Film consigliati – Lo chiamavano Jeeg Robot

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Mi scuso per il lungo periodo di assenza ma, come saprete già, sono stato impegnato ad organizzare la mia prima presentazione de “Il faro di Blackdale“. Come se non bastasse, si stanno avvicinando l’ultimo esame universitario (l’ultimo davvero!) e la discussione della tesi. Per fortuna un po’ di tempo l’ho trovato, ed infatti eccomi qui, tutto per voi 😉
In attesa di pubblicare altro materiale riguardante la prossima presentazione del libro, ho pensato di festeggiare il mio ritorno sul blog parlando di un film, di un Signor Film: Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

Sicuramente arrivo un po’ in ritardo (il film è uscito al cinema da un’eternità) ma parlare di buon cinema non passa mai di moda. Perché “Lo chiamavano Jeeg Robot” è, senza dubbio, un esempio di buon cinema, ed è ancora più buono visto che, di fatto, ha dato linfa vitale al cinema di genere, ossia quel cinema popolare che in Italia ha sempre fatto fatica ad ingranare, vuoi un po’ perché snobbato dai produttori, vuoi perché ignorato dal “popolo” stesso, convinto che solo gli “Ammericani” possano misurarsi con storie forti condite di azioni ed effetti speciali. Ah, che errore madornale!

TRAMA
Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladro sociopatico, che vive di furtarelli nella periferia di Roma. Un giorno, fuggendo dai poliziotti, è costretto a tuffarsi nel Tevere e, sorpresa delle sorprese, va a finire proprio dentro un fusto di materiale radioattivo. Come nella migliore tradizione supereroistica americana (non mancanza di idee, ma citazionismo), Enzo acquisisce una forza sovrumana e una grande resistenza: può saltare dai palazzi, guarire velocemente e…strappare bancomat a mani nude. Già. Perché Enzo, da bravo ladruncolo incallito qual è, sfrutta i suoi nuovi poteri per organizzare colpi perfetti e svignarsela senza grane. Poi, però, il nostro anti-eroe conosce Alessia, la sua vicina di casa: una ragazza un po’ matta che tuttavia, a differenza del nostro rapinatore imbolsito, ci vede benissimo.
“Salvali, tu che puoi” dirà la ragazza, in un momento strappalacrime del film, convincendo Enzo a superare il proprio egoismo e a diventare un eroe vero e proprio, degno di paragonarsi al grande Jeeg Robot d’Acciaio degli anime giapponesi! Ma ogni eroe che si rispetti ha anche un super-cattivo e in questo senso il regista e gli sceneggiatori ci hanno dato dentro: Lo Zingaro, interpretato da un eccezionale Luca Marinelli, è una specie di Joker de noantri, un criminale di bassa lega, il cui sogno è quello di ottenere milioni di visualizzazioni su Youtube e per farlo è disposto ad ammazzare e seminare il terrore, riprendendo tutto con il suo smartphone.

COMMENTO
Mentre guardavo il film mi sono commosso.
“Che novità, Alvise! sappiamo tutti che hai il cuore tenero!”
È vero, però non mi commuovo mai a caso. E anche qui avevo le mie ragioni. Per prima cosa il film è girato benissimo, sia nelle scene d’azione che nei momenti più riflessivi. E senza dubbio, rispetto al classico supereroe americano vola-sparalaser-pesta, “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un film più intimista, che fa della crescita del protagonista il vero soggetto del film, non solo un ingrediente per dare spessore a quello che altrimenti sarebbe solo un tizio col mantello afflitto da super-problemi in super-CGI.

Seconda cosa, i personaggi: hanno una profondità che i film di genere normalmente si sognano. Ognuno ha il proprio scopo, le proprie aspirazioni. Sogni reali, tangibili, che potrebbero essere i nostri, nel bene e nel male. Non personaggi piatti, dunque, ma realistici, tridimensionali, segno che tutto, in questo film, è stato ben calibrato, a partire dalla sceneggiatura fino ad arrivare al casting.

Terza e ultima cosa: le sensazioni. Si respira “italianità” fin dal primo fotogramma e non è certamente una nota negativa, anzi. Penso di aver atteso un film del genere per tutta la vita. È molto più che un film su un supereroe: è il simbolo dell’Italia giovane che si rialza dopo anni e anni di silenzio, che riesce a trovare il proprio spazio rubandolo ai registi parrucconi che se ne stavano lì a raccontare le solite storie sterili da salotto. Il simbolo dell’Italia che prende esempio dagli altri paesi (gli Stati Uniti e il Giappone, in questo caso), ma lo fa secondo le sue regole, senza per questo doversene vergognare.
Perciò, grazie. Grazie a Mainetti, Santamaria e Marinelli. Un grosso applauso a questi supereroi del cinema, che hanno dato una scossa ad una realtà che se ne stava ferma da fin troppo tempo.

E voi l’avete visto il film? Avete avuto le stesse impressioni? Commentate a più non posso! 😉

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