STOP si legge

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Se c’è una cosa che non si può negare è che la nostra società sia diventata una corsa continua. Una specie di maratona sotto il solleone, con ben poche soste per riprendere fiato o bere a canna dalla borraccia. Ho la sensazione di essere sempre sudato, la testa piena di pensieri come gocce salate.

E non dico che sia necessariamente un male. Non dico che ci aspetti un mondo distopico come in Momo, dove tutti, con la scusa di “mettere via il tempo”, finiscono con il buttarsi a capofitto nel lavoro o in attività inutili, imprigionati da una routine color grigio fumo. Dico semplicemente che le cose sono cambiate. Sono arrivati i telefonini, i social network, la scrittura per il web – ottimizzata per il SEO – i messaggi vocali su Whatsapp, i tweet di 140 caratteri. Siamo sempre connessi, sappiamo in tempo reale se in Thailandia un bambino è caduto dentro un pozzo o se un povero pechinese è stato trovato incolume, dopo due settimane, sotto le macerie dell’ennesima casa crollata per via del terremoto.
È come vivere perennemente in un flusso. E in un flusso, si sa, bisogna nuotare continuamente. Sennò si viene portati via dalla corrente e si finisce chissà dove.

Ed è qui che mi viene da pensare al libro.
Sì. In un mondo sempre di corsa, il libro, per me, è una specie di STOP. Sapete, come quel tasto con le due barrette parallele, che se lo premi le immagini della tua serie preferita si congelano e magari la scena più drammatica del mondo ti fa persino ridere, perché le facce degli attori sono rimaste paralizzate in una ridicola smorfia da clown… Ecco, per me il libro è questo, una pausa tanto attesa, fermarsi a lato di un sentiero, appoggiandosi con la mano alla corteccia ruvida di un albero. Assaporare l’odore della carta. Riposare le gambe, godersi il panorama e riscoprire, pian piano, se stessi.
Perché il libro, fino a prova contraria, si legge alla vecchia maniera, mica come sul web: un passetto alla volta, senza notifiche che sbucano dalla parte alta dello schermo, per ricordarti un appuntamento al quale, dopotutto, non c’hai voglia di andare. Con il libro non puoi interrompere la lettura per condividere automaticamente una riga di testo su Facebook né ti puoi fare un selfie o distrarti con un video di soffici gattini bianchi. Sei immobile, tu e nessun altro. E allora sì che inganni il tempo e i cattivi pensieri volano via, come in un sogno incantato.

Per questo rido quando qualcuno mi dice che il libro cartaceo sparirà. Si può forse vivere senza mai dormire né sognare?

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Magnum – bravi bravi in modo assurdo

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Se c’è una band che si meritava di meglio dalla propria carriera beh, questa band sono i Magnum.

Fino a tre mesi fa credevo che “magnum” si riferisse solo ad una linea di gelati, all’espressione di Derek Zoolander e alle celebre serie televisiva poliziesca con Tom Selleck.
Poi, mentre guardavo un live degli Avantasia su youtube, mi è apparso lui: Bob Catley. Dico apparso perché, sotto la luce aurea dei riflettori, con le sue movenze e i suoi gesti misteriosi, sembrava quasi un vecchio e saggio stregone, una specie di Gandalf del rock salito sul palco per mostrare al pubblico che i cantanti, quelli veri, sono come il buon vino. Invecchiando migliorano e, soprattutto, non sanno mai di tappo.
La curiosità mi ha spinto a chiudere la pagina di Youtube (al diavolo gli Avantasia) e a spostarmi su Wikipedia. Dove ho scoperto che il buon Bob Catley, che adesso ha settant’anni suonati, aveva una band. E che questa band, tutt’ora attiva, si chiamava Magnum.

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