Libri consigliati – Mattatoio n°5 di Kurt Vonnegut

Bombardieri-americani-durante-la-seconda-guerra-mondiale

Mattatoio n°5, vero e proprio cult della letteratura di fantascienza, non è, come si potrebbe pensare, una lunga epopea ambientata in un universo immaginario e vastissimo (alla Dune, per intenderci), bensì un piccolo, concentrato e tagliente libro che si schiera silenziosamente contro le atrocità della guerra. L’autore, Kurt Vonnegut, classe 1922, era un giovane studente americano di origini tedesche, che nel 1944 si arruolò volontariamente nell’esercito alleato e partecipò attivamente al secondo conflitto mondiale. Venne catturato durante l’offensiva delle Ardenne (1944) dai soldati tedeschi e trasferito in Germania, a Dresda. Qui assistette al bombardamento della città per mano delle forze aeree alleate. Il bilancio, per chi non lo sapesse, fu disastroso: l’intera città rasa al suolo e quasi 140.000 vittime civili fra abitanti, profughi e prigionieri di guerra. Il giovane Kurt si salvò (insieme ad altri prigionieri americani, era stato rinchiuso in un ex-mattatoio, situato sottoterra, una sorta di rudimentale bunker) e poté far ritorno in patria qualche mese dopo. Furono proprio le atrocità della guerra e in particolar modo il bombardamento a segnare profondamente l’autore e a diventare, oltre vent’anni dopo, il nucleo fondante di Mattatoio n°5.
Un libro che si schiera contro la guerra, dunque, ma che lo fa a modo suo: quella di Kurt, infatti, non è una testimonianza nuda e cruda, ma una storia semi-autobiografica, dove, all’evento storico reale, il bombardamento di Dresda, si mescola l’elemento fantascientifico: il protagonista Billy Pilgrim (una sorta di alter-ego dell’autore) è infatti un soldato capace di viaggiare nel tempo e di vivere gli eventi della sua vita continuamente, all’infinito. Attraverso uno stile breve, spezzettato, incredibilmente adatto a raffigurare le atrocità della guerra, Billy-Kurt ci racconta la sua esperienza come soldato, un’esistenza incerta, sempre divisa fra presente, passato e futuro, e analizzata con un’ironia disarmante, che ci svela le ipocrisie della nostra esistenza e ce le sbatte in faccia senza tanti complimenti.
Non solo un grande romanzo di fantascienza, dunque, ma un grande romanzo in generale, che ci fa riflettere sull’insensatezza della guerra e tratteggia, non senza una certa dose di amarezza, la figura di un uomo ormai ridotto ad un’ombra di se stesso, un frammento perso nel tempo, nello spazio e nel significato, volendo usare una frase tratta dal The Rocky Horror Picture Show. Alla luce di tutto questo, la capacità di viaggiare nel tempo del protagonista non è tanto un dono, ma una maledizione: una presa d’atto che l’uomo non ha più certezze. La guerra l’ha incontrovertibilmente trasformato in un pellegrino, in un esule senza patria. Così va la vita.

“Cominciò a confondere leggermente i tempi, vide l’ultimo film in programma a ritroso […]. Era un film che parlava dei bombardieri americani durante la seconda guerra mondiale e dei loro coraggiosi equipaggi. Vista a ritroso da Billy, la storia era così: Gli aerei americani, pieni di fori e di uomini feriti e di cadaveri, ritornavano da un campo d’aviazione inglese. Quando furono sopra la Francia, alcuni caccia tedeschi li raggiunsero e risucchiarono proiettili e schegge di bombe da alcuni degli aerei e degli aviatori. Fecero lo stesso con degli apparecchi americani distrutti che erano al suolo, e questi volarono poi per unirsi alla formazione. La squadriglia aerea sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono gli sportelli delle bombe, quindi, grazie a un miracoloso magnetismo, risucchiarono le fiamme, le racchiusero nuovamente entro contenitori cilindrici d’acciaio che portarono infine nel ventre degli apparecchi. I contenitori furono sistemati ordinatamente su delle rastrelliere. […] Quando i bombardieri tornarono alla base, i contenitori di acciaio vennero tirati fuori dalle rastrelliere e rimandati negli Stati Uniti, dove c’erano degli stabilimenti impegnati giorno e notte a smantellare i cilindri e a ridurre il pericoloso materiale che contenevano a minerale. Cosa commovente, erano soprattutto donne a fare questo lavoro. I minerali vennero poi spediti a degli specialisti in zone lontane. Era loro compito rimetterli nel terreno, e nasconderli per bene in modo che non potessero mai più far del male a nessuno.”

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Una notte a New Colony

La pioggia scendeva su New Colony in lunghe linee parallele, residui di lacrime sulla superficie di vetro dei grattacieli. Il buio della notte era messo all’angolo dalle luci elettriche di un’astronave da pattuglia, che virava fra i palazzi ronzando, mentre i suoi motori a ioni rilasciavano nell’aria una scia azzurra traslucida, che si rifletteva sulle pozzanghere del marciapiede come in uno specchio.
New Colony, la città della rinascita. New, perché nulla sarebbe stato come prima. Colony, perché riabitare una città dopo un olocausto nucleare era come farlo per la prima volta.
New Colony era quello che restava di New York, dopo che la terza guerra mondiale aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti e ridotto l’Europa ad un arido terreno radioattivo. L’umanità si era ripresa in fretta. Apparentemente. Le multinazionali delle armi avevano permesso a pochi individui di arricchirsi a dismisura, contribuendo a popolare le rovine della civiltà di nuovi poveri, individui negletti che trascorrevano i loro giorni nelle discariche, a raccogliere i rifiuti tecnologici di cui la gente dei piani alti si liberava non appena usciva un nuovo modello più avanzato di robot, televisore o astro-moto. New Colony. Perché la storia era sempre un eterno ritorno, un nuovo ossimorico ritorno. Un inganno che riproponeva ingiustizie sotto nuove forme, così che non fossero riconoscibili se non da chi quelle ingiustizie le usava per potersi arricchire.
Il ronzio dell’astronave arroventò il silenzio vivo della sera, laggiù, nei dungeondella civiltà. I suoi fari si puntarono su un vicolo qualsiasi, illuminandone i muri coperti di graffiti, urina disseccata e sangue incrostato. Un gruppo di individui si tolsero da quel raggio, sparendo nei varchi salvifici che l’ombra tesseva dove i lampioni, intrappolati dai tetti di lamiera e dalle terrazze abusive, non potevano arrivare.
Fra quella folla c’era Criss. Aveva quindici anni e quella notte sarebbe stato battezzato. Procedeva nel buio, come un ratto che strisci per raggiungere l’agognato rifiuto passando sotto le gambe di chi, se solo lo avesse notato, lo avrebbe spiaccicato senza pietà. Oh, la vita di New Colony poteva essere davvero allettante per un giovane che amasse vivere pericolosamente. Il problema era che Criss non sapeva neppure chi fosse, figurarsi se poteva anche lontanamente intuire che cosa odiasse o amasse; anche se in fondo una cosa la odiava di certo: se stesso. Quel suo aspetto malaticcio, quei suoi capelli irsuti come il pelo di un animale rotolatosi nel fango e nel lerciume; il lerciume che il ragazzo era abituato ad odorare ogni volta che usciva dal suo buco di casa, un appartamento claustrofobico dove abitava con la madre alcolizzata e con il padre, un individuo insignificante che riparava droidi spazzini per tre dollari l’ora. Voleva andarsene via, Criss. Ma non aveva alcuna possibilità di farlo. Senza soldi non si va da nessuna parte. O no?
Voltò per un vicolo. Le mani incrostate di sporcizia e sperma secco di un barbone cercarono di afferrarlo, ma lui le schivò, aumentando il passo per non lasciarsi incatenare dalle ombre della Città Bassa. Nelle sue cuffiette pompavano i Savatage, un gruppo metal vecchissimo, archeologia in pratica. Figurarsi che per poter ascoltare le loro canzoni, Criss aveva dovuto rubare un lettore CD esposto in un museo di “Storia della Tecnologia” su a Detroit. New Detroit, per l’esattezza. Criss sorrise. Quella musica lo faceva sentire vivo e ciò era quello di cui aveva bisogno. Costantemente.

down in the dungeons
i’m locked away
suicide ride
i take everday
prisoner in hell
victim in pain
the dungeons are calling for me

Finalmente arrivò nel luogo dell’appuntamento, una delle poche stradine della città vecchia che non fossero state spazzate via dall’esplosione della bomba atomica avvenuta nel 2063 nel centro di Manhattan. Lì, messosi a sedere con aria spavalda sopra un taxi giallo che ormai era diventato un rimasuglio schifato persino dalla ruggine, attese.
Da in fondo alla strada giunsero delle voci strafottenti. Alcuni individui poco raccomandabili uscirono nella luce di un fioco lampione sanguigno e si avvicinarono.
Erano quelli della gang dei Legionari. Erano in sei: cinque bulli in canottiera nera, guidati da un uomo dall’aria feroce, una montagna di muscoli a petto nudo, col tatuaggio di un teschio chiodato che gli galleggiava all’altezza degli addominali. Portava una catena con la quale faceva sprizzare scintille dall’asfalto. Criss si alzò in piedi e andò loro incontro.
«Ehi, bamboccio! Pronto per la tua serata?»
Criss annuì. L’altro gli schiaffò un pugno all’altezza dello stomaco. Il ragazzo si accartocciò su se stesso, poi, visto che gli altri sghignazzavano, tornò in piedi cercando di non mostrare dolore.
«Seguimi.» fece il capo di Legionari. Indossava dei pantaloni attillati di pelle nera e degli stivali che sembravano gli schinieri trafugati di un’armatura medievale. Camminarono ancora per qualche metro, poi il Legionario, che si faceva chiamare Gast, indicò un palazzo.
«Ecco. Quello è il tuo obiettivo.»
Criss ammutolì. Il palazzo era gigantesco. Non era di vetro e acciaio come la quasi totalità dei grattacieli della città nuova, ma di marmo. Enormi colonne attorniavano l’entrata principale, coperta da un timpano triangolare simile a quello dei templi greci, ormai ridotti in polvere laggiù nella vecchia Europa. Nessuno dei presenti aveva la benché minima idea di cosa fosse quel posto e se qualcuno lo aveva saputo, era probabile che ormai fosse morto da tempo.
«Cosa devo fare?»
«Lì dentro ci abita un vecchio. Deve essere molto ricco visto il posto. Beh, tu ci vai dentro e ci porti i suoi soldi. E un pezzo della sua pelle. Allora sarai dei nostri.»
«Della sue p-pelle?» mormorò il ragazzo, cominciando a sudare freddo.
«Della sua pelle! Che sei, sordo? Su, non ti abbiamo mica chiesto di ucciderlo, non ti pare?»
Criss ci pensò su.
«D’accordo.» disse infine, mordendosi le labbra. I sei annuirono soddisfatti. Lo portarono sul retro dell’edificio, dove c’era una finestrella rotta e lo issarono, in modo che lui potesse infilarcisi dentro. Criss trattenne il respiro e, in un lampo, era già all’interno.
Il palazzo era buio. Criss accese l’accendino che portava sempre in tasca e lo puntò in alto. I soffitti erano a cassettoni di legno dorato. Sui muri c’erano ciclopiche finestre che facevano passare poco o niente della malata luce al neon di New Colony. Criss deglutì e continuò a procedere in quel vasto luogo. Ed ecco, una luce si palesò nell’oscurità. Silenziosamente, il ragazzo le si avvicinò.
Vide un vecchio, seduto su una poltrona, con una lampada in mezzo alle gambe e qualcosa di rettangolare in mano. Per quanto avesse cercato di arrivare di soppiatto, il vecchio sapeva benissimo che era entrato. Anzi, si può dire che lo stesse aspettando.
«Benvenuto, ragazzo mio. Io sono Mr. Gibbs. Siediti pure.»
Criss, un accendino nella mano destra, un piccolo coltello a serramanico nell’altra, cadde in ginocchio e si mise a piangere.
«Io non lo volevo fare, signore – disse fra i singhiozzi – è che sono così arrabbiato e deluso. Il mondo mi sembra ingiusto e io mi sento così debole per cambiarlo.»
«Siediti accanto a me.» ripeté Mr. Gibbs. Il ragazzo fece come gli era stato detto e, non appena il cuscino della poltrona lo accolse, la sua bocca si aprì e lui non poté più trattenere in alcun modo le parole. Raccontò di suo padre e di sua madre, di quanto si sentisse inadeguato, delle ingiustizie del mondo, della vita dura nei sobborghi di New Colony.
«Il mio sogno – raccontò al vecchio, che se ne stava concentrato ad ascoltarlo – era quello di diventare un astronauta e di viaggiare col modulo sperimentale H-9, la colonia di terraformazione diretta su Marte. Ma ho il diabete. Già, e loro vogliono soltanto uomini sani, uomini perfetti. Sono costretto a stare qui e così non riuscirò mai a farmi una nuova vita; la miseria mi tiene agganciata con le sue catene e non c’è via di scampo.»
Mr Gibbs scosse la testa.
«C’è sempre una via d’uscita. Solo che in tempi come questi, fra schermi, astronavi e intelligenze artificiali è molto difficile vederla.»
Detto questo, chiese al ragazzo di seguirlo in una sala ancora più ampia. Il buio qui era assoluto e soltanto l’accendino del ragazzo permetteva ai due di muoversi e di non finire persi per sempre in quella carcassa della vecchia civiltà. Camminarono a lungo. Ma ecco che Mr. Gibbs si fermò, proprio all’altezza di un antico mobile di legno, come un armadio, ma senza ante e decisamente più largo. Si perdeva nell’ombra in entrambe le direzioni. Mr. Gibbs si fece passare l’accendino, che usò per scrutare meglio davanti a sé. Il mobile aveva una decina di mensole, colme di strani oggetti, simili a quello che aveva in mano il vecchio quando Criss l’aveva trovato. Mr. Gibbs ne prese uno e, dopo averlo osservato a lungo, quasi venerandolo, lo passò al ragazzo. Era freddo e liscio al tatto. Criss non aveva mai visto niente del genere in vita sua, se non nelle fotografie appartenute a suo nonno o nei vecchi film che trasmettevano raramente sullo schermo. Il vecchio sorrise.
«Non serve un’astronave per viaggiare. – disse malinconicamente – Non serve denaro per cambiare la propria vita. Serve solo la cultura.»
Detto questo, indietreggiò nell’ombra e sparì. Criss, trattenendo il respiro, l’accendino come un faro a guidarlo nel labirinto dell’antico palazzo, cercò un’uscita secondaria che potesse fargli eludere la pattuglia dei Legionari. La trovò e presto fu fuori, sotto le luci artificiali di New Colony. Si infilò l’oggetto sotto la giacca e corse a casa. Sua madre era mezza svenuta sul divano, una bottiglia di rum abbandonata fra le sue mani gonfie e unte. Suo padre doveva ancora tornare. Criss risalì silenzioso in camera, chiuse la porta e accese il vecchio lampadario, che ciondolava dal soffitto come un pipistrello.
Ora che riusciva finalmente a vederci, poté studiare meglio il suo regalo.
Mr. Gibbs non aveva mentito: gli aveva davvero dato qualcosa che gli avrebbe permesso, pur restando nello stesso posto, di viaggiare, di crescere, di imparare. Qualcosa che gli avrebbe garantito di costruirsi un futuro, permettendogli di sfuggire alla morsa di una società calcolatrice e senza umanità. Criss crebbe, lottò per poter frequentare la scuola che i ragazzi della Città Alta avevano il diritto di frequentare ma che tanto snobbavano; si diplomò a pieni voti, fu ammesso all’università pubblica di New Colony e dopo nove anni divenne un avvocato rispettato da tutti. Ma nonostante tutto il suo successo, la sua fama e la sua ricchezza, portò sempre nel cuore Mr. Gibbs, che gli aveva regalato il suo primo… libro.

Digital Life

Mi avevate dato per disperso? Rieccomi qui. Purtroppo da quando mi sono trasferito a Verona per frequentare la laurea magistrale in Editoria e Giornalismo ho avuto poco tempo per scrivere. Ma ce l’ho fatta! Ecco a voi Digital Life, che può essere letto anche sul mio profilo di 20Lines. Buona lettura 
 
 
Sonia entrò in cucina e appoggiò le borse della spesa sul tavolo della colazione. Poi aprì la porta del frigo e, fischiettando, cominciò a riporre i suoi acquisti sui ripiani. Fischiettava perché quella, a differenza di molte altre, era stata una giornata da vero urlo. Era andato tutto al di là di ogni più rosea aspettativa. Si era svegliata presto, piena di energia (non come al solito che non riusciva nemmeno a stare in piedi) ed era scesa baldanzosa a prepararsi la colazione. Di solito, soprattutto appena sveglia, combinava un sacco di pasticci: si rovesciava il caffè addosso, le cadeva il sacchetto dei muesli sui piedi, o le finivano pezzi di guscio d’uovo dentro l’omelette. Ma quel giorno no. E se un giorno comincia bene, è molto probabile che continui così. E così era stato, oh sì.
Rufus, il suo fiero gatto soriano, le passò accanto, strusciandosi contro le sue gambe. Sonia sorrise e lo accarezzò con affetto. Sprizzava entusiasmo da tutti i pori. Se pensava a quello che era successo in ufficio… non ci poteva ancora credere. Promossa! E che promozione!
Aveva sentito che c’era qualcosa nell’aria non appena aveva messo piede in ufficio. Di solito i suoi colleghi la ignoravano, ma questa volta le avevano sorriso. Connor, l’addetto alle fotocopiatrici, un ragazzotto tutt’altro che insignificante, le aveva addirittura fatto l’occhiolino. Sonia aveva finto di non accorgersene, ma sotto sotto si era emozionata ed era anche un po’ arrossita. Si era appena seduta nel suo cubicolo dotato di una minuscola scrivania, quando una voce profonda l’aveva scossa. Era John, il suo boss, uscito dalla sua tana proprio per vedere lei.
“Vieni nel mio ufficio, Sonia. Ti devo parlare.”
Parlare? Quando mai mi ha voluto parlare? si disse preoccupata la ragazza, mentre gli correva dietro ondeggiando sui tacchi. Appena erano entrati, John aveva chiuso la porta e le aveva fatto cenno di sedersi. Lei aveva obbedito, tossendo nervosamente e mettendosi a guardare con imbarazzo (e con un pizzico di invidia) il gigantesco ufficio in cui si trovava. Ovunque c’erano foto di famiglia e coppe di football scintillanti. Davanti a lei fumava un caffè al ginseng. Il suo capo l’aveva guardata, questa volta senza secondi fini o proposte oscene, e aveva pronunciato le magiche parole:
“Hai lavorato bene, Sonia. Mi chiedevo se te la senti di assumere un nuovo incarico.”
Accidenti! Sonia avrebbe potuto vincere i cento metri piani da tanto era galvanizzata.
“Se me la sento? Ci può giurare, John. Sono la persona che fa per lei.” aveva risposto. John aveva annuito. Stretta di mano e pacca sulla spalla e Sonia era diventata ufficialmente la nuova manager responsabile del reparto. Appena era uscita, tutto lo staff si era messo ad applaudirla, facendo capannello attorno a lei. E Sonia, che di solito era timida, questa volta si era goduta il suo successo, accettando di buon grado di salutare uno per uno i suoi nuovi ammiratori. Presa dall’euforia, aveva persino invitato tutti a fare un salto al bar ultra chic che si trovava lì all’angolo, dove aveva offerto, senza badare a spese, un Cosmopolitan cocktail.
Ma le sorprese non erano finite qui. Aveva appena messo un piede fuori dal palazzo, per la pausa pranzo, quando era incappata quasi per caso in un signore che camminava con lo sguardo assorto puntato sul marciapiede. Si erano urtati e a Sonia era sfuggita per terra la borsetta. Il signore si era subito scusato, prodigandosi in mille attenzioni.
“Sono costernato. Mi perdoni…” aveva detto, inginocchiandosi principescamente per recuperare il contenuto della borsetta, che nella caduta era rotolato fuori. Poi lo sconosciuto si era rialzato e le aveva sorriso.
Non appena lo aveva visto in faccia, Sonia era raggelata.
“M-ma lei è il f-famoso regista O-oliver Cross!”
Lui aveva riso, facendo un inchino spiritoso e tenendo una mano, che Sonia si era affrettata a stringere. Aveva una presa calda e sicura.
“In persona. – aveva risposto l’uomo con falsa modestia – Mi scuso ancora per quello che è successo, ma ero davvero sconvolto. Ahimè, la diva del mio prossimo film si è licenziata e ora sono davvero disperato. Inizio le riprese fra meno di una settimana e non so proprio chi scritturare per la parte…”
Ad un tratto si era ammutolito e aveva avvicinato il suo viso a quello di Sonia.
“Ma sa che lei ha davvero… un bella presenza. Sì, sì… credo ne parlerò con il produttore, ma sono proprio sicuro di aver trovato la protagonista che cercavo.”
Sonia era arrossita per la seconda volta quel giorno.
“Ma cosa dice? Io non sono mica un’attrice professionista.”
“Ah, cara mia – aveva esclamato Oliver, battendosi una mano sulla coscia – se sapesse quante attrici di fama mondiale non sanno recitare, le verrebbe un capogiro.”
Si era frugato nella tasca della sua giacca firmata e aveva tirato fuori un biglietto da visita a scritte dorate.
“Tenga. Ha un giorno per decidere. Mi raccomando!”
Detto questo si era voltato ed era sparito fra la folla. Sonia era rimasta a bocca aperta e aveva continuato a leggere il biglietto da visita anche mentre camminava, col rischio di finire dentro un tombino aperto. Attrice, io? si diceva fra sé e sé. Beh, perché no? Quante occasioni come questa capitano nella vita?
Alle 16.30 aveva finito il suo turno e, una volta salita in automobile, aveva guidato fino al supermarket più vicino per far compere. Anche lì era successo qualcosa di notevole: aveva vinto un buono spesa da 1000 euro e un’incredibile SMART TV ultra full HD con schermo Amoled. Una cosa mai vista, che sembrava un’astronave aliena da tanto era grande e colorata.
“Grazie, grazie!” aveva esclamato, mentre i cassieri le davano una mano a caricare il suo premio dentro il minuscolo bagagliaio della sua Smart. Nel tragitto verso casa non era successo alcunché di interessante, tranne il fatto che al casello dell’autostrada si era rotta la cassa computerizzata e così era passata senza dover spendere un centesimo. Che colpo di fortuna!
Ed ora eccola lì, a preparare la cena, mentre Rufus continuava a farle le fusa. Aveva in mente di cucinarsi una ratatouille e mentre si adoperava a preparare tutto il necessario pensava che, una giornata del genere, non le era mai capitata in tutta la sua vita.
Si era appena messa a tagliare le verdure alla julienne, quando la porta di casa si aprì. Entrò un uomo, con una borsa a tracolla sulle spalle. La depositò con uno sbuffo sul pavimento e si scrocchiò la schiena. Sonia si lasciò sfuggire un grido.
“J-jack, che c-cosa ci fai qui?” mormorò con un filo di voce.
Jack finse di guardarsi attorno.
“Non ti ricordi più che sono tuo marito?” scherzò.
Sonia cominciò ad indietreggiare.
“Ma t-tu sei m-morto.”
“Ti sembro morto?” fece lui, avvicinandosi e cingendole i fianchi con le mani.
“N-no, m-ma io so che t-tu lo sei.” balbettò lei.
E fu lì che accadde qualcosa di imprevisto.
I muri dell’appartamento cominciarono a sbiadire e a tremare. I soffitti si abbassarono, il pavimento acquistò una strana tonalità verde marcio. Il miagolio di Rufus si trasformò in un suono sordo e inumano, che sovrastò tutto quanto. Sonia si mise a gridare mentre il mondo attorno a lei cadeva a pezzi, mentre stringhe di comando in linguaggio di marcatura schizzavano attorno a lei come spiritelli verdastri. Il viso sereno di Jack si ridusse ad un cumulo di pixel e sotto di essi si poteva vedere lo scheletro. E poi, una voce metallica risuonò forte nella testa di Sonia.

CRASH DEL SISTEMA

Dopodiché tutto sparì in un’esplosione di luce bianca.
Sonia si agitò sul lettino del simulatore neurale. La mancava il respiro. Si alzò di scatto, si tolse il visore e si strappò via gli elettrodi dal seno. Poi si mise a sedere sul bordo del lettino, con la testa fra le mani. Il responsabile della sua unità entrò subito, portandole un bicchiere d’acqua gelata.
“Che è successo?” fece la donna, dopo che ebbe finito di bere e di asciugarsi il sudore con un fazzoletto.
“Il simulatore ha registrato la sua paura e temendo per la sua incolumità ha disattivato la simulazione, tutto qui. Sono cose che capitano.”
Sonia non la smetteva più di tremare.
“Ma io non mi r-ricordavo più…”
“… Di essere in una simulazione, già – la interruppe il tecnico – Siamo la Omicron Corporation, cosa credeva? Le nostre simulazioni sono le migliori, altro che quelle di Sony.”
“Allora io… – balbettò Sonia – mio marito…”
Il tecnico lesse attentamente la cartella che portava sotto il braccio.
“Sì, suo marito è morto un anno fa, in un incidente stradale. Lei ha espressamente chiesto ‘una simulazione della vita come la vorrei: con successo, ricchezza e amore. E bellezza.’ Ricorda queste parole?”
Sonia cominciò a piangere. Se lo ricordava fin troppo bene e per questo non riusciva a trattenere le lacrime. Il tecnico la guardava senza espressione, come se fosse convinto che tutto quello che gli stava intorno era anch’esso una simulazione, Sonia compresa.
“Vuole che la ricolleghi ancora? Ha diritto ancora a due ore di ‘Digital Life’.” disse.
Sonia si guardò le mani. Erano davvero grassocce. Poi si guardò la pancia. Sembrava un grosso mostro che cercava di uscirle dalla maglietta. Cominciò a piangere ancora di più. Era ingrassata in un tempo record dopo la morte di Jack. Aveva mangiato, mangiato e mangiato ancora, cercando invano di sostituire l’affetto che aveva perduto con il cibo. E ora non sapeva più se aveva la forza di tornare indietro.
Si voltò verso il tecnico, dopo aver tirato fuori dalla sua borsetta un assegno e averlo firmato con una mano tremante.
“Tenga. Questi sono tutti i miei risparmi. Mi tenga collegata a questa macchina per tutto il tempo possibile.”
L’assistente osservò la cifra sull’assegno. Non era molto, ma sarebbe bastato per almeno due anni.
“Certo – rispose l’uomo con un sorriso esagerato – Noi della Omicron realizziamo sempre i vostri sogni.”

Troppo diversi

Un racconto di fantascienza da leggere tutto d’un fiato. Troppo diversi. Buona lettura. 
Alvise Brugnolo
Il giorno più importante per l’intera umanità era finalmente arrivato.
Il disco volante era atterrato, senza dare troppo nell’occhio, nei pressi di Washington. Appena il velivolo aveva toccato terra, gli schermi che lo nascondevano alla vista dei terrestri si erano spenti, e l’astronave, di colpo, era diventata visibile. Si trattava di una gigantesca corvetta da ambasciata, un’astronave pacifica e che tuttavia, in caso di conflitto bellico, poteva contare su missili termici con una potenza tale che avrebbero fatto impallidire chiunque avesse cercato di studiarli secondo gli standard terrestri.
Le autorità della Terra erano arrivate subito, con automobili, furgoni e carri armati, e gli alieni, dopo aver dimostrato le loro intenzioni pacifiche (con tanto di bandiere bianche e musica dai toni pacati e new age), erano stati caricati su uno scuolabus giallo dai vetri oscurati. L’obbiettivo di quella missione di trasporto era solo uno: raggiungere la Casa Bianca senza intoppi e nella massima segretezza possibile.
Il presidente, nel frattempo, se ne stava in piedi immobile con il naso appiccicato contro una delle finestre dello Studio Ovale, e tratteneva a stento una risata. Non stava più nella pelle, tanto che, dimentico del suo ruolo, si era messo a saltare più volte sul divano bianco della sala, senza neppure premunirsi di togliere le scarpe per evitare di sporcare la tappezzeria immacolata. Era il 46° presidente degli Stati Uniti d’America, ma soltanto lui avrebbe avuto l’onore di vivere quel giorno, un giorno di conquista, nel quale l’umanità avrebbe raggiunto un nuovo grado di consapevolezza sulla propria origine e sul mistero dell’universo, riuscendo, era ciò che lui si augurava, a risolvere i problemi che più la affliggevano.
Il convoglio comparve all’orizzonte. Un autobus giallo, scortato da una decina di lussuose automobili nere. Se l’obbiettivo era di non dare nell’occhio, il presidente non era certo che fosse stato portato a termine a dovere. Almeno, osservò con sollievo, i suoi ospiti erano arrivati sani e salvi, e senza ammazzare nessuno, per giunta.
In meno di due minuti tutto era pronto per il grande incontro. Le porte di legno dello studio si aprirono con cerimoniosa lentezza. Ed ecco, subito dopo una processione di agenti speciali armati di tutto punto, entrare l’ambasciatore alieno col suo seguito.
In totale erano cinque. Le quattro guardie del corpo indossavano un bizzarro casco dalla forma elicoidale, ma l’ambasciatore aveva il viso scoperto e ben visibile. Era a dir poco stravagante. Aveva tanti occhi, forse un centinaio, tutti sparsi a raggiera su quello che, ad occhio e croce, doveva essere il suo viso. Nessuna bocca, soltanto una proboscide simile a quella di un formichiere, lunga all’incirca quaranta centimetri, che dondolava, in modo assurdo, ad ogni passo dell’alieno. Il resto del corpo che non era nascosto da una tuta spaziale color pervinca, era coperto da una lanugine color creme caramel. Si capiva, dal contegno con cui camminava, che l’alieno era uno degli individui più influenti del suo mondo, forse addirittura il più potente.
I due capi si avvicinarono, fissandosi negli occhi a lungo. Poi si strinsero la mano ed entrambi provarono un brivido di orgogliosa commozione.
«È per noi un motivo di gioia immensa potervi conoscere.» iniziò il presidente. L’alieno, la cui proboscide terminava con un congegno di piccole dimensioni, rispose a tono e nella lingua corretta. Evidentemente la sua civiltà era tanto avanzata da aver ideato un traduttore vocale simultaneo.
«Salute a voi, terrestre. Credevamo di essere soli nell’universo, ma recentemente abbiamo captato un vostro segnale e abbiamo fatto rotta su questo pianeta blu. Siamo qui per imparare dalla vostra civiltà e lasciare che anche voi impariate dalla nostra.»
Il presidente ringraziò con un cenno del capo.
«Anche noi credevamo di essere gli unici. Ma ora che siete qui le nostre civiltà non possono che prosperare. In pace.»
L’alieno assentì vigorosamente.
«Già, la pace. Siamo partiti alla ricerca di vita intelligente proprio per questo: perché una civiltà diversa dalla nostra potesse insegnarci a vivere in armonia.»
«Oh, ciò è un vero peccato. Noi non siamo messi molto bene, in fatto di pace. Dirò di più: speravamo anche noi che qualcun altro potesse indicarci la via giusta.»
L’alieno emise un verso di dolorosa accettazione. Il presidente, non volendo perdere l’occasione di mostrarsi empatico e magnanimo, domandò subito dopo:
«Che genere di conflitti avete dunque sul vostro pianeta?»
«Di tutti i tipi – rispose l’altro – principalmente conflitti fra Stati e guerre per il possesso delle risorse. Anche voi?»
«Guerre fra Stati e per il possesso di risorse? Sono all’ordine del giorno! In questo siamo davvero simili.» ribatté il presidente.
«Stupefacente… – mormorò l’alieno – e per quanto riguarda i conflitti religiosi?».
«Pffff… ogni giorno, in nome di un dio diverso, vengono compiute stragi e commessi infanticidi. Proprio stamattina, in Siria, sono state trucidate almeno una quindicina di persone.»
«Terribile…»
«Vero, ma qui sulla Terra ci si combatte anche per il colore della pelle e per il sesso. Anche da voi?»
L’alieno annuì, socchiudendo gli occhi come se vivesse costantemente perseguitato da una cefalea cronica.
«Il mio popolo è di tre colori: arancione, viola e grigio. I Grigi odiano a morte i Viola, gli Arancioni disprezzano con tutte le loro forze i Grigi, e i Viola detestano tutti quanti e cercano ogni giorno di farsi esplodere da qualche parte. Ma non è tutto: cicli e cicli fa, un potente politico Arancione, convinto della legittimità della propria razza, deportò quanti più Grigi e Viola poteva in alcuni luoghi appositi, e lì li uccise in massa… È un episodio di cui ci vergogniamo ancora molto. Mi auguro che voi non…»
Il presidente fece per aprir bocca, ma preferì restarsene zitto. Seguì un lungo e imbarazzante momento di silenzio, interrotto soltanto dal congegno sulla proboscide dell’alieno che, evidentemente, fungeva anche da efficace respiratore. Fu il presidente a interrompere quell’attesa pesante come una nube tossica.
«Sono davvero imbarazzato. Io… io…» balbettò improvvisamente, sistemandosi il nodo della cravatta in modo che fosse il meno spiegazzato possibile. L’alieno agitò le braccia in un gesto di umile scusa.
«Non dica così. Sono io ad esserlo. Chissà cosa ci eravamo messi in testa quando abbiamo captato il vostro segnale.» ribatté, sfregandosi la proboscide con aria pensosa. Il presidente si fece avanti con aria amichevole.
«Davvero, le assicuro che sono io quello più dispiaciuto. Chissà cosa ci aspettavamo noi, da voi… Il fatto è che la mia gente… gli uomini si combattono già fra loro, vicini contro vicini, fratelli contro fratelli, marito contro moglie… cosa potrà mai succederà fra le nostre due specie? Fra noi, che siamo così… così… indiscutibilmente… diversi.»
«La guerra più cruda e selvaggia a cui l’universo abbia mai potuto assistere, senza dubbio! Sono d’accordo con voi: non ci potrà mai essere qualcosa di buono dalla nostra amicizia.» rispose l’alieno, scuotendo sconsolato la testa. Alle sue spalle le quattro guardie in tuta spaziale sospirarono in coro.
«Allora…» iniziò il presidente.
«Allora fingeremo di non esserci mai incontrati. Io me ne tornerò sul mio pianeta e dirò di non aver trovato nulla di interessante…»
«E io – aggiunse il presidente – mi batterò affinché non trapeli nulla su di voi. È meglio che la gente non sappia. A volte l’ignoranza è un bene.»
L’alieno assentì. Un’ultima stretta di mano, e l’ambasciata aliena era già in procinto di partire. Il viaggio sarebbe durato almeno cinquant’anni terrestri, e perciò la corvetta era stata progettata per contenere fino ad una ventina di vasche per la criostasi. Prima che i visitatori salissero sull’autobus e se ne andassero per sempre, il presidente si avvicinò per l’ultima volta, allungando la mano.
«Volevo augurarle Buon Natale!» disse.
«Cos’è il Natale?» rispose l’alieno, strabuzzando i suoi cento occhi.
L’uomo sorrise amaramente.
«Lasci stare. Buon viaggio.»