Metropoli

Ultimamente mi sono scolato un thriller dopo l’altro (oltre a qualche buon giallo) e mi è venuta voglia di scrivere di un killer pazzo che se ne va in giro per la città ad ammazzare gente a caso (lasciate anche a me qualche breve momento di follia, ve ne prego). Un racconto rapido, psicologico, cupo e angoscioso quanto basta. Angoscioso a parer mio eh, poi magari a voi strapperà un sorriso di compatimento. Se vi farà ridere, però, significherà che anche voi avete qualche rotella fuori posto. Proprio come il mio killer della Metropoli.
Chi ama Roman Polanski potrebbe riconoscere nel protagonista, misantropo e sessuofobico, il personaggio di Carol di Repulsione (1965). A voi.

Metropoli – 20lines – prossimamente

metropoli

Lontano dal paradiso, nel cuore avvizzito della Metropoli, affondo il mio sguardo lungo le vie popolate di ombre. Appoggiate al muro, le silhouette di uomini piegati in due dall’alcool meditano, come in attesa di un segno dal cielo. Alzo lo sguardo. È così buio che è come se il cielo se lo fossero fottuto, il che mi strappa una risata spenta. Una delle ombre ripete il mio verso
Yak-yak-yak
poi, chinata la testa, torna a dormire il sonno dei pazzi.
Come sono arrivato fin qui? Non lo ricordo, ma non me ne preoccupo. So che ero uscito con uno scopo preciso in mente, ma il mio intento è evaporato come il vino da discount che macchia i marciapiedi, portando alle mie narici l’olezzo infimo dell’acido acetico. Poco importa. Questo è l’unico posto dove dovrei e vorrei essere.

Ora ricordo: dovevo vedermi con qualcuno. Uno studente senza nome incontrato lungo i corridoi dell’università di filosofia. Ci avevo parlato una volta (quando? Ore, giorni o mesi fa?) e mi aveva preso in simpatia, benché gli avessi risposto in modo piatto, solo per conservare un minimo di apparenza. Ho scoperto che se mostro il mio vero io, sia pure per un millesimo di secondo, la gente inorridisce e scappa via. Perché si comportano così con me? Anche io li trovo orribili, ma il solo vederli mi riempie gli occhi di risate. Il mondo, amici miei, ha un’ironia caustica.
“Come ti va la vita?” mi aveva chiesto quel ragazzo. Che nome aveva? Un premio in gettoni d’oro a chi se lo ricorda. La mia vita?
La mia vita prosegue lenta, senza quel guizzo di spirito che tiene in vita, illudendoli, molti dei miei coetanei. Sognano grandi futuri, loro; redditi principeschi ed esistenze immortalate sui social network. Non si rendono conto di essere già morti, sin dal primo momento in cui, strappati dall’utero della loro madre, hanno riempito di aria rancida i loro polmoni. L’aria viziata della Metropoli.
“Dai, vieni alla festa della facoltà!”
“Quando?”
“Sabato questo. Parleremo di Kant, di Heidegger o Nietzsche. Oppure di letteratura, se vuoi chessò di Nabokov o Proust o di Stieg Larsson se ti piacciono i thriller. E poi ci sono le ragazze. E la bamba. Non dirmi che mancherai, eh!”
“Non mancherò, puoi scommetterci…”
Avevo mentito. Col cazzo che ci sarei andato a quella stupida festa. E poi, anche se avessi cambiato idea, non ricordavo né l’ora né il luogo dell’incontro. Faccio fatica a ricordarmi le cose, l’ho sempre fatto. Il mio medico dice che è uno dei sintomi del mio squilibrio mentale, ma io non ci credo. Mi sento l’uomo più sano della terra. È solo che il mondo non offre mai un motivo valido per essere ricordato.

Al diavolo la festa di facoltà! Preferisco perdermi nella Metropoli. Eccomi dunque, nei sobborghi più infimi della città. Se la Metropoli avesse un corpo, al posto di questi neri palazzi di cemento, folli progetti di architetti senz’anima, ora mi troverei nella sua vulva, intrappolato nelle miasmiche cavità da cui siamo nati tutti; intrappolato dalle seducenti e malate secrezioni che stillano da questi muri invasi da graffiti; li tocco con le mani: sono scritte senza ambizione né scopo, se non quello di restare appiccicate a qualcosa. Come le nostre vite.

Ecco, lo sento. Come un trillo, lo spostamento impercettibile, eppure violento, dell’ago di una bussola, solo che è incistata da qualche parte nella mia testa. Mi mostra la direzione. Destra o sinistra? Destra, mi dice l’ago, ruotando così forte da scaricarmi un fascio di dolore dalla mente fin giù, fino ai piedi. Scuoto la testa e una morsa di paura mi azzanna la fronte. All’improvviso non riesco a ricordare nemmeno come sono arrivato fino a qui, ma tanto la bussola continua a guidarmi, incredibilmente e dolorosamente appuntita. Mi fido di lei e la paura passa.

Giro l’angolo (mi trovo in una lunga via di negozi vuoti, costretti a chiudere i battenti per via della crisi. Le vetrine sono insaponate per non far vedere i topi che stanno banchettando con i resti di kebab e di falafel. Ovunque cartelli che promettono affitti a prezzi concorrenziali) e mi si presenta un curioso siparietto: un uomo, nudo dalla cintola in giù, che si abbraccia ad una donna, completamente nuda tranne che per un paio di stivali alti fino a metà coscia. Si baciano e si toccano, sbattendosi contro i muri del quartiere. Non so perché ma quella scena mi disgusta, mi appoggio allo stipite di un portone e vomito. Loro mi vedono, si scollano e l’uomo, nel pieno del suo trionfo di testosterone, mi apostrofa con un “coglione, che cazzo guardi!”
Mi avvicino, lentamente, con l’ago della bussola che è immobile, rizzato verso quel gradasso. Oh, adesso capisco bene cosa ci sono venuto a fare, qui nella vulva della Metropoli.
La donna e l’uomo si affiancano, come una sconclusionata gang suburbana ma poi, non appena tiro fuori il coltello, i loro visi cambiano: sbiancano, assediati dalla paura.
Mi avvento su di loro, rapido come il mio pensiero. Lei cade subito trafitta al cuore; lui, ripresosi dalla sorpresa, cerca di fermarmi bloccandomi il braccio, ma io sono più forte e lo colpisco tre volte all’addome. Odoro il profumo del sangue, è come se fosse il disinfettante con cui pulire questa umanità perversa.
L’uomo ora è in ginocchio, con le braghe calate e il membro svuotato di ogni virilità; tende verso di me le mani sporche di sangue, sciorinando parole a caso, lodi, bestemmie, rime involontarie.
«Amico caro amico oh maledetto bastardo no no che fai così merda mi fai morire oh vorrei vedere gli occhi di mia madre se avesse saputo non mi avrebbe lasciato andare…»
Trema come un cucciolo, alzando i suoi occhi lucidi nella speranza di dissotterrare, dalla mia mente, una scheggia di razionalità. Si sbaglia, si sbaglia perché è proprio la razionalità ad avermi spinto qui, questa sera, e non la follia. Non sono più folle di chi continua a condurre una vita priva di qualunque senso. Siamo solo ammassi di carne molliccia nati per il capriccio involontario di una fredda esplosione cosmica.
L’uomo sta per soffocare di paura, apre la bocca, emette un singhiozzo attutito dal muco che gli invada le narici. Dolorosamente lo deglutisce rotea gli occhi sbava ancora muco misto a saliva e sangue
Amico caro amico oh maledetto bastardo
dopodiché apre la bocca una seconda volta per sussurrare una vana supplica.
«Ti prego, ho moglie e figli che mi aspettano a casa! Sii misericordioso.»
«Ma come, amico mio – rispondo, mentre una lacrima opaca scende lungo la mia guancia sinistra – non ti rendi conto di quanto io lo sia?»
E il mio coltello colpisce. L’uomo strilla come un suino sgozzato appeso per la coppa al gancio del macellaio. È un urlo stanco, quasi si perde per le vie buie di quella giungla suburbana. Poi scende di nuovo il silenzio.
Il silenzio rumoroso della Metropoli.

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