AUGURI (in anticipo) e… Analisi del 2015

Grazie ai “folletti delle statistiche” oltre a toccare con mano l’aumento notevole di visite al mio blog (yeah), ho anche scoperto una nuova parola: cable car. Meglio di così 😉 Oh, dimenticavo…

…Buon anno a tutti!

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2015 per questo blog.

Ecco un estratto:

Un “cable car” di San Francisco contiene 60 passeggeri. Questo blog è stato visto circa 1.500 volte nel 2015. Se fosse un cable car, ci vorrebbero circa 25 viaggi per trasportare altrettante persone.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

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Musica e scrittura

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Visto che sul mio blog non parlo così tanto spesso di me (vi sarete già accorti che sono piuttosto timido), ho pensato che fosse l’ora di affrontare un argomento personale: i miei gusti musicali.

Perché la musica in un blog di racconti? Semplice… Perché la musica, molti di voi saranno della mia stessa opinione, aiuta molto nella scrittura: aumenta la creatività e a volte, se lasciata in sottofondo mentre si scrive, accompagna le parole, le “fa uscire” con un ritmo preciso, come se danzassero. Inoltre ci permette di non pensare troppo e di lasciarci guidare senza tante restrizioni nella creazione della storia. Già, perché pensare troppo, a volte, congela la narrazione e la musica è la fiammella che può farla sciogliere. È stata proprio lei a salvarmi molte volte dal blocco dello scrittore e quindi mi è sembrato più che doveroso dedicarle un articolo sul mio blog. Ma quali sono i miei generi musicali preferiti?

Iniziamo da un genere che forse non mi rappresenta molto ma che comunque adoro: il jazz. Diciamo che sono un profano e non lo conosco così profondamente, ma questo non mi impedisce di lasciarmi trasportare dalle improvvisazioni e dalla sua ritmica travolgente. Tra i miei cantanti e musicisti preferiti ci sono Ray Charles (forse non puramente Jazz visto che la sua musica spazia dal Gospel al Rock and roll) Frank Sinatra e Nina Simone. Eccezionali anche Take five, eseguita dalla The Dave Brubeck Quartet e Rapsodia in blu di Gershwin (in realtà un sapiente mix fra jazz, blues e musica colta). Cosa mi piace di questo genere? Il fatto che sappia mantenersi in equilibrio tra gioiosità e malinconia, tra energia e riflessione. Ideale sia per un racconto giocoso che per uno introspettivo, per una storia d’amore o per una passeggiata sconsolata in un notte ventosa…

E passiamo al secondo genere che mi accompagna nella scrittura (anche se forse non è corretto parlare “di genere” vero e proprio): la musica classica. Anche in questo ambito sono una capra e i miei ascolti sono solo occasionali, ma non per questo non so apprezzare le sonorità immense di una musica che, senza se e senza ma, è stata fondamentale per la cultura occidentale. Fra i miei compositori preferiti Vivaldi, Beethoven, WagnerDvořák (in particolare la Sinfonia n.9 – Sinfonia “Dal nuovo mondo”). Della musica classica amo l’armonia maestosa, epica e appassionante, perfetta se dovete descrivere un paesaggio, una città, una folla di persone. Ottima per racconti dal gusto classico, solidi e rigorosi, e a volte un po’ pomposi.

E avviciniamoci al mio “habitat” con il buon sano, vecchio ROCK. Ricchissimo di sottogeneri (alcuni “preistorici”, altri più recenti) il Rock, a mio parere, ha raggiunto il suo apice negli anni ’70-’80 e non è un caso che i miei gruppi preferiti siano band che si sono formate in quel periodo: Led Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd, Meat Loaf, Queen… Un genere, quello Rock, che è energia ma allo stesso tempo riflessione (Child in Time dei Deep Purple o Another Brick in the Wall dei Pink Floyd ne sono un esempio). Perfetto se si devono scrivere racconti aggressivi ma solidi, con un sottofondo rabbioso e pieno di vitalità. Vi consiglio, oltre alle due canzoni che vi ho elencato prima, Bat Out of Hell di/dei Meat Loaf, Kashmir dei Led Zeppelin e Comfortably Numb dei Pink Floyd. Ovviamente le canzoni che meritano sono centinaia e altrettanti i gruppi, ma elencarli tutti sarebbe impossibile per esigenze di spazio.

Il meglio l’ho lasciato per ultimo: il METAL. E qui entriamo nel “mio” vero e proprio regno, un regno fatto di riff indiavolati, voci graffianti e viuuulenza! Piccolo preambolo. Il metal ha decine e decine di sottogeneri, profondamente diversi tra loro: si va da quello più soft e cerimonioso, passando per quello più veloce e orecchiabile, fino ad arrivare al metal più estremo, al black e al death. Di solito chi ascolta un determinato sottogenere lo considera migliore degli altri, lo venera come “canonico”, come emblema perfetto del metal in generale. Io cerco sempre di non perdere tempo con questi “estremismi” perciò (visto che tra l’articolo è molto più lungo del previsto) mi limiterò a nominare le mie tre band preferite.

JUDAS PRIEST: il simbolo dell’heavy metal, quello vero, quello puro, quello delle motociclette, delle borchie e dei vestiti in pelle. Oltre quarant’anni di carriera illustre, decine di album uno meglio dell’altro (gli ultimi sottotono, ma tutti, ahimè, invecchiano). Il cantante, Rob Halford, è una vera leggenda del metal e ha un’estensione vocale enorme. Quando tocca le note alte potete star certi che i vostri bicchieri di vetro esploderanno. I Judas Priest sono perfetti per accompagnare un racconto oscuro, metropolitano, con pioggia, sangue e vendetta al gusto di polvere da sparo. Il loro capolavoro, Painkiller, è considerato l’album heavy metal per antonomasia. Un piccolo assaggio qui sotto 😉

BLIND GUARDIAN: nata nel 1985 a Krefeld, in Germania, la band del guardiano cieco è una delle più valide nel panorama power metal europeo (e oserei dire mondiale). Leggende che si rifanno alla mitologia norrena, al Signore degli anelli, al ciclo arturiano… Magia e misticismo sono i loro temi principali: profezie, cavalieri, bardi e regni incantati… La cosa che mi fa impazzire di questo gruppo è che sa giostrarsi perfettamente tra canzoni “pesanti”, con un cantato molto aspro, e meravigliose ballad dai richiami “medievaleggianti”. Un vero e proprio viaggio nel mondo della fantasia. Chiudete gli occhi, lasciatevi trasportare dalla musica e, se sarete fortunati, potreste incontrare gli elfi…

VIRGIN STEELE: ultima band di cui vi parlerò in questo chilometrico articolo (anche se sono moltissimi i gruppi che ascolto e che amo), i Virgin Steele fanno parte di quel sottogenere  di cui nessuno ha mai capito una mazza e che prende il nome di Epic Metal, lo stesso genere dei Manowar. Diciamo che Virgin Steele e Manowar sono considerati i fondatori di questo sottogenere dell’heavy metal che, ancora una volta, affronta tematiche mitologiche: battaglie, sangue e onore. I Virgin Steele, tuttavia, hanno scelto come racconti mitologici non quelli norreni ma quelli legati all’epica greca e a romana: divinità, eroi prometeici, sacrifici e battaglie degne di un poema omerico. La loro musica è decisamente innovativa e mescola l’heavy metal puro alla musica classica e progressiva. Come i Blind Guardian, i Virgin Steele sono perfetti per accompagnare un racconto fantastico “a la Tolkien”. Se non ci credete, ecco una delle canzoni che preferisco 😉

Ed eccoci alla fine dell’articolo. Se siete arrivati fin qui siete davvero bravi XD E voi cosa ne pensate della musica? Vi aiuta nella scrittura o è una distrazione? E quali sono i vostri generi preferiti? 🙂

 

 

Buon Natale!

 

Santa Claus & Christmas tree on red background

Il Natale è arrivato… E io non me ne sono reso conto! Ormai gli anni se ne vanno via veloci come astronavi che saltano nell’iperspazio (per restare in tema “Star Wars”). Non sto scherzando: di questo passo mi sveglierò con i capelli bianchi, la dentiera, e la voglia di andare a fissare gli operai nei cantieri!

Una sola cosa si è formata pian piano, sotto i miei occhi: il mio blog. È cresciuto. E tanto. Grazie a voi. A voi che mi leggete, a voi che mi commentate, a voi che mi mettete un like o mi taggate. A voi che ogni giorno vi svegliate e avete voglia di scrivere, e al diavolo se il mondo vi tira giù, perché tanto avrete sempre un motivo per tornare a galla. E io come voi. Perciò, dal profondo del cuore, grazie. Avrei voluto scrivere un racconto, ma non ne ho trovato il tempo. Con le poesie non me la cavo. Perciò, non mi resta che un  farvi un semplice augurio: che questo Natale vi porti tre doni:

  • un pizzico di creatività, che per un aspirante scrittore o un blogger non basta mai.
  • un sacco di serenità, che senza di lei fare ordine nei nostri pensieri e nelle nostre vite è praticamente impossibile.
  • una vampata di coraggio, che siamo giovani e dobbiamo affrontare le insicurezze del mondo con tutta la forza del nostro cuore indomito.

Ancora, ancora auguri!

Questo Natale, purtroppo, lo passerò a casa con un raffreddore devastante XD E voi invece? 😉

Errori da giovani scrittori – Accenti

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Benvenuti all’appuntamento con la rubrica fissa (più o meno) “Errori da giovani scrittori”: un prontuario semplice e veloce che ci mette in guardia sugli errori comuni con cui noi aspiranti scrittori ci troviamo a lottare ogni dannatissimo giorno. La volta scorsa abbiamo parlato dell’uso di piuttosto che. Quest’oggi è il turno di un tema ancora più importante: gli accenti.

L‘accento è un segno paragrafematico (contribuisce alla corretta grafia di una parola) che indica un aumento di intensità con cui deve essere pronunciata una sillaba. A volte l’accento non viene segnalato graficamente, ma è indispensabile farlo quando va a differenziare due omonimi, ossia due parole che altrimenti, nella forma, sarebbero assolutamente identiche.
Sono proprio queste forme a causare dei bei grattacapi agli aspiranti scrittori. Prima di elencarle, però, è opportuno ricordare che in italiano esistono due tipologie di accento: l’accento grave è e l’accento acuto é… Ma quando usare uno o quando usare l’altro? Ci può aiutare la pronuncia: l’accento grave si manifesta sulle vocali e e o con un suono vocalico aperto, mentre l’accento acuto con un suono vocalico chiuso. Sostanzialmente, la differenza che c’è fra la terza persona singolare del presente indicativo È e la parola perché. Nel dubbio, pensate a come pronunciate queste parole e il gioco è fatto: potrete scrivere senza paura di sbagliare caffè, poiché e affinché!
Piccola parentesi: la terza persona singolare del presente indicativo è questa: È. Molto spesso, invece, vi imbatterete in questa: E’. È sbagliata, perché l’apostrofo serve a segnalare una sillaba caduta che, in questo caso, non c’è mai stata. Purtroppo in molti giornali (e non solo) vi imbatterete nel famigerato apostrofo, e questo è il motivo per cui l’errore viene percepito poco (a volte ci casco anch’io, soprattutto se scrivo di fretta). Se non sapete come digitare la È accentata maiuscola, il semplice strumento di word “Inserisci” può risolvere il problema una volta per tutte. C’è anche su WordPress.

Come ho accennato prima, gli errori più comuni si hanno con alcuni omonimi. Perciò, ecco a voi la lista delle parole monosillabi in cui l’accento è determinante:

  • è (verbo essere) – e (congiunzione).
  • (avverbio di luogo) – la (articolo o pronome)
  • (avverbio affermativo) – si (pronome)
  • (pronome) – se (congiunzione)
  • (congiunzione) – ne (pronome o avverbio)
  • (avverbio di luogo) – li (pronome)
  • (verbo) – da (preposizione)

Attenzione: e non hanno bisogno dell’accento, questo perché non hanno omonimi veri e propri, se non le note musicali, difficilmente confondibili se si presta la giusta attenzione al contesto.

Attenzione²: La parola poco si tronca in po’ non in . Questo perché la caduta di una sillaba (in questo caso …co) viene sempre segnalata con l’apostrofo, NON con l’accento.

“Dammi un po’ di zucchero, baby”

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E questo è tutto! Spero che la rubrica vi stia tornando utile. Oh, se non sapete chi sia il personaggio nella foto, vi consiglio di guardarvi “La Casa”, “La Casa 2″ e L’armata delle Tenebre” di Sam Raimi (il talentuoso regista di Spider-Man). Se vi piacciono gli horror “artigianali” degli anni’80, è la serie che fa per voi! A presto! 😉

La Storia – un racconto breve

Dopo “La matita” ecco a voi un altro racconto breve. Buona lettura! 🙂

La Storia – 20lines

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Mio padre era un tipo che non diceva bugie.
Ricordo che un giorno eravamo al parco pubblico e io, curioso come tutti i bambini, mi ero messo a fissare uno strano monumento che sbucava dai cespugli: una torre di mattoni, sulla cui sommità svettavano dei soldati di bronzo, con le facce corrucciate in un muto grido di battaglia. Insieme, reggevano una bandiera che sventolava nell’aria; lo faceva per finta, ovviamente, visto che anche quella era di metallo. Sotto le statue c’era una targa di rame ossidato, su cui era stata incisa una lunga sfilza di nomi piccoli piccoli, che arrivavano giù, fino all’erba secca del giardino. Io non sapevo ancora leggere, perciò chiesi a mio padre:
«Che cosa c’è scritto?»
Lui mi sorrise con un po’ di malinconia.
«È la lista di chi è morto nella Grande Guerra.»
«Ah sì? E a che serve?»
«Serve a farci ricordare gli errori del passato, i crimini che abbiamo commesso nel lento fluire della Storia. Così ce li teniamo bene a mente e non li commettiamo più.»
«E funziona?»
Mio padre scoppiò a ridere, però era come se piangesse.
«No. Più che altro serve ad abbellire il giardino.»

L’angolo delle poesie – “A mia moglie” di Umberto Saba

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Contenuta in “Poesie” (1911) e poi nel “Canzoniere” (1921), la poesia “A mia moglie” è uno dei componimenti più famosi del grande poeta triestino. Un poeta umile, affascinante proprio per il suo modo “quotidiano” e pienamente moderno di fare poesia…

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest’arte.

Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un’altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l’accompagna.

E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.

Questa è una di quelle classiche poesie che ti strappano un “Ah, bisogna proprio essere dei maestri per farsi venire in mente una cosa del genere!” Ad una prima occhiata, questo componimento amoroso sembra tutt’altro che lusinghiero, anzi: la moglie del poeta, Lina, viene infatti paragonata a bestie umili: una gallina, una cagna, una giovenca… Perché non un fiore, un tramonto o un angelo? Ovviamente la forza di questa poesia è proprio quella di rompere con la tradizione lirica italiana, elevando a poesia ciò che è quotidiano. Il poeta, ritornato bambino, vede le cose con occhi diversi, spogliando la realtà di tutto quello che è superfluo e andando al cuore delle cose, con una dolcezza che, lo confesso, mi commuove ogni volta. Insuperabile.

Tag – Followiamoci TAG!

Tempo di inventare storie non ne ho, ma di fare un simpatico tag assolutamente sì 😉 Ringrazio Shioren Angel per avermi nominato 😉

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L’idea di questo tag, nasce dal desiderio della fondatrice di farvi conoscere tutte le sue pagine social e, al tempo stesso, conoscere le vostre.

Le regole:

  • Taggare e ringraziare chi ha ideato il Tag: Iris&PeriploBlog e chi vi ha nominati, nel mio caso: Il mondo di Shioren 
  • Usare l’immagine qui sopra per creare i vostri post
  • Parlare dei vari profili social che avete, in modo che chi volesse può seguirvi anche lì! (se non avete altri profili, parlate del vostro blog)
  • Nominare 10 blog e comunicare la nomina

Allora… Quello su cui state leggendo è il mio secondo blog. Il mio primo blog l’ho creato su Blogger oltre due anni fa. Non avevo molte visite e i pochi follower che si erano abbonati non commentavano mai né mettevano mi piace. Immaginatevi che mortorio! Alla fine mi sono deciso ad abbandonarlo e ad aprire un secondo blog su WordPress, letteralmente copiato e incollato dal primo, ma con una grafica rinnovata. È stata la scelta migliore, perché ho incontrato una community viva e ben disposta a leggere, commentare, recensire, scambiare opinioni… Un vero paradiso per uno pseudoscrittore come me! 😉 Per dare un taglio netto al passato ho fatto in modo che chiunque capiti (anche a caso) sul vecchio blog, venga dirottato direttamente su quello nuovo. Il link ve lo metto lo stesso, così vi divertite ad essere reindirizzati XD

http://www.alvisebrugnolo.blogspot.it/?view=classic

Non ho una “pagina d’autore” né su Facebook, né su Google Plus, semplicemente ho la mia pagina personale su cui pubblico gli stessi contenuti del blog: racconti, recensioni, pareri personali, film consigliati, e chi più ne ha più ne metta! Lo so che può risultare noioso, ma già faccio fatica a stare dietro ad un singolo blog… Figurarsi se dovessi diversificare i contenuti in base ai social! XD

Per quanto riguarda i miei racconti, potete seguirli anche su 20lines, una piattaforma di scrittura (anche collaborativa) davvero interessante. È anche questo un bel modo per entrare in contatto con chi magari non ha un blog ma non rinuncia al piacere di scrivere e vuole farsi conoscere e conoscere 🙂

20lines_logo_trasparente

Ecco, questo è quanto. Spero che questo TAG vi si piaciuto. Per quanto riguarda le nomine, preferisco che siano aperte a tutti: chi vuole fare il tag è il benvenuto. 😉 A presto! 🙂

Errori da giovani scrittori – Piuttosto che…

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Ho deciso di dare il via a questa nuova rubrica (l’ennesima XD), sperando che si riveli utile per chi, come me, ama la scrittura e vuole migliorare costantemente. Perciò, di settimana in settimana, andremo a vedere i principali errori che colpiscono gli “scrittori in erba”: apostrofi messe nei posti sbagliati, accenti scomparsi nel nulla, parole scritte scorrettamente, “d” eufoniche infilate dappertutto… Poche e semplici regole da appuntarsi bene nel cervello. Perché non si finisce mai di imparare e questa, per chi scrive, è l’unica vera regola.

Dimenticavo: nella scrittura, le regole possono sempre essere infrante, per ragioni di stile o per perseguire un determinato scopo (Hagrid, nella saga di Harry Potter, si esprime con un linguaggio stentato, sbagliando continuamente i congiuntivi; ovviamente era l’intenzione precisa di J.K. Rowling, che voleva sottolineare in questo modo le umili origini del personaggio). Chiaro che, per poter infrangere le regole bisogna prima conoscerle a fondo. E questa è una cosa che purtroppo sfugge a chi si trova a muovere i primi passi nel mondo della scrittura. Gli scrittori in erba hanno troppa fretta di scrivere e, se commettono un errore, difficilmente ritornano sui propri passi per correggerlo. In questo, c’è sicuramente una buona dose di insicurezza: si teme che l’errore sia la testimonianza della propria incapacità o inesperienza. Eppure riconoscere i propri errori non è una tragedia, anzi: solo così si possono costruire delle solide fondamenta, altrimenti… Flap, il palazzo che stavamo costruendo ci crolla sulla testa, e tanti saluti.

Ma bando alle ciance e arriviamo all’errore di oggi: l’uso scorretto di “piuttosto che“.

GIUSTO

“Piuttosto che” ha il significato di “anziché” o “invece di” e si usa nel caso di proposizioni comparative e avversative. Volendo fare un esempio:

  • Proposizione comparativa: “preferisco disegnare con la matita piuttosto che usare il pennarello.”
  • Proposizione avversativa: “Piuttosto che studiare per l’esame esco a bermi una birretta (yeah)”

Questi due usi sono quelli corretti, ma negli ultimi anni se ne sono affiancati altri due, che sono sconsigliati perché rischiano di creare ambiguità.

SBAGLIATO

  • Il primo è l’uso di “piuttosto che” con il significato disgiuntivo di o, oppure… ES: “Possiamo andare al ristorante cinese piuttosto che in paninoteca.”
  • Il secondo, è l’uso di “piuttosto che” col significato di “inoltre” o “oltre che”. ES: “Al pranzo di Natale si mangia di tutto: zampone piuttosto che lenticchie, piuttosto che tartine al salmone!”

Effettivamente, questi usi scorretti sono entrati a tal punto nell’uso quotidiano, sia parlato che scritto, che ormai non li si “percepisce” più come sbagliati. Se vi interessa approfondire l’argomento, questo è il link dell’Accademia della Crusca.

Spero che questa rubrica possa tornarvi utile. La prossima volta si parlerà di… accenti! A presto 🙂