Un’app infernale

Ed ecco, come promesso, un altro racconto proveniente dalla raccolta “Voci dal seminterrato”. In bilico fra horror e umorismo, “Un’app infernale” vi farà guardare il vostro smartphone con occhi diversi XD Buona lettura 😉

Un’app infernale – 20lines

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Nascosto in un vicolo buio e lercio, aspetto che il mio uomo si faccia vedere. Sono due ore che me ne sto qui in piedi come un allocco e forse dovrò aspettarne altre tre sotto la pioggia battente e fastidiosa che mi si infila dappertutto, anche dentro il colletto e lungo la linea della spina dorsale fino al cavallo dei pantaloni. D’altra parte non posso entrare in banca e mettermi a fare fuoco, non vi pare? Sarebbe tutto un lavoro sprecato, perché nella migliore delle ipotesi mi chiuderebbero in galera a vita, e se invece fossi sfortunato, mi fredderebbe istantaneamente la guardia giurata arcigna che pattuglia costantemente l’atrio. Mi ha sempre fatto paura quel mastino alto due metri con gli stivali neri come quelli che portavano i fascisti quando andavano a picchiare i dissidenti.
Sono costretto ad aspettare ancora, non c’è altra strada.
E se per caso il mio bersaglio decidesse di non passare da questa parte, sarei costretto a pedinarlo per tutta la città e trovare un altro posto isolato dove farlo fuori senza attirare lo sguardo dei passanti.
Mi dispiace per te, signor Philipps. Scommetto che sei un tipo a posto, tutto lavoro, casa e gita in barca con la famiglia. Se potessi scegliere diventerei il tuo migliore amico, signor Philipps: giocherei con te a calcetto la domenica pomeriggio, ti offrirei qualche birra nel bar sotto casa e ti ascolterei parlare delle tue relazioni impossibili. E invece sono costretto ad ammazzarti come un cane. Niente di personale, puoi credermi.
Appoggiato al muro invaso da graffiti e scritte oscene, mi ritrovo a mettere ordine dei miei pensieri, così da catalogare gli avvenimenti che mi hanno portato in questo buco di fogna, con la vecchia pistola di mio padre stretta saldamente in pugno. L’acqua glaciale della pioggia, che mi trapassa il cranio, mi conferma che non si tratta di un incubo causato da una serata tra amici a base di hot dog super imbottiti e chili extra piccante. E sono certo che quello che mi è accaduto non è neppure uno scherzo organizzato da un gruppo di buontemponi immaturi, né una trovata pubblicitaria di qualche multinazionale in cerca di nuovi polli da spennare.
È iniziato tutto la settimana scorsa, precisamente venerdì, un giorno così soleggiato che mi sembra così distante ora, a ripensarci in questo vicolo sommerso d’acqua e di spazzatura galleggiante. Quel giorno ero uscito soddisfatto dal negozio di elettronica rigirandomi tra le mani il mio primo smartphone, un gioiello così nuovo di zecca da riflettere i raggi solari fino ad accecarmi e rischiare di farmi finire lungo disteso sotto uno scuolabus. Il guidatore si era sporto dal finestrino e mi aveva mostrato il medio con aria di sfida, ma io mi sentivo troppo mansueto quel giorno, un vero agnellino destinato al macello, per replicare come avrei fatto in qualsiasi altra occasione.
Ero soddisfatto di me stesso, perché quel lussuoso telefono me l’ero sudato con le ripetizioni di latino fatte tra maggio e agosto. E credetemi se vi dico che non è una passeggiata insegnare latino a un branco di mocciosi incapaci di stare concentrati più di un minuto. Anche se avevo rinunciato a malincuore ai tranquilli pomeriggi in spiaggia e al viaggio a Barcellona coi miei ex compagni di scuola, almeno il lavoro aveva dato i suoi frutti ed ora nel mio conto in banca ben duemila euro fruscianti erano andati a fare compagnia ai pochi spicci rimasti, che con pazienza avevano atteso per lunghi anni qualche nuovo amichetto con cui parlare. I quattrocento euro che mi rimanevano li avevo usati per comprarmi il nuovo modello della nokia, un telefono grosso come una tavoletta di cioccolato formato gigante, tutto occupato da uno schermo a cristalli liquidi rigorosamente touch. “Una linea innovativa, ma con un occhio alla tradizione” avrebbe salmodiato il mio vecchio professore di storia dell’arte del liceo, che aveva la fissa per il design e l’architettura moderna.
La prima cosa che avevo fatto, subito dopo aver avviato il telefono, era stata quella di andare a curiosare nello store, alla ricerca di qualche divertente applicazione gratuita da scaricare. Cose tipo la bussola, la torcia o il barometro, quelle funzioni incredibilmente stuzzicanti che chi possiede un telefono di ultima generazione non si esonera mai dallo sventolare sotto il naso del malcapitato di turno, come a dire: “Io me lo posso permettere un telefono così, perché la grana ce l’ho. E tu?”
Razzismo tecnologico lo chiamavano, ma era una cosa che non mi toccava più, perché anche io ero entrato a pieno titolo nel mondo moderno al quale per mesi avevo guardato con invidia e bramosia.
Perché, ricordatevi, ogni cosa in questa vita è un simbolo. E più simboli si ha e più si è potenti. E più si è potenti, più si viene presi in considerazione e ci si può permettere di entrati in circoli ancora più potenti, dove sono necessari altri simboli. E lentamente si sale la scala che porta alla notorietà.
È una lezione di vita che ho imparato molto presto, quando avevo cinque anni e la mia visione della realtà era ancora quella che mi passavano i miei genitori, tra una cucchiaiata di minestra e un’altra. Ero nei giardini pubblici  intento a giocare con la vecchia palla colorata appartenuta a mio fratello, quando mi era sfrecciata davanti al naso una Ferrari radiocomandata, veloce come la luce e così perfetta da sembrare l’auto di un lillipuziano. Ma non c’era nessuno alla guida, perché la comandava un bambino che correva poco lontano, con l’ausilio di un telecomando ad infrarossi. Poteva avere uno o due anni più di me quel piscia-a-letto e non aveva niente di così diverso da me, eppure lui aveva quella strabiliante macchinina e io invece quel brutto pallone sgonfio, così vecchio che i disegni colorati che un tempo lo abbellivano si erano slavati da anni. Non era più una palla, ma il cadavere di una palla.
Allora avevo chiesto a mia madre il perché lei e papà non mi avessero ancora regalato un’automobilina radiocomandata come quel bambino e loro mi avevano risposto che prima dovevo meritarmela comportandomi bene. Allora ci avevo creduto, ma adesso capisco che i miei genitori erano troppo orgogliosi per dirmi che non se la potevano permettere affatto. I ricchi, ascoltatemi bene, non devono mai dimostrare niente, perché il fatto di dimostrare qualcosa è un ostacolo riservato solo per quei poveracci che faticavano ad arrivare a fine mese, come lo eravamo noi.
Ma io quel venerdì non ero più povero, perché avevo un simbolo. E dopo quel simbolo ce ne sarebbero stati altri e finalmente la mia vita avrebbe avuto un senso. Avrei fatto della mia vita una foresta di simboli.
A ripensarci adesso mi viene un po’ da piangere, perché proprio il mio simbolo, quel dannato telefono, rischia di farmi finire all’inferno, ma ho ancora una speranza. Tutto sta nell’uccidere il signor Philipps. Non posso fare altro per salvare la mia anima. Continua a leggere

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TAG: Best 3 Memories

felicità

Ed eccoci qui con un bel TAG 😉 Dopo i miei film preferiti, le tre cose che amo di più dell’autunno e i libri di cui non posso fare a meno, ecco i tre ricordi più felici della mia infanzia. Sarà un’impresa titanica rispolverarli dalla mia mente, visto che ho una memoria a breve termine e non so nemmeno quello che ho mangiato a pranzo oggi XD Ma tant’è…
Prima che mi dimentichi, ringrazio Il mondo di Shioren per la nomina 😉

LE REGOLE:

  • Nominare il blog che ha creato il tag: withaspoonfulofsugar 
  • Invitare 5 blog a partecipare
  • Raccontare i tre ricordi più felici della tua infanzia, ovviamente XD

LE MIE SCELTE:

  1. Vedere al cinema Harry Potter e la pietra filosofale – il palloncino giallo sorridente che galleggia nell’aria (vedi sopra) è il ritratto perfetto del mio viso mentre guardavo, per la prima volta, il film del maghetto più amato del mondo. Ricordo che ero andato al cinema con la mia classe, grazie all’iniziativa “illuminata” della nostra maestra delle elementari. Non volava una mosca in sala e tutti noi eravamo imbambolati, con gli occhi fissi sullo schermo. Non avevo mai visto un film così travolgente, dove la magia, quella vera, veniva rappresentata in tutto il suo splendore: giganti, maghi oscuri, bacchette sprizzanti scintille… e poi coraggio, amicizia, amore, la voglia di lottare per quello che conta. Che cosa poteva chiedere di più un bambino di otto anni? Sarò monotono, ma la saga di J.K. Rowling ha segnato positivamente la mia infanzia e, ogni volta che rileggo uno dei libri o guardo un film, non posso fare a meno di sospirare e di ritornare bambino.
  2. L’emozione di un foglio bianco – bastava poco per farmi felice, quand’ero bambino: una matita e un foglio bianco con cui dare sfogo alla mia fantasia. Devo dire che la cosa vale ancora adesso, solo che al disegno ho sostituito la scrittura. Cosa c’è di più divertente ed emozionante di avere carta bianca e inventare ciò che vuoi, senza alcun limite se non quello del buonsenso?
  3. Giocare con gli amici in campo – una cosa che forse le nuove generazioni hanno perso è il divertimento di giocare all’aperto. Non dico che chattare sui social o videogiocare sia necessariamente sbagliato. È semplicemente diverso.
    Ricordo interi pomeriggi passati con gli amici su e giù per le calli di Venezia, a correre col monopattino o coi rollerblade. Si rideva, si scherzava, si pedinava la gente senza farsi notare (a mo’ di agenti segreti) e si suonavano i campanelli per poi scappare via più veloci di un lampo. Chiedo scusa a chiunque abitasse dalle parti di Campo Santa Margherita o Campo San Polo XD Sigh… che bei ricordi…

E con questo è tutto. Spero che la mia lista vi sia piaciuta 🙂 Come sempre non nomino nessuno: se volete fare il TAG, e rivivere i più bei momenti della vostra infanzia, siete i benvenuti! A presto 😉

La vasca del signor Finnegan

Ed ecco, come promesso, uno dei racconti provenienti da “Voci dal seminterrato”. Il racconto in questione è uno dei miei preferiti e, soprattutto, quello che mi sono più divertito a scrivere. È sicuramente anche uno dei più importanti perché ha in parte ispirato il romanzo “Il faro di Blackdale” soprattutto per quanto riguarda l’ambientazione: un villaggio isolato dove non accade mai nulla di interessante. Un mondo chiuso, dove l’unico modo per vivere è attraverso i pettegolezzi, le accuse mosse sottovoce, i pregiudizi… Che altro aggiungere?
Buona lettura 😉

Lumache. Un vecchio misterioso. Una mano insanguinata. Un quarto di bue che immancabilmente spariva. C’erano tutti gli ingredienti per un’avventura. Un’avventura coi fiocchi per giunta.

La vasca del signor Finnegan – 20lines

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Bruce aveva sempre voluto vivere un’avventura, ma quando questa gli capitò nel piccolo emporio del paese dove lavorava, lo colse totalmente impreparato. Perché in fondo Bruce non se lo aspettava minimamente: quando parlava di avventura, ne parlava come qualcosa di possibile solo a livello teorico, nel mondo della sua fantasia.
D’altronde, Riverdale non era certo un luogo avventuroso: tra le cose che i compaesani consideravano più eccitanti, erano comprese la sagra delle albicocche e il festival di primavera. Tutte cose che, non solo per i turisti giunti casualmente in quel villaggio sperduto ma anche per Bruce, garantivano ben poco oltre ad un furioso sbadiglio, figurarsi un’avventura. E tanto per puntualizzare, in trecento anni dalla fondazione del villaggio, non era successo niente che potesse essere definito intrigante: solo un patetico omicidio ancora poco chiaro in cui aveva perso la vita una giovane ragazza di diciotto anni. Era stata ritrovata con un ferro da calza infilato nell’ombelico per tutta la sua lunghezza. Il colpevole non era mai stato individuato. E del resto l’unico poliziotto che lavorava nel villaggio in quel lontano 1963 era Robert Grey, un vecchio suonato quanto un gallo caduto in un secchio di whisky. Tra le sue ipotesi più accreditate c’era quella della rapina finita male. Peccato che la casa della povera Eveline fosse perfettamente in ordine e i soldi che la giovane guadagnava servendo nel pub del paese (La Pinta Dorata) erano tutti lì sul tavolo, in bella vista. L’aveva sempre detto il padre di Bruce, Sean Diggot, che quella ragazza era una poco di buono e che la sua morte molto probabilmente se l’era andata a cercare.
«Avrà fatto arrabbiare qualche ragazzo di città, non so se mi spiego.» era solito rispondere quando qualcuno gli chiedeva di raccontare la storia della sfortunata Eveline, che Sean aveva avuto la fortuna di conoscere, essendo quasi suo coetaneo (l’uomo era nato nel 1946 e aveva poco meno di diciassette anni al tempo).
Per quanto quell’avvenimento avesse rattristato e sconvolto la comunità, era stato un caso isolato ed era caduto presto nel dimenticatoio, anche se non mancava chi lo rispolverasse di tanto in tanto, di solito quando si era alle porte dell’inverno, periodo nel quale la mente è più propensa a cadere in ricordi malinconici, che si possono scacciare solo con tazze di cioccolata calda e biscotti allo zenzero consumati di fronte ad un caminetto con mattoni a vista.
Insomma, Bruce non se l’aspettava proprio un’avventura. E invece quella mattina l’avventura arrivò comunque. Aveva le fattezze del signor Finnegan, il fattore.

Finnegan era l’unica nota stonata del villaggio: sprizzava mistero e avventure da tutti i pori. Bastava che aprisse bocca solo per un secondo, che tutti in paese restavano scandalizzati (troppe avventure tutte su un colpo) oppure estasiati (se avevano un briciolo di coraggio nelle vene). Finnegan era stato marinaio a bordo di un sommergibile dell’armata britannica in servizio nel Mediterraneo, che tra l’altro aveva anche affondato un paio di navi dell’Asse. E solo questo poteva fare di lui l’uomo più interessante della città, anzi dell’intera contea. Ma quel vecchietto arzillo e nerboruto aveva un’intera collezione di stramberie avventurose che sembrava allungarsi ogni giorno di più: aveva suonato la chitarra in un gruppo folk rock di discreto successo (erano anche andati in radio una volta, nel lontano 1955), era un esperto di arrampicata su roccia, aveva viaggiato in lungo e in largo per tutti i continenti, dall’Africa Nera alle Pampas Argentine, passando per il Bhutan. La sua era una vita da romanzo d’avventura, quelli che al giorno d’oggi nessuno sa più scrivere.
E come se ciò non fosse stato ancora sufficiente, Finnegan era anche il padre di Eveline. Da quel fatidico 1963, l’uomo non aveva fatto altro che indagare sulla morte dell’adorata figlia, l’unico affetto che gli restasse dopo la morte della moglie, avvenuta in tragiche circostanze durante il violento tornado che si era abbattuto sul villaggio poco dopo la fine della guerra. Ma in più di trent’anni di indagini e ricerche non aveva concluso niente. E questo faceva infuriare di brutto quel pover’uomo e l’unico modo che gli restava per calmarsi era quello di recarsi alla Pinta Dorata, sorseggiare una buona guinnes e immaginare che la giovane barista, la figlia del nuovo proprietario, fosse la dolce e bellissima Eveline. Ma questo gli riusciva bene solo se Rebecca restava di spalle, perché se si girava era tutta un’altra storia. Nessuna era bella quanto Eveline, tanto meno Rebecca che era strabica e aveva i denti in fuori come quelli di un castoro. C’erano però delle volte in cui persino Rebecca poteva risultare simile ad Eveline: era quando Finnegan arrivava alla sesta guinnes media.

Finnegan quella mattina entrò nell’emporio rivolgendo un cenno di saluto a Bruce.
Il ragazzo non si aspettava neppure questo: Finnegan non salutava mai nessuno, tanto meno l’anonimo ventenne quattrocchi che chiedeva sessanta pence per un pacchetto di gomme da masticare alla fragola. E invece quel giorno non solo Finnegan lo salutò, ma gli si parò davanti con l’evidente intenzione di rivolgergli la parola. Nessuno a memoria d’uomo aveva mai sentito la voce del fattore e il ragazzo ne ebbe, per il primo momento, timore.
Bruce si accorse che il vecchio aveva una mano avvoltolata malamente in una fasciatura di fortuna, che era stata realizzata con la gazzetta della settimana precedente. Sulla foto di quello che un tempo doveva essere stato Richard Gere (o Michael Douglas, non si capiva bene), si andava spandendo a vista d’occhio una macchia di sangue, che lasciava intendere la presenza di una ferita tutt’altro che superficiale. Qualcosa di veramente grave ad una prima occhiata. Forse si è scoperchiato un dito con l’accetta che usa per tagliare la legna, avrebbe ipotizzato suo padre, se fosse stato ancora presente come gestore del negozio. Ma Sean era morto di infarto il mese prima, privando tutto il paese del suo talento innato per farsi gli affari degli altri e per ipotizzare l’ipotizzabile.
«Oh, signor Finnegan, lasciate che vi dia una mano.» mormorò con sincera preoccupazione il ragazzo.
«Suvvia ragazzo. Niente di così grave. Ho ancora altre nove dita.» borbottò il vecchio, scostando con foga la mano che il ragazzo aveva cercato di afferrare e disinfettare prontamente con una bottiglietta di alcol denaturato che teneva sempre a portata di mano, a lato del registratore di cassa.
Se Bruce si fosse staccato un dito a quel modo, non sarebbe neppure riuscito a stare in piedi, considerato quanto il sangue gli faceva impressione (soprattutto se era il suo). Invece Finnegan era rilassato come se si trovasse in chiesa ad ascoltare i pacati sermoni di padre Colin, e dal sorriso che gli storceva il labbro mostrava di essere persino felice. A suo modo, certo, perché quel sorriso in fin dei conti non era il tipo di sorriso che si vede tutti i giorni per strada, quando si va a fare spese.
«Hai veleno per lumache, ragazzo?» bofonchiò il vecchio, mettendosi a passeggiare tra i reparti del negozio.
Era incredibile quante cose ci potessero stare in quel minuscolo emporio di paese: c’era tutto quello di cui si poteva avere bisogno a Riverdale e anche di più. In fondo al negozio, in un retrobottega, c’era persino una videoteca di film pornografici e un piccolo sexy shop. Ma nessuno ci andava, perché si sa, in paese le voci corrono. Solo una testa calda di quindici anni, Gary Thompson, aveva avuto il coraggio di noleggiare un film. Era stato subito notato da tutte le vecchie del paese e così sua madre aveva saputo tutto in un amen. Così Gary era stato messo in punizione per un anno intero, insieme al fratello, perché la filosofia del paese era “meglio prevenire che curare”.
«Credo di avere qualcosa, sì» rispose Bruce. I veleni li teneva proprio nel sexy shop, accanto ai lubrificanti. Era il posto più sicuro, lontano dagli occhi e dai pensieri cattivi. D’altronde il veleno può essere qualcosa di veramente pericoloso se cade in mani sbagliate, come aveva dimostrato sempre lo stesso Gary Thompson, il quale aveva cercato di avvelenare la madre mettendole il topicida nell’insalata mista coi gamberi. Con l’aiuto del fratello, pare. Effettivamente anche quello poteva essere considerato un episodio strano e avventuroso, considerò Bruce.
Il veleno per lumache era proprio lì, dove aveva immaginato, tra i preservativi ritardanti e l’olio lubrificante commestibile al gusto di mango.
«Tenga signor Finnegan. Sono cinque sterline.»
«Cinque sterline per un fustino di veleno scaduto da una vita?» mugugnò il vecchio, ma dopo essersi lamentato per diversi minuti, in maniera indecifrabile, lo acquistò comunque e lo fece sparire nelle tasche della giacca a righe.
«Giornata fiacca ragazzo, vedo… – notò poi, scrutando l’emporio vuoto – Che ne dici di venire a darmi una mano con la mia infestazione?»
Chiudere il negozio prima del tempo? Se Sean fosse stato presente avrebbe tirato al figlio uno dei suoi scappellotti leggendari, capaci di farti rintronare la testa per mezz’ora. Ma il padre non c’era e Bruce effettivamente si stava annoiando, come tutti i giorni, in effetti. Normale amministrazione, comunque. Entrava così poca gente ormai nell’emporio e comprava così poco per via della crisi, che Bruce riusciva a tirare avanti solo perché il posto era di sua proprietà e non doveva pagare l’affitto a qualche esoso cittadino.
«Che cosa dovrei fare?»
«Oh, niente di pericoloso, Bruce. Solo darmi una mano con questo veleno. Sai, ho mal di schiena e mi risulta difficile chinarmi. Poi con questa mano…»
Non faceva una grinza. Eppure il modo con cui Finnegan aveva riassunto il compito di Bruce, con un tono sempre più basso come il latrato di un mastino, aveva fatto rabbrividire il ragazzo dalla punta dei piedi fino all’ultimo capello rosso e riccio.
E chi in fondo non aveva paura del signor Finnegan?
Persino Billy, il muscoloso macellaio del paese, si faceva nervoso quando si vedeva capitare tutti i giorni quel vecchio barbagianni di Finnegan, che non mancava mai di comprargli un grasso quarto di bue. Dove poi sparisse quella quantità spropositata di carne, nessuno lo sapeva. La moglie di Billy supponeva che se la pappasse tutta il vecchio e se veramente era così, non c’era da stupirsi che Finnegan fosse così grosso e in forma per la sua età.
«Che genere di lumache ha lei nel giardino?» osservò Bruce, guardando la mano strappata di Finnegan. Il vecchio si mise a ridere e il suono che produsse sembrava quello di una moka pronta a versare caffè bollente.
«Allora, vuoi venire sì o no?» tagliò corto l’uomo.
Lumache. Un vecchio misterioso. Una mano insanguinata. Un quarto di bue che immancabilmente spariva. C’erano tutti gli ingredienti per un’avventura. Un’avventura coi fiocchi per giunta.
«Sarei tentato signor Finnegan, ma no. Devo badare al mio emporio, mi scusi.» tagliò corto Bruce.
Era sempre stato un ragazzo senza grilli per la testa, il buon caro, vecchio Bruce. Quando gli si dava un compito, lo svolgeva senza fare domande. E non era consono ai suoi doveri lasciare l’emporio ed andare a zonzo per la città, a caccia di avventure. In fondo a lui non piacevano né il folk rock, né l’arrampicata su roccia. E neppure desiderava viaggiare oltre i confini di quel ridente villaggio fiorito, piccolo e ospitale come il ventre materno.
Finnegan sembrò stupirsi del rifiuto del ragazzo e i suoi occhi si fecero vacui e sperduti. Poi vi fu un lampo di commiserazione e il suo viso tornò fiero come quando era entrato dalla porta.
«Non sai cosa ti sei perso, ragazzo. Saresti il primo a cui avrei mostrato la mia vasca.» sospirò il vecchio scuotendo la testa e guadagnando la porta con pochi passi spediti.
«Vasca? Quale vasca?» gridò Bruce, lievemente interessato. Ma Finnegan era già uscito sbattendo la porta e facendo tintinnare l’acchiappasogni attaccato con lo spago sopra la porta del supermercato. Diamine se correva quel vecchio.
Meglio così, pensò Bruce, osservando il signor Finnegan sfilare per la strada con la mano gocciolante, come un veterano ferito e abbandonato dal proprio paese.
Mentre la vecchia sagoma rimpiccioliva in fondo alla via, entrò la signorina Edwards: una vecchia zitella con qualche rotella fuori posto e un vistoso porro sul naso. Pur essendo maggio era tutta infagottata in una vestaglia di flanella che odorava di naftalina e sudore vecchio di mesi.
«Sean caro, ci avresti delle quaglie che ci devo fare il brodo?» tartagliò la vecchina tutta curva sul suo girello rosso fiammante.
«Signorina Edwards, io non sono Sean e questa non è la macelleria.» sospirò il ragazzo, realizzando che quella era la millesima volta come minimo che la signorina Edwards gli domandava insaccati, conigli disossati e volatili spennati.
«Oh, giusto. Allora dammi delle costolette d’agnello per piacere. Ah Sean, vuoi ascoltare una storia veramente avventurosa?» bisbigliò la vecchina esibendosi in un sorriso sdentato.
Bruce annuì speranzoso. Ma la storia avventurosa non era altro che il solito monotono racconto di come la signorina Edwards avesse salvato il suo ventunesimo gatto, Mr. Chips, un soriano che aveva ripescato zuppo e rognoso in un canale di scolo, dove era stato gettato da un gruppo di americani reduci da una serata di divertimenti a base di rum e strisce di coca. Bruce ricordava molto bene tutti i dettagli di quella storia, e avrebbe potuto anticipare il racconto della vecchia come avrebbe fatto con le parole di una poesia imparata a memoria alle elementari. Una di quelle poesie che una volta impressa nella mente non è più possibile cancellare, neppure estirpandosi la testa con una motosega.
E allora Bruce si estraniò e si ritrovò a sognare un’avventura. Ma tutti sapevano che lì, a Riverdale, le avventure non passavano mai.

Voci dal seminterrato

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In previsione della prossima pubblicazione de “Il faro di Blackdale“, ho deciso di ritirare da Amazon “Voci dal seminterrato”, la mia prima raccolta di racconti. Erano i miei primi esperimenti di scrittura e, proprio per questo, erano acerbi e un po’ ingenui. Col senno di poi, non li pubblicherei più. Li cestinerò? Decisamente no. Anzi, ho deciso di pubblicarli a cadenza regolare qui sul blog, visto che un tocco di horror e di fantastico non guasta mai. Magari vi interesserà vedere come è cambiato il mio stile e quali errori da principiante ho commesso XD La buona volontà, almeno, c’era tutta.
Vi piace l’idea? 😉

Sulle rive del Lago d’Argento

“Mille templi d’oro sfavillavano all’orizzonte, sotto un cielo color del grano, mentre le cascate del vicino monte Titano piangevano lacrime di cristallo sui pascoli erbosi. Dove finiva l’oro iniziava la campagna, un mare d’erba rossa che pareva continuare all’infinito. Solo ogni tanto spuntava, da quell’eternità vermiglia, un albero bianco o le rovine di una vecchia torre dimenticata.”

Sulle rive del lago d’argento

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Quattro volte Aaron provò ad atterrare sulla città di Kyran, gioiello delle piane di Zahn, e quattro volte rinunciò, rialzandosi in volo per rimirarla ancora. Non si poteva dargli torto. Mille templi d’oro sfavillavano all’orizzonte, sotto un cielo color del grano, mentre le cascate del vicino monte Titano piangevano lacrime di cristallo sui pascoli erbosi. Dove finiva l’oro iniziava la campagna, un mare d’erba rossa che pareva continuare all’infinito. Solo ogni tanto spuntava, da quell’eternità vermiglia, un albero bianco o le rovine di una vecchia torre dimenticata.
Aaron seguì le correnti ascensionali e si fece portare sopra la torre del Gran Tempio; lì, appollaiato ad una gronda, si mise a guardare la gente che passava. Si stavano tutti recando al vicino mercato di stoffe, lì dove la piazza principale si trasformava nel colossale ponte dei negozi, che poi era anche il passaggio per un altro universo.
Aaron sospirò, rapito. Kyran, la Città-che-è-anche-una-porta. Era uno dei suoi luoghi preferiti. Se fosse stato un normale abitante di quelle lande ci si sarebbe trasferito senza esitazione. Avrebbe comprato una piccola casa di campagna, un semplice cascinale di mattoni con un ruscello e una mola e un campo dove coltivare grano e zucche. Ma Aaron era un Viaggiatore. Lo era da quando ne aveva memoria. Aveva visitato tanti di quei mondi che faticava a ricordarli. E forse era meglio così, perché in questo modo avrebbe potuto visitarli ancora e ancora, rimanendo stupito ogni volta di fronte ad un tramonto o ad un cielo stellato, inedite meraviglie per il suo cuore insaziabile. Viaggiare era la sua missione, il suo destino. Gli bastava prendere la rincorsa, gettarsi da un altopiano e le sue ali colorate facevano il resto. Erano ali possenti, ali di sogno, che gli permettevano di volare attraverso le dimensioni, in tutto il Multiverso. Non c’era luogo che gli fosse precluso, ma erano pochi quelli in grado di ritagliarsi un posto nella sua memoria. Uno di questi era Kyran, con le sue piazze, le sue variopinte bandiere e il colossale ponte oltre le cui colonne c’era solo il vuoto del Portale.
Esisteva un luogo però che Aaron amava più di Kyran. Era il Lago d’Argento, un’immensa pozza d’acqua grigia a cavallo fra più universi. Con quel luogo Aaron aveva un legame speciale. Anche adesso, mentre guardava la piazza gremita di persone, la sua mente era altrove. Così, lasciata la cupola dorata del Gran Tempio, Aaron spiccò il volo e si diresse verso il luogo che più amava.

Il Lago d’Argento non era un luogo lussureggiante come le foreste di Tusul, né maestoso come Kadma, la città di pietra di luna. Tutt’altro: era una landa desolata, dove crescevano strane piante contorte. C’era un silenzio mortale, e il lago, con il suo grigiore, teneva lontani tutti gli altri abitanti, relegandoli a ben più miti territori. Eppure Aaron amava quel posto e quelle acque color mercurio. Si sentiva parte di tutta quella desolazione, come se avesse, con quel luogo, un legame più profondo di quanto pensasse.
Anche quel giorno, una volta atterrato sull’erba cinerea che cresceva sulle rive, rivisse le stesse sensazioni che lo accoglievano ogni volta in cui si ritirava a pensare sui tanti massi che circondavano il lago. Non appena si sedette su una di quelle rocce, infatti, fu travolto da mille sensazioni diverse. Erano ricordi. Sì, forse lo erano, ma non avrebbe potuto giurarlo.
Un uomo, un giorno, un altro viaggiatore, gli aveva detto che quando si moriva ci si dimenticava totalmente della vita precedente e si nasceva in un altro posto, con un altro io, altri sogni e altre speranze. Aaron non gli aveva mai creduto, ma quel giorno, molto più di altri, pensò che lo straniero avesse ragione.
Ricordava. Sì ricordava una vita precedente, come se fosse un sogno. Non gli pareva fosse una vita particolarmente felice. Anzi, gli sembrava – se davvero l’aveva vissuta e non si trattava solo di un inganno dei sensi – che non fosse altro che uno strascicata esistenza. Una specie di lenta e monotona passeggiata lungo un viale alberato, dove però gli alberi erano grigi e l’aria insalubre. E mentre camminava, con la coda dell’occhio, vedeva delle sagome sfrecciargli a lato, degli strani e affusolati bolidi argentati. Poteva benissimo essere un ricordo, come anche una strana fantasia. D’altronde era un Viaggiatore e viaggiava di mondo in mondo, uno strano uccello sospinto dai venti astrali, che si infilava nei pertugi dello spazio-tempo, senza meta, senza una luogo a cui tornare. Solo e libero come le popolazioni del remoto pianeta di Hod, che da sempre compie la sua orbita infinita attraverso il tempo e la materia, e non si ferma mai.
C’erano dei giorni in cui questo mutevole ricordo spariva e allora Aaron si convinceva di essersi immaginato tutto. Altre volte, invece, soprattutto quando calava la bruma sulle brulle pendici del Lago d’Argento di Balan-Tor, era quasi certo che, allungando un braccio verso il velo di nebbia, avrebbe toccato qualcosa. Che cosa, non lo sapeva neppure lui.
Aveva come la sensazione che quel mondo, quel mondo che a volte rivedeva e sentiva e odorava, fosse in qualche modo più fisico di quello che aveva imparato ad amare. Più solido e più pesante. Un mondo di piombo dove non si poteva volare e si era vincolati al proprio presente senza alcuna possibilità di scampo. Se per davvero ci aveva vissuto, doveva sentirsi felice di essergli sfuggito. Doveva. Ma non era così, no. Perché a volte, quando si sedeva sulle rive del Lago d’Argento e fissava il proprio volto sulla superficie immota di quelle acque, si sentiva solo e dimenticato. E allora si chiedeva chi lui fosse e cosa, di così importante, si fosse lasciato dietro le spalle.

*

«Si sente pronta?»
La donna annuì. Sul suo volto una risolutezza che si era costruita giorno dopo giorno, dolore dopo dolore.
«Sì. Lasciatelo andare.»
Il dottore fece un cenno agli infermieri. La macchina ventilatrice venne prontamente spenta e il paziente cominciò a morire. Il suono del saturimetro si fece man mano meno ritmato, finché divenne un’unica nota trillante, assordante. La ragazza si coprì gli occhi con le mani. Non voleva vedere l’attimo in cui la frequenza cardiaca, già di per sé debole, si sarebbe trasformata, sullo schermo, in una riga verde tendente all’infinito.
«Ora del decesso, cinque del pomeriggio.» registrò il medico a voce bassa, sollevando le sopracciglia in una pacata espressione di dolore, l’unica che il suo ruolo gli concedesse.
«Mi dispiace signora Silver – mormorò poi, posando una mano sulla spalla ossuta della donna – Avrei voluto fare di più.»
«Oh, non è colpa sua, dottore, ma solo di quella sua maledetta depressione – sussurrò la ragazza, trattenendo a stento un grido – come si fa a buttarsi sotto una macchina a ventisei anni?»
Il medico diede l’unica risposta sensata.
«Non lo so.»
«Non si dovrebbe mai veder morire chi si ama.» proseguì lei, torturandosi una ciocca di capelli neri.
«Ha ragione, signorina, ma queste sono cose che vanno oltre al nostro controllo. Questo mondo sa essere molto crudele, a volte. E suo marito l’ha provato sulla sua pelle.»
«Sì…»
«Venga, ora. Le offro un caffè. La tirerà su, vedrà.»
La donna annuì. Inconsapevolmente, si stava già riprendendo, ora che poteva seppellire il suo uomo senza più covare false speranze. Il dottor Powell aveva assistito a quel processo centinaia di volte; era una tappa obbligata, un po’ come la vita o la morte. Fece segno alla donna di uscire dalla stanza, poi, prima di andarsene, si voltò per un ultima volta verso il corpo abbandonato sul lettino. Guardò il viso del paziente deceduto, steso in un strano sorriso malinconico. Sembrava in pace con se stesso.
Chissà – pensò il medico, prima di far scattare l’interruttore della luce – Forse, la morte, sarà per noi l’inizio di un grande viaggio.”

Un viaggio a Blackdale #2

Ed eccoci qui con la seconda tappa del tour di Blackdale, il luogo immaginario dove è ambientato il mio primo romanzo, il faro di Blackdale. Se avrete il coraggio di superare la barriera della nebbia e di inerpicarvi su per le colline, è alle Vecchie Pietre che arriverete. Buon viaggio 😉

blackdale 2

Presto, intubatelo!

Proprio stamattina è arrivato il contratto editoriale per il romanzo Il faro di Blackdale; il mio primo contratto, per la precisione (e spero non l’ultimo). Non vi dico l’emozione! Per festeggiare, ecco una vignetta che ritrae la mia reazione XD
A presto!

Alvise

vignettacontratto

 

Domani

Rayno'rs Hall

Questa storia partecipa alla settima sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è “Dipendenza” proposto da AGamer.

Domani – 20lines

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«L’hai portata?»
«Certo, bimba. Non tradirei mai la mia cliente preferita.»
Eva si guardò attorno. La innervosiva acquistare roba all’aperto, soprattutto in un’area viva come quella, dove potevano arrivare ficcanaso da un momento all’altro.
«Non capisco perché ti ostini a farmi venire qui. Non mi piace questo posto.»
Carlo, lo spacciatore, la abbracciò stretta e le sfiorò le labbra con le dita.
«È un posto più sicuro di altri, fidati di me.» sussurrò con fare voluttuoso. Poi si tolse dalla tasca del giubbotto una bustina, non più grande del palmo di un bambino, e gliela sventolò sotto il naso. Eva trattenne il respiro. Di certo quel bastardo sapeva come attirare la sua attenzione.
«Quant’è?» si affrettò a chiedere, trattenendo l’impulso di strappargliela e di scappare via.
«Cinquanta euro per tre grammi. Solo per te, Eva…»
Lei allungò la mano, ma Carlo fece sparire le bustina fra le sue dita, come un abile prestigiatore da circo.
«Cinquanta, ma solo se ce la andiamo a fare a casa tua. Che dici?»
Eva si divincolò con una smorfia.
«No, te lo puoi scordare. Tanto so cosa vuoi farmi mentre sarò “in volo”. Quindi no!»
Il pusher la squadrò con aria offesa, ma Eva non si lasciò ingannare. Se c’era una cosa che aveva imparato era che Carlo non provava alcuna emozione. Uno spacciatore non doveva provare emozioni, sarebbero state deleterie per i suoi affari. Poteva simularle, certo, ma solo se c’era un ritorno economico o se poteva guadagnarci qualcosa di piacevole e di non previsto, come una scopata con una cliente comatosa.
«Come vuoi tu, bimba – ribatté secco Carlo – Allora sono cento.»
«Cento? Ma che sei, stronzo? La settimana scorsa erano settantacinque!»
«Cento. Prendere o lasciare.»
Eva si morse la labbra. Con quei soldi avrebbe dovuto pagare la bolletta della luce, ma…
«Sei una merda, ecco quello che sei.» sbottò, sganciando un verdone stropicciato fra le avide mani di Carlo. Lui le passò la bustina, dopodiché simulò un inchino.
«Sai dove trovarmi quando ne avrai bisogno.»
«Sì sì, vai al diavolo.» gli gridò dietro Eva, ma lo spacciatore era già sparito in un vicoletto laterale, più rapido di un ratto. Rabbrividendo dal disgusto, Eva si allontanò dallo scheletro vuoto dell’ex-liceo e si infilò nella folla, stando ben attenta che il suo viso smagrito non lasciasse trapelare alcun indizio dello scambio, neppure il minimo accenno d’ansia o di colpevolezza.

Era mezzogiorno in punto e il sole arroventava la città. Sembrava quasi che le persone fossero formiche e che lassù, nascosto oltre le nuvole, ci fosse un Dio armato di una lente d’ingrandimento grande quanto l’Europa. Eva si trascinava sudata per la via, tenendo la mano incollata alla tasca dei jeans. Le dava un senso di sicurezza sentire che la busta era lì, in attesa che il suo organismo la assorbisse con la stessa carnale soddisfazione con cui un assetato avrebbe ingollato una pinta di birra gelata.
A metà strada iniziò a barcollare. Si sentiva stanca, mortalmente stanca. Milioni di pensieri fluivano nel suo cervello come un fiume ininterrotto. Eva non riusciva a controllarli: parole si mescolavano ad altre parole, suscitando un caos infernale, che la faceva sbandare e ciondolare davanti agli occhi maligni dei passanti. Anche se non ci faceva caso, molte persone si fermavano a guardarla, i visi contriti e gli sguardi accusatori. La giudicavano nel male come l’avrebbero giudicata nel bene.
Finalmente, il condominio in cui viveva si palesò all’orizzonte: un palazzone anni ’70, tetro, informe, come una scatola di cartone bagnata su cui un bambino avesse ritagliato tante piccole finestre diseguali fra loro. Faceva schifo come tutti gli stabili in affitto definiti “ideali per gli studenti universitari”.
Eva ci mise più di tre minuti a trovare le chiavi nella sua borsa e, quando ci riuscì, gli occhi le lacrimavano. Aveva bisogno al più presto di una dose. Come aveva fatto a resistere per tre giorni? Appesantita dalla stanchezza, si infilò nell’appartamento e raggiunse la camera da letto. Si gettò, noncurante della sporcizia che imperava ovunque, sul materasso ed estrasse dalla tasca dei jeans la sua preziosa bustina. Il necessario era tutto lì, sul comodino: laccio emostatico, cucchiaio, accendino, bottiglietta d’acqua, un limone per rendere più solubile la sostanza, una scatola di siringhe sterili ancora incappucciate, simili a tanti esili falli infilati in un preservativo trasparente…
Per prima cosa, Eva si tolse la camicia, rimanendo a seno nudo. Non usava il reggiseno, le aveva sempre dato fastidio. Afferrò il cucchiaio, versò un po’ d’acqua, aggiunse i grammi di polvere e una spruzzata di limone. Poi prese l’accendino, fece scrocchiare la rotellina, e infilò la fiamma sotto il corpo concavo del cucchiaio. Era quasi fatta: ancora qualche secondo e sarebbe partita per un lungo, folle viaggio sulle ali della diacetilmorfina.
Chissà, pensò, magari questa è l’ultima dose. Domani mi sveglierò e non ne sentirò più il bisogno. Sarò una persona nuova. Me lo sento.
Domani.
Mentre attendeva che il liquido bollisse, i suoi occhi lacrimanti caddero su un oggetto bianco che si trovava, sommerso da residui di lasagne precotte, ai piedi del letto. Per un attimo non la riconobbe. Poi ricordò.
Era una proposta di lavoro, arrivata a sorpresa da una filiale del Banco Popolare di Verona; Eva ci aveva lavorato durante il tirocinio, in un periodo in cui era ancora abbastanza lucida. Qualcosa di buono doveva pure aver fatto, visto che le avevano proposto un impiego part-time, molto flessibile, adatto a una studentessa a cui mancavano solo due esami per terminare, una volte per tutte, la propria travagliata carriera di studi. La busta la guardava, sembrava scrutarle dentro; le lettere impresse sulla superficie bianca ripetevano incessantemente il suo nome: Eva Diaz.
Una lettera che avrebbe potuto cambiare tutto se solo avesse trovato la forza di alzarsi da quel lurido materasso. I gesti che doveva compiere erano semplici, quasi elementari: prendere la bustina di droga, gettarla nel water e tirare lo sciacquone. Rapido, come togliersi un cerotto rimasto troppo tempo attaccato alla pelle. Soltanto due stanze e un corridoio la separavano da quel finale e da un futuro completamente diverso. E tuttavia il peso del cucchiaio la inchiodava mani e piedi a un presente che non aveva domani.
La sua coscienza, l’Eva che era stata smentita, odiata, rinnegata, sussultò, lottando con le unghie e con i denti per riemergere. Eva cominciò a tremare, a piangere e a sbavare, ma non riuscì in alcun modo a distogliere gli occhi arrossati dalla lettera. Le sembrò che la busta si illuminasse, mostrandole un piccolo rettangolo di mondo, uno dei tanti mondi possibili. Un mondo in cui era la protagonista. Eva Diaz. Era sempre lei, sicuro, ma allo stesso tempo non lo era. Non era né la Eva degli anni prima, né la Eva eroinomane. Era una donna. Una donna di successo. Aveva un lavoro rispettabile e un ufficio tutto suo, con una targhetta dorata sulla porta: Eva Diaz. Consulenza ai privati.
La ragazza strinse gli occhi, cercando di concentrarsi al massimo su quell’inattesa e inspiegabile visione. Ma ecco che, senza preavviso, la busta smise di emettere luce e tornò ad essere un semplice pezzo di carta coperto di polvere e sugo rappreso.
Eva, ancora sconvolta, continuò a fissarla; la fissò così a lungo che il fantasma della lettera le si impresse negli occhi e quando li richiuse la rivide ancora, come se le si fosse appiccicata alle cornee. Un suono familiare, come un sibilo rabbioso, la riscosse: era la droga che sobbolliva nella pancia del cucchiaio. La ragazza si affrettò a spegnere l’accendino, e ad assorbire il liquido con la punta della siringa. Il laccio emostatico era già lì, al suo posto; le stringeva il braccio in una morsa dolce e crudele. Senza ulteriori indugi, Eva si sparò la dose calda dritta in vena e il suo viso si rilassò quando la sostanza entrò in circolo. I suoi occhi pallidi, come velati, si posarono per l’ultima volta sulla busta. Eva Diaz.
Domani, pensò svogliatamente, domani telefonerò e dirò che accetto l’impiego.
Còlta da una vertigine improvvisa si lasciò cadere sul materasso, artigliando senza senso l’aria, la siringa ancora infilata nella vena. Atterrò pesantemente, ma a lei parve di essere caduta su un prato di margherite, o in una cesta di lana appena tosata. La proposta di lavoro, spostata dall’aria, ruotò su se stessa come una carta da gioco, infine atterrò lieve al suo fianco. La data segnava 25 agosto 2015.
Era scaduta da oltre sei mesi.