Presentazione libreria STUDIUM

E anche la seconda presentazione ha avuto la sua conclusione. Ancora una volta una meravigliosa occasione di dialogo e tante, tante emozioni. Ho rivisto volti che non vedevo da tanto tempo e conosciuto persone nuove. Denominatore comune? La passione per la lettura e per la narrativa; una passione che unisce tutti, senza distinzione di età, religione o provenienza.
Ringrazio la Libreria Studium per la splendida accoglienza e per l’impegno dimostrato nell’organizzare la presentazione. Il ringraziamento più grande, però, va a tutti voi, che avete partecipato così numerosi e vi siete lasciati coinvolgere da questo piccolo grande sogno che è Il faro di Blackdale. Ancora grazie 🙂 Restate sintonizzati per sapere i prossimi appuntamenti! A presto.

Alvise Brugnolo

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La nebbia nella vallata

Prosegue la rubrica dedicata a “Voci dal seminterrato” la raccolta di racconti dell’orrore che ho scritto e ideato all’inizio del mio percorso d’autore. Non sono niente di che, sono d’accordo con voi, eppure questi racconti rappresentano un passo importante della mia vita, visto che sono il primo tentativo riuscito di dare forma alle storie che prima non avevo mai trovato il coraggio di raccontare 😉
Questa volta abbiamo a che fare con un racconto ancora più importante degli altri.
“La nebbia nella vallata”, infatti, non è altro che la base su cui ho costruito il mio primo romanzo: “Il faro di Blackdale“. Ci sono molti elementi in comune: un villaggio chiuso e isolato; un nugolo di abitanti arcigni e bigotti, sempre pronti ad additarsi l’un l’altro; una nebbia densa e soffocante, simbolo della chiusura mentale e dell’egoismo che si è depositato sui cuori delle persone. Come se ciò non bastasse, la protagonista de “La nebbia della vallata” ha lo stesso nome di quella de “Il faro di Blackdale”. Nora, la ribelle e sfrontata Nora, in grado di vedere oltre l’apparenza (la nebbia) e di combattere, a testa bassa, i tabù incomprensibili degli adulti.
Signore e signori… La nebbia nella vallata! 

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Dove sorge il villaggio di Blearwick, il paesaggio cambia radicalmente: le verdi e solari campagne degradano lentamente verso il marrone scuro e il terreno fangoso si apre qua e là in profonde e stagnanti pozze paludose, dove canne e rane esprimono il proprio sconforto con canti striduli e gracidii deprimenti. Poche volte il sole fa breccia nei banchi di nebbia che calano nella vallata dalle alte montagne, quando si fa mattino. La foschia è sgusciante e opprimente quanto il fumo di braci infernali e quando scende, avviluppando il paese, nessuno ha il coraggio di uscire: gli abitanti sprangano porte e finestre e si accoccolano assieme davanti al camino per recitare il rosario, con l’ancestrale timore di avvertire nella bruma orridi lamenti di predatori a caccia di anime.
Nora era l’unica a non temere la nebbia: adorava inoltrarsi in essa e perdere ogni punto di riferimento. Entrare nella cortina di fumo era per lei come viaggiare lontano, in reami fuori dal tempo e dallo spazio, dove nessun uomo è straniero; passava intere giornate nella vecchia foresta, in compagnia dei fruscii degli alberi e dei sussurri del vento, che le scompigliava i capelli con una delicatezza quasi materna. Il silenzio era il suo unico vero amico e le foglie secche le sue intime confidenti.
«Devi guardarti dalla nebbia!» gli ripeteva sempre il nonno, un vecchietto bonario e arzillo con il quale la ragazzina viveva dalla morte della madre, avvenuta due estati prima. Nora non ascoltava il vecchio; non c’era niente nella nebbia che potesse nuocere, quantomeno non a lei: quella ragazzina bruna e minuta aveva infatti un dono. Non era raro che gli abitanti del villaggio la trovassero seduta su un masso al limitare del bosco, con gli occhi fissi nel coacervo di tronchi e un sorriso appena accennato sulle labbra. Altre volte l’avevano persino udita sussurrare dolci parole in direzione della foresta; a chi fossero rivolti quei bisbigli, nessuno l’aveva mai capito, né se l’era mai chiesto.
Eppure Nora non era pazza come tutti in paese si erano ormai convinti: non parlava da sola, ma con gli spiriti della foresta, che abitano ciascuno un albero diverso e perdurano da quando la terra è stata plasmata. Erano stati loro svelarle il segreto che si celava nella nebbia: quando scendeva vaporosa, essa creava un ponte con il mondo che sta oltre il mondo, l’etereo Altrove, dove albergano le anime dei morti.
E ben altri luoghi potevano essere raggiunti attraverso la coltre di nubi, alcuni splendidi e lussureggianti come le verdi foreste dell’Amazzonia, altri spaventosi e mortali, pieni di fuoco e abissi oscuri nei quali strisciavano creature senza forma e senza scopo.
Tutti consideravano Nora una ragazza strana e le stranezze non erano benviste a Blearwick. In paese cominciarono ben presto ad avere paura di lei. Quando la ragazzina passava all’emporio, per svolgere le commissioni che suo nonno non poteva eseguire personalmente a causa di una vecchia ferita di guerra, tutti la scansavano: i visi delle coetanee si abbassavano di scatto per timore di incontrare il suo sguardo penetrante, mentre le vecchie vedove la trafiggevano con occhiate torve e sospettose, bisbigliando scongiuri e formule contro il malocchio quando la ragazzina incrociava la loro strada. Nora non se ne accorgeva nemmeno perché la sua mente, così come anche il suo corpo, era abituata a proiettarsi ben oltre la realtà di quel misero agglomerato di casupole caliginose; viveva sospinta dai ricordi dei luoghi che aveva già visitato e si alimentava con i sogni dei mondi che avrebbe ammirato in futuro, al prossimo calare della bruma. Il suo cuore inoltre non conosceva l’ira, il rancore o la malizia.

I mesi passavano e la vita a Blearwick procedeva lenta, quasi imperturbabile nell’alternarsi delle stagioni. La nebbia continuava a scendere, il vento soffiava indisturbato e l’erba si ritraeva ad esso come una fanciulla pudica di fronte al bacio troppo irruento di un innamorato. Nulla avrebbe mai scosso l’equilibrio della comunità; di questo gli abitanti erano fermamente convinti ed era la cosa migliore che potessero sperare e augurarsi.
Poi, durante la glaciale morsa invernale, cominciarono a sparire i bambini. Il primo fu Bartolomeus, il figlio del mugnaio; era un bambino snello e di bell’aspetto, con una zazzera di capelli irsuti e un viso spruzzato di lentiggini come tante faville di un caminetto; invano i genitori lo cercarono nel cortile e sul greto del torrente, dove era solito giocare coi compagni e invano si istituirono gruppi di ricerca composti da giovani abbastanza coraggiosi da cercarlo nella foresta silenziosa e crepuscolare: il suo corpo non fu mai ritrovato. Poi fu il turno di Elizabeth e di Leonora. E di Jacob. Tutti si dissolsero nella notte senza lasciare traccia, come fa la nebbia nelle giornate secche e ventose.
Il terrore iniziò a serpeggiare nel villaggio e aveva la forma del sospetto e dell’intolleranza. Il consiglio cittadino, riunitosi per la prima volta dopo decenni in una grande sala squadrata, avrebbe dato la colpa dei rapimenti ai gitani, se questi non fossero stati cacciati via a bastonate cinque anni prima.
Di vagabondi non se ne vedeva neppure l’ombra, da quando erano stati banditi l’estate precedente in quanto disturbatori del decoro e del quieto vivere della comunità. Il colpevole doveva essere per forza un essere soprannaturale o una strega, conclusero rapidamente gli abitanti. Nella sala calò il silenzio e tutti si affidarono al Signore e lo pregarono affinché salvasse le loro anime innocenti dalle fauci del diavolo.
All’improvviso, Samuel il droghiere balzò in piedi e raccontò di aver visto poche sere prima, sul limitare della foresta, una fiera spaventosa, più grande e feroce di un comune lupo, e dotata di artigli ricurvi come falcetti agricoli. Nessuno fino a quella sera aveva mai prestato ascolto al droghiere, che notoriamente amava più la bottiglia dei suoi stessi figli, ma questa volta la rivelazione fu presa per vera e venne accolta da squittii di paura e da ruggiti di bellicosa virilità.
Tutti gli uomini in grado di combattere e di brandire un forcone si divisero in gruppi di quattro persone, e passarono la nottata e i gelidi giorni successivi a sorvegliare ininterrottamente ogni angolo del villaggio, seguendo l’acciottolato delle viuzze che serpeggiavano tra le modeste case di mattoni e legno, fino al limitare della foresta imbiancata di neve. Il gruppo più feroce e spietato lo guidava il sindaco in persona, l’unico che possedesse un fucile e sapesse usarlo. Gli uomini controllarono attentamente sotto il vecchio ponte di pietra, nelle cantine di ogni casa e nei luoghi dove la presenza di cibo avrebbe potuto attirare il maledetto animale.
Infine, il caso portò l’esercito improvvisato nel cuore della foresta.
Gli alberi spogli e artigliati giganteggiavano con la loro nudità su una radura bruna e irta di cardi violacei, puntuti come falangi oplitiche. Al centro della radura, seduta su un macigno antico e muscoso, Nora sorrideva beata, mentre con una mano accarezzava il folto pelo di un mansueto lupo grigio accoccolato ai suoi piedi: i lunghi viaggi nella bruma avevano permesso alla ragazzina di instaurare un legame speciale con gli animali che vivevano nella foresta, sia visibili che invisibili, ed essi accorrevano a darle il benvenuto quando, dopo tanti giorni di assenza, lei tornava a passeggiare sotto l’ombra delle querce e degli aceri sanguigni.
Samuel gridò orripilato di fronte a quella visione e giurò che il lupo era proprio la bestia infernale che l’aveva terrorizzato qualche sera prima.
«Abominio!» gridarono all’unisono gli abitanti, sbavando e ringhiando dalla rabbia.
Se solo si fossero presi del tempo per riflettere seriamente, si sarebbero resi conto che il lupo non poteva essere il colpevole del misfatto, dal momento che non era stata trovata nessuna impronta di animale sulla neve che circondava le case dei bambini scomparsi. E se avessero riflettuto con ancora un po’ più di attenzione, alcuni di loro si sarebbero di certo ricordati di aver visto il sindaco che bighellonava attorno alla casa di Bartolomeus e a quelle di Leonora e Jacob. Ma Thomas era un uomo garbato ed irreprensibile e perciò insospettabile.
Esaltato dalle voci dei suoi sostenitori, il sindaco puntò rapido il fucile sul lupo, mirando alla testa; il colpo fece stramazzare l’animale in un guaito di dolore quasi umano e il sangue schizzò l’erba grigia e il candido vestito di Nora. Quest’ultima venne trascinata con forza fino al centro del villaggio, tra le grida e il furore degli uomini, convinti di aver ucciso il mostro e catturato la sua malefica aizzatrice.
Quando il drappello raggiunse la piazzetta centrale, gli abitanti, usciti dalla case in vestaglia pur di non perdersi lo spettacolo, inveirono rabbiosi contro quella ragazzina spaurita e confusa, gridandole che era una strega e che il suo destino era quello di bruciare all’inferno. E proprio il fuoco venne scelto per mondare i peccati di quella serva del male. Al centro della piazza venne eretto un palo alto quanto le case, attorno al quale vennero accatastati ciocchi di legno, foglie e sterpaglie secche. Nora venne legata strettamente all’asta e il sindaco appiccò il fuoco; la mano di Thomas era ferma e non provava rimorso, né pietà: insieme alla bambina avrebbe bruciato ogni indizio sulla sua colpevolezza. Nessuno si mosse o protestò. Quella ragazzina se l’era andata a cercare: quando si è troppo diversi si fa presto a finire nei guai!
Soffocata dal fumo e torturata dal calore accecante delle fiamme, fu solo allora che Nora capì le parole di suo nonno: non doveva temere la nebbia che calava dalle alte montagne, ma solo quella che si nascondeva nel cuore degli uomini.

Pioggia – riflessioni

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Stamattina mi sono svegliato presto e ho ascoltato la pioggia tamburellare sulle finestre della mia camera. Adoro la pioggia, mi mette un forte senso di tranquillità. Alcuni studiosi sostengono che si tratti di un ricordo ancestrale, di un retaggio del passato: quando ancora eravamo degli scimmioni, asserragliati dentro una grotta, sentire l’acqua cadere dal cielo era il massimo, perché significava che tutto era a posto e che il giorno dopo avremmo trovato acqua da bere e una natura rigogliosa, verde e abbondante. Insomma, la vita.
Per me non è poi così diverso: quando sento la pioggia mi viene da pensare che la terra, nonostante tutte le guerre e i soprusi che ci facciamo l’un l’altro, continuerà sempre a girare, placida, immensa, senza nessun odio ad alimentarla. Forse, dopotutto, non sono tanto diverso da una scimmia XD

Presentazione “Il faro di Blackdale” – VENEZIA

Ed ecco a voi il secondo appuntamento con “Il faro di Blackdale”. Si terrà a Venezia, nella libreria Studium, il giorno 23 giugno alle 17.30 🙂 Un’altra splendida occasione per parlare del magico mondo di Blackdale e di quanto la creatività sia fondamentale per comunicare, conoscere, confrontarsi.
Vi ricordo che per qualsiasi informazione potete visitare la pagina ufficiale di Facebook e il sito della casa editrice, Onda d’Urto Edizioni 🙂

Per concludere, ecco a voi il link all’evento su Facebook e, più sotto, la locandina relativa, con tutte le informazioni utili😉 Grazie e a presto!

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Film consigliati – Lo chiamavano Jeeg Robot

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Mi scuso per il lungo periodo di assenza ma, come saprete già, sono stato impegnato ad organizzare la mia prima presentazione de “Il faro di Blackdale“. Come se non bastasse, si stanno avvicinando l’ultimo esame universitario (l’ultimo davvero!) e la discussione della tesi. Per fortuna un po’ di tempo l’ho trovato, ed infatti eccomi qui, tutto per voi 😉
In attesa di pubblicare altro materiale riguardante la prossima presentazione del libro, ho pensato di festeggiare il mio ritorno sul blog parlando di un film, di un Signor Film: Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

Sicuramente arrivo un po’ in ritardo (il film è uscito al cinema da un’eternità) ma parlare di buon cinema non passa mai di moda. Perché “Lo chiamavano Jeeg Robot” è, senza dubbio, un esempio di buon cinema, ed è ancora più buono visto che, di fatto, ha dato linfa vitale al cinema di genere, ossia quel cinema popolare che in Italia ha sempre fatto fatica ad ingranare, vuoi un po’ perché snobbato dai produttori, vuoi perché ignorato dal “popolo” stesso, convinto che solo gli “Ammericani” possano misurarsi con storie forti condite di azioni ed effetti speciali. Ah, che errore madornale!

TRAMA
Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladro sociopatico, che vive di furtarelli nella periferia di Roma. Un giorno, fuggendo dai poliziotti, è costretto a tuffarsi nel Tevere e, sorpresa delle sorprese, va a finire proprio dentro un fusto di materiale radioattivo. Come nella migliore tradizione supereroistica americana (non mancanza di idee, ma citazionismo), Enzo acquisisce una forza sovrumana e una grande resistenza: può saltare dai palazzi, guarire velocemente e…strappare bancomat a mani nude. Già. Perché Enzo, da bravo ladruncolo incallito qual è, sfrutta i suoi nuovi poteri per organizzare colpi perfetti e svignarsela senza grane. Poi, però, il nostro anti-eroe conosce Alessia, la sua vicina di casa: una ragazza un po’ matta che tuttavia, a differenza del nostro rapinatore imbolsito, ci vede benissimo.
“Salvali, tu che puoi” dirà la ragazza, in un momento strappalacrime del film, convincendo Enzo a superare il proprio egoismo e a diventare un eroe vero e proprio, degno di paragonarsi al grande Jeeg Robot d’Acciaio degli anime giapponesi! Ma ogni eroe che si rispetti ha anche un super-cattivo e in questo senso il regista e gli sceneggiatori ci hanno dato dentro: Lo Zingaro, interpretato da un eccezionale Luca Marinelli, è una specie di Joker de noantri, un criminale di bassa lega, il cui sogno è quello di ottenere milioni di visualizzazioni su Youtube e per farlo è disposto ad ammazzare e seminare il terrore, riprendendo tutto con il suo smartphone.

COMMENTO
Mentre guardavo il film mi sono commosso.
“Che novità, Alvise! sappiamo tutti che hai il cuore tenero!”
È vero, però non mi commuovo mai a caso. E anche qui avevo le mie ragioni. Per prima cosa il film è girato benissimo, sia nelle scene d’azione che nei momenti più riflessivi. E senza dubbio, rispetto al classico supereroe americano vola-sparalaser-pesta, “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un film più intimista, che fa della crescita del protagonista il vero soggetto del film, non solo un ingrediente per dare spessore a quello che altrimenti sarebbe solo un tizio col mantello afflitto da super-problemi in super-CGI.

Seconda cosa, i personaggi: hanno una profondità che i film di genere normalmente si sognano. Ognuno ha il proprio scopo, le proprie aspirazioni. Sogni reali, tangibili, che potrebbero essere i nostri, nel bene e nel male. Non personaggi piatti, dunque, ma realistici, tridimensionali, segno che tutto, in questo film, è stato ben calibrato, a partire dalla sceneggiatura fino ad arrivare al casting.

Terza e ultima cosa: le sensazioni. Si respira “italianità” fin dal primo fotogramma e non è certamente una nota negativa, anzi. Penso di aver atteso un film del genere per tutta la vita. È molto più che un film su un supereroe: è il simbolo dell’Italia giovane che si rialza dopo anni e anni di silenzio, che riesce a trovare il proprio spazio rubandolo ai registi parrucconi che se ne stavano lì a raccontare le solite storie sterili da salotto. Il simbolo dell’Italia che prende esempio dagli altri paesi (gli Stati Uniti e il Giappone, in questo caso), ma lo fa secondo le sue regole, senza per questo doversene vergognare.
Perciò, grazie. Grazie a Mainetti, Santamaria e Marinelli. Un grosso applauso a questi supereroi del cinema, che hanno dato una scossa ad una realtà che se ne stava ferma da fin troppo tempo.

E voi l’avete visto il film? Avete avuto le stesse impressioni? Commentate a più non posso! 😉