The Mockingbird

Quando mi capita un periodo denso di impegni come questo, difficilmente trovo il tempo e la concentrazione necessari per inventare una buona storia. Una scusa bella e buona per non scrivere? Sbagliato. Perché quando mi trovo in queste situazioni cerco di far sì che la storia “si formi da sé”: pesco parole a caso dal dizionario, guardo immagini su internet che mi comunichino qualcosa, leggo frammenti di libri o “lascio il cervello aperto”, in modo che, quasi inconsciamente, mi regali una frase o un pezzo di descrizione. Piccole schegge di narrazione da cui poi costruire, come un puzzle, una storia. Certo, non sarà una storia coinvolgente come quelle che si scrivono quando si è “in vena” ma è più che sufficiente per mantenersi in allenamento. Dirò di più: a volte scrivere una storia che è stata decisa “dal di fuori”, è un ottimo modo per affrontare situazioni narrative diverse dal solito, per provare qualcosa di nuovo. Riguardo a questa storia,”The Mockingbird”, il piccolo frammento da cui sono partito è la frase iniziale. Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali. Buona lettura 😉

P.S. Se vi può interessare, la canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa storia è March Across the Belts dei Civil War. Non c’entra molto con l’argomento trattato ma mi ha dato la carica giusta per portare a termine ciò che avevo iniziato 😉

The Mockingbird – 20lines

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Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali. E lui aveva volteggiato, in alto, verso la cupola rosso fuoco che lo teneva prigioniero; aveva sfrecciato sopra la folla, spiato dai volti falsi e beffardi di gente sconosciuta; gente diversa, ma che lo giudicava sempre allo stesso modo. Per loro, lui era solo un buffone. Un perditempo. Un saltimbanco.

“Vola, usignolo. Vola”

Non era un uccello, ma era come se lo fosse. The Mockingbird, lo chiamavano. Le sue ali non erano fatte di piume, ma di sudore, di corde, di trapezi, di braccia muscolose e duri allenamenti. Nessun nido a cui tornare, solo la rete di sicurezza e una vecchia roulotte color caffè, satura di fumo di sigaretta e di odore di vodka versata sulla moquette.

“Vola, usignolo. Vola”

Viveva rinchiuso in una gabbia dorata, luccicante di strass e perennemente coperta da un panno vermiglio, che mutava il colore di chi stava sotto di essa. Sotto quel rosso tutti diventavano vermigli: acrobati, pagliacci, ballerine e cavalli. Persino la folla. E così anche lui. Che colore aveva avuto, l’usignolo, prima di entrare sotto la cupola? Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarlo.
«Ehi, usignolo. Stai sognando ad occhi aperti?»
Sì, per un attimo aveva sognato. Di poter bucare quel dannato guscio e di volare fuori, rapido come un falco ma piccolo, insignificante come un colibrì. Se si è piccoli il mondo può essere grande e pieno di sorprese, mentre il suo… il suo era poco più di un’opulenta scatola di seta, prevedibile quanto una giostra a cavalli che girava sempre e solo in tondo.
«No, ci sono.» rispose, sforzandosi di sorridere.
«Bene. Sai che la concentrazione è tutto, nel nostro mestiere.»
«Vuoi insegnare a me il mio mestiere, che faccio il trapezista da vent’anni?»
Edgar “The Goat” Robinson sorrise. Gli mancavano due denti da quando era caduto di faccia durante un numero da equilibrista. Era un brav’uomo, Edgar. Lo chiamavano Goat perché era ispido e puntuto come un caprone. E, a sentire i pettegolezzi delle ballerine, aveva una moglie che se la spassava col vicinato, quando lui non era lì a sorvegliarla. Il problema era che loro erano sempre in giro per l’Europa, un giorno a Parigi, l’altro a Salamanca, l’altro ancora a Torino. Solo che sotto la cupola ogni posto valeva l’altro, perché tutto, sì tutto, era immoto e rosso come il sangue.
Qualcuno gli accarezzò dolcemente la nuca con la mano.
«Sei pronto, usignolo?»
Era Mariska, la sua partner di vecchia data. Una quarantenne che aveva il fisico di una giovane ginnasta ma il viso di una donna vecchia e sola. L’usignolo la amava, ma non aveva mai trovato il coraggio di confessarglielo.
«Certo che lo sono.» ribatté l’uomo, facendole l’occhiolino. Tra una ciglia e l’altra era intrappolata una piccola lacrima, ma nessuno se ne accorse, tantomeno lei. Mariska gli batté una mano sui pettorali statuari e, presolo per mano insieme agli altri acrobati, lo condusse all’interno del tendone, sotto la luce sanguigna della cupola. Furono accolti da un applauso così eccessivo da risultare terribilmente falso.

“Vola, usignolo. Vola”

La folla rumoreggiava e gridava il suo nome. Lo esortava a spiccare il balzo e allargare le ali. Come se avesse potuto volare per davvero!
Malakian Saprofic, il direttore del circo, sbucò da un lembo del tendone (come avrebbe fatto un liquido nauseabondo fuoriuscito da un bubbone, pensò l’Usignolo) e strisciò, un nero luccicante in un mare rosso, fino al palco. Indossava uno smoking nero ricoperto di toppe e una tuba a ciminiera degna di un prestigiatore, che si affrettò a togliere, in segno devozionale verso il pubblico rumoroso e sboccato che si agitava davanti a lui.
«Buonasera ‘gnore e ‘gnori – borbottò, mangiandosi le parole per la fretta di compiacere tutti – So perché siete venuti qui. Sì che lo so! Siete venuti qui per assistere ai miracoli del Circo di Mezzanotte!»
Uno strillo di entusiasmo salì dalle prime file. Malakian lo zittì con un gesto eloquente, alzando il palmo guantato.
«Al Circo di Mezzanotte l’impossibile non esiste. Ed è per questo che questa sera la stella del nostro gruppo, l’incredibile uomo con le ali, The Mockingbird, si esibirà nello spettacolo del Cerchio Infuocato senza rete!»
Il grido della folla aumentò di intensità, mentre la luce dei riflettori illuminava un gigantesco anello che, proprio in quel momento, veniva dato alle fiamme. Il tendone rosso divenne, per quanto strano potesse sembrare, ancora più rosso. Un cupo rullo di tamburi accompagnò la salita dell’Usignolo e dei suoi compagni fino ai due trapezi, che si fronteggiavano come altalene nel vuoto.

“Vola, usignolo. Vola”

Il cuore dell’Usignolo era tranquillo, quasi non batteva. Avevano provato il numero centinaia, migliaia di volte. Il cerchio di fuoco e la mancanza della rete erano solo una distrazione, un inganno per la gente venuta a osannarli. In realtà nessuna delle due cose influenzava la traiettoria dei corpi, l’oscillazione delle corde e i sottili giochi di equilibrio e di tempismo che erano il corpo, la spina dorsale dello spettacolo. Non c’era alcuna possibilità di sbagliare, pensò l’acrobata. O forse sì… Se solo avesse voluto sbagliare. Se solo si fosse lasciato cadere… Il suo cuore da usignolo cominciò a battere sempre più forte e un sorriso confuso gli si aprì sul volto. Oh, sarebbe stato un buon modo per andarsene… avrebbe rotto il cerchio e si sarebbe fatto spazio nel guscio del tendone, per volare via lontano. Ovunque piuttosto che lì.
Attese che Mariska si posizionasse sul trampolino e si lasciò cadere, sorreggendosi alla sbarra del trapezio con le sue braccia gigantesche. Erano ali di pietra, eppure lo facevano volare. Prese velocità, mentre il pubblico strepitava e continuava a chiamarlo per nome.

“Vola, usignolo. Vola”

Dondolò ancora, per darsi più forza. Saltò, si arcuò e superò il cerchio di fuoco incolume, al sicuro fra le braccia morbide di Mariska. La folla era impazzita, ululava senza ritegno. Dondolarono assieme, in modo intimo, mentre Oskar “il gabbiano”, l’altro acrobata, prendeva posizione sul trapezio rimasto vuoto. L’Usignolo strinse i polsi di Mariska e lei ricominciò a dondolarsi. Il volo oltre le fiamme fu ancora più facile del precedente e Oskar lo afferrò per le gambe con un tempismo perfetto, senza neppure un’ombra di incertazza. The Mockingbird era nato per volare, gridava, più sotto, Malakian. L’Usignolo, che era a testa in giù, osservò le mani, le teste e le braccia sotto di lui agitarsi, come arti dannati in un girone infernale. Era la sua ultima occasione per volare via. Per volare via per davvero.

“Vola, usignolo. Vola”

Diede segno a Oskar e il compagno cominciò a dondolarsi, ben saldo con la gambe al ferro gelido del trapezio. Il cerchio infuocato si rifletteva nella sua retina come un disco di lava, un sole primordiale destinato a bruciarlo. Era un usignolo o una falena? L’acrobata trattenne il respiro. Il salto sarebbe stato molto più complesso, questa volta, con un avvitamento degno di un oro olimpico. Chiunque avrebbe potuto sbagliare, anche l’Usignolo. Sì, sì… era l’occasione della sua vita, la scappatoia che attendeva da anni, il ramo da cui partire per un’eterna migrazione nel buio del nulla. Fletté i muscoli, lasciò la presa di Oskar e si lanciò nel vuoto. Ruotò su se stesso, come una strana trottola di carne. Superò il calore mortale della fiamma. Osservò impassibile il corpo snello di Mariska volteggiare nell’aria e chiuse gli occhi… Doveva solo lasciare andare quelle maledette ali, tenerle incollate al corpo come se non le avesse. Smettere di batterle per volare via. Era un dolce controsenso…

“Vola, usignolo. Vola”

Aveva quasi superato il punto di non ritorno, la sottile membrana che separava la vita dalla morte, quando allungò le mani e afferrò le dita sicure e forti della sua compagna, che lo trassero in salvo. Questione di millesimi di secondo e sarebbe stato perduto. La folla esplose. Bambini, anziani, vedove e uomini si alzarono in piedi, si misero a strillare, a battere le mani. Sembravano sinceramente stregati, ma l’Usignolo sapeva perché fossero lì, a strepitare e a ridere e a urlare. Il Circo di Mezzanotte era il posto perfetto per sentirsi liberi. Entrati nel tendone, i problemi di tutti annegavano nel rosso di quella cupola. Le loro meschinità, i loro sogni infranti, le loro quotidiane prigionie si annullavano di fronte allo spettacolo del circo, alle danze, ai balzi, alle coreografie senza senso degli acrobati. L’Usignolo li capiva perfettamente: per quella gente, entrare nel tendone era come infilarsi in uno zoo. Guardando i colori, le forme e i comportamenti primitivi degli animali, i visitatori si dimenticavano di essere animali anch’essi, di avere anche loro delle gabbie: l’automobile che rendeva irrespirabile la loro aria, il mutuo che li faceva crollare in miseria, la falsa scelta che veniva loro imposta quando andavano al cinema o a comprare un cd di musica. L’Usignolo li capiva, ma purtroppo era dall’altra parte delle sbarre e, per loro, non poteva provare che odio.
I tamburi smisero di suonare e la gente di applaudire. Malakian si inchinò e allargò le braccia.
«Un grande applauso, ‘gnore e ‘gnori! Avete assistito all’Usignolo e alla sua squadra! Ma non è che l’inizio, signori miei, qui al Circo di Mezzanotte. Dopo l’adrenalina, ecco a voi il mistero! Già, perché è il turno del grande mago Olaf Romanov, che vi stregherà con i suoi inspiegabili trucchi…»
La voce del direttore si smorzò quando L’Usignolo si infilò dietro le quinte, salutato dalle pacche sulle spalle e dagli applausi dei compagni. Mariska gli si avvicinò, rossa in viso e visibilmente scossa.
«Dio! Per un momento ho creduto che ti avrei perso. – sussurrò in lacrime – Per un momento ho quasi creduto che… che ti saresti lasciato cadere.»
The mockingbird sorrise amaro.
Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali.

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3 pensieri su “The Mockingbird

  1. bello pure questo racconto,vagamente Schopenhaueriano, direi.
    : )
    mi piace come riesci a dare vita ai personaggi (parlano!) e anche i passaggi descrittivi suonano altrettanto vivi (vedasi ad esempio come tratteggi Malakian Saprofic quando sbuca da un lembo del tendone). alcuni brani fanno decisamente riflettere (se “entrare nel tendone è come infilarsi in uno zoo”, ho pensato, indubbiamente anche entrare nella vita è come infilarsi in uno zoo…).
    : )
    intrigante poi il finale anti-hollywoodiano – e psicologicamente conflittuale/irrisolto – in cui con un doppio salto mortale, gli *artigli*, che mancano all’usignolo, non consentono al protagonista di afferrare al volo l’occasione della sua vita (un’uscita di scena spettacolare, attesa da anni) *eppure* (paradossalmente) gli consentono di artigliare le dita forti della compagna. ergo, forse, gli artigli il nostro usignolo li ha, ma non sa di averli smarrendosi nel dolce/amaro controsenso.
    ridondante se non a tratti addirittura fastidiosa come qualunque figura retorica, invece, la scelta di reiterare “Vola, usignolo. Vola” per tutta la lunghezza del racconto.

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    • Grazie Malos! 😉 I tuoi commenti riescono sempre a farmi scoprire dei lati dei miei racconti che avevo considerato solo di sfuggita. Saresti un bravo critico, sul serio 🙂 Non vedo l’ora di leggere il tuo racconto per la sfida letteraria Raynor’s Hall di questo mese 🙂

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