La scelta di Vimir il Savio

Dopo aver finito di leggere Fiabe Danesi, mi è venuta voglia di scrivere una fiaba tutta mia. Era da tempo che non lo facevo e devo dire che è sempre divertente. Questa volta, pur cercando di rimanere fedele alla struttura della fiaba classica, mi sono preso qualche libertà sul finale. Che dite… Ho fatto una buona scelta? 😉

La scelta di Vimir il Savio – 20lines

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Un uomo aveva tre figli. Riko, il primogenito, era un ragazzotto pieno di energie, alto e forzuto; badava al negozio del padre e scaricava le merci quando arrivavano con i carri da est. Meltyen, il secondogenito, era abilissimo con i numeri e teneva la contabilità dell’attività paterna. Entrambi erano l’orgoglio e il vanto del loro padre. In quanto al terzogenito, Vimir, era un ragazzo taciturno, solitario, che, a sentire gli altri, non sapeva fare nulla. Trascorreva le sue giornate a fantasticare e la sera rimaneva disteso nel fienile a guardare le stelle, inventando storie strampalate. Per questo veniva ignorato e deriso da tutti, soprattutto dai suoi fratelli, ma a lui sembrava non importare.
Quando Riko raggiunse la maggiore età, andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. Il padre lo benedì e gli diede un borsello pieno d’oro, e così il primogenito salì sul suo cavallo e partì alle prime luci dell’alba. Viaggiò a lungo e visitò le maggiori città del regno, fermandosi a gozzovigliare nelle taverne che si trovavano sulla strada. Credeva di aver visto tutto quello che c’era da vedere, quando gli si parò davanti una foresta intricata e scurissima, che pareva assorbire i raggi del sole. Riko, che non aveva paura di niente, vi si inoltrò fino ad arrivare al cortile di un castello in rovina. Di fronte al portone c’era di guardia una strana statua, con il volto di donna e il corpo di leone.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose sicuro il giovanotto.
«La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
«Facile!» esclamò il ragazzo, ma quando provò a sollevare la statua, scoprì che era pesante come la testa di un gigante. Per quanto sbuffasse, e grugnisse e pregasse, non gli riuscì di spostarla di un solo millimetro, neppure facendosi aiutare dal suo possente frisone. La notte trascorse presto e, non appena il sole fece capolino dagli alberi, la statua si animò, balzò sul giovane e lo ingoiò intero.
Trascorse un anno e anche Meltyen compì la maggiore età. Andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. Il padre lo benedì e gli diede un borsello pieno d’oro, e così il primogenito salì sul suo calesse e partì alle prime luci dell’alba. Viaggiò a lungo e visitò le più belle città d’arte del regno, spendendo quasi tutti i suoi denari in lussi e quadri d’autore. Quando credeva di aver vissuto tutte le esperienze possibili, gli capitò davanti agli occhi una foresta oscura e tenebrosa, celata da uno strato pesante e acido di nebbia. Meltyen, che aveva molta fiducia nel suo cervello e portava al fianco una balestra di sua invenzione, vi si inoltrò senza paura. Raggiunse il cortile di un castello in rovina, davanti al cui portone stava di guardia una strana statua, con il volto femmineo e il corpo di una fiera.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose sicuro Meltyen, che aveva sfidato i più bravi maestri di retorica e li aveva sconfitti a suon di sillogismi.
«La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
«Facile! – esclamò il ragazzo – Sarà sufficiente costruire un argano e un carro più grande, e il gioco è fatto.»
Ma, ahimè, il tempo a disposizione era poco: Meltyen aveva appena iniziato a progettare l’argano che il sole sorse, fulgido, oltre le punte aguzze degli abeti. La sfinge, divenuta di carne, assalì il ragazzo e lo ingoiò intero insieme al progetto dell’argano e ai suoi goniometri.
Trascorse un anno e anche Vimir compì la maggiore età. Andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. L’uomo, che stava ancora aspettando il ritorno dei suoi figli, era restio a farlo partire, visto che Vimir si era accollato il lavoro dei due fratelli, ma il figlio insisté così tanto che dovette accettare. Gli diede un borsello con molti meno soldi di quanti ne aveva dati a Meltyen e Riko, e lo lasciò partire. Vimir si fece dare un passaggio da carro di gitani e raggiunse la capitale. Vi rimase per tre mesi, lavorando come aiutante del fabbro e si guadagnò il pane col sudore della fronte anche se, quando si faceva sera, riusciva sempre a trovare il tempo per stendersi sotto le stelle a inventare storie. E, anche se non poteva vederli, molti spiriti venivano ad ascoltarlo.
Trascorsi tre mesi, il ragazzo decise di tornare a casa, consapevole che il padre aveva bisogno di lui. Uscito dalla città, gli si parò davanti, dopo poche ore di camminata, una foresta nera come la pece, piena di alberi spettrali e polverosi. Vimir, che non aveva un cavallo o un calesse che lo potesse aiutare a costeggiare la foresta, decise di prendere la via più breve, quella in mezzo agli alberi. Sul fare della sera raggiunse un castello in rovina, nel cui cortile lo attendeva una strana sfinge con la testa di donna e il corpo di leone.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose dubbioso Vimir.
La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
Vimir, sfiduciato, si lasciò cadere sconfitto a fianco della sfinge, e puntò gli occhi alle stelle. Erano così luminose che gli si riempì il cuore di storie e iniziò a raccontare. La sfinge, sorridente, lo ascoltava in silenzio. E Vimir raccontò della lontana Era del Fuoco, durante la quale i Giganti avevano sterminato quasi totalmente gli uomini, e del coraggio di Saliman, il re di Ahl-qabil che aveva messo fine alla guerra secolare contro i draghi d’oro, che vivevano sull’Unico Monte di Kahr. E raccontò di Joyr, il guardiano che proteggeva le fondamenta del mondo e che le aveva tradite per amore, e di Ziran il mugnaio, scelto dal caso per salvare la sua gente da una terribile maledizione. E raccontò cento altre storie, così tante che raccoglierle qui sarebbe impossibile.
Alle prime luci dell’alba, Vimir si addormentò per la stanchezza e cadde in un sonno profondo. Quando si svegliò, scoprì che la sfinge non c’era più: al suo posto una bellissima fanciulla bionda, con in testa una corona di stelle. Attorno a lei decine e decine di persone lacere e intontite, fra le quali Vimir si stupì di trovare i suoi due fratelli, imbarazzati dall’aver fallito dove il loro fratello sempliciotto e buono a nulla era riuscito.
«Che tu sia benedetto, Vimir – disse le ragazza, abbracciandolo – hai rotto la maledizione gettatami addosso da una strega malvagia, gelosa della mia bellezza. Era un secolo che mi trovavo intrappolata qui, nel cuore del mio regno, condannata a cibarmi delle vite degli innocenti che passavano per il castello. Ma poi sei arrivato tu e ci hai salvato tutti. Per questo, Vimir, sarai Re e siederai sul trono al mio fianco!»
Ma Vimir, voltatosi verso di lei, esclamò:
«Oh, ma chi ti conosce?»
Dopodiché, lasciatosi il castello, la dama e i fratelli alle spalle, se ne ritornò a piedi alla capitale, deciso come non mai a vivere la vita che si era scelto, senza più ascoltare i giudizi di nessuno. Tornò a lavorare dal fabbro e la sera scriveva e raccontava storie ai pochi che avessero davvero voglia di ascoltarlo. Un bel giorno venne udito dal rettore dell’Università, che lo invitò a recitare le sue opere nell’aula magna. Fu un grande successo e nel giro di una decina anni l’insipido Vimir era diventato “Vimir il Savio”, un artista ammirato e rispettato da tutti. I suoi libri erano scritti in tre lingue diverse e circolavano in tutti i paesi, superando qualsiasi barriera culturale e politica. Tuttavia, per quanto fosse diventato famoso, Vimir non dimenticò mai l’umiltà delle sue origini e della sua arte: ogni notte si stendeva sul tetto della sua casa e, guardando l’immensità delle stelle, inventava storie. E gli spiriti, che al calare del crepuscolo venivano ad ascoltarlo, non potevano essere più fieri della sua scelta.

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