Il Minetti di Eros Pagni

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L’artista diventa un vero artista solo quando è completamente pazzo.

Minetti, di Thomas Bernhard

Se c’è un doppiatore che ha segnato la mia infanzia, beh quello è Eros Pagni. Io, cresciuto a pane e Disney, rimanevo a bocca aperta quando sentivo parlare Frollo, il malvagio antagonista de “Il gobbo di Notre Dame”.
«Egli castigherà i perversi e li precipiterà in una voragine di fuoco!» gridava il perfido giudice, aggrappato ad una gargolla ghignante mentre Parigi andava a fuoco.
Brividi.

Quando pochi mesi fa ho visto che proprio Eros Pagni – oltre che doppiatore anche grandissimo attore di teatro – avrebbe recitato a Verona il “Minetti” di T. Bernhard, mi sono fiondato al Teatro Nuovo a prenotare i biglietti. Seconda fila, sulla sinistra. Proprio sotto il palco.
Di che parla il “Minetti”? Boh, tanto c’è Eros Pagni.

Non sono un grande amante del teatro. Preferisco il cinema. Limitato? Questioni di gusti. Amo troppo il montaggio e i movimenti di camera. Però non posso negare che il teatro abbia il suo fascino. C’è come una magia nell’aria, mentre aspetti che il tendone rosso si sollevi, rivelando quello che è nascosto dietro.
E l’emozione, in questo caso, era tripla.
Finalmente, non appena i soliti maleducati ritardatari si siedono, la luce scema, il tendone si apre. Trattengo il respiro.

Nella notte di San Silvestro, mentre in città si festeggia, il vecchio Minetti, ex-attore di teatro, indugia nella hall di un albergo di Ostenda. Aspetta un fantomatico direttore di teatro che lo avrebbe contattato per fargli interpretare, dopo trent’anni di inattività e di esilio, il Re Lear. Con la sua valigia, che contiene il suo unico tesoro – una maschera di Lear realizzata dal pittore e scultore Ensor – Minetti parla con gli ospiti della sua travagliata esistenza, del rapporto tra attore e pubblico, del ruolo dell’arte nella frenetica vita moderna.
Fino al più tragico dei finali.

È un testo molto complesso quello di Bernhard, praticamente un monologo dove il personaggio di Minetti – attore tedesco realmente esistito ma filtrato attraverso la creatività del drammaturgo – riflette su moltissimi temi. C’è il tema dell’arte, che da un lato eleva lo spirito e dall’altro annienta l’uomo. C’è il tema della vecchiaia, che mastica l’uomo e lascia solo le ossa. E c’è la figura tragica dell’attore, che finisce intrappolato nel suo personaggio, ormai diventato un pazzo a cui nessuno dà ascolto. Ma, in fondo, chi dà mai retta agli artisti? E sopra tutto questo la maschera di Ensor, simbolo di una società vuota che non ha più tempo per ascoltare, che non crede più in niente, che gozzoviglia scioccamente mentre gli elementi infuriano e la natura si fa sempre più minacciosa e ostile. Una maschera terrorizzante perché, in un certo senso, è un po’ la faccia che temiamo di vedere quando ci riflettiamo allo specchio.

Eppure, nonostante la complessità dei temi trattati, l’ora e mezza di spettacolo vola via. Perché Eros Pagni è semplicemente perfetto. Ha quasi ottant’anni – mi immagino io a ottant’anni, in un rapporto simbiotico col mio divano – eppure salta, balla, si infuria, strepita, piange. Nella sua voce mille diverse tonalità: l’orgoglio di chi ha scelto l’arte sopra ogni cosa, la nostalgia di una giovinezza ormai perduta, la paura della morte e della malattia, la tristezza per un mondo sempre più frenetico e grottesco. Per un’ora e mezza Eros Pagni smette di essere Eros Pagni e diventa Minetti. C’è obiettivo più alto per un attore?

Cala il sipario, la luce pian piano ritorna, gli applausi piovono. Quasi non mi va di alzarmi.

È stato così emozionante che se avessi potuto me ne sarei rimasto seduto su quelle poltrone rosse, al buio, a riflettere su tutto quanto, per altre tre ore. Ma non si può perché le maschere – non quelle di Ensor – mi fanno cenno di uscire. Mentre esco dall’entrata principale, a braccetto con la mia ragazza, non posso fare a meno di pensare:

– Mi ricorderò per sempre di Erosi Pagni che recita Minetti, che recita il Re Lear. Con la maschera di Ensor.

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