbia visto negli ultimi anni. “Come mai?” direte voi. Semplice: il punto forte di “The Visit” è che va a toccare due figure “intoccabili”, ossia i nonni. Già, proprio quegli innocui vecchietti che ci hanno accompagnato nella nostra crescita, che ci hanno preparato i biscotti o raccontato le favole della buonanotte quando i nostri genitori se ne andavano a festeggiare il loro anniversario al ristorante. Vedere due anziani vagare come indemoniati in giro per la casa (o sotto la casa) è davvero scioccante e questa, a mio parere, è la ventata di novità del film di Shyamalan. Nessuno, prima di questo film (non che mi risulti) aveva osato tanto, prendendo una delle nostre sicurezze e ritorcendocela contro fino a farci restare con gli occhi sbarrati, col terrore che una vecchia megera in vestaglia bianca ci sbuchi da sotto il divano o da dietro la porta del bagno.

È un film perfetto? No, affatto! La trama, in certi punti, è piuttosto lacunosa. Quale madre lascerebbe i propri figli ai genitori che non vede da più di dieci anni e con cui, tra l’altro, non ha parlato di persona? Altra pecca il pozzo, che viene mostrato durante il film ma che è inutile dal punto di vista della trama: genera aspettative che poi vengono disilluse e questo è il segno di una storia non del tutto coerente o, piuttosto, incompleta. Altra pecca, i personaggi: la sensazione è che si avrebbe potuto approfondirli di più, magari andando a limare i tempi morti che, questa volta sì, rallentano un po’ troppo il ritmo. Come vedete, i difetti ci sono, ma non sono abbastanza, a mio parere, da definire “The Visit” un pessimo film o un film “che fa ridere e basta”.

È un film che vale la pena di andare a vedere al cinema? Per me sì. Perché è originale, perché ha una giusta dose di humour nero, perché, sinceramente, inquieta molto più di altri horror blasonati. Il vero problema è che ormai si va al cinema con un atteggiamento completamente sbagliato. Come sostiene Synergo, youtuber che si occupa in particolare di cinema di paura, i film horror vengono affrontati e vissuti senza partecipazione. Siamo talmente “impauriti all’idea di aver paura” da costruire attorno a noi una corazza che vanifica i tentativi del regista di impressionarci. In questo modo il meccanismo dell’horror si inceppa e questo, secondo me, è quello che è accaduto con “The Visit”.

Questo è quanto 😉 Se avete già visto il film datemi il vostro parere. È piaciuto solo a me, o è un film che, nonostante i suoi vistosi difetti, riesce a svolgere al meglio la sua funzione, ossia quella di inquietare? Grazie e alla prossima 😉

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The Wardrobe – un bel progetto da sostenere

“Ispirata ai classici della Lucasarts, The Wardrobe è un’avventura grafica demenziale il cui protagonista è letteralmente uno scheletro nell’armadio!”

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Le avventure grafiche sono un genere d’altri tempi, che ci riporta alla mente un mondo fatto di pixel e di colonne sonore a 16 bit. Chi è cresciuto negli anni ’90 non può non ricordare “Il segreto di Monkey Island”, “Indiana Jones and the Fate of Atlantis” o “Grim Fandango”: avventure grafiche caratterizzate da un umorismo effervescente e da personaggi memorabili. Ed erano bastarde, oh se lo erano! Ricordo pomeriggi interi passati a cercare online le soluzioni ad uno scalino insormontabile. Ti ritrovavi con un osso, una pentola di zuppa e degli occhiali da sole e dovevi comprare una nave pirata. Ah, bei tempi! Tuttavia, credere che di avventure grafiche non se ne sviluppino più è un errore. Anzi, è un genere ancora piuttosto prolifico, anche se i risultati sono altalenanti. A volte, per fortuna, c’è un guizzo di fantasia, una trovata geniale e ne vengono fuori dei piccoli capolavori. È questo il caso di “The Wardrobe”, un progetto tutto italiano con una personalità da far invidia ai grandi classici degli anni ’90.

Protagonista assoluto dell’avventura è l’adolescente Skinny, morto prematuramente per aver mangiato una prugna, un frutto di cui era inconsapevolmente allergico. Dopo la sua morte, Skinny andrà a vivere nell’armadio di Ronald, l’amico che gli ha offerto il frutto e che non ha ancora confessato a nessuno il suo “crimine”. “Avere uno scheletro nell’armadio”… vi dice qualcosa?

Una storia di vendetta, dunque? Tutt’altro: il compito di Skinny (e quindi il nostro) è quello di convincere l’amico a confessare la malefatta. Solo così potrà salvarsi l’anima. Un compito tutt’altro che facile, che spingerà il nostro povero scheletrino a confrontarsi con il bizzarro mondo dell’oltretomba e a risolvere intricati enigmi.

Vi ho convinto, eh? Diciamo che le premesse per un gran gioco ci sono: una storia stuzzicante, che si ricollega ai tempi d’oro delle avventure grafiche, colma di citazioni che un giocatore accanito saprà cogliere al volo. Aggiungeteci il carisma del protagonista (che spesso si rivolge al videogiocatore “offendendolo” spiritosamente) e i dialoghi graffianti e umoristici, e il risultato è un progetto da tener d’occhio e, soprattutto, da supportare. Con solo 5 € è possibile aiutare il team che sta faticosamente creando il gioco, ma ovviamente più si spende e più si avrà: magliette, disegni autografati e persino la possibilità di vedersi inseriti nel videogioco! Vi linko il sito, così potete darci un’occhiata. C’è ancora tempo una ventina di giorni prima che finisca la campagna di raccolta fondi. Appena caricherò la mia postepay darò il mio contributo. E voi, che state aspettando? 😉

https://www.eppela.com/projects/6173-the-wardrobe

Tag: Wishlist natalizia

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Questa è la settimana dei tag 😉 Oggi è il turno della Wishlist natalizia: cinque desideri per un Natale coi fiocchi. Ringrazio per la nomina Shioren Angel 😀 Le regole, ovviamente, le ho copiate così com’erano! Si parte 😉

LE REGOLE:

  1. Scrivete un post dove indicate almeno 5 oggetti che vi piacerebbe ricevere per Natale (un libro, un gioiello, un viaggio, qualsiasi cosa voi desideriate), citando il blog da cui è partito il tag (Mercury) e quello da cui vi è arrivato l’invito, scrivete di cosa si tratta e le 2 regole con il logo del tag.
  2. Taggate a vostra volta almeno 10 blog, avvisandoli di averli nominati!

 

DESIDERO:

  • Vedere al cinema “At the mountain of madness”: eh sì, si tratta di un sogno che difficilmente vedrà la luce, ma… sperare non costa nulla. Guillermo del Toro, uno dei miei registi preferiti, sta tentando da anni di portare uno dei romanzi più noti di H.P. Lovecraft sul grande schermo, ma purtroppo la casa di produzione Universal Pictures ha deciso di scassare i cabbasisi, mettendogli i bastoni tra le ruote in mille modi. Il progetto è naufragato ancora prima di cominciare perciò la vedo dura che venga realizzato. Ma chissà… in un giorno molto lontano quando, magari, le case di produzione oseranno un po’ di più…
  • Un e-reader: lo confesso: sono sempre stato uno snob riguardo ai libri. Ho sempre preferito il cartaceo e guardato i lettori digitali dall’alto in basso. Tuttavia, studiando editoria, ho cambiato decisamente idea, alla luce dei lati positivi del libro digitale (portabilità, risparmio sul costo dei libri, strumenti per la ricerca ecc…). Perciò, non mi dispiacerebbe “trovare sotto l’albero” un bel Kindle Paperwhite 😉 Dovrà materializzarsi, ovviamente, visto che non ho soldi da spendere in questo momento XD
  • Essere meno pippa con la serie Dark Souls: sono un grande fan della saga creata da Hidetaka Miyazaki, ma faccio schifo, sul serio. Peggio di così non si può fare e infatti sia del primo titolo che del secondo non sono arrivato neppure a metà (mi vergogno da solo). Perciò, visto che ad aprile uscirà il terzo capitolo (forse l’ultimo), mi auguro che il mio cervello si dia magicamente una mossa, permettendomi, almeno, di raggiungere il finale e di gustarmi le fantastiche ambientazioni senza finire ammazzato da topi maledetti o senza cadere in qualche crepaccio chilometrico XD
  • Imparare a usare WordPress un po’ meglio, visto che non so nemmeno fare un elenco in cui le voci si distanzino di una riga e non siano appiccicate l’una sopra l’altra :X
  • Una montagna di neve: l’anno scorso a Verona saran venuti giù due fiocchi in croce, perciò quest’inverno vorrei un bel po’ di neve. Non troppa da bloccare la viabilità nelle strade né i treni (tanto quelli li blocca anche uno sputo sulle rotaie), ma quel che basta per farsi una bella passeggiata immersi in un silenzio bianco.

Ecco, questi sono i miei desideri per questo Natale 😉 Per le nomine, preferisco che siano aperte a tutti: chi vuole fare il tag è il benvenuto. Auguro a tutti che la wishlist possa avverarsi, anche per chi ha desiderato cose impossibili (nel mio caso, diventare bravo a Dark Souls XD) Ciao e buon divertimento 😉

 

TAG – Best Friend Award

Ringrazio Irene Sartori per avermi nominato 😉

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PREMIO AMICO MIGLIORE  E’ il riconoscimento ufficiale per quei blog che si ritengono più affini e / o amici fra quelli che frequentiamo o leggiamo.

Un gentile omaggio a coloro che spesso ci visitano e spendono del loro tempo a commentare quanto noi produciamo con i nostri blog e una maniera elegante e carina per dire a loro grazie attribuendogli questo riconoscimento.

Per partecipare ecco alcuni semplici accorgimenti:

  1. Occorre segnale questa pagina all’iniziativa: http://www.fmtech.it/diario/fmtech-award/best-friend-award/ (mi sembra giusto mettere quella del blog che l’ha ideata);
  2. Inserire nel vostro post il riconoscimento prelevabile a questo link: http://www.fmtech.it/master/award/BF-FMTECH.jpg
  3. Nominare almeno 10 blog di vostri amici e/o amiche (passando a vostra volta il testimone)
  4. Avvisare le persone nominate di essere state scelte per questo riconoscimento
  5. Riportare queste semplici regole nel post con cui farete le vostre nomination.

Si possono nominare anche più di 10 blog in quanto lo spirito dell’iniziativa è quello di espandere la conoscenza dei blog meritevoli di attenzione e di partecipazione.

Le mie scelte

Ho scelto i blog che seguo di più e che apprezzo, ognuno con le proprie diversità: chi scrive bellissime epopee fantasy, chi racconti umoristici, chi racconti gotici dalle atmosfere cupe, o ancora chi arricchisce le proprie storie con fantastici disegni manga… Ringrazio tutti quelli che mi seguono, soprattutto Irene Sartori, che mi ha gentilmente nominato (spero di non risultare noioso se le mie nomine sono piuttosto simili alle sue XD)

Ali di Pergamena (Irene Sartori)

Anime Scritte nell’orizzonte (Irene Sartori)

Aven90 (Andrea)

Solo un’altra riga (Sonia)

La corte di Belial (Alessia)

Alice Jane Raynor

Isola di Skye (Federica)

Il mondo di Shioren (Shioren Angel)

Purtroppo, visto che ho la stessa conoscenza degli strumenti di WordPress di una scimmia bonobo, non taggo nessuno: ho paura di combinare pasticci XD Chiunque mi visiti potrà partecipare a questa bellissima iniziativa 😉 A presto 😉

Mondo

Questa storia partecipa alla seconda sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Cerchio” proposto da Alice Jane Raynor

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Conobbi Trevor Johnson il giorno in cui si trasferì nella casa accanto alla nostra. A quei tempi, io, mia mamma e mio fratello Robert vivevamo alla periferia di Montgomery, in una villetta a schiera come ce n’erano tante. Erano tutte uguali tra loro, come castelli di sabbia fatti con lo stesso stampino, e anche quella di Trevor non differiva dalla nostra. La sua, però, era vecchia e malmessa: aveva il tetto a buchi, come la banchina di un vecchio porto spagnolo, e le fondamenta erose dai tarli. Se aveva avuto un giardino, nessuno avrebbe potuto dirlo, perché adesso c’era, al posto dell’erba, un fazzoletto di terra dura come cemento, piena di sabbia, ortica e gramigna.

Ricordo che quando la famiglia Johnson scese dalla corriera, mi resi conto del perché avessero comprato una catapecchia sul punto del crollo. Non si potevano permettere altro. Alan Johnson era un bracciante di colore, un negro, come si diceva dalle mie parti; aveva trentacinque anni, ma ne portava cinquanta, perché lavorava sotto il sole dall’età di quindici anni e aveva portato così tanti pesi, nella sua vita, che aveva la schiena storta e zoppicava dalla fatica. Romina Johnson era casalinga ed era una donna umile. Indossava vestiti sdruciti, lunghi fino ai piedi come le tuniche delle suore carmelitane. Camminava a testa bassa, come se si vergognasse, a braccetto del marito. La sua mano sinistra stringeva tenacemente quella del figlio. Ad una prima occhiata, Trevor Johnson mi sembrò un ragazzo normale. Tranne che per il colore della pelle, ovviamente. A scuola, chi era amico di un negro se la vedeva brutta: veniva isolato, deriso, a volte picchiato. Perciò non avevo alcuna intenzione di dargli corda, né di rivolgergli il saluto. Mentre lo vedevo sgambettare verso la sua nuova casa, mi vennero in mente le parole di Matt, il bulletto del mio istituto: “Non bisogna essere amici dei negri – diceva, quando vedeva per strada un bianco che parlava con un nero – perché pian piano si diventa come loro: dei negri puzzolenti.”
E in quel momento, vedendo i Johnson passare davanti al nostro porticato, mi parve davvero di sentire un cattivo odore. Solo adesso so che era il marciume del mio stesso pregiudizio.
Mentre sfilavano davanti alla nostra casa, Alan si tolse il cappello e salutò mia madre. Lei rispose meccanicamente, abbozzando un lieve sorriso di circostanza. Trevor, sporgendosi dalla gonna grigia di sua madre, agitò la sua manina nella mia direzione. Io rimasi immobile, fingendo di non aver visto nulla. Ma mia madre mi diede una gomitata, così fui costretto a rispondere con una smorfia di disappunto e un brusco cenno della mano. Trevor, deluso, voltò la testa e seguì il passo dei suoi genitori.
“Mai e poi mai – dissi tra me e me, seguendoli con sguardo ottuso – mi farò vedere accanto a lui. Perché si sono trasferiti qui? Non potevano restare in Africa?”
Poi accadde che gli parlai. Prima fu un solo semplice “ciao”. Poi, il giorno dopo, un “come va?”. Non passò una settimana che ci parlavo come parlavo con qualsiasi altro mio compagno di classe bianco. Non ricordo come mai violai la regola che io stesso mi ero autoimposto. Forse, com’è giusto che facciano i bambini, avevo capito che le regole che ci davano i grandi erano tutte sbagliate.
Un giorno, di ritorno dalla scuola, trovai Trevor che giocava nella sabbia grigia del suo giardino. Mi sporsi dallo steccato e sbirciai cosa stesse facendo. Aveva tracciato un cerchio con un rametto e ora ci stava dentro, ad occhi chiusi, come se sognasse.
“Ehi, Trevor – gli bisbigliai – che fai?”
Lui aprì un occhio, poi l’altro e mi sorrise. Il suo sorriso bianco, in quella faccia scura, era potente, forse il più potente che avessi mai visto.
“Viaggio.” rispose.
“E dove?”
“Nel mondo che vorrei.”
Io rimasi zitto. Poi guardai a destra e a sinistra. Quando vidi che non c’era nessuno ritornai a parlare con il mio piccolo non-amico.
«Posso venire anche io?»
«Certo. Nel mondo che vorrei nessuno è straniero.»
Non me lo feci ripetere due volte. Saltai lo steccato ed entrai nel cerchio.
«Dov’è che si va?» domandai.
«Si va nel mare aperto, sulla nave Coda di balena.»
«E chi la governa?»
«Io, che sono il capitano.»
«Eh, no – borbottai – mica è giusto. Perché devi comandare tu e non io?»
«Hai ragione. Allora siamo capitani al cinquanta e cinquanta.»
Detto questo, Trevor chiuse gli occhi e io, senza domandarmi perché, feci altrettanto. Non so cosa accadde, so solo che alle sette di sera ero ancora lì col mio non-amico. Ridevamo come matti, immaginando di essere temerari pirati con la benda sull’occhio, intenti a lottare contro le armate inglesi o a sfidare un terribile e viscido kraken tentacolato. E ci pareva davvero che le onde del mare ci bagnassero i vestiti e che il sole dei Caraibi ci bruciasse le palpebre degli occhi. Ridevamo così tanto che mia madre, uscita di casa per chiamarmi dentro, decise di avvicinarsi e di scattarci una foto senza che lo sapessimo. Non so perché lo fece. Forse per lei era una cosa così strana, vedere un ragazzo bianco che giocava con un ragazzo nero, che sentì il bisogno di immortalare quel momento. Fu una fortuna che lo facesse. Nemmeno un mese dopo, Trevor Johnson morì. Aveva una salute debole. Soffriva d’asma e fu trovato morto in una fiumiciattolo distante sette chilometri da casa. Si scoprì solo quattro anni dopo che a portarcelo lì era stato Matt, il bulletto, che era in vena di prendersela con il primo nero che gli fosse capitato davanti. Insieme ai suoi quattro amici e al suo fratello maggiore avevano caricato Trevor in macchina, fingendo che lo avrebbero portato alle giostre, e poi l’avevano lasciato in un boschetto. Trevor si era perso e aveva trascorso la notte al freddo, senza le sue medicine.
Ricordo che al suo funerale eravamo in pochi. Ricordo anche che scoppiai in lacrime a metà cerimonia e scappai via dalla chiesa, con il cuore pieno di amarezza e le lacrime che mi annebbiavano la vista. Non avevo mai considerato Trevor come un amico e me ne vergognavo. Mi vergognavo di non avergli mai dato la mano, o di non averlo mai invitato a casa o al cinema o a mangiare hamburger insieme ai miei amici bianchi. Entrai in casa urlando di rabbia e di dolore, convinto che niente al mondo avrebbe potuto ridarmi la mia dignità umana. Ma ad aspettarmi, sopra il mio letto, c’era la foto di me e lui, sorridenti e con gli occhi chiusi, sotto il sole di un’isola tropicale immaginaria. Allora scoppiai a ridere e le lacrime si mescolarono al mio sorriso. Capii che, anche se non glielo avevo detto, a Trevor avevo voluto bene, e lui lo sapeva. E capii anche che, in quella sola, breve giornata di giochi, avevo vinto la battaglia più importante di tutta la mia vita. Una battaglia che molti non potranno mai vincere.

E anche oggi, quando mi sento triste perché la terra mi sembra un posto pieno di miseria e dolore, guardo la foto di me e Trevor Johnson, e quel semplice cerchio tracciato nel terreno. Quel cerchio che era il mondo che tutti noi sogniamo.

 

Film consigliati – L’illusionista (2010) di Sylvain Chomet

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Ah, ragazzi… Quanto mi mancano i classici Disney! No, non sto parlando dei film della Pixar, che escono a cadenza annuale, né di Frozen o Rapunzel. Sto parlando dei classici “cartoni animati”, quelli che venivano disegnati a mano e animati con perizia artigianale mediante l’utilizzo di rodovetri (fogli trasparenti su cui venivano disegnati i personaggi, “fatti muovere” frame per frame). Cartoni animati come La Bella addormentata nel bosco, o la Carica dei 101, o La Bella e la Bestia. Veri e propri capolavori, con cui sono cresciuto e che occupano un posto importante nel mio cuore e nella mia mente. Oggi, ahimè, tutto è cambiato: sono nate nuove tecniche di animazione digitali (CGI), più semplici e meno costose, che hanno soppiantato i metodi tradizionali, senza dubbio complessi, dispendiosi, far6a00d8341c684553ef0134828ff39e970c-piraginosi. La sensazione, però, è quella di aver perso qualcosa di importante… Oh, non mi fraintendete: Inside out o Up sono anch’essi dei capolavori (la cosa più importante, in fondo, è la bontà della storia), ma penso sia impossibile negare che i vecchi cartoni animati avessero un pizzico di magia in più. Perciò, quando esce un piccolo gioiellino di animazione “tradizionale” io non me lo faccio scappare e, se passa in sordina, cerco sempre di recuperarlo.

È questo il caso de L’Illusionista, film d’animazione francese diretto da Sylvain Chomet su sceneggiatura del regista e comico Jacques Tati.
È la storia di un vecchio prestigiatore francese, che vede la sua notorietà sfiorire con l’avanzare degli anni. Il mondo sta cambiando: i giovani preferiscono osannare i gruppi rock e non credono più nella magia. I teatri si fanno sempre più vuoti. Perciò, per il povero prestigiatore, illusionist-edinburghnon c’è altra scelta che partire in cerca di maggior fortuna. Lo accompagneranno in questo suo ultimo viaggio un vorace coniglio, protagonista assoluto dei suoi trucchi, e una giovane ragazza inglese, conosciuta durante uno spettacolo di magia in una bettola scozzese.
Sarà un’odissea coronata dagli insuccessi (sempre raccontati con sincerità, commozione e delicatezza) e sancirà, alla fine, l’abbandono della magia da parte del prestigiatore. Siamo entrati nella modernità: a chi può interessare un vecchio illusionista e il suo grasso coniglio bianco?

Appena le prime scene del film appariranno sullo schermo, fidatevi di me, vi verrà un tuffo al cuore. I personaggi, profondi, diversissimi, buffi e grotteschi allo stesso tempo… I paesaggi, così ricchi di dettagli da dare il capogiro… La storia, così poetica da non aver bisogno di parole per essere raccontata… tutto contribuisce a formare, nello spettatore, un senso di malinconia per un modo di fare animazione che fa ormai parte della storia, una storia che molti di noi hanno vissuto e che ricordano con il magone.

L’Illusionista è proprio questo: un ritratto malinconico della fine di un mondo, che saprà commuovervi proprio in virtù dei suoi disegni e delle tecniche d’animazione, che vi riporteranno alla mente anni che non torneranno più. Preparate i fazzoletti.

Il mio pensiero a Parigi

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Quando accadono eventi come quello che ha avuto luogo a Parigi, le parole non servono. Si rischierebbe di cadere nel melenso, perdendo tutto il significato profondo di quanto avvenuto. Ci sarà spazio per le parole, ma dopo.

Per quanto poco possa contare, questo blog è in lutto.

La matita – un racconto breve

Ed ecco a voi un racconto breve un po’ diverso dal solito. Con una giusta dose di humour… NERO XD Buona lettura 😉

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Non era passata nemmeno una settimana dalla Creazione del Mondo, che il Re degli Uomini decise di parlare con Dio. Perciò, dopo aver salutato la sua famiglia, uscì dalla grotta e scalò il Grande Monte fino alla cima.
«Dio – disse, una volta che fu arrivato sulla sommità – non mi fraintendere! Mi piace tutto quello che hai fatto per noi. Ma, se devo essere sincero, non ci sentiamo noi stessi. Intendo dire: che cosa ci differenzia dagli altri animali, eh? Da una scimmia, da una lepre, da un castoro?»
A quei tempi, infatti, agli animali dovevano essere ancora consegnati i Talenti, perciò, a parte l’aspetto, non si differenziavano in alcun modo l’uno dall’altro. Dio ci pensò un po’ su e rispose:
«Figliolo, le tue obiezioni mi sembrano giuste. È arrivato il momento che voi vi distinguiate da tutte le altre bestie. Perciò… ti dono questa.»
Detto questo, il Creatore schioccò le dita, ci fu un lampo e, fra le sue mani immacolate, comparve un piccolo oggetto di legno appuntito, niente più che una scheggia se paragonata alla maestosità delle sue dita. Con grazia, lo passò nelle mani piccole e sporche di terra dell’uomo.
Lui guardò la cosa con disappunto.
«E questa cos’è?» chiese borbottando. Si era aspettato di poter volare o respirare sott’acqua o scavare profonde buche nella terra dove nascondersi dai predatori.
Dio sospirò pazientemente.
«È una matita, figliolo. Anche se ti sembra impossibile, con questo piccolo oggetto saprete esprimere al meglio voi stessi. Sarete capaci di comunicare tutto quello che si cela nel vostro piccolo, grande cuore.»
All’uomo si illuminarono gli occhi. Aveva appena capito come avrebbe potuto utilizzare la matita.
«Grazie, Dio.» esclamò. Fece un grande inchino, poi voltò le spalle al suo Creatore e si mise a ridiscendere il cocuzzolo.
«Mi raccomando – gli gridò dietro Dio – fanne buon uso!»
«Certo!» ribatté l’altro.

Non appena fu tornato alla sua grotta, l’uomo prese la matita e la infilò nell’occhio del suo odiato fratello.

Angolo delle poesie – “Soldati” di Giuseppe Ungaretti

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La poesia è fatta così: ti colpisce, ti turba l’anima, ti strappa via le lacrime dagli occhi. E per far questo le bastano poche righe, pochissime. La poesia “Soldati” di Giuseppe Ungaretti è forse la poesia più potente che sia mai stata scritta. Contenuta nella raccolta “Allegria di naufragi” (1919), è costituita da quattro versi brevissimi, come colpi di pallottola, da cui traspare tutta la sofferenza della guerra, terribile nella sua autunnale prepotenza. La vita in bilico dei soldati, pronti a morire e ad essere calpestati nello spazio di un secondo… non c’è bisogno d’altro per fare poesia:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Una vera e propria folgorazione, realizzata attraverso la spezzettatura del verso e l’eliminazione della punteggiatura. Che altro dire. Magnifica. Punto.