Raccontami

Rayno'rs Hall

Questa storia partecipa alla sesta sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Telefono senza fili” proposto da Malos.

Raccontami – 20lines

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Gianni si accorse di essere diventato grande quando, accostata la bocca al barattolo del telefono senza fili, non seppe che dire. Giulia, dall’altra parte del filo, lo guardava impaziente e forse le veniva da piangere. Solo che erano così distanti che era impossibile giurarlo.
«Non so che dire…» borbottò Gianni, mentre il suo cuore d’adolescente veniva percorso da una fitta di dolore, un dolore forte. Un dolore da grandi.
«Ma come? – la voce di lei giunse metallica dall’altro capo del filo – davvero conto così poco per te?»
«Sai che non è così…» si difese il ragazzo.
La voce di Giulia si fece roca, come se stesse per incrinarsi e andare in mille pezzi. Sì, stava proprio per piangere. Lei, che alle elementari prendeva a pugni chiunque osasse chiamarla “femmina”!
«Lo sai che domani parto per Roma e che forse non ci vedremo più. Come fai ad essere così freddo?»
Ma Gianni non era freddo. C’era un fuoco dentro di lui, solo che non poteva fare altro che nasconderlo. Aveva paura che se l’avesse fatto uscire sarebbe esploso; che la sua anima ne sarebbe rimasta ustionata. Era l’inconveniente delle emozioni.
«Che vuoi che ti dica? Che mi mancherai?» rispose rabbioso. Avrebbe voluto dirglielo, sì. Ma era orgoglioso… E poi la colpa era di Giulia e della sua stupida famiglia. Roma! Che diavolo c’era di bello a Roma!
«Sei un idiota, Gianni!»
«Ah, sì? Allora vaffanculo.»
Lasciarono entrambi cadere i barattoli di latta, che tintinnarono a contatto con il suolo sassoso. Gianni prese il proprio e cominciò a riavvolgere il filo e a trascinare, rumorosamente, l’altro cilindro di latta. Quando rialzò gli occhi, una manciata di secondi dopo, scoprì, senza tanta sorpresa, che Giulia se n’era andata; probabilmente aveva preso uno dei tanti sentierini invisibili che collegavano il torrente alla chiesuola di San Sebastiano. Il greto, senza di lei, si era fatto stranamente silenzioso, nonostante il suono dell’acqua, del vento e il sospiro degli alberi.
Ma sì… che se ne vada pure! pensò Gianni, grattandosi la fronte come faceva quando era sul punto di scoppiare a piangere. Dopodiché lancio con rabbia i barattoli in un cespuglio di pungitopo e se ne tornò verso casa.

***

La stanza d’ospedale era dipinta di un deprimente color verde marcio. Perché non un bell’arancione o un rosso o un giallo? si chiese Giulia. Forse, con un colore diverso, avrebbe vissuto meglio i suoi ultimi giorni. Osservando il muro giallo avrebbe creduto di essere ancora con Gianni, sul greto di quel torrente di cui ora non ricordava neppure il nome né l’ubicazione. D’altronde, erano trascorsi quindici anni e in quindici anni la gente cambia e i ricordi sbiadiscono come fotografie rimaste troppo sotto il sole. Lui era chissà dove, un ventiseienne disoccupato con una laurea in economia o psicologia che viveva ancora con i suoi. Lei, una ventottenne a cui mancavano solo un paio di settimane per il grande viaggio. Un viaggio in cui non servivano bagagli, né cartine geografiche.
Il medico, un barbuto nonnetto che stava in piedi per miracolo, come un origami di carta velina, non le aveva dato speranze.
«Con un cancro ai polmoni di questa entità – aveva detto, ad occhi bassi – le restano sì e no due mesi di vita.»
Giulia aveva guardato quegli occhi
occhi pieni di compatimento, e lei questo non poteva proprio sopportarlo
e aveva capito che non c’erano più speranze.
Si era attaccata alla vita, ma tutto quello che aveva ottenuto era che il tempo le era scivolato via veloce, come acqua di torrente fra le dita, e si era ritrovata in ospedale, attaccata ad una macchina, con gli occhi fissi sull’orologio che, insensibile alle sue preghiere, faceva ruotare le lancette con una velocità che a Giulia dava la nausea. Si era assopita un attimo ed erano già passate tre ore. Tre ore buttate al vento!
Si mosse nel letto, trattenendo la voglia di urlare e di fuggire via. Dalle cuffiette profondamente infilate nei suoi timpani, la voce di Jon Oliva suonava graffiante e malinconica. Strange Wings.
Si lasciò andare, cadendo in un sonno agitato, il sonno dei malati, dei pazzi, dei sognatori, e viaggiò per chissà quanti minuti, od ore, o giorni. Ad un tratto, una voce familiare la riscosse dal suo torpore.
«Ciao, Giulia.»
Riaprì gli occhi a lo vide. In piedi, al lato destro del letto. Gianni, pallido come il fantasma di un ricordo. Anche se era cresciuto si capiva che era lui: dall’intensità dello sguardo, dal fisico, dal portamento…
«Tu – mormorò Giulia – che ci fai qui?»
Lui le prese la mano e rise piano.
«Sono venuto a trovare… un’amica.»
«Oh, Gianni. Dov’è che abbiamo sbagliato?»
Si era ripromessa di non piangere più, ma il solo vederlo le aveva riacceso dentro un turbine di emozioni impossibile da controllare.
«Non abbiamo sbagliato. È solo che… le cose accadono.»
«Oh, come vorrei recuperare il tempo perduto. Ma ormai è troppo tardi.»
Iniziò a singhiozzare, ma Gianni le accarezzò prontamente il viso.
«Guarda cosa ti ho portato.»
Frugò nella borsa, un’elegante ventiquattr’ore da avvocato, e tirò fuori qualcosa.
«Non ci credo – ridacchiò lei – fammelo vedere!»
Era proprio il telefono senza fili che usavano da bambini. Due lattine vuote di fagioli (o meglio: una di fagioli borlotti, l’altra di pesche sciroppate, entrambe di un’azienda alimentare fallita ormai da vent’anni) e un lungo spago scolorito e umido ad unirle.
«Non credevo l’avessi conservato!»
Gianni arrossì.
«Non l’ho fatto, in realtà. Ma quando tua madre mi ha chiamato, per dirmi come stavi, beh… sono salito in macchina, mi son fatto cento chilometri e mi sono precipitato al fiume. Vuoi ridere? Quando ci siamo lasciati, ho gettato i barattoli in un cespuglio. Erano ancora lì, malconci e pieni di ruggine e muschio, ma integri.»
Giulia strinse rabbiosamente il suo barattolo e lo guardò da vicino. I suoi occhi si coprirono nuovamente di lacrime.
«Gianni. Ci credi se ti dico che non ricordo più come si usano?»
Lui le baciò le mani.
«Oh, è semplice. Tu devi parlare qui dentro e io ti ascolterò.»
«E cosa devo dire?»
«Raccontami la tua storia. La tua storia fino ad adesso.» rispose Gianni, accostando timidamente l’orecchio al barattolo. Giulia rise e avvicinò le labbra pallide al suo barattolo. La sua voce tintinnò, flebile. Oh, era così diversa dalla sua solita voce, eppure, inspiegabilmente, era la stessa.
«Beh, subito dopo che abbiamo litigato su quel torrente, io sono partita, e poi…»

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10 pensieri su “Raccontami

  1. racconto un po’ sotto il tuo standard (che ormai ho avuto modo di apprezzare in diverse altre letture). beninteso, pur trattandosi di un buon racconto non l’ho sentito prendere vita come altre tue narrazioni. parto con l’elenco delle cose che mi sono piaciute di più: intanto l’incipit, lapidario, intensissimo “Gianni si accorse di essere diventato grande quando, accostata la bocca al barattolo del telefono senza fili, non seppe che dire”… che aggiungere? da incorniciare e basta; poi alcuni azzeccatissimi passaggi descrittivi, che in poche parole rendono tridimensionale il personaggio (ad esempio: “Il medico, un barbuto nonnetto che stava in piedi per miracolo, come un origami di carta velina” o ancora “il greto, senza di lei, si era fatto stranamente silenzioso, nonostante il suono dell’acqua, del vento e il sospiro degli alberi); infine, particolarmente ricco di significato il finale in cui il nostro essere soprattutto “storie” emerge in tutta la sua potenza tanto che il fatto stesso di esistere deriva dal fatto di potersi narrare (“raccontami la tua storia”/”io sono partita e poi…”). veniamo alle cose che mi hanno convinto di meno: la trama è un po’ debole, ma soprattutto, procede “a tappe forzate” con alcuni passaggi in cui la mia concessione di verosimiglianza ha vacillato (l’allora vaffanculo di Gianni è troppo brusco e definitivo, non calzante al personaggio, funzionale forse soltanto a giustificare il black out dei 15 anni successivi; incredibile anche la successiva “rimpatriata” con annessa telefonata della madre di Giulia che decide di rintracciare dopo 15 anni un tipo visto l’ultima volta quando era un bambino di 11 anni); il tumore al polmone in una donna di 28 anni mi è parsa davvero una scelta immaginifica: magari non aiuta il fatto che sono medico, ma a quell’età se proprio devi far morire la giovanissima coprotagonista per esigenze narrative, dev’essere almeno un tumore dell’età giovanile. (ps: ti segnalo un refuso: “Riaprì gli occhi a lo vide” vs “e lo vide”)

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    • Grazie Malos per il tuo commento 🙂 Sono d’accordo con i punti deboli che hai sottolineato. Diciamo che ho un periodo denso di impegni e la trama l’ho pensata piuttosto di fretta! Riguardo alla telefonata della madre di Giulia, si potrebbe pensare che lei fosse rimasta in contatto con la madre di Gianni, come di solito fanno le madri dei migliori amici. Ecco, forse così avrebbe funzionato meglio 🙂 grazie per i tuoi consigli, sono sempre preziosi! A quando il tuo racconto? A presto 🙂

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  2. Ho trovato la tematica assolutamente calzante con la tematica di cui dovevi parlare.
    Ed il finale è incredibilmente sentito e pieno di sentimento.
    Forse sono troppo poco tratteggiati i personaggi nella parte iniziale. O forse mi è sembrato solo perché è un po’ brusco il salto di quindici anni.
    In ogni caso il tutto è molto commovente e ti faccio i miei complimenti.

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  3. Questa storia l’avevo letto subito, tuttavia non ero dell’umore di commentare (scusa… ero già un pochino depressa di mio, la tua storia mi ha dato il colpo di grazia).
    Come al solito, la tua storia così delicata e quasi magica lascia qualcosa di profondo nel cuore.
    L’idea di un amore vero anche se non vissuto appieno mi è piaciuto molto, il tumore ai polmoni l’ho visto come simbolico: “non hanno mai parlato, quindi la vera malattia è quella”.
    Altra cosa che apprezzo è la mancanza dell’odio per se stessi, si sono accettate le scelte e basta, nessuno ha condannato l’altro.
    Molto tenera e delicata, forse la mia preferita su questo tema.

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  4. Boh, sarà la mia età avanzata, sarà che sto vivendo sulla pelle di mia moglie un tumore ai polmoni, sarà che cosa vuoi, la storia mi ha preso tanto. C’è qualche passaggio inverosimile, ma se scrivi solo il verosimile ti accusano di essere neorealista. Va bene così. Complimenti

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