Mondo

Questa storia partecipa alla seconda sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Cerchio” proposto da Alice Jane Raynor

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Conobbi Trevor Johnson il giorno in cui si trasferì nella casa accanto alla nostra. A quei tempi, io, mia mamma e mio fratello Robert vivevamo alla periferia di Montgomery, in una villetta a schiera come ce n’erano tante. Erano tutte uguali tra loro, come castelli di sabbia fatti con lo stesso stampino, e anche quella di Trevor non differiva dalla nostra. La sua, però, era vecchia e malmessa: aveva il tetto a buchi, come la banchina di un vecchio porto spagnolo, e le fondamenta erose dai tarli. Se aveva avuto un giardino, nessuno avrebbe potuto dirlo, perché adesso c’era, al posto dell’erba, un fazzoletto di terra dura come cemento, piena di sabbia, ortica e gramigna.

Ricordo che quando la famiglia Johnson scese dalla corriera, mi resi conto del perché avessero comprato una catapecchia sul punto del crollo. Non si potevano permettere altro. Alan Johnson era un bracciante di colore, un negro, come si diceva dalle mie parti; aveva trentacinque anni, ma ne portava cinquanta, perché lavorava sotto il sole dall’età di quindici anni e aveva portato così tanti pesi, nella sua vita, che aveva la schiena storta e zoppicava dalla fatica. Romina Johnson era casalinga ed era una donna umile. Indossava vestiti sdruciti, lunghi fino ai piedi come le tuniche delle suore carmelitane. Camminava a testa bassa, come se si vergognasse, a braccetto del marito. La sua mano sinistra stringeva tenacemente quella del figlio. Ad una prima occhiata, Trevor Johnson mi sembrò un ragazzo normale. Tranne che per il colore della pelle, ovviamente. A scuola, chi era amico di un negro se la vedeva brutta: veniva isolato, deriso, a volte picchiato. Perciò non avevo alcuna intenzione di dargli corda, né di rivolgergli il saluto. Mentre lo vedevo sgambettare verso la sua nuova casa, mi vennero in mente le parole di Matt, il bulletto del mio istituto: “Non bisogna essere amici dei negri – diceva, quando vedeva per strada un bianco che parlava con un nero – perché pian piano si diventa come loro: dei negri puzzolenti.”
E in quel momento, vedendo i Johnson passare davanti al nostro porticato, mi parve davvero di sentire un cattivo odore. Solo adesso so che era il marciume del mio stesso pregiudizio.
Mentre sfilavano davanti alla nostra casa, Alan si tolse il cappello e salutò mia madre. Lei rispose meccanicamente, abbozzando un lieve sorriso di circostanza. Trevor, sporgendosi dalla gonna grigia di sua madre, agitò la sua manina nella mia direzione. Io rimasi immobile, fingendo di non aver visto nulla. Ma mia madre mi diede una gomitata, così fui costretto a rispondere con una smorfia di disappunto e un brusco cenno della mano. Trevor, deluso, voltò la testa e seguì il passo dei suoi genitori.
“Mai e poi mai – dissi tra me e me, seguendoli con sguardo ottuso – mi farò vedere accanto a lui. Perché si sono trasferiti qui? Non potevano restare in Africa?”
Poi accadde che gli parlai. Prima fu un solo semplice “ciao”. Poi, il giorno dopo, un “come va?”. Non passò una settimana che ci parlavo come parlavo con qualsiasi altro mio compagno di classe bianco. Non ricordo come mai violai la regola che io stesso mi ero autoimposto. Forse, com’è giusto che facciano i bambini, avevo capito che le regole che ci davano i grandi erano tutte sbagliate.
Un giorno, di ritorno dalla scuola, trovai Trevor che giocava nella sabbia grigia del suo giardino. Mi sporsi dallo steccato e sbirciai cosa stesse facendo. Aveva tracciato un cerchio con un rametto e ora ci stava dentro, ad occhi chiusi, come se sognasse.
“Ehi, Trevor – gli bisbigliai – che fai?”
Lui aprì un occhio, poi l’altro e mi sorrise. Il suo sorriso bianco, in quella faccia scura, era potente, forse il più potente che avessi mai visto.
“Viaggio.” rispose.
“E dove?”
“Nel mondo che vorrei.”
Io rimasi zitto. Poi guardai a destra e a sinistra. Quando vidi che non c’era nessuno ritornai a parlare con il mio piccolo non-amico.
«Posso venire anche io?»
«Certo. Nel mondo che vorrei nessuno è straniero.»
Non me lo feci ripetere due volte. Saltai lo steccato ed entrai nel cerchio.
«Dov’è che si va?» domandai.
«Si va nel mare aperto, sulla nave Coda di balena.»
«E chi la governa?»
«Io, che sono il capitano.»
«Eh, no – borbottai – mica è giusto. Perché devi comandare tu e non io?»
«Hai ragione. Allora siamo capitani al cinquanta e cinquanta.»
Detto questo, Trevor chiuse gli occhi e io, senza domandarmi perché, feci altrettanto. Non so cosa accadde, so solo che alle sette di sera ero ancora lì col mio non-amico. Ridevamo come matti, immaginando di essere temerari pirati con la benda sull’occhio, intenti a lottare contro le armate inglesi o a sfidare un terribile e viscido kraken tentacolato. E ci pareva davvero che le onde del mare ci bagnassero i vestiti e che il sole dei Caraibi ci bruciasse le palpebre degli occhi. Ridevamo così tanto che mia madre, uscita di casa per chiamarmi dentro, decise di avvicinarsi e di scattarci una foto senza che lo sapessimo. Non so perché lo fece. Forse per lei era una cosa così strana, vedere un ragazzo bianco che giocava con un ragazzo nero, che sentì il bisogno di immortalare quel momento. Fu una fortuna che lo facesse. Nemmeno un mese dopo, Trevor Johnson morì. Aveva una salute debole. Soffriva d’asma e fu trovato morto in una fiumiciattolo distante sette chilometri da casa. Si scoprì solo quattro anni dopo che a portarcelo lì era stato Matt, il bulletto, che era in vena di prendersela con il primo nero che gli fosse capitato davanti. Insieme ai suoi quattro amici e al suo fratello maggiore avevano caricato Trevor in macchina, fingendo che lo avrebbero portato alle giostre, e poi l’avevano lasciato in un boschetto. Trevor si era perso e aveva trascorso la notte al freddo, senza le sue medicine.
Ricordo che al suo funerale eravamo in pochi. Ricordo anche che scoppiai in lacrime a metà cerimonia e scappai via dalla chiesa, con il cuore pieno di amarezza e le lacrime che mi annebbiavano la vista. Non avevo mai considerato Trevor come un amico e me ne vergognavo. Mi vergognavo di non avergli mai dato la mano, o di non averlo mai invitato a casa o al cinema o a mangiare hamburger insieme ai miei amici bianchi. Entrai in casa urlando di rabbia e di dolore, convinto che niente al mondo avrebbe potuto ridarmi la mia dignità umana. Ma ad aspettarmi, sopra il mio letto, c’era la foto di me e lui, sorridenti e con gli occhi chiusi, sotto il sole di un’isola tropicale immaginaria. Allora scoppiai a ridere e le lacrime si mescolarono al mio sorriso. Capii che, anche se non glielo avevo detto, a Trevor avevo voluto bene, e lui lo sapeva. E capii anche che, in quella sola, breve giornata di giochi, avevo vinto la battaglia più importante di tutta la mia vita. Una battaglia che molti non potranno mai vincere.

E anche oggi, quando mi sento triste perché la terra mi sembra un posto pieno di miseria e dolore, guardo la foto di me e Trevor Johnson, e quel semplice cerchio tracciato nel terreno. Quel cerchio che era il mondo che tutti noi sogniamo.

 

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24 pensieri su “Mondo

  1. Ciao! Eccomi a commentare.
    Mi è piaciuto moltissimo questo racconto, nel finale, non mi vergogno di ammetterlo, ho persino pianto. Quelle lacrime che ti escono senza che nemmeno te ne accorgi. E succede solo con quei racconti/romanzi che ti sono entrati nel cuore e hanno colpito una parte di te.
    Complimenti, questo racconto merita, per il suo significato, per il messaggio importante che lascia, per la frase finale che la rileggerei cento volte da quanto è bella. Ho pensato a Joyland di Stephen King, perché quando l’ho finito mi sono commossa allo stesso modo.
    Non posso che darti 5 pieno e meritato!

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  2. ecco un ottimo racconto, completo, scritto con prosa fluida e intercalato da dialoghi credibili. equilibrata anche l’ambientazione morale del racconto, capace di non scadere nel moralismo conformista hollywoodiano. tra gli elementi positivi direi che i tempi della narrazione sono scanditi in modo esemplare (la sterzata della morte di Trevor è gestita con maestria quasi bradburyana) e che il finale è potente nella sua ambiguità urticante solo apparentemente buonista. difatti, se da un lato il messaggio parrebbe rassicurante del tipo “basta poco, un semplice solco circolare nel terreno sabbioso per arginare gli orrori del mondo”, dall’altro la tragica fine di Trevor mette il dito nella piaga e urla che per quanto fantasticare sia ormai l’unica via di fuga che ci resta dagli orrori del mondo, tale consolazione *virtuale* non è comunque un diritto inalienabile in quanto può essere revocata in modo improvviso e inappellabile insieme alla vita (o alla connessione internet…). tra gli elementi negativi, direi l’ambientazione americanoide che oltre a suggerire un’ingiustificata sudditanza per il colonialismo letterario d’oltreoceano genera uno scarto spazio-temporale consolante. mi spiego: scorrendo il testo, il lettore non può fare a meno di percepire il racconto come una realtà diversa e lontana da quella in cui vive ogni giorno, quasi che in fondo *non lo riguardi più di tanto*. non sarebbe più potente, visto che il racconto è innegabilmente scritto in italiano, che Matt fosse Mattia o Matteo, che Trevor fosse rumeno o marocchino e che il contesto storico fosse più tecnologico-contemporaneo? Mmmm…
    ultima riflessione, forse potresti sfruttare nel finale un richiamo ai pirati per introdurre con maggiore naturalezza il concetto di “battaglia più importante di tutta la mia vita” (qualcosa del tipo “E capii anche che, in quella sola, breve giornata di giochi, avevo partecipato all’arrembaggio più importante di tutta la mia vita. Un arrembaggio che solo i pirati più temerari possono tentare.
    (un refuso: “una fiumiciattolo” vs “un fiumiciattolo”, poi forse eviterei la ripetizione “portava” “portato”, sostituendo il primo con un “dimostrava”:)

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    • Grazie davvero per questa lucidissima e inattesa recensione! Condivido le critiche che mi hai fatto, diciamo che l’ambientazione americana voleva essere un omaggio al film (il romanzo devo ancora leggerlo) “il buio oltre la siepe” che ho rivisto da poco 😉 Grazie anche per il richiamo alla battaglia navale, non ci avevo minimamente pensato 🙂

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    • Oh, tra l’altro, anche io ho letto il tuo racconto (bellissima critica all’insensatezza e alla paralisi del mondo moderno) ma non ho trovato lo spazio dove commentare! Potrebbe essere un problema legato alla struttura del tuo blog? o_O

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  3. Pingback: Storie del Bando IV – Sfida di Scrittura Creativa Raynor’s Hall | Alice Jane Raynor

  4. Mi hai fatto venire i brividi!!
    Bello, bellissimo!!
    Personaggi ben descritti, ambientazioni chiare… uno splendido salto nel tempo, in quegli anni in cui i neri lottavano per i diritti umani. Tra l’altro, adoro i film ambientati in quegli anni, sono sempre carichi di sentimenti ed emozioni uniche, proprio come il tuo racconto.
    Non ho parole da dire, se non, complimenti!

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    • Grazie davvero! 😀 E’ vero, i film di quell’epoca hanno un fascino particolare. Se non l’hai già visto, ti consiglio “Il buio oltre la siepe”(che poi è un romanzo). Mi ha ispirato lui questa storia, anche se temporalmente è ambientato una decina di anni prima, negli anni ’30 se non sbaglio 🙂

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  5. Fantastica.
    Davvero una storia fantastica, di quelle che ti regalano forti emozioni e ti lasciano li, ancora a chiederti quanto dannatamente vere siano le parole appena lette. Oh, e tu sì che hai usato delle parole che colpiscono! Unite ad una narrazione fluente, il cui intreccio affronta sia delle tematiche delicate che il tema sorteggiato dal circolo.
    Il cerchio come luogo d’incontro dei due bambini lontani dalle convenzioni sociali, nel “mondo che vorrei” è sinceramente una delle idee più originali che potessero esserci. Credo che aver toccato poi le tematiche razziali gli abbia dato un’importanza ancora maggiore, più vicina a tutti noi.
    Che altro potrei dire? Perfetta così, davvero.
    Per quanto riguarda la grammatica, se non sbaglio c’erano solo due tempi verbali da aggiustare… non ho notato altro. Dunque, ancora un “bravo” in più per la lettura scorrevole grazie ad un’ottima grammatica.

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  6. Oggi più che mai il mondo ha bisogno di unità, non di divisione. Di condivisione, non di razzismo. Di cooperazione, non di bullismo. Ed ecco che poi spunti tu, con questa storia a ricordarcelo! Ebbene, mi è piaciuto davvero tanto anche per il fatto che in poche righe hai tracciato davvero una vita, il contesto in cui si è trovata e un sacco di significati. Quindi complimenti a te e complimenti anche la tuo protagonista, il quale senza saperlo ha ridato un sorriso a chi non ci sperava più 🙂 il tema del cerchio è messo un po’ alla fine, ma va bene così! Voto 5/5, complimenti!

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  7. Molto bello come racconto, mi è piaciuto un sacco, come tutti gli altri tuoi che ho letto del resto. Hai uno stile dolce che si accorda molto coi miei gusti e questo ha un retrogusto dolce amaro particolare. Il bambino soffre per la perdita ma è felice per aver incontrato il suo amico. Hai descritto i suoi sentimenti magistralmente.

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