Sulle rive del Lago d’Argento

“Mille templi d’oro sfavillavano all’orizzonte, sotto un cielo color del grano, mentre le cascate del vicino monte Titano piangevano lacrime di cristallo sui pascoli erbosi. Dove finiva l’oro iniziava la campagna, un mare d’erba rossa che pareva continuare all’infinito. Solo ogni tanto spuntava, da quell’eternità vermiglia, un albero bianco o le rovine di una vecchia torre dimenticata.”

Sulle rive del lago d’argento

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Quattro volte Aaron provò ad atterrare sulla città di Kyran, gioiello delle piane di Zahn, e quattro volte rinunciò, rialzandosi in volo per rimirarla ancora. Non si poteva dargli torto. Mille templi d’oro sfavillavano all’orizzonte, sotto un cielo color del grano, mentre le cascate del vicino monte Titano piangevano lacrime di cristallo sui pascoli erbosi. Dove finiva l’oro iniziava la campagna, un mare d’erba rossa che pareva continuare all’infinito. Solo ogni tanto spuntava, da quell’eternità vermiglia, un albero bianco o le rovine di una vecchia torre dimenticata.
Aaron seguì le correnti ascensionali e si fece portare sopra la torre del Gran Tempio; lì, appollaiato ad una gronda, si mise a guardare la gente che passava. Si stavano tutti recando al vicino mercato di stoffe, lì dove la piazza principale si trasformava nel colossale ponte dei negozi, che poi era anche il passaggio per un altro universo.
Aaron sospirò, rapito. Kyran, la Città-che-è-anche-una-porta. Era uno dei suoi luoghi preferiti. Se fosse stato un normale abitante di quelle lande ci si sarebbe trasferito senza esitazione. Avrebbe comprato una piccola casa di campagna, un semplice cascinale di mattoni con un ruscello e una mola e un campo dove coltivare grano e zucche. Ma Aaron era un Viaggiatore. Lo era da quando ne aveva memoria. Aveva visitato tanti di quei mondi che faticava a ricordarli. E forse era meglio così, perché in questo modo avrebbe potuto visitarli ancora e ancora, rimanendo stupito ogni volta di fronte ad un tramonto o ad un cielo stellato, inedite meraviglie per il suo cuore insaziabile. Viaggiare era la sua missione, il suo destino. Gli bastava prendere la rincorsa, gettarsi da un altopiano e le sue ali colorate facevano il resto. Erano ali possenti, ali di sogno, che gli permettevano di volare attraverso le dimensioni, in tutto il Multiverso. Non c’era luogo che gli fosse precluso, ma erano pochi quelli in grado di ritagliarsi un posto nella sua memoria. Uno di questi era Kyran, con le sue piazze, le sue variopinte bandiere e il colossale ponte oltre le cui colonne c’era solo il vuoto del Portale.
Esisteva un luogo però che Aaron amava più di Kyran. Era il Lago d’Argento, un’immensa pozza d’acqua grigia a cavallo fra più universi. Con quel luogo Aaron aveva un legame speciale. Anche adesso, mentre guardava la piazza gremita di persone, la sua mente era altrove. Così, lasciata la cupola dorata del Gran Tempio, Aaron spiccò il volo e si diresse verso il luogo che più amava.

Il Lago d’Argento non era un luogo lussureggiante come le foreste di Tusul, né maestoso come Kadma, la città di pietra di luna. Tutt’altro: era una landa desolata, dove crescevano strane piante contorte. C’era un silenzio mortale, e il lago, con il suo grigiore, teneva lontani tutti gli altri abitanti, relegandoli a ben più miti territori. Eppure Aaron amava quel posto e quelle acque color mercurio. Si sentiva parte di tutta quella desolazione, come se avesse, con quel luogo, un legame più profondo di quanto pensasse.
Anche quel giorno, una volta atterrato sull’erba cinerea che cresceva sulle rive, rivisse le stesse sensazioni che lo accoglievano ogni volta in cui si ritirava a pensare sui tanti massi che circondavano il lago. Non appena si sedette su una di quelle rocce, infatti, fu travolto da mille sensazioni diverse. Erano ricordi. Sì, forse lo erano, ma non avrebbe potuto giurarlo.
Un uomo, un giorno, un altro viaggiatore, gli aveva detto che quando si moriva ci si dimenticava totalmente della vita precedente e si nasceva in un altro posto, con un altro io, altri sogni e altre speranze. Aaron non gli aveva mai creduto, ma quel giorno, molto più di altri, pensò che lo straniero avesse ragione.
Ricordava. Sì ricordava una vita precedente, come se fosse un sogno. Non gli pareva fosse una vita particolarmente felice. Anzi, gli sembrava – se davvero l’aveva vissuta e non si trattava solo di un inganno dei sensi – che non fosse altro che uno strascicata esistenza. Una specie di lenta e monotona passeggiata lungo un viale alberato, dove però gli alberi erano grigi e l’aria insalubre. E mentre camminava, con la coda dell’occhio, vedeva delle sagome sfrecciargli a lato, degli strani e affusolati bolidi argentati. Poteva benissimo essere un ricordo, come anche una strana fantasia. D’altronde era un Viaggiatore e viaggiava di mondo in mondo, uno strano uccello sospinto dai venti astrali, che si infilava nei pertugi dello spazio-tempo, senza meta, senza una luogo a cui tornare. Solo e libero come le popolazioni del remoto pianeta di Hod, che da sempre compie la sua orbita infinita attraverso il tempo e la materia, e non si ferma mai.
C’erano dei giorni in cui questo mutevole ricordo spariva e allora Aaron si convinceva di essersi immaginato tutto. Altre volte, invece, soprattutto quando calava la bruma sulle brulle pendici del Lago d’Argento di Balan-Tor, era quasi certo che, allungando un braccio verso il velo di nebbia, avrebbe toccato qualcosa. Che cosa, non lo sapeva neppure lui.
Aveva come la sensazione che quel mondo, quel mondo che a volte rivedeva e sentiva e odorava, fosse in qualche modo più fisico di quello che aveva imparato ad amare. Più solido e più pesante. Un mondo di piombo dove non si poteva volare e si era vincolati al proprio presente senza alcuna possibilità di scampo. Se per davvero ci aveva vissuto, doveva sentirsi felice di essergli sfuggito. Doveva. Ma non era così, no. Perché a volte, quando si sedeva sulle rive del Lago d’Argento e fissava il proprio volto sulla superficie immota di quelle acque, si sentiva solo e dimenticato. E allora si chiedeva chi lui fosse e cosa, di così importante, si fosse lasciato dietro le spalle.

*

«Si sente pronta?»
La donna annuì. Sul suo volto una risolutezza che si era costruita giorno dopo giorno, dolore dopo dolore.
«Sì. Lasciatelo andare.»
Il dottore fece un cenno agli infermieri. La macchina ventilatrice venne prontamente spenta e il paziente cominciò a morire. Il suono del saturimetro si fece man mano meno ritmato, finché divenne un’unica nota trillante, assordante. La ragazza si coprì gli occhi con le mani. Non voleva vedere l’attimo in cui la frequenza cardiaca, già di per sé debole, si sarebbe trasformata, sullo schermo, in una riga verde tendente all’infinito.
«Ora del decesso, cinque del pomeriggio.» registrò il medico a voce bassa, sollevando le sopracciglia in una pacata espressione di dolore, l’unica che il suo ruolo gli concedesse.
«Mi dispiace signora Silver – mormorò poi, posando una mano sulla spalla ossuta della donna – Avrei voluto fare di più.»
«Oh, non è colpa sua, dottore, ma solo di quella sua maledetta depressione – sussurrò la ragazza, trattenendo a stento un grido – come si fa a buttarsi sotto una macchina a ventisei anni?»
Il medico diede l’unica risposta sensata.
«Non lo so.»
«Non si dovrebbe mai veder morire chi si ama.» proseguì lei, torturandosi una ciocca di capelli neri.
«Ha ragione, signorina, ma queste sono cose che vanno oltre al nostro controllo. Questo mondo sa essere molto crudele, a volte. E suo marito l’ha provato sulla sua pelle.»
«Sì…»
«Venga, ora. Le offro un caffè. La tirerà su, vedrà.»
La donna annuì. Inconsapevolmente, si stava già riprendendo, ora che poteva seppellire il suo uomo senza più covare false speranze. Il dottor Powell aveva assistito a quel processo centinaia di volte; era una tappa obbligata, un po’ come la vita o la morte. Fece segno alla donna di uscire dalla stanza, poi, prima di andarsene, si voltò per un ultima volta verso il corpo abbandonato sul lettino. Guardò il viso del paziente deceduto, steso in un strano sorriso malinconico. Sembrava in pace con se stesso.
Chissà – pensò il medico, prima di far scattare l’interruttore della luce – Forse, la morte, sarà per noi l’inizio di un grande viaggio.”

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