Che lettore sei?

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Come state trascorrendo le vacanze? Io, tra una cosa e l’altra, sono tre anni che non faccio un viaggio come si deve, ma non me ne preoccupo: per fortuna ho i miei libri con me (e non devo neppure fare il check-in). Un giorno, quando avrò il portafogli più gonfio, partirò per le Bahamas e non tornerò più. Scherzo. Tra l’altro preferisco la montagna.

Visto che ultimamente mi sono sparato quattro libri in una settimana (tutti gialli e thriller con omicidi, malati di mente e incubi notturni), mi sono posto una domanda esistenziale, una di quelle serie: “che tipo di lettore sono?” E visto che non avevo una risposta pronta, ho ritenuto opportuno creare un post in cui elencare le specie più diffuse di lettore, nella speranza di individuare più facilmente la mia XD
Ecco IMHO i tipi più comuni di lettore. E voi a quale categoria appartenete? 😉

  • Il vecchio: il lettore “vecchio” non è necessariamente un ultracentenario, anzi. Solitamente è un adolescente o un ventenne che trova più affascinante la letteratura dei secoli precedenti piuttosto che quella a lui contemporanea. Schifa i bestseller del momento, accusandoli di aver cresciuto una generazione di imbecilli e vive costantemente proiettato nel passato. Se gli frugate nella borsa troverete Italo Svevo, Dumas (padre e figlio), Victor Hugo, Giacomo Leopardi, Dante Alighieri, Giulio Cesare, L’indovinello Veronese, Alessandro Manzoni ed Emily Brontë. Insomma, i suoi interessi vanno dalla nascita della letteratura babilonese alla metà del Novecento. Parlategli di “Cinquanta sfumature di grigio” o di “Twilight” e vi vomiterà sulle scarpe. Per certi versi ha ragione, ma non necessariamente un libro contemporaneo è spazzatura. Se fai parte di questa categoria, cerca di superare i tuoi limiti e acquistare un libro moderno (magari di qualche scrittore non osannato). Ne rimarrai sorpreso.
  • Il monogamo: il monogamo è uno dei tipi di lettore più comune. Sposato ad un solo genere, il solo pensiero di avventurarsi in un territorio sconosciuto gli dà i brividi e il raffreddore da fieno. Di solito è un appassionato di fantasy e horror. Consigliategli di leggere un giallo, oppure un romanzo d’amore o un drammatico o un’autobiografia o un romanzo-inchiesta. Vi guarderà come se foste pazzi. Se appartieni a questa categoria, sforzati di provare cose nuove. È come con la cucina: se mangi solo dolci, prima o poi ti verrà il diabete!
  • L’occasionale: È il contrario del “vecchio”. Quando legge (e non lo fa spesso) si lascia abbindolare da belle copertine e dai nomi roboanti degli scrittori più cool del momento. Un classico non l’ha mai aperto in vita sua e non contempla che il segreto per essere un bravo lettore sia conoscere le basi della letteratura. Se fai parte di questa categoria, cerca di andare “indietro nel tempo”. I libri vecchi non sono muffa. Misurarti coi grandi maestri del passato, ti permetterà di analizzare meglio i libri contemporanei, dandoti gli strumenti critici per capire se quello che stai leggendo è un libro che vale o spazzatura. E non lasciarti ingannare dalle diciture “il caso editoriale dell’anno”, “vincitore del premio Sbarbatelli 2012” oppure dallo slogan “un successo da venti milioni di miliardi di copie vendute solo in Egitto”: è tutto marketing di bassa lega.
  • L’ultra-fanboy: è il lettore che conosce a menadito le opere del suo autore preferito. È un miscuglio tra lettore “occasionale” e “monogamo” solo che l’ammirazione per un libro o per un saga letteraria raggiungono, nella sua mente, livelli preoccupanti, creando una sorte di sindrome ossessiva compulsiva. L'”ultra-fanboy” vive costantemente nell’ombra del suo libro preferito; crede che i personaggi letterari siano vivi e che un giorno potrà incontrarli; si fa fotomontaggi accanto a (Isa)Bella Swan o Frodo Baggins; immagina storie d’amore impossibili (e insensate) tra Draco Malfoy e Ronald Weasley; stalkera i suoi autori preferiti, chiedendo loro di sposarli e li pedina da Starbucks. Se gli si fa una critica (magari sensata e costruttiva) sul libro dei loro sogni, si metteranno a piangere o, nella peggiore delle ipotesi, vi asfalteranno con una falciatrice (in stile  Annie Wilkes di Misery) Se fate parte di questa categoria prestate attenzione: la letteratura è un viaggio di andata ma anche di ritorno. Cercate di essere più obiettivi.
  • Il macinatore: è il lettore forte, l’eccezione alle prospettive catastrofiche del mondo della lettura. Mentre sempre meno gente legge (e compra) libri, “Il macinatore” acquista quattro libri al giorno, leggendoli a velocità supersonica. Questo gli fa onore, ma ci sono due effetti collaterali e altrettanti rischi: che i libri, alla fine, non se li ricordi: leggere troppo in fretta non fa bene, è come mangiare tre teglie di lasagne una dopo l’altra. Secondo effetto collaterale: leggerà così tanto che non avrà tempo per provare altre tipologie di narrazione. Se fai parte di questa categoria, ricordati che una buona storia non viene raccontata solo dai libri, ma anche dai film, dalle serie TV, dai videogame. Prova un po’ di tutto, impara diversi linguaggi e non pensare che tutto ciò che viene mediato da uno schermo a cristalli liquidi sia il male del mondo. Capito??
  • Il non lettore: È come un ateo della letteratura. Se gli chiedete come fa a vivere senza aver mai aperto un libro vi risponderà, spesso stizzito,”ho altre cose importanti da fare?” oppure “Io lavoro, sai?”. In realtà di tempo ne avrebbe è che lasciarsi andare alla fantasia un po’ lo spaventa. Se appartenete a questa categoria non lasciatevi impaurire dalla vastità della lettura: una passo alla volta e scoprirete che perdersi nel vortice delle parole è, molto spesso, ritrovarsi.

Ed ecco la lista dei lettori-tipo. Probabilmente me ne sono dimenticato qualcuno perciò, se ve ne vengono in mente altri, lasciatemi un commento e provvederò a integrare la lista. Uh, a proposito:se mi dite la vostra categoria io vi dirò la mia! 😛

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Riflessioni – Remake… mobbasta!

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Sono appena venuto a sapere che per il 2017 è previsto un altro film su King Kong. Ancora! Dopo nemmeno dieci anni di distanza dal remake di Peter Jackson?! Posso capire che ogni remake (o reboot che sia) vada a mettere in luce un aspetto diverso della storia (questo qui sembrerebbe focalizzato sull’isola di King, Skull Island), ma ormai quel povero scimmione sarà stato analizzato fino al più “piccolo” orifizio. Che altre chiavi di lettura potrà dare?

Il vero problema è che ci sono pochissime buone idee nel cinema contemporaneo. Per carità, qualche regista o sceneggiatore che osa proporre storie nuove c’è, ma l’andazzo generale è una riproposizione piatta e senza nerbo di storie vecchie che sanno di muffa (vedesi il recente flop di The Legend of Tarzan). E la cosa che mi dà più fastidio è che altre opzioni ci sarebbero, altroché: ad esempio i libri che non hanno ancora avuto una trasposizione cinematografica, o film talmente vecchi che un bel remake non stonerebbe affatto, anzi: svecchierebbe la storia.

Ecco la lista di film che vorrei vedere al cinema e che, sì, mi renderebbero felice:

  • La storia infinita: il cult di Wolfgang Petersen, tratto dal capolavoro di Michael Ende, è invecchiato davvero male. Un remake sarebbe l’ideale, magari diviso in due parti, tante quante sono le parti del romanzo. Il film degli anni ’80, infatti, si fermava a metà del romanzo e i sequel non sono nemmeno da prendere in considerazione. Una bella occasione per valorizzare uno dei fantasy più belli e significativi di tutti i tempi.
  • H. P. Lovecraft: il grande scrittore di Providence è il padre dell’horror moderno. Credete che gli abbiano dedicato un film? Macché, solo piccoli progetti indipendenti o filmacci di serie B. E pensare che Guillermo del Toro ha provato con tutte le sue forze a realizzare un colossal sul romanzo At the mountain of madness. Credete che ci sia riuscito? Macché… Tutta colpa di quei caproni di produttori.
  • La trilogia di Bartimeus: sono un grande fan della trilogia fantasy di Jonathan Stroud e mi chiedo ancora come mai a nessuno sia venuto in mente di farne una serie cinematografica. Dentro c’è di tutto: azione, commedia, paura, e un mondo magico distopico che niente ha a che vedere con la saga di Harry Potter. No, ma continuiamo a fare film su King Kong!

Ecco, questa è la mia lista provvisoria. Se mi verranno in mente altri film aggiornerò il post. E voi, avete in mente qualche bel film inedito che vorreste vedere sullo schermo ? Fatemelo sapere commentando qui sotto 😉

 

Come costruisco un personaggio

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Oggi si parla di scrittura e, più specificatamente, di personaggi! Premetto che questo articolo non vuole essere un how to… ma più semplicemente una descrizione di come costruisco io un personaggio 🙂

Può sembrare strano ma non parto mai dall’aspetto fisico: è l’ultimo dei miei pensieri perché, di solito, l’aspetto dei miei personaggi si basa sulle loro caratteristiche psicologiche o sul ruolo che dovranno assumere nella storia. Sì, lo so che la fisiognomica andava tanto di moda nell’Ottocento, ma nella narrativa può ancora valere, perciò, se il personaggio è malvagio, lo descriverò in una certa maniera, se è ribelle in un’altra, ecc… Unica eccezione a questa regola? Quando voglio nascondere il ruolo di un personaggio fino al colpo di scena finale. Ad esempio, se il “cattivo” deve restare celato fino all’ultimo, allora lo descriverò in modo neutrale, nascondendo le sue malvagità dietro un volto o un corpo qualsiasi, l’aspetto che potrebbe avere il classico “ragazzo/a della porta accanto”.

Invece la prima cosa che “penso” di un personaggio è il suo ruolo, ciò che deve compiere nella narrazione e i rapporti che deve avere con gli altri personaggi. E se, soprattutto, è destinato a cambiare durante la narrazione. Se, ad esempio, da ragazzina chiusa e scontrosa diventerà una persona aperta e comunicativa. Trovo che il cambiamento del personaggio sia una delle regole chiave per una buona storia e so che è un elemento cardine di molte sceneggiature cinematografiche: pensiamo semplicemente ai film sui supereroi, dove il nerd di turno si trasforma, dopo il morso di un ragno, in un forzuto eroe in calzamaglia dai grandi poteri e dalle grandi responsabilità.

Subito dopo aver individuato il ruolo del personaggio, cerco di trovare le parole chiave in grado di descriverlo sommariamente. “Ribelle”, “timido”, “coraggioso”… Tenendomi bene a mente questi aspetti caratteriali cerco di far agire il mio personaggio in modo che sia sempre sincero con se stesso. Ovviamente se il personaggio è destinato a cambiare, ecco che anche le sue parole chiave cambieranno: la ragazzina “scontrosa” e “depressa” troverà degli amici e diventerà “felice”.

Per riassumere: per prima cosa cerco di abbozzare la storia, in modo da sapere (più o meno) dove mi porterà e quale sarà la sua conclusione. Poi definisco i ruoli dei personaggi: protagonista, antagonista, aiutante e via dicendo… Fatto questo scelgo le parole chiave, i “tag mentali” in grado di differenziare i personaggi l’uno dall’altro e dar loro (si spera) spessore. L’aspetto fisico, come ho già detto, viene da sé e di solito rispecchia il modo di essere del personaggio: una donna nevrotica sarà magra, emaciata, perennemente appiccicata alla sua sigaretta…

Ecco, questi sono gli step che seguo nella creazione di un personaggio. Ovviamente non sono regole fisse e a volte le infrango, soprattutto se scrivo un racconto breve o una storia “di getto”, ma nel caso di storie più lunghe o complesse cerco di essere più rigido. E voi? Anche voi seguite un processo simile al mio? Partite dall’aspetto fisico o dal ruolo che il personaggio avrà nella storia? Grazie e a presto 😉

The Wardrobe – un bel progetto da sostenere

“Ispirata ai classici della Lucasarts, The Wardrobe è un’avventura grafica demenziale il cui protagonista è letteralmente uno scheletro nell’armadio!”

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Le avventure grafiche sono un genere d’altri tempi, che ci riporta alla mente un mondo fatto di pixel e di colonne sonore a 16 bit. Chi è cresciuto negli anni ’90 non può non ricordare “Il segreto di Monkey Island”, “Indiana Jones and the Fate of Atlantis” o “Grim Fandango”: avventure grafiche caratterizzate da un umorismo effervescente e da personaggi memorabili. Ed erano bastarde, oh se lo erano! Ricordo pomeriggi interi passati a cercare online le soluzioni ad uno scalino insormontabile. Ti ritrovavi con un osso, una pentola di zuppa e degli occhiali da sole e dovevi comprare una nave pirata. Ah, bei tempi! Tuttavia, credere che di avventure grafiche non se ne sviluppino più è un errore. Anzi, è un genere ancora piuttosto prolifico, anche se i risultati sono altalenanti. A volte, per fortuna, c’è un guizzo di fantasia, una trovata geniale e ne vengono fuori dei piccoli capolavori. È questo il caso di “The Wardrobe”, un progetto tutto italiano con una personalità da far invidia ai grandi classici degli anni ’90.

Protagonista assoluto dell’avventura è l’adolescente Skinny, morto prematuramente per aver mangiato una prugna, un frutto di cui era inconsapevolmente allergico. Dopo la sua morte, Skinny andrà a vivere nell’armadio di Ronald, l’amico che gli ha offerto il frutto e che non ha ancora confessato a nessuno il suo “crimine”. “Avere uno scheletro nell’armadio”… vi dice qualcosa?

Una storia di vendetta, dunque? Tutt’altro: il compito di Skinny (e quindi il nostro) è quello di convincere l’amico a confessare la malefatta. Solo così potrà salvarsi l’anima. Un compito tutt’altro che facile, che spingerà il nostro povero scheletrino a confrontarsi con il bizzarro mondo dell’oltretomba e a risolvere intricati enigmi.

Vi ho convinto, eh? Diciamo che le premesse per un gran gioco ci sono: una storia stuzzicante, che si ricollega ai tempi d’oro delle avventure grafiche, colma di citazioni che un giocatore accanito saprà cogliere al volo. Aggiungeteci il carisma del protagonista (che spesso si rivolge al videogiocatore “offendendolo” spiritosamente) e i dialoghi graffianti e umoristici, e il risultato è un progetto da tener d’occhio e, soprattutto, da supportare. Con solo 5 € è possibile aiutare il team che sta faticosamente creando il gioco, ma ovviamente più si spende e più si avrà: magliette, disegni autografati e persino la possibilità di vedersi inseriti nel videogioco! Vi linko il sito, così potete darci un’occhiata. C’è ancora tempo una ventina di giorni prima che finisca la campagna di raccolta fondi. Appena caricherò la mia postepay darò il mio contributo. E voi, che state aspettando? 😉

https://www.eppela.com/projects/6173-the-wardrobe

Il mio pensiero a Parigi

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Quando accadono eventi come quello che ha avuto luogo a Parigi, le parole non servono. Si rischierebbe di cadere nel melenso, perdendo tutto il significato profondo di quanto avvenuto. Ci sarà spazio per le parole, ma dopo.

Per quanto poco possa contare, questo blog è in lutto.

Addio, Cristopher Lee

Tu sai a cosa mi riferisco, Gandalf. Un grande occhio, senza palpebre, avvolto dalle fiamme…

Saruman, La compagnia dell’anello

Si è spento a 93 anni Cristopher Lee, attore amatissimo da tutti i fan del Signore degli Anelli (e quindi anche da me). Come dimenticare, infatti, la sua fantastica interpretazione di Saruman il bianco? I suoi occhi malvagi, pieni di ombre, hanno saputo rendere al meglio l’anima oscura di uno dei personaggi più interessanti e cupi usciti dalla penna di Tolkien. Ma io voglio ricordarlo per un’altra straordinaria interpretazione: quella di Lord Summerisle, il luciferino sindaco del film “The Wickerman”, forse uno dei film horror “vecchia scuola” che ho più apprezzato. Una lunga, lunghissima carriera, che ha fatto di Cristopher uno degli attori più longevi e amati dal pubblico. Addio, caro Cristopher. A me piace ricordarti così:

Star Wars – il vecchio che ritorna

Oggi, venerdì 28/11/2014, è stato trasmesso negli Stati Uniti il teaser trailer di Star Wars VII – The Force Awakens (il risveglio della forza, per noantri). Si tratta del trailer del nuovo, attesissimo film di Guerre Stellari, il settimo “parto” dell’immortale saga di George Lucas, che con questo episodio farà ripartire una terza trilogia. Si parla di questo film da quando la Disney, nel 2012, ha acquistato in toto la LucasFilm Ltd., suscitando un certo scalpore tra i fan di una delle saghe più amate di sempre.
Sebbene non possa considerarmi un fan sfegatato della serie (non sono mai andato in giro vestito da alieno peloso, né ho appese in camera gigantografie di Mark Hamill o Harrison Ford), anche io, esattamente come tutti i fan, ho amato gli episodi V-IV-VI (quelli “vecchi” per intenderci, a cavallo fra il 1977 e il 1983) mentre ho criticato quelli nuovi, ossia gli episodi I-II-III.
C’era qualcosa che mancava negli episodi nuovi che invece si ritrovava negli episodi storici della serie: il giusto equilibrio fra storia efficace e personaggi ben caratterizzati. Chi non ha amato l’iniziale titubanza di Luke o la spacconeria di Han Solo, il mercenario dal cuore d’oro che, inizialmente interessato solo al compenso, si ritrova a diventare un eroe della resistenza contro il malvagio impero Sith? E di Darth Fener, ne vogliamo parlare? Il colpo di scena, in cui il cattivo numero due del film rivela all’eroe integerrimo con cui sta combattendo di essere suo padre, è entrato nella storia e nell’immaginazione collettiva di milioni di persone.
Insomma: Star Wars è una film che ha fatto scuola, uno dei massimi esempi del genere sci-fi, o almeno l’esempio più riuscito e “commerciale”. Badate bene: ho detto “commerciale” con un’accezione totalmente positiva. E questo mi riporta però al dubbio che ho nei confronti del nuovo film, il VII. Siamo ancora in grado di fare prodotti “commerciali” di qualità, oggi, nel duemila inoltrato?
Io non ne sono più tanto sicuro. Pensiamo alle prosecuzioni moderne delle serie del passato. Quando mai sono state all’altezza dei loro vecchi modelli?
Indiana Jones (tra l’altro partorito anch’esso dalla mente poliedrica di Lucas) ne è un esempio. Il quarto episodio, Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo è uscito nel 2009. Ed è stato un gigantesco buco nell’acqua. Non c’era umanità nei personaggi, non c’era profondità; ogni attore svolgeva il ruolo che gli era stato assegnato senza verve e lo stesso valeva per la storia: era piatta e senza brio, niente a che vedere con le trame incalzanti e astute dei primi tre capitoli della saga (“solo l’uomo penitente potrà passare”, ricordate?).
Ho come l’impressione che il mondo cinematografico si sia ormai diviso in due filoni: quello impegnato, quello riflessivo, quello delle serate di gala e dei premi oscar, e quello commerciale, che sforna regolarmente prodotti senz’anima e di qualità mediocre, che sembrano tutti prodotti con lo stampino e scritti su due piedi, così, solo per avviare la macchina ingoia-soldi del marketing.
Ed ecco la domanda che mi sorge spontanea: è possibile, oggi, il ritorno di un “certo” cinema, un cinema che coniughi il lato commerciale con la qualità di buoni personaggi e di una buona storia?
Mi auguro che l’uscita di Star Wars possa dare una risposta affermativa a questa domanda. Il tempo di attesa è però ancora lungo, si prevede la proiezione nella sale non prima del dicembre 2015. Nell’attesa, gustatevi il trailer:
E voi, cosa ne pensate? Anche voi attendete il nuovo Star Wars ma temete che possa essere, come i film della saga “moderna”, una delusione? Commentate qui sotto, sono curioso di sapere il vostro parere!

Addio, mio capitano

Ieri, 11 agosto 2014, ci ha lasciato Robin Williams. Era un attore versatile, spontaneo, in grado di donare ai suoi personaggi una coloritura umana che li arricchiva, rendendoli unici, imprimendoceli nella memoria fino a farli diventare parte di noi. E non è questo, in fondo, il più grande risultato raggiungibile da un attore?
Ci ha lasciato personaggi indimenticabili: è stato un incredulo Peter Pan in Hook – Capitan Uncino (1991), un padre disposto a tutto in Mrs. Doubtfire (1993), Patch Adams nell’omonimo film (1998), il professor John Keating nel commovente L’attimo fuggente(1989) e la lista potrebbe continuare a lungo.
Il suo viso, perennemente solare, ma anche capace di assumere, all’occorrenza, l’espressione coinvolgente del grande attore drammatico, è riuscito per anni a nascondere le fragilità dell’uomo che stava dietro di esso.
Addio Robin. A me piace ricordarti così.
 

Infanzia e videogame

Noi, nati e cresciuti negli anni ’90, abbiamo avuto modo di vedere la rapida evoluzione del mondo dei videogame. Affermatosi già negli anni ’70, questo unico e rivoluzionario media si è diffuso nelle nostre case grazie ai computer e alle console, ormai giunte alla loro ottava generazione. Nati per gioco come esperimenti universitari (ricorderemo il famosissimo e ormai storico Pong), anno dopo anno i videogiochi hanno guadagnato un sempre maggior realismo visivo, arrivando a toccare temi maturi e a volte spinosi. I team di sviluppo si sono progressivamente allargati. I soldi hanno iniziato a girare. Oggi i videogame sono un business che vale decine di miliardi di dollari ed è forse per questo che, lentamente, la loro qualità si sta inequivocabilmente abbassando. Oggi per fare un capolavoro è sufficiente una grafica da urlo, un buon slogan pubblicitario e una massa di ragazzini incapaci di riconoscere un prodotto buono da uno scadente.
Ma per chi, come me, è cresciuto negli anni ‘90 i capolavori sono ben altri: sono i videogiochi che hanno segnato la nostra infanzia, quelli che ci hanno emozionato, fatto divertire e a volte spaventato. Sono i videogiochi che ci riportano alla mente il ricordo di come eravamo molti anni fa, quando la vita scorreva meno turbolenta (o almeno così ci sembrava).
In particolare, i videogiochi della mia infanzia sono due: Abe’s Exoddus e Heart of Darkness, entrambi platform a scorrimento orizzontale. 
Il primo, sequel di Abe’s Oddyssee(1997), è l’avventura di Abe, un Mudokon (si tratta di un alieno con grandi occhi gialli e la bocca mezza cucita) che deve salvare i propri compagni da una malvagia multinazionale senza scrupoli, pronta a saccheggiare i cimiteri di questi pacifici esseri per produrre con le loro ossa una bibita gasata. 
Avvertito in sogno (in realtà durante uno svenimento causato da un trauma cranico) dagli spiriti umiliati dei propri avi, Abe partirà con alcuni compagni alla volta dello Stabilimento Tempesta d’anime. Salvare i propri compagni non sarà un’impresa facile, ovviamente, e il nostro eroe sarà costretto a combattere contro vermi carnivori, guardie tentacolate munite di fucile mitragliatore e tritacarne pronti a spappolarlo al minimo passo falso. Il tutto cercando di far fuggire i propri compagni alienati, costretti a lavorare come schiavi negli ambienti bui e insalubri degli stabilimenti. L’ironia con cui sono gestite le vicende, la varietà delle ambientazioni e la simpatia del protagonista, fanno di questo gioco un autentico gioiellino (per chi fosse interessato, questo è il sito dell’imminente remake in HD http://www.oddworld.com/oddworldgames/new-n-tasty/).
Il secondo gioco, Heart of Darkness (1998) non si discosta molto dal precedente; si tratta infatti di un platform il cui tema principale è sempre un salvataggio: Andy, spensierato ragazzino dotato di una grande immaginazione, è costretto a viaggiare in un mondo fantastico per salvare il proprio cane, Whiskey, rapito da un’orda di neri demoni alati. Armato del proprio coraggio e di un fucile laser di sua invenzione, Andy viaggerà in luoghi affascinanti e mortali per amore del suo migliore amico. La particolarità di questo videogioco? Le morti atroci del protagonista che sapevano veramente terrorizzare (e divertire) un bambino di sette anni. 

Che cosa c’entrano, mi direte voi, i videogiochi con un blog di scrittura? C’entrano. Perché i videogame, nonostante molti li disprezzino, sono una forma d’arte molto complessa, che sa coniugare l’immediatezza dell’arte visiva con la musica e con lo storytelling (elemento in questo caso legato strettamente alla letteratura). I videogame, proprio come un buon libro, possono farci viaggiare in mondi di fantasia, ci affidano le armi giuste per affrontare i nostri demoni interiori. Ci possono persino insegnare la storia (se non ci credete, visitate questo sito http://valianthearts.ubi.com/game/it-it/home/index.aspx). Soprattutto, per chi ama scrivere, possono garantire combustibile per il fuoco dell’immaginazione.

E voi? Quali sono i videogiochi più amati della vostra infanzia? Commentate qui sotto e, se potete, condividete! 
Alvise

Giorno della Memoria

Oggi, 27 gennaio, Giorno della Memoria, lascio che siano le parole di Primo Levi a ricordarci quanto è accaduto. Perché il nostro compito è, e sarà sempre, quello di non dimenticare.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e i visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi
 
 
Primo Levi