Best movie TAG

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Era da tempo che non facevo un tag, perciò ringrazio Belial per la nomina 😉 Quest’oggi si parla… di cinema! Ma, prima di tutto, ecco le regole 🙂

  • Utilizzare l’immagine del TAG
  • Citare il creatore del TAG Neogrigio 
  • Elencare i 5 film preferiti riportando titolo e regista con relativa descrizione non per forza in ordine di preferenza
  • Taggare 10 amici
  • Fare pervenire al creatore del TAG le risposte nel modo a voi più comodo (scrivendo sul suo blog o semplicemente aggiungendolo al TAG o altro)

Come ben sapete sono un grande appassionato di cinema, perciò questo TAG capita a fagiolo. È stato difficile selezionare solo cinque film, quando ce ne sarebbero decine e decine che meriterebbero una menzione. Ho dato la preferenza ai film classici, quelli che “meglio di così non li potevano fare”, quelli che tutti i registi successivi hanno (o dovrebbero) prendere a modello. Ma tagliamo corto e partiamo con questo elenco 🙂


Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone

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Che dire, signori miei? Questo, per me, è IL film. Un vero e proprio capolavoro del Western (non solo dello “spaghetti western”), ma anche del cinema tutto. Regia eccezionale, cast azzeccatissimo, momenti di azione che si alternano a riflessioni commoventi, la recitazione di Eli Wallach che meglio di così non si può. E poi beh… le musiche dell’onnipresente Morricone, qui, secondo me, all’apice della sua creatività. Ogni volta che guardo questo film mi si spalanca il cuore e non posso fare a meno di pensare: grazie, Sergio. Grazie per le tue storie forti, poetiche, violente, struggenti. Grazie per i tuoi personaggi, crudamente realistici, antieroi dei nostri tempi. Grazie per i primissimi piani sugli occhi dei protagonisti, che durano un’eternità ma non annoiano mai. E, soprattutto, grazie per la scena del “triello“, entrata meritatamente fra le scene più famose e amate del cinema. Cos’altro dovevo dire? Ah, sì. Grazie.


Blade Runner di Ridley Scott

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Il mio film di fantascienza preferito. Tratto dal romanzo di Philip Dick “Il cacciatore di androidi”, meglio conosciuto come “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, Blade Runner è ambientato a Los Angeles, in un futuro post-apocalittico. La Terra è completamente coperta da una coltre di smog e, per questo motivo, piove sempre. In questo scenario deprimente e claustrofobico, il protagonista, l’investigatore privato Rick Deckard, viene ingaggiato per terminare (nel film si dice “ritirare”) alcuni replicanti ribelli, fuggiti dalle colonie extra-mondo per trovare una soluzione alla loro esistenza volutamente corta (solo 4 anni). Robot che lottano per la sopravvivenza… Non sarà che sono diventati più umani e più attaccati alla vita degli umani stessi? La risposta è sì, ovviamente. Cosa rende questo film straordinario? Sicuramente l’ambientazione, così cupa da dare le vertigini. Luci al neon, smog, palazzi vuoti e decadenti (in pratica come saremo noi fra una decina d’anni)… Un vero e proprio manifesto dello cyber punk. E poi… c’è il monologo finale del replicante Roy, impersonato da un superlativo Rutger Hauer. Anche questa, come il triello di Sergio Leone, una sequenza che ti rimane impressa dentro.

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.”


Quarto Potere di Orson Welles

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Capolavoro del cinema mondiale, Quarto potere (Citizen Kane) è la vicenda umana del multimiliardiario Charles Foster Kane, un uomo vissuto (e rivissuto) sotto la lente di ingrandimento della società. La gente si illude di sapere tutto sul suo conto. Ma come mai nessuno ha la più pallida idea di che significato abbiano le parole da lui sussurrate prima di morire: Rosebud? Che si tratti di un fiore, di un luogo o di una donna? Un enigma vero e proprio, che risolverà solo lo spettatore, ma alla fine di tutto il film. Welles stupisce lo spettatore con uno stile assolutamente fuori dall’ordinario, per oggi come per allora: piani sequenza, profondità di campo, uso sapiente dei contrasti fra luce e ombra, intreccio labirintico tra racconti del passato e del presente… Un film imprescindibile, che ci mostra come sia impossibile conoscere l’anima umana. Charles Foster Kane, come anche ciascuno di noi, è un vero e proprio labirinto.


Il Signore degli Anelli di Peter Jackson

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Sarò monotono, ma amo il Signore degli Anelli. Peter Jackson è riuscito nella sfida più difficile: mettere in scena un libro complessissimo come il Signore degli Anelli, una sorta di poema epico in prosa scritto secoli dopo i suoi modelli di riferimento. Un libro eccezionale per un film eccezionale dove le vicende storiche, magnifiche e terribili allo stesso tempo, non soffocano le vicende umane, le vicende “dei piccoli” che poi sono il motore della narrazione del grande Tolkien. È la storia degli umili, una sorta di visione manzoniana in salsa fantasy. L’atmosfera, la fotografia, i costumi, gli effetti speciali, la recitazione… Tutto, in questo film, è perfettamente calibrato. Aggiungeteci il monologo di Sam Gamgee e il gioco è fatto. Capolavoro senza se e senza ma.


Metropolis di Fritz Lang

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Altro capolavoro che deve essere visto almeno una volta nella vita. Pilastro del cinema espressionista, Metropolis è un film muto ambientato in una città distopica. Si può dire che si tratta del capostipite del cinema di fantascienza, tanto che sarà ripreso da pressoché tutti i film successivi dello stesso genere (Blade Runner, ad esempio). Ci sono tutti i temi cari alla fantascienza: i robot che sostituiscono gli umani, l’industria che soffoca l’essere umano, lo sfruttamento, l’impersonalità del mondo moderno… La scena chiave? Il Moloch, la terribile macchina che “ingoia” gli uomini e li costringe a compiere le stesse azioni meccaniche, in un ritmo infernale che si sposa perfettamente con la musica. Di parole non se ne sente il bisogno.

E con questo è tutto. Spero che la mia classifica vi sia piaciuta 🙂 Come sempre non nomino nessuno: se volete fare il TAG siete i benvenuti! A presto 😉

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Giorno della Memoria

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L’affermazione più profonda che sia mai stata pronunciata a proposito di Auschwitz non fu affatto un’affermazione, ma una risposta. La domanda: “Ditemi, dov’era Dio, ad Auschwitz?”. La risposta: “E l’uomo, dov’era?”.

WILLIAM CLARK STYRON

50 iscritti… Grazie!

Oggi ho aperto la bacheca del mio blog e ta-daaaah: mi sono accorto di aver raggiunto i 50 follower. Una bella soddisfazione se si considera che all’inizio dell’anno scorso mi seguivano solo cinque persone! È segno che, passo dopo passo, il mio blog sta crescendo. Certo, non è una crescita miracolosa, ma come dice il proverbio… “Chi va piano va sano e va lontano!”

Per ringraziarvi vi ho fatto un piccolo disegno, una mia caricatura. Notate lo sguardo (poco) intelligente e l’occhio lustro mentre guardo al futuro di questo blog? Tutto merito vostro! Spero vi piaccia XD Grazie ancora! 🙂

P.S. Mi sono accorto troppo tardi che alla mia firma manca la “e”… Pazienza XD

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Libri consigliati – Fiabe Danesi (Iperborea)

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Il libro consigliato di oggi è “Fiabe Danesi” della casa editrice Iperborea. Nata a Milano nel 1987, Iperborea è una casa editrice specializzata in letteratura del nord Europa. La cosa che salta subito all’occhio, quando si prende dallo scaffale un libro edito da Iperborea, è il formato: un curiosissimo 10 x 20 (lungo e stretto) che, cito dal sito, è “il formato dell’antico mattone di cotto, ovvero l’oggetto più maneggevole inventato dall’uomo”. L’intento, infatti, era di dare “l’idea di libri-mattoni (ovviamente non nel senso di noiosi e pesanti, ma nel senso di costruttivi) che contribuissero a costruire la personalità, la mente e l’anima del lettore e anche (ambiziosamente) contribuissero a diffondere la reciproca conoscenza dei paesi europei e quindi a rinsaldare l’idea di Europa e di uno spirito e di una cultura comuni europei.

Scusate se mi sono dilungato troppo, ma devo dire che adoro le case editrici che si sanno differenziare, nella scelta dei titoli e nell’aspetto, e in questo l’Iperborea ci sa proprio fare. Fiabe Danesi, dicevamo. Non so voi, ma io adoro le fiabe. Leggerle è come tuffarsi in una realtà “altra”, viaggiare in un passato in cui tutto era più magico, in cui niente era certo, prevedibile, “misurabile”. Un periodo da fiaba, appunto, in cui un ragazzotto povero, con l’aiuto di uno scrigno fatato, poteva farla in barba al Re in persona e farsi costruire in una notte una meravigliosa reggia dove prima c’erano solo campi grigi. Poetico (e facile), non trovate? 😉 In questa bellissima raccolta c’è tutto quello che ci si aspetterebbe da un libro di fiabe: principesse in pericolo, malvagie regine, scaltri contadini e animali parlanti. Anche se sono tutte molto originali, è bello trovare in queste fiabe dei percorsi comuni, dei legami con le fiabe più “famose” che poi sono quelle con cui siamo cresciuti da bambini: Biancaneve, Cenerentola, Jack e il fagiolo magico…

Che altro dire? Leggere questa raccolta è un po’ come tornare bambini. C’è un pizzico di ingenuità fra queste pagine, ma anche di orrore, di passione e, soprattutto, di inventiva. E poi, per via dei loro meccanismi narrativi, potrebbero risultare assai utili agli “inventori di storie” come noi 😉 A presto!

La mia prima tavoletta grafica

Visto che all’università ho imparato ad usare diversi programmi di grafica, ho deciso di comprare una tavoletta grafica: una Wacom Intuos Pen Small. Che dire? È stato amore a prima vista! Leggera, maneggevole, precisa (quel che basta per un disegnatore in erba)… una vera bomba! Mi è piaciuta così tanto che mi ha fatto tornare voglia di disegnare. Certo, neppure la tecnologia può nascondere il fatto che sono una pippa colossale, ma mi auguro che, con un po’ di allenamento, riuscirò a superare i limiti che mi avevano fatto desistere. Magari, in un futuro non molto lontano, sarò finalmente soddisfatto di quello che uscirà dalla mia penna, digitale o reale che sia. Nel frattempo, ecco a voi qualche schizzo digitale 😉

Come vedete ho parecchi problemi nell’anatomia: non sono mai riuscito a padroneggiarla bene. Non riuscivo mai a disegnare quello che volevo nel modo che volevo e con il tempo questa cosa mi aveva stancato. Beh… non resta che rimboccarsi le maniche. Comunque, se anche voi avete pianificato di dotarvi di una tavoletta grafica, vi consiglio vivamente questo modello. È perfetta per iniziare, e il rapporto qualità-prezzo non ha eguali 😉

Un anno iniziato male

Prima Lemmy, poi David Bowie, adesso Alan Rickman… decisamente un inizio anno da dimenticare per il mondo della musica e dello spettacolo. Addio ragazzi e grazie di tutto!

 

 

Errori da giovani scrittori -Plurali problematici

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Dopo gli spinosi argomenti delle precedenti rubriche (uso di piuttosto che e accenti) affrontiamo oggi un tema meno vasto ma altrettanto interessante: i plurali delle parole in -cia e -gia. Come dite? Li sbagliate continuamente e non sapete da che parte girarvi? Alle elementari, proprio per questo motivo, avete trascorso un mese dietro la lavagna con in testa un cappello con le orecchie d’asino? Nessun problema! Dopo questo rapido “foglietto illustrativo” i temibili plurali di queste parole non vi daranno più alcun problema! Perché c’è una semplice regola da fissare bene nel cervello, quando ci si trova davanti a parole come ciliegia, camicia, spiaggia eccetera eccetera…

Nelle parole singolari che finiscono in -cia e -gia, bisogna infatti guardare che lettera precede la c e la g. Se la lettera è una vocale, come nel caso di ciliegia, ecco che nel plurale la i rimane e si ha ciliegie. Se invece la lettera che precede la c e la g è una consonante, come nel caso di spiaggia, ecco che la i cade, e il plurale sarà spiagge. Semplice, no?

Altri esempi

  • grigia/grigie (questa qui la sbagliavo fino a un anno fa XD)
  • valigia/valigie
  • acacia/acacie
  • goccia/gocce
  • buccia/bucce
  • mancia/mance

Et voilà, anche per questa volta abbiamo finito 😉 Semplice e indolore, no? Se la guida vi è risultata utile, non dimenticate di mettere un mi piace! Alla prossima rubrica 😉

The Mockingbird

Quando mi capita un periodo denso di impegni come questo, difficilmente trovo il tempo e la concentrazione necessari per inventare una buona storia. Una scusa bella e buona per non scrivere? Sbagliato. Perché quando mi trovo in queste situazioni cerco di far sì che la storia “si formi da sé”: pesco parole a caso dal dizionario, guardo immagini su internet che mi comunichino qualcosa, leggo frammenti di libri o “lascio il cervello aperto”, in modo che, quasi inconsciamente, mi regali una frase o un pezzo di descrizione. Piccole schegge di narrazione da cui poi costruire, come un puzzle, una storia. Certo, non sarà una storia coinvolgente come quelle che si scrivono quando si è “in vena” ma è più che sufficiente per mantenersi in allenamento. Dirò di più: a volte scrivere una storia che è stata decisa “dal di fuori”, è un ottimo modo per affrontare situazioni narrative diverse dal solito, per provare qualcosa di nuovo. Riguardo a questa storia,”The Mockingbird”, il piccolo frammento da cui sono partito è la frase iniziale. Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali. Buona lettura 😉

P.S. Se vi può interessare, la canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa storia è March Across the Belts dei Civil War. Non c’entra molto con l’argomento trattato ma mi ha dato la carica giusta per portare a termine ciò che avevo iniziato 😉

The Mockingbird – 20lines

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Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali. E lui aveva volteggiato, in alto, verso la cupola rosso fuoco che lo teneva prigioniero; aveva sfrecciato sopra la folla, spiato dai volti falsi e beffardi di gente sconosciuta; gente diversa, ma che lo giudicava sempre allo stesso modo. Per loro, lui era solo un buffone. Un perditempo. Un saltimbanco.

“Vola, usignolo. Vola”

Non era un uccello, ma era come se lo fosse. The Mockingbird, lo chiamavano. Le sue ali non erano fatte di piume, ma di sudore, di corde, di trapezi, di braccia muscolose e duri allenamenti. Nessun nido a cui tornare, solo la rete di sicurezza e una vecchia roulotte color caffè, satura di fumo di sigaretta e di odore di vodka versata sulla moquette.

“Vola, usignolo. Vola”

Viveva rinchiuso in una gabbia dorata, luccicante di strass e perennemente coperta da un panno vermiglio, che mutava il colore di chi stava sotto di essa. Sotto quel rosso tutti diventavano vermigli: acrobati, pagliacci, ballerine e cavalli. Persino la folla. E così anche lui. Che colore aveva avuto, l’usignolo, prima di entrare sotto la cupola? Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarlo.
«Ehi, usignolo. Stai sognando ad occhi aperti?»
Sì, per un attimo aveva sognato. Di poter bucare quel dannato guscio e di volare fuori, rapido come un falco ma piccolo, insignificante come un colibrì. Se si è piccoli il mondo può essere grande e pieno di sorprese, mentre il suo… il suo era poco più di un’opulenta scatola di seta, prevedibile quanto una giostra a cavalli che girava sempre e solo in tondo.
«No, ci sono.» rispose, sforzandosi di sorridere.
«Bene. Sai che la concentrazione è tutto, nel nostro mestiere.»
«Vuoi insegnare a me il mio mestiere, che faccio il trapezista da vent’anni?»
Edgar “The Goat” Robinson sorrise. Gli mancavano due denti da quando era caduto di faccia durante un numero da equilibrista. Era un brav’uomo, Edgar. Lo chiamavano Goat perché era ispido e puntuto come un caprone. E, a sentire i pettegolezzi delle ballerine, aveva una moglie che se la spassava col vicinato, quando lui non era lì a sorvegliarla. Il problema era che loro erano sempre in giro per l’Europa, un giorno a Parigi, l’altro a Salamanca, l’altro ancora a Torino. Solo che sotto la cupola ogni posto valeva l’altro, perché tutto, sì tutto, era immoto e rosso come il sangue.
Qualcuno gli accarezzò dolcemente la nuca con la mano.
«Sei pronto, usignolo?»
Era Mariska, la sua partner di vecchia data. Una quarantenne che aveva il fisico di una giovane ginnasta ma il viso di una donna vecchia e sola. L’usignolo la amava, ma non aveva mai trovato il coraggio di confessarglielo.
«Certo che lo sono.» ribatté l’uomo, facendole l’occhiolino. Tra una ciglia e l’altra era intrappolata una piccola lacrima, ma nessuno se ne accorse, tantomeno lei. Mariska gli batté una mano sui pettorali statuari e, presolo per mano insieme agli altri acrobati, lo condusse all’interno del tendone, sotto la luce sanguigna della cupola. Furono accolti da un applauso così eccessivo da risultare terribilmente falso.

“Vola, usignolo. Vola”

La folla rumoreggiava e gridava il suo nome. Lo esortava a spiccare il balzo e allargare le ali. Come se avesse potuto volare per davvero!
Malakian Saprofic, il direttore del circo, sbucò da un lembo del tendone (come avrebbe fatto un liquido nauseabondo fuoriuscito da un bubbone, pensò l’Usignolo) e strisciò, un nero luccicante in un mare rosso, fino al palco. Indossava uno smoking nero ricoperto di toppe e una tuba a ciminiera degna di un prestigiatore, che si affrettò a togliere, in segno devozionale verso il pubblico rumoroso e sboccato che si agitava davanti a lui.
«Buonasera ‘gnore e ‘gnori – borbottò, mangiandosi le parole per la fretta di compiacere tutti – So perché siete venuti qui. Sì che lo so! Siete venuti qui per assistere ai miracoli del Circo di Mezzanotte!»
Uno strillo di entusiasmo salì dalle prime file. Malakian lo zittì con un gesto eloquente, alzando il palmo guantato.
«Al Circo di Mezzanotte l’impossibile non esiste. Ed è per questo che questa sera la stella del nostro gruppo, l’incredibile uomo con le ali, The Mockingbird, si esibirà nello spettacolo del Cerchio Infuocato senza rete!»
Il grido della folla aumentò di intensità, mentre la luce dei riflettori illuminava un gigantesco anello che, proprio in quel momento, veniva dato alle fiamme. Il tendone rosso divenne, per quanto strano potesse sembrare, ancora più rosso. Un cupo rullo di tamburi accompagnò la salita dell’Usignolo e dei suoi compagni fino ai due trapezi, che si fronteggiavano come altalene nel vuoto.

“Vola, usignolo. Vola”

Il cuore dell’Usignolo era tranquillo, quasi non batteva. Avevano provato il numero centinaia, migliaia di volte. Il cerchio di fuoco e la mancanza della rete erano solo una distrazione, un inganno per la gente venuta a osannarli. In realtà nessuna delle due cose influenzava la traiettoria dei corpi, l’oscillazione delle corde e i sottili giochi di equilibrio e di tempismo che erano il corpo, la spina dorsale dello spettacolo. Non c’era alcuna possibilità di sbagliare, pensò l’acrobata. O forse sì… Se solo avesse voluto sbagliare. Se solo si fosse lasciato cadere… Il suo cuore da usignolo cominciò a battere sempre più forte e un sorriso confuso gli si aprì sul volto. Oh, sarebbe stato un buon modo per andarsene… avrebbe rotto il cerchio e si sarebbe fatto spazio nel guscio del tendone, per volare via lontano. Ovunque piuttosto che lì.
Attese che Mariska si posizionasse sul trampolino e si lasciò cadere, sorreggendosi alla sbarra del trapezio con le sue braccia gigantesche. Erano ali di pietra, eppure lo facevano volare. Prese velocità, mentre il pubblico strepitava e continuava a chiamarlo per nome.

“Vola, usignolo. Vola”

Dondolò ancora, per darsi più forza. Saltò, si arcuò e superò il cerchio di fuoco incolume, al sicuro fra le braccia morbide di Mariska. La folla era impazzita, ululava senza ritegno. Dondolarono assieme, in modo intimo, mentre Oskar “il gabbiano”, l’altro acrobata, prendeva posizione sul trapezio rimasto vuoto. L’Usignolo strinse i polsi di Mariska e lei ricominciò a dondolarsi. Il volo oltre le fiamme fu ancora più facile del precedente e Oskar lo afferrò per le gambe con un tempismo perfetto, senza neppure un’ombra di incertazza. The Mockingbird era nato per volare, gridava, più sotto, Malakian. L’Usignolo, che era a testa in giù, osservò le mani, le teste e le braccia sotto di lui agitarsi, come arti dannati in un girone infernale. Era la sua ultima occasione per volare via. Per volare via per davvero.

“Vola, usignolo. Vola”

Diede segno a Oskar e il compagno cominciò a dondolarsi, ben saldo con la gambe al ferro gelido del trapezio. Il cerchio infuocato si rifletteva nella sua retina come un disco di lava, un sole primordiale destinato a bruciarlo. Era un usignolo o una falena? L’acrobata trattenne il respiro. Il salto sarebbe stato molto più complesso, questa volta, con un avvitamento degno di un oro olimpico. Chiunque avrebbe potuto sbagliare, anche l’Usignolo. Sì, sì… era l’occasione della sua vita, la scappatoia che attendeva da anni, il ramo da cui partire per un’eterna migrazione nel buio del nulla. Fletté i muscoli, lasciò la presa di Oskar e si lanciò nel vuoto. Ruotò su se stesso, come una strana trottola di carne. Superò il calore mortale della fiamma. Osservò impassibile il corpo snello di Mariska volteggiare nell’aria e chiuse gli occhi… Doveva solo lasciare andare quelle maledette ali, tenerle incollate al corpo come se non le avesse. Smettere di batterle per volare via. Era un dolce controsenso…

“Vola, usignolo. Vola”

Aveva quasi superato il punto di non ritorno, la sottile membrana che separava la vita dalla morte, quando allungò le mani e afferrò le dita sicure e forti della sua compagna, che lo trassero in salvo. Questione di millesimi di secondo e sarebbe stato perduto. La folla esplose. Bambini, anziani, vedove e uomini si alzarono in piedi, si misero a strillare, a battere le mani. Sembravano sinceramente stregati, ma l’Usignolo sapeva perché fossero lì, a strepitare e a ridere e a urlare. Il Circo di Mezzanotte era il posto perfetto per sentirsi liberi. Entrati nel tendone, i problemi di tutti annegavano nel rosso di quella cupola. Le loro meschinità, i loro sogni infranti, le loro quotidiane prigionie si annullavano di fronte allo spettacolo del circo, alle danze, ai balzi, alle coreografie senza senso degli acrobati. L’Usignolo li capiva perfettamente: per quella gente, entrare nel tendone era come infilarsi in uno zoo. Guardando i colori, le forme e i comportamenti primitivi degli animali, i visitatori si dimenticavano di essere animali anch’essi, di avere anche loro delle gabbie: l’automobile che rendeva irrespirabile la loro aria, il mutuo che li faceva crollare in miseria, la falsa scelta che veniva loro imposta quando andavano al cinema o a comprare un cd di musica. L’Usignolo li capiva, ma purtroppo era dall’altra parte delle sbarre e, per loro, non poteva provare che odio.
I tamburi smisero di suonare e la gente di applaudire. Malakian si inchinò e allargò le braccia.
«Un grande applauso, ‘gnore e ‘gnori! Avete assistito all’Usignolo e alla sua squadra! Ma non è che l’inizio, signori miei, qui al Circo di Mezzanotte. Dopo l’adrenalina, ecco a voi il mistero! Già, perché è il turno del grande mago Olaf Romanov, che vi stregherà con i suoi inspiegabili trucchi…»
La voce del direttore si smorzò quando L’Usignolo si infilò dietro le quinte, salutato dalle pacche sulle spalle e dagli applausi dei compagni. Mariska gli si avvicinò, rossa in viso e visibilmente scossa.
«Dio! Per un momento ho creduto che ti avrei perso. – sussurrò in lacrime – Per un momento ho quasi creduto che… che ti saresti lasciato cadere.»
The mockingbird sorrise amaro.
Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali.

Ant-man: il film che non ti aspetti

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Quando ho visto in tv il trailer di Ant-man ho pensato: che stronzata. Non credevo possibile che la storia di un supereroe in grado di miniaturizzarsi e parlare con gli insetti potesse essere epica quanto un film con Hulk, Thor o Captain America. Quanto mi sbagliavo! Perché Ant-man è senza dubbio uno dei film Marvel più riusciti di sempre e, nella mia top ten, si posiziona allo stesso livello dello Spider-man di Sam Raimi (anche se il film dell’uomo ragno ha un sapore più “classico”). Come mai? Leggete e lo scoprirete!

TRAMA

Lo scassinatore Scott Lang, appena uscito di prigione e incapace di trovarsi un lavoro onesto, accetta un ultimo colpo. Obiettivo? La villa di un riccone, nella cui cantina è nascosta una ghiotta cassaforte. Peccato che al suo interno non ci siano cumuli di banconote o preziosi, ma solo una strana tuta rossa e argentata. Quando Scott, incuriosito, la indossa, attiva per errore un meccanismo di miniaturizzazione che lo trasforma in un minuscolo supereroe. Dopo essere sopravvissuto (immaginatevi di cadere, rimpiccioliti, nelle fogne della vostra città per poi essere sballottati nel traffico mattutino), Scott viene contattato dal creatore della tuta, lo scienziato Hank Pym (nel fumetto è il primo vero Ant-man), che promette di non denunciarlo in cambio del suo aiuto. La missione? Salvare il mondo da un pericoloso imprenditore, che ha scoperto il segreto della tuta e lo vuole usare per costruire un esercito di soldati miniaturizzati.

L’IRONIA CHE RINFRESCA

La trama, come potete vedere, è classica e non certo rivoluzionaria. Allora cosa rende questo film uno dei migliori di “casa Marvel”? La risposta è: l’ironia e il non prendersi troppo sul serio.

Diciamo che Ant-man poteva essere un film mediocre. Questo perché, nonostante il personaggio sia un supereroe “storico” (nei fumetti fa parte della squadra originale degli Avengers), erano secoli che non se ne sentiva parlare, soprattutto se (come me) si leggono fumetti solo occasionalmente. E invece la “debolezza” del personaggio è diventata la sua forza, perché gli sceneggiatori, piuttosto che presentarci il solito eroe incorruttibile pieno di superproblemi, sono stati costretti ad abbassare il tiro, sfornando un film che ci mostra un protagonista anticonvenzionale, una sorta di anti-eroe: un ladro uscito di prigione, che fatica a trovare un lavoro e non può stare con la sua bambina per via delle restrizioni del giudice. Un anti-eroe che deve lottare per cambiare non solo il mondo, ma anche se stesso, e per questo ci conquista subito, dal primo momento che entra in scena. La vera sfida di Ant-man, infatti, non è tanto sconfiggere il cattivone di turno, ma rinascere, e rinascere anche senza la tuta che lo rende “super”. Se la storia di Ant-man fosse stata la classica epopea dell’eroe senza macchia che ha grandi poteri e grandi responsabilità, beh avrebbe deluso. Qui invece si parla di Ant-man, del piccolo uomo formica che deve lottare nel suo piccolo e per questo sì, possiamo dire che è un vero, grande eroe 🙂

Ecco il motivo principale per cui Ant-man è un prodotto ben riuscito. Se a questo ci aggiungete un cast d’eccezione (Michael Douglas, Paul Rudd e uno spassosissimo Michael Pena, perfetto nel ruolo di logorroica “spalla” del protagonista), il gioco è fatto. Se vi capita il dvd di Ant-man sottomano, guardatelo. Sono sicuro che non vi deluderà 😉

Aspettative

Iniziamo il nuovo anno con un racconto strano, una specie di divertissement (aò, parla come magni!). L’atmosfera soffocante, la paura di un ragazzo, la prospettiva di un’impresa terribile pronta a schiacciarlo… Ma cosa lo aspetta davvero oltre il portone?

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Il fiato caldo dell’estate gli ustionava il viso eppure lui quasi non lo sentiva. Non aveva la forza nemmeno di pensare. Era inchiodato al sedile del passeggero, sotto la canicola di pieno mezzogiorno. Fuori dal finestrino, una mandria di turisti in pantaloncini e sandali sfilava ottusamente, seguendo l’ombrellino rosso della guida che a tratti spariva e riappariva nella ressa.
Diego si asciugò il sudore della fronte e si rollò una paglia. Era sicuro lui. Ci era già passato. Ne era uscito a pezzi, ma a testa alta, come l’uomo che era. Ma ora toccava a lui, al più piccolo della famiglia Carrone. Al piciriddu. Sentiva il peso del futuro premergli sulle spalle. Ancora qualche secondo di attesa e ne sarebbe stato schiacciato.
«Lo devo fare proprio?» chiese, rivolto verso il profilo roccioso del fratello.
«Sì. Solo così diventerai uomo e potrai andare avanti per la tua strada.»
«E se non fossi ancora pronto?»
Diego sorrise, mostrando i denti ingialliti dal troppo fumo. Il suo orecchino d’argento scintillava ferocemente sotto il sole.
«Vedi… è come la prima volta che vai con una donna. Non puoi sapere se sei pronto. Ci vai e basta.»
«Sì, ma se non ce la facessi?»
Diego lo scrutò seriamente.
«Allora lo rifarai, ancora e ancora… finché non gliela farai vedere a quei cornuti.»
«Sì, ma se fallissi… Papà che direbbe?»
Diego sospirò.
«Papà ti vuole bene. Avrà pazienza. Però sai che se avrai successo al primo colpo onorerai ancora di più la famiglia Carrone. Ed è questo che deve fare un figlio.»
Lui annuì, ma non erano bastate la parole rilassate del fratello per calmarlo. Non con quel dannato edificio che sovrastava la loro piccola utilitaria. Fece per uscire.
«Hai preso tutto?» lo ammonì Diego.
«Sì.»
«Sei sicuro? Una volta che entri non puoi più uscire!»
«Sì ti dico! Ho controllato anche stamattina. C’è tutto quello che mi serve.»
«Bene.»
Aprì la portiera e nel farlo si vide riflesso sul vetro del finestrino. Vide il suo viso da adolescente e il suo corpo, che ancora non era quello di un uomo. Ebbe paura, ma ormai era lì e non poteva tornare indietro. Diego aveva ragione. Ci erano passati tutti e lo avrebbe fatto anche lui. Avrebbe varcato quella soglia e affrontato quello che lo aspettava a testa alta. Sorrise, stupendosi di trovare dentro di sé quel poco di coraggio necessario per farlo avanzare. Uscì dall’auto e, calatosi il cappello col frontino in testa, iniziò a camminare, cercando di lasciarsi tutto dietro le spalle. Era già quasi arrivato al portone quando Diego lo richiamò con un fischio. Lui si voltò con aria interrogativa.
«Che c’è?»
Diego sorrise.
«Buon esame di maturità, fratellino.»