Metropoli

Ultimamente mi sono scolato un thriller dopo l’altro (oltre a qualche buon giallo) e mi è venuta voglia di scrivere di un killer pazzo che se ne va in giro per la città ad ammazzare gente a caso (lasciate anche a me qualche breve momento di follia, ve ne prego). Un racconto rapido, psicologico, cupo e angoscioso quanto basta. Angoscioso a parer mio eh, poi magari a voi strapperà un sorriso di compatimento. Se vi farà ridere, però, significherà che anche voi avete qualche rotella fuori posto. Proprio come il mio killer della Metropoli.
Chi ama Roman Polanski potrebbe riconoscere nel protagonista, misantropo e sessuofobico, il personaggio di Carol di Repulsione (1965). A voi.

Metropoli – 20lines – prossimamente

metropoli

Lontano dal paradiso, nel cuore avvizzito della Metropoli, affondo il mio sguardo lungo le vie popolate di ombre. Appoggiate al muro, le silhouette di uomini piegati in due dall’alcool meditano, come in attesa di un segno dal cielo. Alzo lo sguardo. È così buio che è come se il cielo se lo fossero fottuto, il che mi strappa una risata spenta. Una delle ombre ripete il mio verso
Yak-yak-yak
poi, chinata la testa, torna a dormire il sonno dei pazzi.
Come sono arrivato fin qui? Non lo ricordo, ma non me ne preoccupo. So che ero uscito con uno scopo preciso in mente, ma il mio intento è evaporato come il vino da discount che macchia i marciapiedi, portando alle mie narici l’olezzo infimo dell’acido acetico. Poco importa. Questo è l’unico posto dove dovrei e vorrei essere.

Ora ricordo: dovevo vedermi con qualcuno. Uno studente senza nome incontrato lungo i corridoi dell’università di filosofia. Ci avevo parlato una volta (quando? Ore, giorni o mesi fa?) e mi aveva preso in simpatia, benché gli avessi risposto in modo piatto, solo per conservare un minimo di apparenza. Ho scoperto che se mostro il mio vero io, sia pure per un millesimo di secondo, la gente inorridisce e scappa via. Perché si comportano così con me? Anche io li trovo orribili, ma il solo vederli mi riempie gli occhi di risate. Il mondo, amici miei, ha un’ironia caustica.
“Come ti va la vita?” mi aveva chiesto quel ragazzo. Che nome aveva? Un premio in gettoni d’oro a chi se lo ricorda. La mia vita?
La mia vita prosegue lenta, senza quel guizzo di spirito che tiene in vita, illudendoli, molti dei miei coetanei. Sognano grandi futuri, loro; redditi principeschi ed esistenze immortalate sui social network. Non si rendono conto di essere già morti, sin dal primo momento in cui, strappati dall’utero della loro madre, hanno riempito di aria rancida i loro polmoni. L’aria viziata della Metropoli.
“Dai, vieni alla festa della facoltà!”
“Quando?”
“Sabato questo. Parleremo di Kant, di Heidegger o Nietzsche. Oppure di letteratura, se vuoi chessò di Nabokov o Proust o di Stieg Larsson se ti piacciono i thriller. E poi ci sono le ragazze. E la bamba. Non dirmi che mancherai, eh!”
“Non mancherò, puoi scommetterci…”
Avevo mentito. Col cazzo che ci sarei andato a quella stupida festa. E poi, anche se avessi cambiato idea, non ricordavo né l’ora né il luogo dell’incontro. Faccio fatica a ricordarmi le cose, l’ho sempre fatto. Il mio medico dice che è uno dei sintomi del mio squilibrio mentale, ma io non ci credo. Mi sento l’uomo più sano della terra. È solo che il mondo non offre mai un motivo valido per essere ricordato.

Al diavolo la festa di facoltà! Preferisco perdermi nella Metropoli. Eccomi dunque, nei sobborghi più infimi della città. Se la Metropoli avesse un corpo, al posto di questi neri palazzi di cemento, folli progetti di architetti senz’anima, ora mi troverei nella sua vulva, intrappolato nelle miasmiche cavità da cui siamo nati tutti; intrappolato dalle seducenti e malate secrezioni che stillano da questi muri invasi da graffiti; li tocco con le mani: sono scritte senza ambizione né scopo, se non quello di restare appiccicate a qualcosa. Come le nostre vite.

Ecco, lo sento. Come un trillo, lo spostamento impercettibile, eppure violento, dell’ago di una bussola, solo che è incistata da qualche parte nella mia testa. Mi mostra la direzione. Destra o sinistra? Destra, mi dice l’ago, ruotando così forte da scaricarmi un fascio di dolore dalla mente fin giù, fino ai piedi. Scuoto la testa e una morsa di paura mi azzanna la fronte. All’improvviso non riesco a ricordare nemmeno come sono arrivato fino a qui, ma tanto la bussola continua a guidarmi, incredibilmente e dolorosamente appuntita. Mi fido di lei e la paura passa.

Giro l’angolo (mi trovo in una lunga via di negozi vuoti, costretti a chiudere i battenti per via della crisi. Le vetrine sono insaponate per non far vedere i topi che stanno banchettando con i resti di kebab e di falafel. Ovunque cartelli che promettono affitti a prezzi concorrenziali) e mi si presenta un curioso siparietto: un uomo, nudo dalla cintola in giù, che si abbraccia ad una donna, completamente nuda tranne che per un paio di stivali alti fino a metà coscia. Si baciano e si toccano, sbattendosi contro i muri del quartiere. Non so perché ma quella scena mi disgusta, mi appoggio allo stipite di un portone e vomito. Loro mi vedono, si scollano e l’uomo, nel pieno del suo trionfo di testosterone, mi apostrofa con un “coglione, che cazzo guardi!”
Mi avvicino, lentamente, con l’ago della bussola che è immobile, rizzato verso quel gradasso. Oh, adesso capisco bene cosa ci sono venuto a fare, qui nella vulva della Metropoli.
La donna e l’uomo si affiancano, come una sconclusionata gang suburbana ma poi, non appena tiro fuori il coltello, i loro visi cambiano: sbiancano, assediati dalla paura.
Mi avvento su di loro, rapido come il mio pensiero. Lei cade subito trafitta al cuore; lui, ripresosi dalla sorpresa, cerca di fermarmi bloccandomi il braccio, ma io sono più forte e lo colpisco tre volte all’addome. Odoro il profumo del sangue, è come se fosse il disinfettante con cui pulire questa umanità perversa.
L’uomo ora è in ginocchio, con le braghe calate e il membro svuotato di ogni virilità; tende verso di me le mani sporche di sangue, sciorinando parole a caso, lodi, bestemmie, rime involontarie.
«Amico caro amico oh maledetto bastardo no no che fai così merda mi fai morire oh vorrei vedere gli occhi di mia madre se avesse saputo non mi avrebbe lasciato andare…»
Trema come un cucciolo, alzando i suoi occhi lucidi nella speranza di dissotterrare, dalla mia mente, una scheggia di razionalità. Si sbaglia, si sbaglia perché è proprio la razionalità ad avermi spinto qui, questa sera, e non la follia. Non sono più folle di chi continua a condurre una vita priva di qualunque senso. Siamo solo ammassi di carne molliccia nati per il capriccio involontario di una fredda esplosione cosmica.
L’uomo sta per soffocare di paura, apre la bocca, emette un singhiozzo attutito dal muco che gli invada le narici. Dolorosamente lo deglutisce rotea gli occhi sbava ancora muco misto a saliva e sangue
Amico caro amico oh maledetto bastardo
dopodiché apre la bocca una seconda volta per sussurrare una vana supplica.
«Ti prego, ho moglie e figli che mi aspettano a casa! Sii misericordioso.»
«Ma come, amico mio – rispondo, mentre una lacrima opaca scende lungo la mia guancia sinistra – non ti rendi conto di quanto io lo sia?»
E il mio coltello colpisce. L’uomo strilla come un suino sgozzato appeso per la coppa al gancio del macellaio. È un urlo stanco, quasi si perde per le vie buie di quella giungla suburbana. Poi scende di nuovo il silenzio.
Il silenzio rumoroso della Metropoli.

Annunci

Akira e Tiko

Questa breve storia partecipa al contest estivo indetto dal Circolo Letterario Raynor’s Hall. Queste le principali regole del concorso:

  • Il racconto non dovrà superare le 4mila parole.
  • Il racconto dovrà essere di genere FANTASTICO e dovrà contenere elementi sovrannaturali (favole, fantasy, gotici, horror, future fantasy…)
  • UN testo a persona, se non verrà considerato non attinente al tema, avrete tempo per scriverne un altro.
  • Il testo, stavolta, deve essere INEDITO, quindi creato apposta o comunque non postato prima.

Akira e Tiko – 20lines

akira e...

All’alba dei tempi, in una terra di grandi savane, di grandi montagne e grandi laghi, un bambino e un giovane leone bianco si incontrarono nei pressi di una pozza d’acqua torbida. Il piccolo uomo, che era uscito per la sua prima battuta di caccia, stringeva fra le mani una lancia che, in altezza, lo superava di due cubiti. Il leone, che doveva ancora dimenticare il sapore dolce del latte di sua madre, aveva artigli e denti taglienti come spade.
L’uomo e il leone si fissarono a lungo, senza proferir parola. Entrambi erano stati educati a temersi e odiarsi. Nelle grandi sale di pietra giù al villaggio del Sole, gli uomini aveva dipinto il loro grande odio per i leoni con la bile nera dei grandi serpenti. Fra i grandi alberi della grande savana, i leoni riservavano all’argomento uomini i loro ruggiti più bellicosi.
L’uomo e il leone continuavano a fissarsi, ma il sole era caldo e il richiamo dell’acqua troppo invitante. Così, rinfoderati gli artigli e lasciata cadere la lancia, si avvicinarono alla pozza e iniziarono a bere.
«Come ti chiami?» chiese il ragazzo, asciugandosi la bocca con il palmo.
«Tiko.» ruggì piano il leone.
«Akira.» ribatté il giovane, toccandosi il petto con la mano, in segno di rispetto verso il suo nemico. Detto questo, voltarono le spalle e proseguirono. Si incontrarono per altre tre volte alla fonte, nel corso delle loro vite, e tutte e tre le volte si comportarono in quel modo, senza provare nessuna voglia di ammazzarsi.
Ma venne la guerra, e uomini e leoni dovettero fronteggiarsi in campo aperto, senza che nessuno di loro sapesse bene il perché. Avevano sete di morte e a spingerli era quella cieca forza irrazionale che alcuni, ancora adesso, chiamano istinto. Gli dèi, che avevano occhi di cielo e cuori di alabastro, l’avrebbero chiamata paura.

Gli schieramenti, sbavanti di rabbia, con occhi, bocche e code che smaniavano, si scontrarono alle prime luci dell’alba, sotto il vento fetido di un temporale fuori stagione. Il cielo color ossidiana era mutevole come il cuore degli uomini. Il segnale della battaglia fu dato da un fulmine bianco, che cadde sopra un’acacia, tagliandola a metà e sprizzando ovunque scintille che parevano anime dannate; il fuoco illuminò i volti e i musi dei soldati, accendendo i loro occhi immobili di un cupo riflesso vermiglio. Con un grido, gli eserciti si corsero incontro e, assordati dal vento che serpeggiava fra loro, cozzarono l’uno contro l’altro. Ruggiti e grida bellicose si mescolarono in una cacofonia terribile, un epinicio proveniente dalle più remote ombre dell’Aldilà.
Akira e Tiko si notarono da lontano, riconoscendosi come avrebbero fatto due amici che si fossero incontrati dopo anni di silenzio. Anche in quell’occasione, nell’umidità della pioggia e del sangue che bagnava la savana, quello che provarono non fu la voglia di uccidersi ma solo un fraterno compatimento. Ma avevano fatto un voto di appartenenza alle rispettive tribù e non poterono far altro che corrersi incontro, ognuno con le proprie armi sguainate: una lunga lancia d’osso e artigli e denti affilati come spade.

Al termine della battaglia, furono ritrovati insieme, chiusi in un abbraccio mortale, resi simili dal colore rosso del sangue che li ricopriva come il manto di un re. Sembravano morti in pace, ma chi avrebbe potuto giurarlo?
Durante la tregua decisa per seppellire i morti, gli sciamani degli uomini e quelli dei leoni si consultarono, incapaci di decifrare quel segno. I due nemici erano morti odiandosi o amandosi? Senza quella risposta, nessuno avrebbe osato spostare i corpi per bruciarli o tumularli, perché diversi erano i riti funebri per le nemesi o per i fratelli che trovavano la morte assieme. Fu così che i corpi di Akira e Tiko vennero lasciati all’inclemenza del vento perché fossero gli altri animali a decidere della loro sorte. Ma né gli avvoltoi né le iene seppero darsi una risposta e nemmeno loro trovarono il coraggio di toccare le spoglie.
Allora Wulè, il sommo creatore di tutte le cose, mosso a pietà per la sorte di quei valorosi guerrieri, prese con le sue mani di vetro i due corpi e ne adornò le volte del cielo.

E ancora oggi, la costellazione dell’uomo e quella del leone bianco si fronteggiano, e neppure i più saggi sanno dire se il loro sia un atteggiamento di sfida o di amicizia.

Che lettore sei?

chelettoresei

Come state trascorrendo le vacanze? Io, tra una cosa e l’altra, sono tre anni che non faccio un viaggio come si deve, ma non me ne preoccupo: per fortuna ho i miei libri con me (e non devo neppure fare il check-in). Un giorno, quando avrò il portafogli più gonfio, partirò per le Bahamas e non tornerò più. Scherzo. Tra l’altro preferisco la montagna.

Visto che ultimamente mi sono sparato quattro libri in una settimana (tutti gialli e thriller con omicidi, malati di mente e incubi notturni), mi sono posto una domanda esistenziale, una di quelle serie: “che tipo di lettore sono?” E visto che non avevo una risposta pronta, ho ritenuto opportuno creare un post in cui elencare le specie più diffuse di lettore, nella speranza di individuare più facilmente la mia XD
Ecco IMHO i tipi più comuni di lettore. E voi a quale categoria appartenete? 😉

  • Il vecchio: il lettore “vecchio” non è necessariamente un ultracentenario, anzi. Solitamente è un adolescente o un ventenne che trova più affascinante la letteratura dei secoli precedenti piuttosto che quella a lui contemporanea. Schifa i bestseller del momento, accusandoli di aver cresciuto una generazione di imbecilli e vive costantemente proiettato nel passato. Se gli frugate nella borsa troverete Italo Svevo, Dumas (padre e figlio), Victor Hugo, Giacomo Leopardi, Dante Alighieri, Giulio Cesare, L’indovinello Veronese, Alessandro Manzoni ed Emily Brontë. Insomma, i suoi interessi vanno dalla nascita della letteratura babilonese alla metà del Novecento. Parlategli di “Cinquanta sfumature di grigio” o di “Twilight” e vi vomiterà sulle scarpe. Per certi versi ha ragione, ma non necessariamente un libro contemporaneo è spazzatura. Se fai parte di questa categoria, cerca di superare i tuoi limiti e acquistare un libro moderno (magari di qualche scrittore non osannato). Ne rimarrai sorpreso.
  • Il monogamo: il monogamo è uno dei tipi di lettore più comune. Sposato ad un solo genere, il solo pensiero di avventurarsi in un territorio sconosciuto gli dà i brividi e il raffreddore da fieno. Di solito è un appassionato di fantasy e horror. Consigliategli di leggere un giallo, oppure un romanzo d’amore o un drammatico o un’autobiografia o un romanzo-inchiesta. Vi guarderà come se foste pazzi. Se appartieni a questa categoria, sforzati di provare cose nuove. È come con la cucina: se mangi solo dolci, prima o poi ti verrà il diabete!
  • L’occasionale: È il contrario del “vecchio”. Quando legge (e non lo fa spesso) si lascia abbindolare da belle copertine e dai nomi roboanti degli scrittori più cool del momento. Un classico non l’ha mai aperto in vita sua e non contempla che il segreto per essere un bravo lettore sia conoscere le basi della letteratura. Se fai parte di questa categoria, cerca di andare “indietro nel tempo”. I libri vecchi non sono muffa. Misurarti coi grandi maestri del passato, ti permetterà di analizzare meglio i libri contemporanei, dandoti gli strumenti critici per capire se quello che stai leggendo è un libro che vale o spazzatura. E non lasciarti ingannare dalle diciture “il caso editoriale dell’anno”, “vincitore del premio Sbarbatelli 2012” oppure dallo slogan “un successo da venti milioni di miliardi di copie vendute solo in Egitto”: è tutto marketing di bassa lega.
  • L’ultra-fanboy: è il lettore che conosce a menadito le opere del suo autore preferito. È un miscuglio tra lettore “occasionale” e “monogamo” solo che l’ammirazione per un libro o per un saga letteraria raggiungono, nella sua mente, livelli preoccupanti, creando una sorte di sindrome ossessiva compulsiva. L'”ultra-fanboy” vive costantemente nell’ombra del suo libro preferito; crede che i personaggi letterari siano vivi e che un giorno potrà incontrarli; si fa fotomontaggi accanto a (Isa)Bella Swan o Frodo Baggins; immagina storie d’amore impossibili (e insensate) tra Draco Malfoy e Ronald Weasley; stalkera i suoi autori preferiti, chiedendo loro di sposarli e li pedina da Starbucks. Se gli si fa una critica (magari sensata e costruttiva) sul libro dei loro sogni, si metteranno a piangere o, nella peggiore delle ipotesi, vi asfalteranno con una falciatrice (in stile  Annie Wilkes di Misery) Se fate parte di questa categoria prestate attenzione: la letteratura è un viaggio di andata ma anche di ritorno. Cercate di essere più obiettivi.
  • Il macinatore: è il lettore forte, l’eccezione alle prospettive catastrofiche del mondo della lettura. Mentre sempre meno gente legge (e compra) libri, “Il macinatore” acquista quattro libri al giorno, leggendoli a velocità supersonica. Questo gli fa onore, ma ci sono due effetti collaterali e altrettanti rischi: che i libri, alla fine, non se li ricordi: leggere troppo in fretta non fa bene, è come mangiare tre teglie di lasagne una dopo l’altra. Secondo effetto collaterale: leggerà così tanto che non avrà tempo per provare altre tipologie di narrazione. Se fai parte di questa categoria, ricordati che una buona storia non viene raccontata solo dai libri, ma anche dai film, dalle serie TV, dai videogame. Prova un po’ di tutto, impara diversi linguaggi e non pensare che tutto ciò che viene mediato da uno schermo a cristalli liquidi sia il male del mondo. Capito??
  • Il non lettore: È come un ateo della letteratura. Se gli chiedete come fa a vivere senza aver mai aperto un libro vi risponderà, spesso stizzito,”ho altre cose importanti da fare?” oppure “Io lavoro, sai?”. In realtà di tempo ne avrebbe è che lasciarsi andare alla fantasia un po’ lo spaventa. Se appartenete a questa categoria non lasciatevi impaurire dalla vastità della lettura: una passo alla volta e scoprirete che perdersi nel vortice delle parole è, molto spesso, ritrovarsi.

Ed ecco la lista dei lettori-tipo. Probabilmente me ne sono dimenticato qualcuno perciò, se ve ne vengono in mente altri, lasciatemi un commento e provvederò a integrare la lista. Uh, a proposito:se mi dite la vostra categoria io vi dirò la mia! 😛

È tempo di giallo – Dieci piccoli indiani

crime

Sapete quando vi prende quella voglia matta di spararvi un genere letterario e allora fate un salto alla libreria e svaligiate l’intero scaffale prendendo a caso tutto quello che vi capita sottomano? Sì? Bene, allora appartenete alla categoria in via d’estinzione del lettore compulsivo, una strana bestia che si aggira, spesso ingobbita per via delle troppe ore passate sui libri, fra gli scaffali delle librerie o delle biblioteche. Se non fate parte di questa specie e ne incontrate uno non perdete tempo a parlarci: ormai avrò perso l’uso della parola e vi risponderà, se siete fortunati, con rapidi e indecifrabili movimenti degli occhi XD

Scherzi a parte, lunedì ho deciso di fare una passeggiata in libreria e, complice una serie di sconti invitanti, mi sono riempito le braccia di gialli e thriller a buon mercato. Oltre a Misery di Stephen King e Il bosco degli orrori (titolo orribile) di J. Rector (un thriller ben scritto ma che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca), mi sono ritrovato fra le mani niente di meno che Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Sì, lo so che dovrei vergognarmi per non averlo letto prima ma, come si dice, meglio tardi che mai.

L’ho divorato in tre ore cronometrate e, arrivato all’ultima pagina, non ho potuto far altro che pensare: la cara zia Agatha era un genio assoluto. Si tratta di uno dei gialli più riusciti di sempre, un classico intramontabile del genere con oltre cento milioni di copie vendute in tutto il mondo. Scritto benissimo, con uno stile misurato e incredibilmente rapido per l’epoca, ti accompagna pagina dopo pagina per poi ammazzarti con il colpo di scena finale. Sul serio: mi sono sentito come se fossi stato un’altra vittima del folle assassino, l’undicesimo indiano finito fra le grinfie di una superba giallista assetata di morte. Perciò, se non lo avete letto, vi consiglio assolutamente di farlo. Per di più raggiunge dei tali picchi di suspense da far invidia a molti scrittori di thriller contemporanei 😉

Una piccola curiosità: Dieci piccoli indiani propone quello che in gergo tecnico si definisce enigma della camera chiusa. Gli omicidi vengono compiuti in un luogo circoscritto, isolato, perciò l’assassino si nasconde per forza dentro la casa, mescolandosi fra le vittime. Ma come ci riesce? È qui che si rivela la grande maestria di Agatha Christie e l’incredibile fucina di idee che era la sua mente 😉

Riflessioni – It Follows: quando si ha paura dell’uomo

“La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto.”
Howard Phillips Lovecraft

Non so quanti di voi abbiano visto “It follows“, recente film horror diretto dal semi-sconosciuto David R. Mitchell. Ecco, diciamo che questo articolo non è una vera e propria recensione, quindi mi rivolgo a chi il film l’ha già gustato, riservando poche righe di riassunto a chi non avesse ancora avuto occasione di vederlo.

In questo film si parla di una terribile maledizione, che si trasmette attraverso i rapporti sessuali: chi ne è affetto, per potersene liberare, non deve fare altro che passarla a qualcun altro. In poche parole, una vera e propria patata bollente da lanciare al primo ebete passato per strada. Pim-pum-pam…zak. E chi s’è visto s’è visto.
Chi contrae questa maledizione si trova ad essere inseguito, costantemente, da una “cosa”, un essere che prende la forma di persone diverse, quasi le potesse indossare come fossero vestiti (sono fantasmi, zombie, demoni? Non lo sapremo mai). Dialogare con questi esseri è impossibile e tutto quello che possono fare i protagonisti è scappare, terrorizzati a morte da qualcosa che non possono capire e di cui non possono ostacolare la macabra avanzata.

Ad avermi colpito, in questo film, è stata proprio la scelta della minaccia principale. Non parliamo di vampiri, di lupi mannari o di maniaci scappati dal manicomio in una giornata di temporale: parliamo di persone, persone qualsiasi, che si accaniscono sul malcapitato di turno senza un motivo apparente.
Non vedete la connessione con ciò che accade quotidianamente? I fatti di cronaca sembrano dare forza al concetto latino di homo homini lupus, espressione che indica la malvagità innata degli uomini, che sono pronti ad azzannarsi l’un l’altro per futili motivi. Le armi che potrebbero fermare tutto questo, la cultura, la conoscenza, la comunicazione, si rivelano troppo spesso impotenti, visto che chi uccide è talmente chiuso nel suo credo che è come se avesse perso il dono di parlare o di ragionare. La forza che lo anima è una follia che definire animale non sarebbe giusto: è puramente umana.

Ecco perché, a mio parere, “It follows” è uno dei migliori horror degli ultimi anni: in modo concreto, ha saputo raffigurare nei volti impassibili e terribilmente umani dei suoi mostri la paura che, negli ultimi anni, attanaglia tutti noi. La paura dei nostri simili che poi è, come ci ricorda il Solitario di Providence, la paura dell’ignoto. Perché chi può dire con esattezza cosa si nasconda nel cuore di chi ci passa accanto per la via?

La giornata dell’autore ~ Alvise Brugnolo

Grazie a Laura per avermi dato spazio sul suo fantastico blog! 🙂

Racconti dal passato

Racconti dal passato

Buongiorno a tutti e buon venerdì!

Oggi per me è l’ultimo giorno di lavoro prima della chiusura estiva! Voi quando sarete in ferie? Avete già scelto le letture estive?

Oggi vi presento Alvise Brugnolo, fermatevi a dare uno sguardo magari potrebbe interessarvi!

Ecco cosa ci racconta di sé

Mi chiamo Alvise Brugnolo e sono nato a Venezia. Sì, proprio in centro a Venezia, fra ponti, canali e Bed & Breakfast abusivi. Da poco ho conseguito la laurea magistrale in editoria e giornalismo all’università di Verona e sto cercando di farmi strada all’interno delle agenzie di comunicazione e pubblicità in qualità di copywriter. Raccontare, insomma, è il mio chiodo fisso e se potessi farne un lavoro vero e proprio sarebbe il coronamento di un sogno.

ALVISE-BRUGNOLO-SITOIn realtà la scrittura l’ho scoperta più tardi di quanto ci si potrebbe aspettare, all’incirca quando avevo diciannove anni e stavo seguendo i miei primi corsi di…

View original post 1.481 altre parole

Kauula

Questo racconto partecipa al decimo contest non competitivo del Circolo Letterario Raynor’s Hall. Il tema estratto è Finlandia.

Kauula – 20lines

kauula.jpg

«Dai nonno, raccontaci una storia!»
Ainikki era aggrappata ai braccioli della poltrona con aria avida; i suoi capelli risplendevano come paglia dorata sotto la luce di un pallido raggio di sole invernale.
«Va bene, Ainikki. Hekki, vuoi ascoltare anche tu?»
Hekki, che se ne stava seduto in un angolo a far pigolare il suo Nintendo 3Ds, abbassò lo schermo e si avvicinò controvoglia, alzando le spalle con noncuranza. Il vecchio parve soddisfatto e sorrise debolmente. Gli mancava qualche dente e i suoi occhi erano così azzurri che parevano lacrime di ghiaccio. Sulla fronte aveva un taglio profondo che scendeva giù, rosso, fino alla guancia, incidendogli un poco la palpebra così che sembrava dovesse aprirsi da un momento all’altro, come una strana porta arcuata.
«Siediti qui sulle mie ginocchia, Ainikki. Molto bene. Ora… La nostra storia inizia in un remoto villaggio dell’entroterra, situato dove i monti Salpausselkä si incontrano con i grandi laghi della Finlandia lacustre. Come dici, nipotina mia? Oh, non ricordo più il nome di quel paese. Ma non è importante: non era altro che una manciata di casette di legno abbarbicate su un crinale, in fila come chiocciole su una staccionata. Quando scendeva l’inverno un vento glaciale soffiava tra le case e allora pareva che una voce di donna cantasse una canzone d’amore. In questo villaggio viveva un ragazzo che aveva poco più dell’età di Heikki e pian piano stava diventando un uomo. Non è importante che sappiate il suo nome. A scuola era un vero discolo e l’unica cosa che gli piacesse fare era perdersi per la foresta o camminare sulle rive dei laghi. Un giorno, scappato di casa perché suo padre voleva mandarlo a lavorare come bracciante, se ne andò sulle rive di uno specchio d’acqua. E fu lì che la vide.»
«Che cosa, nonno?»
«Una volpe bianca, messa all’angolo da un feroce cinghiale. Era ferita. Il suo pelo candido si faceva ogni istante più rosso. Ancora un po’ e sarebbe caduta vittima del suo predatore.»
«Oh, no! E il ragazzo cosa fece?» domandò Ainikki, portandosi una manina alla bocca.
«Fece quello che il suo cuore gli suggerì. Combatté contro il cinghiale, con la sola forza delle sue mani giovani e forti. Fu una battaglia cruenta ma alla fine il ragazzo ebbe la meglio, solo che fu ferito dalla zanna dell’animale, che gli lasciò una profonda ferita sopra la faccia.»
«Oh, nonno! Ma allora eri tu!»
«Come dici, nipotina mia?»
«La ferita che hai sull’occhio. Fu il cinghiale a procurartela!»
Il vecchio, che si chiamava Timo, scoppiò a ridere.
«Se è quello che credi, allora è così Ainikki. Quel ragazzo ero io.»
Hekki scosse la testa e sbuffò rabbiosamente. La bambina lo fulminò con lo sguardo.
«E poi, nonno? Che accadde?»
«Accadde che la volpe emise un verso prolungato, come un canto. Allora si sollevò un vento fortissimo che alzò i fiocchi di neve da terra, facendoli danzare in circolo. Ne fui accecato e quando riaprii gli occhi vidi che, al posto del piccolo animale, c’era una donna bellissima, dalla carnagione pallida e delicata. Aveva i capelli d’oro. Brillavano come i gioielli di una regina.»
«Sì, come no.» borbottò amaro Hekki.
«Era una ninfa?» chiese Ainikki, ignorando il fratello.
«Sì lo era. Mi avvicinai tremante e, strappatomi un brandello dalla giacca, le curai le ferite. Lei mi sorrise. Da quell’istante, seppi che sarei appartenuto a lei per sempre. E non serviva parlare, oh no. Ci capivamo semplicemente guardandoci. Tornai molte volte da lei, nel corso degli anni, e ogni volta che ci guardavamo negli occhi mi pareva di comprendere un po’ di più della mia terra e del senso della vita. Poi, un giorno, morì, lasciandomi uno dei doni più grandi che si possano immaginare.»
«Che cosa, nonno?»
«Oh, non ve lo posso dire. È un segreto tra me e lei. Ricorderò per sempre l’ultima storia che mi narrò. Mi raccontò come era nata la Finlandia, come la Fata della Natura avesse scolpito la nostra terra, distendendosi su di essa e imprimendo le sue forme sensuali sulle rocce, sulle coste e sui prati, i suoi capelli trasformati in torrenti e ruscelli e alghe di fiume. Sì, bambini miei, questo è il segreto di come è stata creata la nostra terra ed è questo a renderla così speciale!»
Fu allora che Heikki non riuscì a trattenersi e balzò in piedi.
«Balle, nonno! Non esiste nessuna Fata della Natura, e tu lo sai. Perché ci racconti tutte queste sciocchezze?»
Il vecchio Timo ammutolì, stupito, mentre gli occhi di Ainikki si riempirono di lacrime.
«Cosa dici, stupido? Io ci credo alle storie di nonno!»
«Brava oca! Vuoi diventare come lui, che se ne sta solo tutto il giorno in questo buco, senza la TV o il cellulare? A fare da balia a noi quando nostra madre se ne va giù in città a sbattersi qualche cazzone incontrato al bar? Apri gli occhi, Ainikki! Dovrai pur crescere anche tu, un giorno!»
Detto questo si calò il cappello da rapper sugli occhi e si chiuse la porta alla spalle, sbattendola così forte che uno degli scoiattoli impagliati sulla mensola del caminetto si girò un po’ a sinistra come se si stesse guardando attorno con istintiva circospezione. Ainikki tirò su con il naso.
«Oh, nonno. Non capisco perché a volte faccia così…»
«Heikki sta diventando grande, piccola. E come tutti i grandi sceglie quello in cui credere. E tu dovrai rispettarlo sempre, capito? Il mondo in questo momento gli sembra così buio e insensato.»
«Te lo prometto, nonno. Io però ci credo alla tua storia.»
Timo sorrise ma lo fece stancamente, le sue labbra trasformate in una sottile linea affumicata dal sole. Il taglio che gli segnava il volto stillò una piccola goccia rubino, che il vecchio si affrettò ad asciugare con un fazzoletto.
«Tua nonna sarebbe fiera di te, Ainikki. Ma adesso sii paziente e vai a giocare fuori con tuo fratello. Sono stanco e ho bisogno di dormire.»
Non appena la bambina fu uscita, Timo si abbandonò sulla poltrona con un sospiro. Afferrò la catena che portava appesa al collo e la sfilò dalla camicia. Era un ciondolo, uno di quelli che si aprivano in due metà. Timo lo fece scattare e una luce innaturale, come l’apparizione di un angelo, invase improvvisamente la stanza. Dentro al gioiello, protetto da un vetro, c’era un sottile capello dorato.
«Ogni giorno, dolce Kauula, tua nipote diventa sempre più simile a te.» sussurrò Timo.
Detto questo, chiuse gli occhi e si addormentò. Sognò le forme bianche e sinuose della sua Finlandia.