Domani

Rayno'rs Hall

Questa storia partecipa alla settima sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è “Dipendenza” proposto da AGamer.

Domani – 20lines

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«L’hai portata?»
«Certo, bimba. Non tradirei mai la mia cliente preferita.»
Eva si guardò attorno. La innervosiva acquistare roba all’aperto, soprattutto in un’area viva come quella, dove potevano arrivare ficcanaso da un momento all’altro.
«Non capisco perché ti ostini a farmi venire qui. Non mi piace questo posto.»
Carlo, lo spacciatore, la abbracciò stretta e le sfiorò le labbra con le dita.
«È un posto più sicuro di altri, fidati di me.» sussurrò con fare voluttuoso. Poi si tolse dalla tasca del giubbotto una bustina, non più grande del palmo di un bambino, e gliela sventolò sotto il naso. Eva trattenne il respiro. Di certo quel bastardo sapeva come attirare la sua attenzione.
«Quant’è?» si affrettò a chiedere, trattenendo l’impulso di strappargliela e di scappare via.
«Cinquanta euro per tre grammi. Solo per te, Eva…»
Lei allungò la mano, ma Carlo fece sparire le bustina fra le sue dita, come un abile prestigiatore da circo.
«Cinquanta, ma solo se ce la andiamo a fare a casa tua. Che dici?»
Eva si divincolò con una smorfia.
«No, te lo puoi scordare. Tanto so cosa vuoi farmi mentre sarò “in volo”. Quindi no!»
Il pusher la squadrò con aria offesa, ma Eva non si lasciò ingannare. Se c’era una cosa che aveva imparato era che Carlo non provava alcuna emozione. Uno spacciatore non doveva provare emozioni, sarebbero state deleterie per i suoi affari. Poteva simularle, certo, ma solo se c’era un ritorno economico o se poteva guadagnarci qualcosa di piacevole e di non previsto, come una scopata con una cliente comatosa.
«Come vuoi tu, bimba – ribatté secco Carlo – Allora sono cento.»
«Cento? Ma che sei, stronzo? La settimana scorsa erano settantacinque!»
«Cento. Prendere o lasciare.»
Eva si morse la labbra. Con quei soldi avrebbe dovuto pagare la bolletta della luce, ma…
«Sei una merda, ecco quello che sei.» sbottò, sganciando un verdone stropicciato fra le avide mani di Carlo. Lui le passò la bustina, dopodiché simulò un inchino.
«Sai dove trovarmi quando ne avrai bisogno.»
«Sì sì, vai al diavolo.» gli gridò dietro Eva, ma lo spacciatore era già sparito in un vicoletto laterale, più rapido di un ratto. Rabbrividendo dal disgusto, Eva si allontanò dallo scheletro vuoto dell’ex-liceo e si infilò nella folla, stando ben attenta che il suo viso smagrito non lasciasse trapelare alcun indizio dello scambio, neppure il minimo accenno d’ansia o di colpevolezza.

Era mezzogiorno in punto e il sole arroventava la città. Sembrava quasi che le persone fossero formiche e che lassù, nascosto oltre le nuvole, ci fosse un Dio armato di una lente d’ingrandimento grande quanto l’Europa. Eva si trascinava sudata per la via, tenendo la mano incollata alla tasca dei jeans. Le dava un senso di sicurezza sentire che la busta era lì, in attesa che il suo organismo la assorbisse con la stessa carnale soddisfazione con cui un assetato avrebbe ingollato una pinta di birra gelata.
A metà strada iniziò a barcollare. Si sentiva stanca, mortalmente stanca. Milioni di pensieri fluivano nel suo cervello come un fiume ininterrotto. Eva non riusciva a controllarli: parole si mescolavano ad altre parole, suscitando un caos infernale, che la faceva sbandare e ciondolare davanti agli occhi maligni dei passanti. Anche se non ci faceva caso, molte persone si fermavano a guardarla, i visi contriti e gli sguardi accusatori. La giudicavano nel male come l’avrebbero giudicata nel bene.
Finalmente, il condominio in cui viveva si palesò all’orizzonte: un palazzone anni ’70, tetro, informe, come una scatola di cartone bagnata su cui un bambino avesse ritagliato tante piccole finestre diseguali fra loro. Faceva schifo come tutti gli stabili in affitto definiti “ideali per gli studenti universitari”.
Eva ci mise più di tre minuti a trovare le chiavi nella sua borsa e, quando ci riuscì, gli occhi le lacrimavano. Aveva bisogno al più presto di una dose. Come aveva fatto a resistere per tre giorni? Appesantita dalla stanchezza, si infilò nell’appartamento e raggiunse la camera da letto. Si gettò, noncurante della sporcizia che imperava ovunque, sul materasso ed estrasse dalla tasca dei jeans la sua preziosa bustina. Il necessario era tutto lì, sul comodino: laccio emostatico, cucchiaio, accendino, bottiglietta d’acqua, un limone per rendere più solubile la sostanza, una scatola di siringhe sterili ancora incappucciate, simili a tanti esili falli infilati in un preservativo trasparente…
Per prima cosa, Eva si tolse la camicia, rimanendo a seno nudo. Non usava il reggiseno, le aveva sempre dato fastidio. Afferrò il cucchiaio, versò un po’ d’acqua, aggiunse i grammi di polvere e una spruzzata di limone. Poi prese l’accendino, fece scrocchiare la rotellina, e infilò la fiamma sotto il corpo concavo del cucchiaio. Era quasi fatta: ancora qualche secondo e sarebbe partita per un lungo, folle viaggio sulle ali della diacetilmorfina.
Chissà, pensò, magari questa è l’ultima dose. Domani mi sveglierò e non ne sentirò più il bisogno. Sarò una persona nuova. Me lo sento.
Domani.
Mentre attendeva che il liquido bollisse, i suoi occhi lacrimanti caddero su un oggetto bianco che si trovava, sommerso da residui di lasagne precotte, ai piedi del letto. Per un attimo non la riconobbe. Poi ricordò.
Era una proposta di lavoro, arrivata a sorpresa da una filiale del Banco Popolare di Verona; Eva ci aveva lavorato durante il tirocinio, in un periodo in cui era ancora abbastanza lucida. Qualcosa di buono doveva pure aver fatto, visto che le avevano proposto un impiego part-time, molto flessibile, adatto a una studentessa a cui mancavano solo due esami per terminare, una volte per tutte, la propria travagliata carriera di studi. La busta la guardava, sembrava scrutarle dentro; le lettere impresse sulla superficie bianca ripetevano incessantemente il suo nome: Eva Diaz.
Una lettera che avrebbe potuto cambiare tutto se solo avesse trovato la forza di alzarsi da quel lurido materasso. I gesti che doveva compiere erano semplici, quasi elementari: prendere la bustina di droga, gettarla nel water e tirare lo sciacquone. Rapido, come togliersi un cerotto rimasto troppo tempo attaccato alla pelle. Soltanto due stanze e un corridoio la separavano da quel finale e da un futuro completamente diverso. E tuttavia il peso del cucchiaio la inchiodava mani e piedi a un presente che non aveva domani.
La sua coscienza, l’Eva che era stata smentita, odiata, rinnegata, sussultò, lottando con le unghie e con i denti per riemergere. Eva cominciò a tremare, a piangere e a sbavare, ma non riuscì in alcun modo a distogliere gli occhi arrossati dalla lettera. Le sembrò che la busta si illuminasse, mostrandole un piccolo rettangolo di mondo, uno dei tanti mondi possibili. Un mondo in cui era la protagonista. Eva Diaz. Era sempre lei, sicuro, ma allo stesso tempo non lo era. Non era né la Eva degli anni prima, né la Eva eroinomane. Era una donna. Una donna di successo. Aveva un lavoro rispettabile e un ufficio tutto suo, con una targhetta dorata sulla porta: Eva Diaz. Consulenza ai privati.
La ragazza strinse gli occhi, cercando di concentrarsi al massimo su quell’inattesa e inspiegabile visione. Ma ecco che, senza preavviso, la busta smise di emettere luce e tornò ad essere un semplice pezzo di carta coperto di polvere e sugo rappreso.
Eva, ancora sconvolta, continuò a fissarla; la fissò così a lungo che il fantasma della lettera le si impresse negli occhi e quando li richiuse la rivide ancora, come se le si fosse appiccicata alle cornee. Un suono familiare, come un sibilo rabbioso, la riscosse: era la droga che sobbolliva nella pancia del cucchiaio. La ragazza si affrettò a spegnere l’accendino, e ad assorbire il liquido con la punta della siringa. Il laccio emostatico era già lì, al suo posto; le stringeva il braccio in una morsa dolce e crudele. Senza ulteriori indugi, Eva si sparò la dose calda dritta in vena e il suo viso si rilassò quando la sostanza entrò in circolo. I suoi occhi pallidi, come velati, si posarono per l’ultima volta sulla busta. Eva Diaz.
Domani, pensò svogliatamente, domani telefonerò e dirò che accetto l’impiego.
Còlta da una vertigine improvvisa si lasciò cadere sul materasso, artigliando senza senso l’aria, la siringa ancora infilata nella vena. Atterrò pesantemente, ma a lei parve di essere caduta su un prato di margherite, o in una cesta di lana appena tosata. La proposta di lavoro, spostata dall’aria, ruotò su se stessa come una carta da gioco, infine atterrò lieve al suo fianco. La data segnava 25 agosto 2015.
Era scaduta da oltre sei mesi.

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11 pensieri su “Domani

  1. bel racconto. mi è piaciuta soprattutto l’attenzione dedicata alla psicologia della protagonista, al suo monologo interiore, ovvero a cio che pot’Eva essere e non sarà. suggestiva e cinematografica la scena finale, descritta con tale vividezza che m’è passata fisicamente davanti agli occhi. se devo trovare un difetto (è un difetto? non so, ecco, diciamo che rende meno credibile il contesto storico, già un po’ retrò per l’uso d’una tipologia di stupefacente ormai largamente caduta in disuso) direi l’assenza completa del cellulare, strana davvero.

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    • Grazie Malos! Devo dire che il cellulare non mi è proprio venuto in mente. Non so bene il perché; forse, inconsciamente, volevo che la protagonista fosse in balia di se stessa, senza possibilità di comunicare 🙂 Chissà!

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  2. Pingback: Storie del Contest VII [Concluso] | Raynor's Hall

  3. Letta, anche io partecipo al concorso! Devondire che è scritta benissimo, la vicenda descritta è molto reale e dà l’idea esatta del tema prescelto. Mi è piaciuta molto la chiusura del testo, cliché essenziale a parer mio. Chissà quante volte aveva già posticipato la chiamata per l’ingaggio e quante altre volte ha avuto gli stessi pensieri. L’ho apprezzata davvero!

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  4. Bella storia piacevole da leggere. Durante la lettura, quando si arriva alla lettera, pensavo che avrebbe lasciato quello che stava facendo e, finalmente, avrebbe dato un cambio alla sua vita, invece, è andata nel modo opposto e, a rincarare la dose, la proposta di lavoro era scaduta. Mettere questa informazione alla fine, secondo me, ha trasmesso quell’emozione in più alla lettura.

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