Pizza, spaghetti e… zombie

zombie-949915_960_720.jpg

Pizza, spaghetti e… zombie. Ossia le tre scene di film horror (italiani) che mi hanno fatto venire gli incubi!

Anche se vengono snobbati e troppo spesso etichettati come film di serie Z, gli horror italiani sono stati all’avanguardia e hanno contribuito non poco a creare il linguaggio cinematografico della paura. Un articolo che omaggiasse il talento pionieristico dei nostri registi mi è sembrato perciò più che doveroso. Tenetevi forte: ecco le tre scene più spaventose prese dai migliori film horror nostrani 😉

Partiamo subito con Suspiria di Dario Argento. Era il lontano 1977 e il famoso regista romano, dopo il successo planetario del thriller Profondo Rosso, se ne uscì fuori con un horror puro e semplice, ambientato in una scuola di danza all’apparenza normale, ma che nascondeva in realtà un segreto terribile legato alla magia nera. Un film visionario, dove l’orrore non era dato dall’oscurità (come invece ci hanno abituato gli horror odierni) ma dai colori sgargianti, che riuscivano a instillare nello spettatore un forte senso di destabilizzazione. La scena che mi ha scioccato? Quella in cui l’amica della protagonista, morta che più morta non si può, si rialza dalla tomba con due spilloni negli occhi. Intrigante, eh?

05-Suspiria

Proseguiamo con La maschera del demonio (1960) di Mario Bava. Considerato il primo horror italiano, il film ci delizia fin da subito con una scena capace di entrare nei nostri incubi. La strega Asa Vajda (interpretata dalla disturbante Barbara Steele) viene infatti uccisa dopo pochi secondi mediante una maschera dotata di punte, piantata a suon di martellate sul suo viso virginale. Degno della copertina di un album black metal!

una-celebre-scena-del-film-la-maschera-del-demonio-1960-148154

E finiamo in bellezza con Zombi 2 (1979), capolavoro del mai abbastanza compianto Lucio Fulci, una delle menti più brillanti (e psicopatiche) che si siano mai trovate dietro una cinepresa. Autore di film come l’Aldilà, e tu vivrai nel terrore, Paura nella città dei morti viventi e Un gatto nel cervello, Fulci ci turba con la scena madre in cui la protagonista, sorpresa da uno zombie nella sua camera, finisce col perdere un occhio contro un pezzo di legno che spunta dalla porta. In dettaglio, ovviamente, che sennò non era abbastanza.

zombi-2-04.jpg

Questo è solo un piccolo assaggio di ciò che vi aspetta se, superato il pregiudizio, troverete il tempo e la voglia di guardarvi un buon film horror italiano. Oltre a quelli elencati qui sopra vi consiglio Non si sevizia un paperino (sempre di Fulci) e Inferno (sempre di Dario Argento). Certo, si parla di film molto vecchi e, nel frattempo, il concetto di paura si è evoluto, ma un buon regista e un buon film si riconoscono sempre. La cosa che amo di più di queste opere è che mantengono ancora una sorta di “fascino artigianale”, un elemento che con l’avanzare degli anni e delle tecniche cinematografiche è andato perduto. Non aspettatevi effetti speciali da panico, ma la sincerità del fare buon cinema. In questo senso, l’horror italiano ha fatto scuola.
Perciò, la prossima volta in cui qualcuno vi dirà “eh ma i film horror italiani fanno pena” saltategli addosso e strappategli il cuore: potrete usarlo per farci un buon ragù.

Annunci

Un viaggio a Blackdale #1

In attesa dell’uscita del mio primo romanzo, “Il faro di Blackdale“, ho pensato di sfruttare la mia (mediocre) abilità nel disegno per realizzare una serie di immagini dedicate a Blackdale. Già, perché Blackdale è molto più che un’ambientazione: è un personaggio vero e proprio, che con i suoi tentacoli fatti di nebbia intrappola i cittadini e li condanna all’incomunicabilità. Vi piace l’idea? 🙂 A presto!

blackdale 1

Shhhh… stiamo scrivendo!

Concentrarsi, al giorno d’oggi, è davvero difficile. Me ne sono reso conto quando ho iniziato a scrivere per la prima volta. Avevo digitato qualche riga sul foglio elettronico (una storiella insulsa, potete trovarla qui) quando, improvvisamente, mi era arrivata una notifica di Facebook, tanto inattesa quanto fastidiosa: non solo mi aveva fatto prendere un colpo, ma aveva interrotto anche il filo dei miei pensieri. Già, perché scrivere non è facile quanto respirare. No. Scrivere significa anche un po’ scendere in se stessi, e venire disturbati quando si sta pensando ad una storia è come essere risvegliati da una secchiata di acqua ghiacciata, una specie di ice bucket challenge fatta apposta per romperti le… scatole. A volte è sufficiente il parlottio della vicina di casa, il postino che grida “raccomandataaaa” o il verso di un merlo appeso al cornicione per rovinare la magia. E sapete qual è la verità?
Non sono le persone o i volatili ad essere antipatici: siamo noi “scrittori” ad essere strani; noi che speriamo di trovare, nella giungla cittadina, un luogo di tranquillità che non esiste neppure nei boschi delle fiabe! L’unica soluzione, perciò, è quella di escogitare il proprio personale sistema per isolarsi il più possibile o, almeno, per allenarsi a recuperare velocemente la concentrazione che si è perduta. Personalmente ho individuato tre regole d’oro per arginare il problema. Ovviamente la soluzioni sono molto personali e forse le mie le troverete inutili, però non si sa mai: magari potrebbero servirvi 😉 Ecco le mie regole:

  1. Eliminare il più possibile ogni fonte di distrazione: mettere il cellulare in modalità aereo, spegnere la tv, trattenersi dal fare ricerche su google, andare in bagno prima di iniziare a scrivere, bere un succo, magiare un panino ecc…
  2. Ascoltare musica. C’è chi considera la musica una fonte di distrazione. Per me non è così, anzi: non solo le cuffie impediscono ai rumori fastidiosi (ticchettio dell’orologio, asma del frigorifero, il maledetto merlo che prima o poi impallinerò) di arrivare all’orecchio, ma fanno anche sì che la musica ci avvolga completamente. La musica, secondo me, è un catalizzatore: aiuta a concentrarsi nella storia e, al tempo stesso, tiene lontani i pensieri “negativi” come la paura di non riuscire a finire la tesi in tempo (a-ehm…).
  3. Avere un libro a portata di mano. Mettete il vostro libro preferito, preferibilmente un classico, accanto alla vostra postazione di scrittura. “A che serve?” direte voi. È presto detto. Quando qualcuno, o qualcosa, vi interrompe, non disperate: aprite il vostro libro preferito in un punto a caso e leggetelo. Basta qualche riga. Cercate di riflettere in modo critico, osservando ad esempio come l’autore abbia scelto le parole giuste, usato sapientemente i verbi per creare il ritmo perfetto, descritto un personaggio, una sensazione o un luogo. Fidatevi: questo vi darà la determinazione necessaria per ricominciare e, soprattutto, farlo al meglio. È a questo che servono i grandi del passato: non solo per essere idolatrati, ma per essere “usati” (in modo costruttivo, intendo!)

Ecco, questi sono i trucchi che ho escogitato per risolvere l’eterno problema della concentrazione 😉 E voi? Avete difficoltà a concentrarvi e, se sì, quali sono i vostri stratagemmi? Grazie e a presto 😉

P.S. Nel disegno non c’è un merlo, ma un gallo. Nessun errore: ho pensato che un gallo fosse anche peggio del solito dannatissimo merlo cittadino XD Oh no… ecco che ricomincia…

SCRITTORE E RUMORE

Addio Umberto Eco e Harper Lee

Si dice che le disgrazie non vengano mai da sole e forse è così, visto che ieri ci hanno lasciato Umberto Eco e Harper Lee. Due autori che non hanno bisogno di presentazioni. Anche se con tematiche e sensibilità differenti, entrambi si sono battuti per diffondere la cultura. Harper Lee aveva scritto Il buio oltre la siepe, bestseller (e capolavoro) mondiale che si schierava contro il razzismo e il pregiudizio. Le era valso il premio Pulitzer. Per quanto riguarda Umberto Eco… saggista, filosofo, critico, storico, semiologo, scrittore, editore… Devo aggiungere altro? Due grandi voci che, senza dubbio, lasceranno dietro di sé una eco.

Addio e grazie di tutto!

Habemus Librum! – Il faro di Blackdale

mareblackdale

E finalmente ci siamo! Sono lieto di annunciarvi che il mio primo romanzo “Il faro di Blackdale” verrà pubblicato dalla casa editrice Onda d’Urto Edizioni di Venezia. La data non è ancora stata decisa (ci sono ancora alcuni aspetti da sistemare, tra cui la correzione del testo) ma è questione di pochi mesi! Nel frattempo potete visitare la pagina del sito dedicata al mio progetto. Signore e signori… *rullo di tamburi*… Il faro di Blackdale!

Mi raccomando: restate “sintonizzati” per ricevere tutte le novità 😉 Vi lascio con una breve sinossi 🙂 Che ve ne pare?

sinossinebbia

Come costruisco un personaggio

types-738846_960_720.jpg

Oggi si parla di scrittura e, più specificatamente, di personaggi! Premetto che questo articolo non vuole essere un how to… ma più semplicemente una descrizione di come costruisco io un personaggio 🙂

Può sembrare strano ma non parto mai dall’aspetto fisico: è l’ultimo dei miei pensieri perché, di solito, l’aspetto dei miei personaggi si basa sulle loro caratteristiche psicologiche o sul ruolo che dovranno assumere nella storia. Sì, lo so che la fisiognomica andava tanto di moda nell’Ottocento, ma nella narrativa può ancora valere, perciò, se il personaggio è malvagio, lo descriverò in una certa maniera, se è ribelle in un’altra, ecc… Unica eccezione a questa regola? Quando voglio nascondere il ruolo di un personaggio fino al colpo di scena finale. Ad esempio, se il “cattivo” deve restare celato fino all’ultimo, allora lo descriverò in modo neutrale, nascondendo le sue malvagità dietro un volto o un corpo qualsiasi, l’aspetto che potrebbe avere il classico “ragazzo/a della porta accanto”.

Invece la prima cosa che “penso” di un personaggio è il suo ruolo, ciò che deve compiere nella narrazione e i rapporti che deve avere con gli altri personaggi. E se, soprattutto, è destinato a cambiare durante la narrazione. Se, ad esempio, da ragazzina chiusa e scontrosa diventerà una persona aperta e comunicativa. Trovo che il cambiamento del personaggio sia una delle regole chiave per una buona storia e so che è un elemento cardine di molte sceneggiature cinematografiche: pensiamo semplicemente ai film sui supereroi, dove il nerd di turno si trasforma, dopo il morso di un ragno, in un forzuto eroe in calzamaglia dai grandi poteri e dalle grandi responsabilità.

Subito dopo aver individuato il ruolo del personaggio, cerco di trovare le parole chiave in grado di descriverlo sommariamente. “Ribelle”, “timido”, “coraggioso”… Tenendomi bene a mente questi aspetti caratteriali cerco di far agire il mio personaggio in modo che sia sempre sincero con se stesso. Ovviamente se il personaggio è destinato a cambiare, ecco che anche le sue parole chiave cambieranno: la ragazzina “scontrosa” e “depressa” troverà degli amici e diventerà “felice”.

Per riassumere: per prima cosa cerco di abbozzare la storia, in modo da sapere (più o meno) dove mi porterà e quale sarà la sua conclusione. Poi definisco i ruoli dei personaggi: protagonista, antagonista, aiutante e via dicendo… Fatto questo scelgo le parole chiave, i “tag mentali” in grado di differenziare i personaggi l’uno dall’altro e dar loro (si spera) spessore. L’aspetto fisico, come ho già detto, viene da sé e di solito rispecchia il modo di essere del personaggio: una donna nevrotica sarà magra, emaciata, perennemente appiccicata alla sua sigaretta…

Ecco, questi sono gli step che seguo nella creazione di un personaggio. Ovviamente non sono regole fisse e a volte le infrango, soprattutto se scrivo un racconto breve o una storia “di getto”, ma nel caso di storie più lunghe o complesse cerco di essere più rigido. E voi? Anche voi seguite un processo simile al mio? Partite dall’aspetto fisico o dal ruolo che il personaggio avrà nella storia? Grazie e a presto 😉

2000 visite!

Da qualche giorno le visite al mio blog hanno superato la ragguardevole cifra di 2000! Per me è come aver vinto un Oscar, sul serio! Per festeggiare vi omaggio con un mio umile schizzo. Grazie di cuore 😉

P.S. Quello dietro è Leonardo DiCaprio XD Speriamo che quest’anno lo vinca, l’Oscar 😉

2000visite

Buon San Valentino!

DickseeRomeoandJuliet

Più dolce sarebbe la morte se il mio ultimo sguardo avesse come orizzonte il tuo volto.
E se così fosse, mille molte vorrei nascere per mille volte ancor morire.

William Shakespeare, da “Amleto”

La scelta di Vimir il Savio

Dopo aver finito di leggere Fiabe Danesi, mi è venuta voglia di scrivere una fiaba tutta mia. Era da tempo che non lo facevo e devo dire che è sempre divertente. Questa volta, pur cercando di rimanere fedele alla struttura della fiaba classica, mi sono preso qualche libertà sul finale. Che dite… Ho fatto una buona scelta? 😉

La scelta di Vimir il Savio – 20lines

tree-756308_960_720

Un uomo aveva tre figli. Riko, il primogenito, era un ragazzotto pieno di energie, alto e forzuto; badava al negozio del padre e scaricava le merci quando arrivavano con i carri da est. Meltyen, il secondogenito, era abilissimo con i numeri e teneva la contabilità dell’attività paterna. Entrambi erano l’orgoglio e il vanto del loro padre. In quanto al terzogenito, Vimir, era un ragazzo taciturno, solitario, che, a sentire gli altri, non sapeva fare nulla. Trascorreva le sue giornate a fantasticare e la sera rimaneva disteso nel fienile a guardare le stelle, inventando storie strampalate. Per questo veniva ignorato e deriso da tutti, soprattutto dai suoi fratelli, ma a lui sembrava non importare.
Quando Riko raggiunse la maggiore età, andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. Il padre lo benedì e gli diede un borsello pieno d’oro, e così il primogenito salì sul suo cavallo e partì alle prime luci dell’alba. Viaggiò a lungo e visitò le maggiori città del regno, fermandosi a gozzovigliare nelle taverne che si trovavano sulla strada. Credeva di aver visto tutto quello che c’era da vedere, quando gli si parò davanti una foresta intricata e scurissima, che pareva assorbire i raggi del sole. Riko, che non aveva paura di niente, vi si inoltrò fino ad arrivare al cortile di un castello in rovina. Di fronte al portone c’era di guardia una strana statua, con il volto di donna e il corpo di leone.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose sicuro il giovanotto.
«La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
«Facile!» esclamò il ragazzo, ma quando provò a sollevare la statua, scoprì che era pesante come la testa di un gigante. Per quanto sbuffasse, e grugnisse e pregasse, non gli riuscì di spostarla di un solo millimetro, neppure facendosi aiutare dal suo possente frisone. La notte trascorse presto e, non appena il sole fece capolino dagli alberi, la statua si animò, balzò sul giovane e lo ingoiò intero.
Trascorse un anno e anche Meltyen compì la maggiore età. Andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. Il padre lo benedì e gli diede un borsello pieno d’oro, e così il primogenito salì sul suo calesse e partì alle prime luci dell’alba. Viaggiò a lungo e visitò le più belle città d’arte del regno, spendendo quasi tutti i suoi denari in lussi e quadri d’autore. Quando credeva di aver vissuto tutte le esperienze possibili, gli capitò davanti agli occhi una foresta oscura e tenebrosa, celata da uno strato pesante e acido di nebbia. Meltyen, che aveva molta fiducia nel suo cervello e portava al fianco una balestra di sua invenzione, vi si inoltrò senza paura. Raggiunse il cortile di un castello in rovina, davanti al cui portone stava di guardia una strana statua, con il volto femmineo e il corpo di una fiera.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose sicuro Meltyen, che aveva sfidato i più bravi maestri di retorica e li aveva sconfitti a suon di sillogismi.
«La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
«Facile! – esclamò il ragazzo – Sarà sufficiente costruire un argano e un carro più grande, e il gioco è fatto.»
Ma, ahimè, il tempo a disposizione era poco: Meltyen aveva appena iniziato a progettare l’argano che il sole sorse, fulgido, oltre le punte aguzze degli abeti. La sfinge, divenuta di carne, assalì il ragazzo e lo ingoiò intero insieme al progetto dell’argano e ai suoi goniometri.
Trascorse un anno e anche Vimir compì la maggiore età. Andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. L’uomo, che stava ancora aspettando il ritorno dei suoi figli, era restio a farlo partire, visto che Vimir si era accollato il lavoro dei due fratelli, ma il figlio insisté così tanto che dovette accettare. Gli diede un borsello con molti meno soldi di quanti ne aveva dati a Meltyen e Riko, e lo lasciò partire. Vimir si fece dare un passaggio da carro di gitani e raggiunse la capitale. Vi rimase per tre mesi, lavorando come aiutante del fabbro e si guadagnò il pane col sudore della fronte anche se, quando si faceva sera, riusciva sempre a trovare il tempo per stendersi sotto le stelle a inventare storie. E, anche se non poteva vederli, molti spiriti venivano ad ascoltarlo.
Trascorsi tre mesi, il ragazzo decise di tornare a casa, consapevole che il padre aveva bisogno di lui. Uscito dalla città, gli si parò davanti, dopo poche ore di camminata, una foresta nera come la pece, piena di alberi spettrali e polverosi. Vimir, che non aveva un cavallo o un calesse che lo potesse aiutare a costeggiare la foresta, decise di prendere la via più breve, quella in mezzo agli alberi. Sul fare della sera raggiunse un castello in rovina, nel cui cortile lo attendeva una strana sfinge con la testa di donna e il corpo di leone.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose dubbioso Vimir.
La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
Vimir, sfiduciato, si lasciò cadere sconfitto a fianco della sfinge, e puntò gli occhi alle stelle. Erano così luminose che gli si riempì il cuore di storie e iniziò a raccontare. La sfinge, sorridente, lo ascoltava in silenzio. E Vimir raccontò della lontana Era del Fuoco, durante la quale i Giganti avevano sterminato quasi totalmente gli uomini, e del coraggio di Saliman, il re di Ahl-qabil che aveva messo fine alla guerra secolare contro i draghi d’oro, che vivevano sull’Unico Monte di Kahr. E raccontò di Joyr, il guardiano che proteggeva le fondamenta del mondo e che le aveva tradite per amore, e di Ziran il mugnaio, scelto dal caso per salvare la sua gente da una terribile maledizione. E raccontò cento altre storie, così tante che raccoglierle qui sarebbe impossibile.
Alle prime luci dell’alba, Vimir si addormentò per la stanchezza e cadde in un sonno profondo. Quando si svegliò, scoprì che la sfinge non c’era più: al suo posto una bellissima fanciulla bionda, con in testa una corona di stelle. Attorno a lei decine e decine di persone lacere e intontite, fra le quali Vimir si stupì di trovare i suoi due fratelli, imbarazzati dall’aver fallito dove il loro fratello sempliciotto e buono a nulla era riuscito.
«Che tu sia benedetto, Vimir – disse le ragazza, abbracciandolo – hai rotto la maledizione gettatami addosso da una strega malvagia, gelosa della mia bellezza. Era un secolo che mi trovavo intrappolata qui, nel cuore del mio regno, condannata a cibarmi delle vite degli innocenti che passavano per il castello. Ma poi sei arrivato tu e ci hai salvato tutti. Per questo, Vimir, sarai Re e siederai sul trono al mio fianco!»
Ma Vimir, voltatosi verso di lei, esclamò:
«Oh, ma chi ti conosce?»
Dopodiché, lasciatosi il castello, la dama e i fratelli alle spalle, se ne ritornò a piedi alla capitale, deciso come non mai a vivere la vita che si era scelto, senza più ascoltare i giudizi di nessuno. Tornò a lavorare dal fabbro e la sera scriveva e raccontava storie ai pochi che avessero davvero voglia di ascoltarlo. Un bel giorno venne udito dal rettore dell’Università, che lo invitò a recitare le sue opere nell’aula magna. Fu un grande successo e nel giro di una decina anni l’insipido Vimir era diventato “Vimir il Savio”, un artista ammirato e rispettato da tutti. I suoi libri erano scritti in tre lingue diverse e circolavano in tutti i paesi, superando qualsiasi barriera culturale e politica. Tuttavia, per quanto fosse diventato famoso, Vimir non dimenticò mai l’umiltà delle sue origini e della sua arte: ogni notte si stendeva sul tetto della sua casa e, guardando l’immensità delle stelle, inventava storie. E gli spiriti, che al calare del crepuscolo venivano ad ascoltarlo, non potevano essere più fieri della sua scelta.

Errori da giovani scrittori – C’entra vs centra

disegno-di-professore-maestro-mestieri-colorato

Ed eccoci qui con un’altra “puntata” della rubrica Errori da giovani scrittori. Le volte scorse abbiamo parlato di plurali problematici, di accenti e dell’uso di piuttosto che. Oggi è il turno di un errore meno appariscente ma assai diffuso: la grafia scorretta di c’entra. Vi è colata una goccia di sudore lungo la tempia? Non preoccupatevi: sbagliare una cosa del genere è cosa da tutti i giorni, soprattutto se siete giovani e baldi scrittori che cercano di farsi spazio nel “sottobosco del Web”. Ma basta perdere tempo e mettiamoci sotto: uno strappo e via, come un cerotto rimasto incollato ai peli del braccio.

Nel significato di “questa cosa non ha nulla a che vedere con quest’altra” la parola giusta e la grafia corretta sono -> che c’entra. Infatti c’entra sta per “che ci entra” (che c’azzecca), con elisione della i che precede la vocale. E quindi:

Che c’entra una cravatta a pois con una giacca a righe?

Invece la parola centra è una forma del verbo centrare (colpire qualcosa). Insomma, non c’entra nulla con il discorso che facevamo prima. Perciò:

Il pugile centra l’avversario con un destro.

Tutto chiaro, no? Ripeto: è un errore poco visibile ma, se ci pensate, dire “questa cosa non colpisce niente” non ha nessun senso 🙂

Veloce e abbastanza indolore, non è vero? Grazie e alla prossima 😉