Un’app infernale

Ed ecco, come promesso, un altro racconto proveniente dalla raccolta “Voci dal seminterrato”. In bilico fra horror e umorismo, “Un’app infernale” vi farà guardare il vostro smartphone con occhi diversi XD Buona lettura 😉

Un’app infernale – 20lines

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Nascosto in un vicolo buio e lercio, aspetto che il mio uomo si faccia vedere. Sono due ore che me ne sto qui in piedi come un allocco e forse dovrò aspettarne altre tre sotto la pioggia battente e fastidiosa che mi si infila dappertutto, anche dentro il colletto e lungo la linea della spina dorsale fino al cavallo dei pantaloni. D’altra parte non posso entrare in banca e mettermi a fare fuoco, non vi pare? Sarebbe tutto un lavoro sprecato, perché nella migliore delle ipotesi mi chiuderebbero in galera a vita, e se invece fossi sfortunato, mi fredderebbe istantaneamente la guardia giurata arcigna che pattuglia costantemente l’atrio. Mi ha sempre fatto paura quel mastino alto due metri con gli stivali neri come quelli che portavano i fascisti quando andavano a picchiare i dissidenti.
Sono costretto ad aspettare ancora, non c’è altra strada.
E se per caso il mio bersaglio decidesse di non passare da questa parte, sarei costretto a pedinarlo per tutta la città e trovare un altro posto isolato dove farlo fuori senza attirare lo sguardo dei passanti.
Mi dispiace per te, signor Philipps. Scommetto che sei un tipo a posto, tutto lavoro, casa e gita in barca con la famiglia. Se potessi scegliere diventerei il tuo migliore amico, signor Philipps: giocherei con te a calcetto la domenica pomeriggio, ti offrirei qualche birra nel bar sotto casa e ti ascolterei parlare delle tue relazioni impossibili. E invece sono costretto ad ammazzarti come un cane. Niente di personale, puoi credermi.
Appoggiato al muro invaso da graffiti e scritte oscene, mi ritrovo a mettere ordine dei miei pensieri, così da catalogare gli avvenimenti che mi hanno portato in questo buco di fogna, con la vecchia pistola di mio padre stretta saldamente in pugno. L’acqua glaciale della pioggia, che mi trapassa il cranio, mi conferma che non si tratta di un incubo causato da una serata tra amici a base di hot dog super imbottiti e chili extra piccante. E sono certo che quello che mi è accaduto non è neppure uno scherzo organizzato da un gruppo di buontemponi immaturi, né una trovata pubblicitaria di qualche multinazionale in cerca di nuovi polli da spennare.
È iniziato tutto la settimana scorsa, precisamente venerdì, un giorno così soleggiato che mi sembra così distante ora, a ripensarci in questo vicolo sommerso d’acqua e di spazzatura galleggiante. Quel giorno ero uscito soddisfatto dal negozio di elettronica rigirandomi tra le mani il mio primo smartphone, un gioiello così nuovo di zecca da riflettere i raggi solari fino ad accecarmi e rischiare di farmi finire lungo disteso sotto uno scuolabus. Il guidatore si era sporto dal finestrino e mi aveva mostrato il medio con aria di sfida, ma io mi sentivo troppo mansueto quel giorno, un vero agnellino destinato al macello, per replicare come avrei fatto in qualsiasi altra occasione.
Ero soddisfatto di me stesso, perché quel lussuoso telefono me l’ero sudato con le ripetizioni di latino fatte tra maggio e agosto. E credetemi se vi dico che non è una passeggiata insegnare latino a un branco di mocciosi incapaci di stare concentrati più di un minuto. Anche se avevo rinunciato a malincuore ai tranquilli pomeriggi in spiaggia e al viaggio a Barcellona coi miei ex compagni di scuola, almeno il lavoro aveva dato i suoi frutti ed ora nel mio conto in banca ben duemila euro fruscianti erano andati a fare compagnia ai pochi spicci rimasti, che con pazienza avevano atteso per lunghi anni qualche nuovo amichetto con cui parlare. I quattrocento euro che mi rimanevano li avevo usati per comprarmi il nuovo modello della nokia, un telefono grosso come una tavoletta di cioccolato formato gigante, tutto occupato da uno schermo a cristalli liquidi rigorosamente touch. “Una linea innovativa, ma con un occhio alla tradizione” avrebbe salmodiato il mio vecchio professore di storia dell’arte del liceo, che aveva la fissa per il design e l’architettura moderna.
La prima cosa che avevo fatto, subito dopo aver avviato il telefono, era stata quella di andare a curiosare nello store, alla ricerca di qualche divertente applicazione gratuita da scaricare. Cose tipo la bussola, la torcia o il barometro, quelle funzioni incredibilmente stuzzicanti che chi possiede un telefono di ultima generazione non si esonera mai dallo sventolare sotto il naso del malcapitato di turno, come a dire: “Io me lo posso permettere un telefono così, perché la grana ce l’ho. E tu?”
Razzismo tecnologico lo chiamavano, ma era una cosa che non mi toccava più, perché anche io ero entrato a pieno titolo nel mondo moderno al quale per mesi avevo guardato con invidia e bramosia.
Perché, ricordatevi, ogni cosa in questa vita è un simbolo. E più simboli si ha e più si è potenti. E più si è potenti, più si viene presi in considerazione e ci si può permettere di entrati in circoli ancora più potenti, dove sono necessari altri simboli. E lentamente si sale la scala che porta alla notorietà.
È una lezione di vita che ho imparato molto presto, quando avevo cinque anni e la mia visione della realtà era ancora quella che mi passavano i miei genitori, tra una cucchiaiata di minestra e un’altra. Ero nei giardini pubblici  intento a giocare con la vecchia palla colorata appartenuta a mio fratello, quando mi era sfrecciata davanti al naso una Ferrari radiocomandata, veloce come la luce e così perfetta da sembrare l’auto di un lillipuziano. Ma non c’era nessuno alla guida, perché la comandava un bambino che correva poco lontano, con l’ausilio di un telecomando ad infrarossi. Poteva avere uno o due anni più di me quel piscia-a-letto e non aveva niente di così diverso da me, eppure lui aveva quella strabiliante macchinina e io invece quel brutto pallone sgonfio, così vecchio che i disegni colorati che un tempo lo abbellivano si erano slavati da anni. Non era più una palla, ma il cadavere di una palla.
Allora avevo chiesto a mia madre il perché lei e papà non mi avessero ancora regalato un’automobilina radiocomandata come quel bambino e loro mi avevano risposto che prima dovevo meritarmela comportandomi bene. Allora ci avevo creduto, ma adesso capisco che i miei genitori erano troppo orgogliosi per dirmi che non se la potevano permettere affatto. I ricchi, ascoltatemi bene, non devono mai dimostrare niente, perché il fatto di dimostrare qualcosa è un ostacolo riservato solo per quei poveracci che faticavano ad arrivare a fine mese, come lo eravamo noi.
Ma io quel venerdì non ero più povero, perché avevo un simbolo. E dopo quel simbolo ce ne sarebbero stati altri e finalmente la mia vita avrebbe avuto un senso. Avrei fatto della mia vita una foresta di simboli.
A ripensarci adesso mi viene un po’ da piangere, perché proprio il mio simbolo, quel dannato telefono, rischia di farmi finire all’inferno, ma ho ancora una speranza. Tutto sta nell’uccidere il signor Philipps. Non posso fare altro per salvare la mia anima.
Sì avete sentito bene, la mia anima. Io non ci credevo all’esistenza dell’anima fino a quel venerdì: pensavo fosse una cosa da cattolici bacia-banchi, una di quelle favole che si raccontano ai bambini quando muore un loro parente prossimo, e per non farli inorridire ci si inventa il paradiso, con angioletti nudi, nuvole di panna e alberi sempre in fiore, tutto per evitare di raccontare la verità, cioè che oltre questa vita non c’è proprio un cazzo, che siamo destinati all’eterno e buio oblio. E invece mi ero sbagliato di brutto. È stato il più grande granchio nella storia dell’umanità, dopo la convinzione che la terra fosse piatta, al centro dell’universo, e che il sole girasse come una trottola attorno al nostro pianeta azzurro. E invece la terra è tonda come un mandarino, siamo noi uomini a girare come degli imbecilli in questo angolo merdoso dell’universo, e l’anima esiste veramente. E te la possono portare via, condannandoti all’inferno. Proprio quel posto caldo e pieno di lava, fuoco e fiamme di cui parlava Dante, popolato da diavoli con il forcone che non fanno altro dalla mattina alla sera che punzecchiarti con le loro corna e farti solo Dio sa che cos’altro.
Quel venerdì avevo trovato l’applicazione più fuori di testa dell’intero universo: Soulkiller. Avevo letto la descrizione fornita dal programmatore che l’aveva creata, Belial666: “Trasforma la tua vita in un inferno. Divertiti con noi a mettere un po’ di peperoncino sulla tua esistenza. Scarica Soulkiller. È gratis.”
Lì per lì mi aveva fatto ridere quella descrizione assurda, anche se non avevo ben capito come funzionasse quel software. Ma prometteva divertimento, per giunta gratis e questo mi bastava. Incuriosito ho scaricato l’applicazione, l’ho installata e avviata.
Non l’avessi mai fatto: appena il programma si è caricato, ho sentito un forte risucchio ed un rumore di strappo ed è stato come se qualcuno mi avesse sradicato dal corpo l’essenza vitale. Mi sono sentito regredire quasi ad uno stato larvale e ho pensato a me come ad un insensato e molle verme che si agitava nel terreno arido e sulfureo del deserto del Gobi. Immediatamente una voce terribile si era levata dal mio smartphone. Non era proprio una voce nel vero senso della parola, era più un rumore raggelante, come se qualcuno stesse trascinando delle unghie diaboliche su di una lavagna di ardesia; solo che quel suono da brivido non era affatto casuale, ma “parlava”, comunicando direttamente nella mia testa.
«Salve amico mio. Sono Lucifero, l’angelo caduto.» mi graffiò quella voce. Graffiava proprio bene, internamente, come un topo intrappolato in una cassa toracica che cerca di raggiungere la luce del sole e perciò scava, scava nella carne con la determinazione di un parassita intestinale, rodendo arterie e tranciando nervi come corde di chitarra.
Lucifero mi ha detto che il suo programma era una genialata. Ha usato proprio questo termine: genialata. Ha detto che in un mondo così globalizzato e tecnologico si era dovuto aggiornare. Dopo millenni di esperienza nell’arte di catturare anime fresche e peccatrici, il vecchio Lucifero aveva scoperto che due erano gli strumenti più efficaci per condannare rapidamente gli spiriti degli uomini: pigiare sull’acceleratore dell’intolleranza e del razzismo, che si sa funzionano sempre in qualsiasi epoca ci troviamo, oppure ricorrere a metodi poco convenzionali, come Soulkiller. Facile da spiegare: sono delle vere e proprie trappole, e una volta che ci cadi dentro, una sola cosa ti resta fare: stare al gioco o finire all’inferno. Lucifero organizzava anche crociere infernali gratuite, che erano come vasetti di miele per anime. Ed era sempre lui a creare tutte quelle spam che invadono i siti e che non bisogna assolutamente cliccare, segnatevelo bene su un post-it e appiccicatevelo sullo schermo, mi raccomando, perché se vi viene in mente di pigiare quel tasto… BAM… STRAAP… e l’anima non è più una vostra proprietà.
Satana mi ha detto che l’unico modo che avevo per salvarmi era ammazzare un poveraccio, così da offrire la sua anima al posto della mia. E non importava se lo sfortunato da accoppare fosse l’uomo più buono e puro del mondo, Soulkiller non lasciava spazio ad alcun tipo di scappatoia. Sarebbe stato Satana a sorteggiare casualmente il nome della vittima sacrificale. Aveva perciò aperto il suo catalogo delle anime, un librone alto quanto un grattacielo di New York, ed era venuto fuori il nome di Harry Philipps, un inglese che era qui in Italia per lavoro da più di cinque anni. Era un tipo a posto, né grasso né magro, di mezza età, che si vestiva con camicie da dieci euro e cravatte fuori moda e dai colori vomitevoli. Un uomo mediocre insomma. Ed ero fortunato ad aver trovato un uomo così insipido, mi ha assicurato Lucifero: una volta era stato sorteggiato come vittima un personaggio politico di spicco (che viveva in una villa circondato da decine di guardie scelte) e perciò il suo assassino si era arreso senza neppure provarci, mettendosi una doppietta in bocca.
Io invece avevo parecchie possibilità di riuscita. Dovevo semplicemente aspettare che il mio bersaglio uscisse dalla banca dove lavorava, attirarlo in qualche modo in un posto appartato e fargli saltare le cervella, come nei videogiochi survival horror. La sua testa avrebbe fatto sciaff oppure squick e i muri sarebbero diventati appiccicaticci testimoni di quell’omicidio insensato. Non avevo un vero e proprio movente, né precedenti e perciò era probabile che la polizia non mi avrebbe trovato mai.
Mentre ripenso a quella voce disturbante che mi aveva fatto uscire di testa, il campanile vicino scocca le cinque del pomeriggio. Sembra una campana da morto. E in un modo o nell’altro un morto ci sarebbe stato, quel giorno.
Sbircio oltre il muricciolo. Harry Philipps esce in quel momento dal portone principale della banca, scrolla con vigore la mano ad un collega e si avvia verso la fermata dell’autobus. Cammina impettito quasi fosse orgoglioso di essere uno spilla-denaro senza principi morali, come qualsiasi altro dipendente di banca. La camicia ha una tonalità verde acqua, mentre la cravatta è arancione come una carota appena estratta dal terreno. Vi lascio immaginare le sensazioni suscitate da quell’abbinamento.
Come mi aspettavo, l’uomo gira a sinistra, ben lontano dal mio nascondiglio immondo e così sono costretto a caracollargli dietro per tutta la città, schivando la folla di persone che marcia come una schiera soldati nella direzione opposta alla mia. Va sempre tutto storto e ciò dimostra che senza dubbio la fortuna esiste, ma non è imparziale, anzi: è una vera bastarda perversa. Avete mai notato che quando cade una fetta biscottata, è sempre il lato imburrato a toccare il pavimento, così vi tocca pulirlo e perderci dieci minuti buoni? Oppure che il giorno in cui avete scelto di andare in vacanza, proprio quando state per salire in automobile, si mette a piovere a dirotto e perciò non vi resta che tornarvene a casa a deprimervi sulla poltrona, intontiti dalla musica techno demenziale del vostro altrettanto demente vicino di casa? Ecco. È una legge fisica quella della sfiga e secondo me ci si potrebbe fare una teoria sopra, suffragata da quelle mille formulette e teoremi da riempirci una lavagna dell’università.
Imprecando come un dannato (e almeno per ora lo sono realmente), mi metto alle calcagna di quel borioso dipendente, cercando di non dare troppo nell’occhio. Tengo una distanza di sicurezza sufficiente da non destare sospetti, ma neppure da perderlo di vista, anche se sarebbe inammissibile perdere un uomo vestito a quel modo, persino in quella folla multietnica che mi pigia e mi urta come un barattolo di pelati sotto le ruote di dieci tir in colonna.
Harry Philipps riesce a infilarsi nell’autobus con una flemma che ha dell’incredibile. Io invece devo prendere a spallate una vecchia per poter entrare e trascorro tutto il viaggio accanto ad un bambino che fa i capricci e ad un ciccione sudato che ad ogni scossone del mezzo si avvicina pericolosamente al mio naso. Per un attimo provo l’irresistibile impulso di tirare fuori il mio ferro e fare fuoco su tutti e due. Due colpi dritti alla testa. Mi trattiene la consapevolezza che non posso commettere alcun errore, se voglio trascorrere la vita che mi rimane in santa pace, senza il terrore delle fiamme infernali che mi aspettano impazienti nell’aldilà.
Harry Philipps scende alla terza fermata, un bel viale alberato con tante villette a schiera, tutte uguali e mortalmente noiose. Spiando per un attimo da una finestra, vedo una banale famigliola riunita attorno alla tavola, con gli occhi bassi sul piatto e sorrisi falsi come i soldi del monopoli. Mi fanno un po’ pena e mi riportano alla mente ricordi che credevo di aver dimenticato. Ricordi di mio padre che si mette a pregare per il suo ex capoufficio morto di infarto. Eppure quel bastardo l’aveva licenziato e ci aveva costretti a quattro mesi di vita sul filo del rasoio.
E il signor Philipps ce l’aveva una famiglia? Sembra un tipo solitario e senza affetti, uno di quegli uomini che passano la loro vita in mezzo alla folla e quando tornano a casa non c’è nessuno ad aspettarli, nemmeno un cane. Come me, in fondo. Ma posso anche sbagliarmi.
E infatti mi sbaglio, perché mentre sto lì a riflettere sulla mia vita da lupo solitario, Harry Philipps si ferma in una di quelle villette, suona alla porta e gli apre una donna sulla quarantina, non bellissima, ma neppure così male. Una donna che sa di fresco, di amore sincero. Una donna da sposare. E dietro di lei saltella una bella bambina di quattro o cinque anni.
E bravo Harry, ti sei trovato anche la moglie, qui in Italia!
L’uomo sembra rinascere e liberarsi di tutta la stanchezza accumulata in banca, entra e richiude l’uscio ridendo allegramente.
Adesso si fa tutto più difficile.
Giro attorno alla casa alla ricerca di un’entrata secondaria. Trovo una piccola finestra al primo piano lasciata socchiusa e mi ci infilo dentro. È la cucina, una bella cucina di legno chiaro, come quelle dei cataloghi dei mobilifici, quelli che il mio ex professore di storia dell’arte si divorava quasi fossero letteratura di consumo. Salgo la scala che mi trovo di fronte, cercando di non farmi né vedere né sentire. I gradini scricchiolano, ma impercettibilmente. In testa mi metto un passamontagna, che lascia vedere solo gli occhi e per un attimo mi sento come un cazzuto criminale, ma poi penso a quello che dovrò fare, all’uomo che dovrò freddare senza pietà, e mi passa la voglia di sentirmi Alex DeLarge di Arancia Meccanica.
Mi nascondo nell’armadio della camera matrimoniale, perché sono certo che Harry passerà di lì per piegare la sua obbrobriosa camicia. Quant’è vero Dio il mio uomo passerà di lì. E infatti Harry Philipps entra dopo pochi secondi. Si toglie la camicia e i pantaloni, indossa un pigiama a scacchi e si siede sul letto con un quotidiano di economia tra le mani.
Sto quasi per uscire con la pistola stretta in pugno per fargli un bel buco in testa, preciso preciso, quando da sinistra entra la sua bambina. Abbraccia l’uomo e gli scocca un bacio su una guancia. Harry allora chiude il giornale e prende dalla libreria un coloratissimo libro di favole. Lo apre e inizia a leggerne una a Rachele, così si chiama quella graziosa bambolina. È la storia dell’orco cattivo che viene sconfitto dal cavaliere in armatura scintillante. Solo che quella sera sono io l’orco e non ci sarà nessun cavaliere a fermarmi.
Mi preparo ad uscire, ma invece di farlo veramente, mi fermo. Ritraggo il dito dal grilletto e lascio cadere la mia mano lungo il fianco, come fa un uomo sconfitto. Ma cosa diavolo sto facendo? Quest’uomo è felice, come io non sono mai riuscito ad esserlo. Non posso togliergli tutto questo. Non sarebbe giusto.
Aspetto che i due si tolgano di mezzo, ritorno in cucina e mi lascio cadere dalla finestra nel giardino dove rimango disteso, tra un cespuglio di basilico e uno di prezzemolo, per una mezz’ora buona. Forse mi addormento per dieci minuti, forse no. Non lo so.
Ho perso. Sono condannato ad un’eternità di sofferenze. Ma mi sento stranamente tranquillo, soddisfatto di me stesso. Molto più soddisfatto di quel venerdì, quando me ne ero uscito col mio stupido telefono nuovo fiammante. Ti ho salvato il culo, dannatissimo signor Philipps. Vivi la tua vita in pace e ringrazia il cielo per ciò che hai.
Prendo il mio nokia e lo butto con rabbia nella piscina gonfiabile del giardino. L’acqua si solleva a spruzzi e fa un casino infernale. Fuggo a gambe levate dal giardino, con la paura che tutto il vicinato mi abbia sentito. Supero il cancelletto e mi butto in strada dove per la seconda volta rischio di andare a finire sotto un’auto. Sbando lungo la via come un ubriaco e tutti pensano che lo sono quando mi metto a gridare al vuoto, agitando le braccia come un forsennato.
«Hai vinto schifoso maniaco! Sono tutto tuo!»
Non mi risponde nessuno. Fottuto Mefistofele, quanto vuoi ancora farmi soffrire?
«Mi hai sentito? Portami via!» grido ancora una volta, con tutto il fiato che ho nei polmoni. Non accade niente: nessun asfalto che si solleva emettendo fumi sulfurei, nessun ruggito profondo dalle viscere della terra. Tutto tace nella notte. È un silenzio di pace e redenzione. Una donna mette la testa fuori dalla finestra e mi intima di stare zitto, o avrebbe chiamato la polizia, che mi avrebbe fatto passare la notte in una bella cella senza finestre.
E allora capisco tutto. Salvando la vita di quell’uomo, avevo salvato me stesso. Lo dice anche il Vangelo, che chi sacrifica la propria vita per un fratello, si guadagna il paradiso e l’amore di Dio. E io ero stato pronto a dare in cambio molto  più della vita, cioè la mia anima stessa: condannandola ad un’eternità di tormenti avevo fatto il sacrificio più grande di tutti. Il demonio aveva cercato di fregarmi, ma avevo vinto io. Avevo sconfitto il Serpente al suo stesso, sadico gioco.
Con un sorriso che mi illumina il volto, uno dei primi da quando posso ricordare, mi giro per tornarmene alla fermata dell’autobus.
Alzo di colpo la testa perché noto un movimento improvviso.
Mi si para davanti un uomo dalla faccia spiritata, folle come quello degli estremisti religiosi che segregano le figlie in casa per non far conoscere loro il mondo. In una mano ha un’ascia da pompiere, rossa fiammante. Nell’altra uno smartphone nuovo di zecca.
Non può fini…
SPLAAAT!

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