Ghost Writer – Prima parte

Rieccomi qui! Scusate per la lunga assenza, ma la sessione invernale degli esami mi ha occupato parecchio tempo. Fortunatamente, sono riuscito a scrivere la prima parte di questo racconto fantastico. Spero vi piacerà.
Buona lettura

Ghost Writer – Prima parte – 20lines

Ghost_Writer_by_kannibaldevotchka

La signora Miller entrò nella vecchia casa gesticolando. Era una donna di mezza età, energica e prorompente, con una maglia aderente che le imbellettava il seno generoso. Con voce roca, segno che si era fumata un intero pacchetto di sigarette prima di arrivare lì, si mise ad illustrare i punti forti della casa. Portò i potenziali compratori a visitare il soggiorno, una stanza quadrata piuttosto vetusta, con carta da parati verde scuro arricchita da chiazze arancioni di muffa. Mostrò loro la cucina, che a vecchiezza concorreva con il resto della casa; pentole in rame erano appese alla cappa del camino, insulsi quadri di gatti spiccavano qua e là, sui muri color topo, e un forno in maiolica grigia faceva bella mostra di sé, fra un frigo bombato e un mobile di mogano divorato dai tarli. Sembravano usciti tutti da un film muto di Fritz Lang. Poi fu il turno delle camere da letto e dei bagni, i quali non riservarono di certo sorprese, tranne un solitario scarafaggio, che scivolava sulla tazza del gabinetto, e una cimice, che passeggiava allegramente su di una coperta a patchwork imbevuta di naftalina.

La signora Miller, in quella visita frettolosa, non fece altro che parlare e parlare. La sua bocca, sottolineata da un rossetto dal colore volgare, un magenta carico che riportava alla mente serate passate a scommettere al casinò o all’ippodromo, non la smetteva più di aprirsi e chiudersi, e le sue labbra sembravano quelle di un millenario pesce abissale, intento a criticare aspramente il pescatore che lo aveva preso all’amo e caricato sul pavimento umido di un peschereccio.
Colin la osservava in tralice. Dio, quanto assomigliava a sua madre! E, non a caso, sua madre le pendeva dalle labbra e assentiva ad ogni sua parola, annuendo convinta, la testa che le scivolava all’indietro per il peso del suo vistoso chignon.
«Come vede – stava dicendo in quel momento la donna – la casa è vecchia, ma è solida. Se non ci credete, sentite i muri! – e li percosse con le nocche ossute – Sentito? Non sono certo i muri di una casa moderna, nossignore. Avete udito il suono che producono? – imitò il knok knok con le labbra a “o” – sta a significare fiducia, amore, responsabilità. È una casa importante. Che ne dite?»
«Dico che la prendiamo subito – rispose la mamma di Colin, meritandosi un’occhiata raggelante del figlio – la casa mi piace. Ha, diciamo, quella patina antica che ti riscalda il cuore. E poi la posizione è ottima. Raggiungerò il nuovo ufficio in un batter d’occhio.»
«Lei sì che si intende di affari…» gnaulò la signora Miller, con fare adulante, passandole i documenti da firmare. La mamma di Colin, fatta scattare una dozzinale penna da supermercato, vi appose una firma arabeggiante: Miranda Goldman.
«Mi tolga una curiosità – disse Miranda, non appena ebbe riconsegnato il foglio fra le mani avide della signora Miller – come mai il prezzo è così basso? Voglio dire, sarà pure una casa vecchia ma ha tutto al suo posto e per arrivare al centro ci vogliono solo quindici minuti a piedi.»
La signora Miller ridacchiò nervosamente.
«Oh, be’. Visto che ormai il contratto è firmato, posso anche svelarle l’arcano. Una trentina di anni fa, suppergiù, qui ci abitava uno scrittore squattrinato. Era un tipo tetro, solitario. Una bestia, a quanto dicevano, con due occhi neri come carbone. Be’ finì che l’uomo si tolse la vita. Nella soffitta di questa casa…»
«Intende dire quella porta chiusa che non ha avuto il coraggio di aprire?» si intromise Colin, quattordici anni appena compiuti, sorriso sfrontato, guance piene di lentiggini, cappello col frontino a rovescio, edizione tascabile di Ventimila leghe sotto i mari infilata sotto l’ascella sinistra.
«Shhh… lascia parlare i grandi.» lo zittì acidamente sua madre.
«Oh be’, sì. Proprio quella soffitta. E sa come funziona la testa della gente: la voce si è sparsa e nessuno dei dintorni ha più voluto visitarla né sentirne parlare… Oh, c’è morta una persona qui dentro, non voglio neppure entrarci. Che assurdità, credere ai fantasmi al giorno d’oggi! E poi è arrivata lei, cara signora… signora Goldman. Lo sapevo che uno straniero avrebbe avuto più sale in zucca di questi, questi… provinciali.»
Miranda sorrise debolmente, ma si vedeva che avrebbe voluto schiaffeggiare la donna in piena faccia.
«È ora che vada, adesso. Vi lascio nella vostra nuova casa.»
La signora Miller si alzò, si spolverò il vestito, strinse la mano di Miranda con leziosità, diede un buffetto alquanto inopportuno sulla testa di Colin (il ragazzino ringhiò, dal momento che il suo prezioso cappello fu quasi sul punto di cadere), prese la borsa che aveva momentaneamente appeso al pomello di una sedia e uscì trafelata dalla casa, come se non volesse restarci un secondo di più. Non appena la porta fu richiusa (con una dose eccessiva di veemenza) uno dei quadri tristi del soggiorno si staccò dal chiodo e si infranse sul pavimento, schizzando ovunque frammenti di vetro. Sia Colin che la donna sussultarono. Si cominciava bene!
Gli occhi di Miranda mandavano lampi.
«Che strega! Non poteva dircelo subito del… suicida? Perché proprio a me? A me che ho così paura dei fantasmi e degli spettri!»
«Io te l’avevo detto che questa casa era una fregatura – sbadigliò Colin – ma tu non mi hai voluto ascoltare, come al solito.»
«Fila a lavarti le mani, tu!» lo interruppe Miranda, e Colin, temendo qualche punizione, corse immediatamente nel bagno. Prima di lavarsi le mani, ovviamente, si premunì di schiacciare lo scarafaggio, il cui carapace si fessurò con un kruunk tutt’altro che invitante. Sulla tavoletta color miele si condensarono grumi di “succo di insetto”, come lo chiamava Colin. Rabbrividendo dal disgusto, il ragazzino corse a lavarsi le mani; c’era ancora del sapone, ma era così duro che doveva trovarsi lì da anni. Chissà, forse apparteneva allo scrittore… magari lo aveva usato pochi minuti prima di ammazzarsi. Già… chissà come si era ucciso? Impiccandosi alle travi della soffitta, tagliandosi le vene o bevendo una dose da cavallo di veleno per scarafaggi?
Rabbrividendo ancora più forte, Colin scese giù per le scale di corsa, con la sensazione che qualcosa lo inseguisse, come uno spiffero di aria gelata. Eppure era agosto, e fuori faceva un caldo infernale.

Il resto della giornata trascorse nell’immobilità più assoluta. Il vicinato era composto perlopiù da vecchietti, che passavano i loro pomeriggi spaparanzati su sedie a sdraio a righe, bisticciando fra loro, giocando a ramino o spiando il viavai dei “giovanotti” che sfilavano coi loro skate ruggenti per i marciapiedi e gli steccati del quartiere. Colin, immerso fino al collo nelle siepi che contornavano la veranda (il giardino non veniva potato da mesi), ebbe tutto il tempo di finire il suo libro e passare a un altro: La storia infinita. Lo lesse con soddisfazione, sorseggiando una limonata ghiacciata. Adorava leggere e trovava che, se i suoi coetanei avessero passato più tempo sui libri, forse ci si sarebbe rispettati tutti quanti, senza stare a guardare le differenze sociali, i difetti fisici, la lingua o il colore della pelle. Perché leggere significava entrare nel cuore degli uomini, comprendere le diversità e imparare a conviverci. Leggere era qualcosa che ti dava la carica, che alimentava la speranza in un mondo migliore. E scrivere era ancora meglio. Colin ogni tanto scriveva e si sentiva davvero bene: ogni parola, ogni riga, era un passo giù, nel profondo di se stesso, dove era buio e dove l’unica luce era quella della fantasia. Eppure il signore che abitava in quella casa… La scrittura non lo aveva salvato.
Ingoiando l’ultima goccia rinfrescante di limonata, Colin alzò lo sguardo verso la soffitta. C’era un’unica finestra, come un oblò, che sovrastava il piccolo cinereo giardino. E fu lì che, in parte confusa dietro il vetro appannato e impolverato della finestra, Colin vide una faccia. Era il viso di un uomo. Due occhi neri, una barba lunga, una bocca sottile, stirata verso giù, come se fosse la maschera di una tragedia greca. Colin balzò in piedi, gridando a squarciagola. Il bicchiere della limonata cadde sul legno usurato della veranda, risuonando con uno scoppio.
Miranda uscì di corsa, incespicando negli infradito. Nella corsa lo chignon le si era sciolto e i suoi capelli nero ebano svolazzavano nell’aria, come immersi in una corrente marina invisibile.
«COLIN! Che sta succedendo?»
«Mamma… lì… sulla finestra… il fantasma.»
Ma nel tempo che la donna ci mise a raggiungere il punto della veranda da cui Colin aveva visto la sagoma, il volto era scomparso. Era rimasto tuttavia un alone, come un ritratto fotografico sbiadito dallo sgocciolare degli anni. Miranda sospirò e alzò gli occhi al cielo.
«Ma che fantasma e fantasma! Non vedi che è solo una macchia sulla finestra?»
«Ma no, mamma! Te lo giuro! So quello che ho visto!» ribatté lui, diventando tutto paonazzo per la rabbia.
«Colin Goldman! Comportati da uomo! Se tuo padre fosse qui…» ma Miranda non finì la frase. La voce le mancò e dovette tornare in casa per non scoppiare in lacrime davanti ai vicini, i quali, allungando il collo oltre la siepe, si erano messi a osservarli senza provare rimorso o vergogna, masticando tabacco e sputandolo tra le foglie del giardino.

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Ghost Story

Come da tradizione, ecco a voi il racconto horror per la notte di Halloween. Una storia paranormale ricca di colpi di scena e, ovviamente, di fantasmi. Buona lettura da brivido. Alvise
Ghost Story – 20lines

La Zucca ghignò. Samuel si mise a tremare. Gli occhi della Zucca divamparono, due globi luminescenti nel buio ghiacciato di fine ottobre. Resisti Sam, resisti, si disse il bambino tra sé e sé, resisti o tutti ti prenderanno in giro.
«A-andate v-voi, io devo pisciare.» mormorò a voce alta, sussultando quando le parole uscirono frammentate dalle sue labbra esangui. Gli altri compagni si girarono con aria sospettosa. Una strega, un lupo mannaro e un vampiro, questi erano i travestimenti di Corinne, Joseph e Rufus. Ed erano travestimenti davvero riusciti, visto che Sam, per un istante, ebbe la sgradevole sensazione di non essere più coi suoi compagni di classe, ma insieme a dei mostri veri, pronti a sbranarlo senza pietà.
«Andiamo, cacasotto. È soltanto una zucca, vedi?»
Joseph si avvicinò alla finestra e sollevò la zucca, lanciandola in aria. Fu anche peggio, perché il fuoco contenuto nel corpo cavo della Jack-o’-lantern fuoriuscì dalle orbite vuote in lunghe cascate di fiamma, che ulularono a contatto con l’aria notturna. Samuel indietreggiò lentamente. Se l’era solo sognato o il fuoco aveva davvero preso la forma di un sorriso sdentato?
«D-dai ragazzi. A-aspettatemi o l-lo dirò ai vostri g-genitori.» balbettò il bambino, incrociando le braccia dietro la schiena per non far vedere che stava tremando. Non aveva mentito: se la stava davvero facendo sotto. Ancora qualche secondo e si sarebbe bagnato fino alle orecchie.
La strega, il lupo mannaro e il vampiro si guardarono di sottecchi.
«E va bene, mammoletta. Va’ dietro quella roccia, noi ti aspettiamo qui.» borbottarono in coro.
Corinne scoppiò a ridere.
«Falla di corsa o il vecchio Jack ti troverà e ti mangerà il pisello!»
Samuel inorridì e fuggì via nella notte, il suo mantello da fantasma che svolazzava dietro di lui come una scia di fumo.
«Che pollo.» ridacchiò Joseph. Rufus lo guardò male.
«Lascialo stare. È mio cugino, dopotutto.»
«Il tuo cugino femminuccia. Non è che hai preso da lui, viso che è tuo parente?»
Rufus si tirò su le maniche e si sistemò il colletto del mantello color sangue.
«Ripetilo se hai coraggio.»
Corinne li interruppe con l’autorità magnetica che tutte le ragazzine esercitano sugli adolescenti in pubertà.
«Shhhh. Non avete sentito anche voi?»
Joseph e Rufus deglutirono rumorosamente.
«Che cosa?»
«Come una… una risata nella notte?»
«Cos’è, ti scappa anche a te?» la rimbeccò Rufus. Corinne scosse la testa. Rimasero in ascolto, ma non udirono altro che un silenzio da film dell’orrore.
«Non vi sembra che Samuel sia via da troppo tempo?» osservò Corinne, rabbrividendo.
«Ma no… eccolo lì.»
Samuel sbucò da dietro la roccia. Sembrava ancora più silenzioso e timido di prima.
«Ecco f-fatto. S-suoniamo?»
I tre mostri annuirono. Bussarono alla porta della casa, una struttura coloniale bianca che brillava nelle tenebre notturne come un vecchio osso dissotterrato. La signora Cavendish, la docente di letteratura, uscì sulla veranda in un completo da ragno nero. Corinne, che era aracnofobica, sbiancò di brutto.
«Mi lascia indovinare, signora Cavendish. – ponderò Rufus – È una vedova nera?» poi si rese conto che la Cavendish aveva perso il marito la primavera scorsa, allora anche lui sbiancò. La professoressa non la prese bene e digrignò i denti.
«No, Rufus. Sono Shelob. Oh, non la conosci? Non mi stupisco… Tu non leggi mai, perché sei un somaro.»
Poi il viso della Cavendish divenne un punto interrogativo.
«Che succede alla mia zucca?» borbottò.
I quattro ragazzini si girarono. La lanterna di Halloween emetteva una strana luce azzurrina pulsante. La veranda ora sembrava l’entrata di un castello degli orrori popolato di fuochi fatui. I ragazzini si guardarono negli occhi con sgomento.
«Davvero curioso – mormorò la donna – La leggenda dice che la luce diventa azzurra quando uno spirito si avvicina alla casa. Oh, ma a che punto eravamo arrivati, ragazzi miei?»
«Ehm… dolcetto o scherzetto?» strillarono i quattro in coro.
«Uhm, scelgo “dolcetto”.» esclamò la professoressa, infilando le mani in un grande scrigno-teschio di plastica e distribuendo caramelle alla zucca e dita di torrone ai suoi alunni. Loro li infilarono nella borsa di carta che si erano portati da casa, tutti meno Samuel, che si era messo a guardare come ipnotizzato la zucca bluastra. Sembrava non potesse più staccarle gli occhi di dosso.
«La ringraziamo, signora ragn… Cavendish.» borbottò Corinne, esibendosi in un sorriso così finto che sembrava di plastica.
«Arrivederci, ragazzi miei. E state attenti… La notte di Halloween porta con sé molti misteri.» e con un ululato da spettro si rinfilò in casa.
Il lupo mannaro, la strega, il vampiro e il fantasma ridiscesero gli scalini della veranda con un misto di ansia e felicità. Avevano finito il giro del quartiere e le loro borse di carta erano piene da scoppiare; mancava poco che si strappassero, facendo cadere i loro dolci tesori nel fango. Ciondolando dal sonno, i quattro si avviarono verso il cancello che separava il giardino della professoressa dalla strada asfaltata. Ad un tratto Rufus si afferrò la pancia e si piegò in due, mugolando di dolore.
«Merda…»
«Che succede?»
«Troppa cioccolata. D-devo andare a… beh… avete capito.»
Detto questo, lasciò cadere il suo sacchetto a terra e si mise a correre verso la provvidenziale roccia che si trovava nel giardino della Cavendish. Non appena si fu assicurato che gli altri non potessero vederlo, si slacciò la cintura dei jeans. Dio, fa che non me la sia già fatta nelle mutande, pensò, mentre la zip contrastava dispettosamente la spinta delle sue dita. Si era appena abbassato i pantaloni oltre le ginocchia quando inciampò in qualcosa di duro, che lo fece ruzzolare a terra. Rufus trattenne un gemito. Per un attimo gli era sembrato…Allungò una mano e la toccò: era una gamba. Cominciò a risalire. Non era affatto una di quelle gambe finte da giardino degli orrori, perché oltre al ginocchio c’era la coscia e oltre la coscia una pancia. E oltre la pancia un petto e poi un collo da ragazzino. Rufus gridò a squarciagola quando, annaspando nel buio, toccò una faccia. Le sue dita avvertirono qualcosa di bagnato e di appiccicoso.
«S-sangue.» balbettò con un filo di voce.
«Rufus? Rufus? Tutto OK?»
Le voci erano quelle dei suoi tre compagni. Samuel, Joseph e Corinne gli furono accanto in pochi secondi. Samuel era sempre più silenzioso, come se la sua voce non potesse più superare la barriera del suo lenzuolo da fantasma.
«Che puzza di merda.» ridacchiò Joseph. La risata gli morì in gola quando Corinne, estratto il suo smartphone dotato di luce al LED, lo indirizzò sul punto che Rufus continuava a indicare con mano tremante. Gridarono tutti assieme e continuarono a gridare anche dopo, quando vennero portati via in ambulanza.
Perché lì, nell’erba bagnata del giardino, c’era il corpo accoltellato e coperto di sangue di Samuel.

La nebbia di Night Falls

Si dice che i fantasmi non siano altro che un avvenimento costretto a ripetersi all’infinito, ma quando sono gli uomini a comportarsi tutti i giorni in maniera sempre uguale, come si possono distinguere i morti dai vivi? Fantasmi. Buona lettura.
Alvise Brugnolo
Sarebbe stata una giornata di familiare routine a Night Falls, se non fosse stato per l’arrivo di un turista. E non un turista qualunque, bensì uno di quelli venuti a ficcanasare, a rinvangare storie sepolte ormai da lunghi anni. Questo qui in particolare era a caccia di una storia da vendere.
Night Falls lo accolse con la consueta zaffata di umidità, proveniente in parte dal vapore suscitato dalle possenti cascate che crollavano subito dopo l’ansa del fiume, e in parte dalla nebbia che sgusciava tra i vecchi larici ammuffiti, neri e fumosi come ciminiere di fabbriche sull’orlo del crollo finanziario.
Il turista vagò senza meta fino al centro del paese, guardando a malapena gli abitanti che, nonostante la nebbia spessa e tagliente come la lama di un’accetta, sorridevano come se si trovassero nel posto più dolce della terra, un Eden al quale erano ammessi soltanto loro.
Pezzenti, pensò Jim, questo il nome del giovane visitatore, mentre si sistemava il cappotto che era ancora imbevuto dell’odore della città, un odore di confusione, smog e agiatezza. Jim si guardò un po’ attorno, quasi incredulo che nel nostro secolo ci fosse un posto come Night Falls, così fuori dal mondo da risultare ridicolo e avvilente. Scoprì presto che il paese si esauriva nella piazzetta principale, uno spiazzo circolare su cui si affacciavano un panificio, un emporio alimentare, gli uffici postali e un bar che avrebbe potuto contenere sì e no dieci persone, di cui tre in piedi. Per finire, rullo di tamburi, c’era persino un piccolo albergo, una pensioncina dall’aria mesta e tuttavia pulita. Bingo, si disse tra sé e sé Jim, dirigendosi verso la porta semi-aperta della struttura, a guardia della quale stavano due nani da giardino dall’aria truce; erano due oggetti così kitsch che Jim, avvezzo al design asettico e squadrato di New York, non credette ai propri occhi e faticò a trattenere una risata crudele. Bussò meccanicamente ed entrò facendo sbattere la porta contro il muro senza neppure chiedere scusa.
L’uomo venne accolto dal profumo di un sigaro, un alone grigio che gravava sul semplice arredamento della hall: un lungo tavolo in radica, due poltrone stile Luigi nonmiricordopiùilnumero, un ficus benjamin dalle foglie traslucide e poi, più in fondo, quasi relegata in un angolo, una foto in bianco e nero risalente al 1943. Jim si avvicinò e vide che raffigurava il paese poco prima del… Un colpo di tosse lo fece sobbalzare. Si girò di scatto e vide che dietro al bancone della hall c’era una coppia di vecchie persone. Un uomo e una donna vestiti umilmente, lui con una giacca color fumo tutta toppe, lei con una camicia e una gonna austera che le arrivava fino ai piedi. Jim si esibì in un sorriso stereotipato, mentre si chiedeva come avesse fatto a non notarli quand’era entrato. Forse era la loro aria così misera a farli passare inosservati. Sì, decisamente borbottò Jim nella sua testa, prima di aprire bocca e darle fiato.
«Buongiorno.» ruminò.
«’Giorno a lei – risposero all’unisono i due – desidera forse una stanza?»
«Esattamente…» rispose ironico Jim, chiedendosi cosa altro avrebbe potuto cercare in un posto come quello se non una stanza ridicola a prezzo altrettanto ridicolo. Il vecchio sorrise distrattamente, emettendo dalla bocca un anello di fumo che oltrepassò il viso di Jim senza che lui ne avesse pienamente coscienza.
«Per quante notti?» domandò il portiere.
«Una credo che basti. Sa, devo scrivere una storia…»
«Oh – dissero i due guardandosi negli occhi – che cosa eccitante.»
«Lo é. Chi non conosce la triste storia di Night Falls?»

La triste storia di Night Falls
Si è consumata una strage nella notte del 6 novembre 1943 a Night Falls, un piccolo paese nelle montagne nebbiose dell’Oregon. Forse un fulmine o una candela accesa hanno dato il via ad un rogo che ha consumato il villaggio fino alle fondamenta, lasciando una scia di morte dietro di sé. Nessuno è sfuggito all’incendio, eccetto un gruppo di giovani ragazzi scesi giù a Salem contro il volere dei genitori. Accanto a loro si stringe tutta la città e primo fra tutti il Sindaco, che si è ripromesso di indagare al fine di escludere l’ipotesi, anche se improbabile, di un incendio doloso. Una triste storia, che lascia ferite profonde nel nostro tessuto sociale. L’augurio che la nostra redazione può fare, è che il paese di Night Falls non venga abbandonato a se stesso, e che non finisca col diventare, come altre cittadine del nostro paese dimenticate dallo Stato, un villaggio fantasma.

Timothy P. Klarckson


«E’ una storia accaduta molto tempo fa…» si schermirono i due, quasi per scusarsi di non aver di meglio da offrire che una tragedia piena di fumo, fiamme e nebbia.
«Una storia che piacerà molto ai miei lettori, non dubitate. Sapete, adorano i film dell’orrore, le storie di spettri…» concluse Jim, con un tono sempre più basso che cercava, inutilmente, di conferire al suo discorso un’aria misteriosa e stuzzicante. I due annuirono, ridacchiando sommessamente.
«E quindi lei è venuto qui a caccia di fantasmi…»
«Proprio così. Sono Edward Spirit, scrittore di bestsellers del calibro di Una notte coi fantasmi e In vacanza coi fantasmi, oppure Io, voi e i fantasmi.»
I due si guardarono di sottecchi e non parvero affatto colpiti dalla personalità che si trovavano di fronte. E come potrebbero conoscermi, osservò Jim, quando non hanno neppure la connessione internet o un fottuto televisore?
«E dunque – continuò lo scrittore – vi sarei grato se sapreste riferirmi qualche storia succosa, uno di quegli aneddoti da migliaia di dollari. C’è qualcosa di spettrale in questo luogo, qualche presenza che vi spaventa nelle notti di inverno?»
«Qui c’è soltanto quello che si vede. – tagliarono corto i due, mentre il loro tono si faceva più attento e misurato – Dubito che qui troverà quello che cerca.»
«Poco male – ribatté lui – mi inventerò qualcosa. Ormai non devo pensare nemmeno più quando scrivo: butto giù tre panzane e i miei libri salgono al vertice delle classifiche comunque, anzi, ancor più velocemente.»
I due lo guardarono con un’occhiata non scevra di compatimento, e sotto sotto, di amarezza.
«E non pensa che sarebbe più felice se scrivesse non quello che gli altri vogliono, ma quello che lei sente.»
Jim scoppiò in una risata convulsa, come se quello che i due gli avevano appena detto fosse un’assurdità bella e buona.
«Signori miei. Non ho nemmeno il tempo di capire quello che sento. Sono uno scrittore, ve l’ho detto: non posso stare troppo a pensare, o i miei lettori evaporerebbero come la nebbia che c’è qui.»
I due fecero un sorriso sbieco, poi il vecchio afferrò una delle chiavi d’ottone che teneva in un quadro di legno alle sue spalle e la lasciò accanto alla mano nervosa di Jim.
«La numero 7. E’ la migliore.» disse, con un cenno serio della testa.
«La ringrazio.» rispose il giovane, prima di sparire al piano di sopra e tornarsene giù con block notes, macchina fotografica e mappa della zona.
Jim, come tutti i turisti, venne e partì. Si trattenne quel poco per capire che a Night Falls non c’era nulla di interessante. Lui comunque ne avrebbe tratto un gran profitto, scrivendo di essere stato perseguitato durante la notte da brezze improvvise, rumori di grida e visioni da incubo. Questa volta, Jim se lo ripromise, il suo libro avrebbe sfondato il tetto dei tre milioni di copie. Se ne andò salutando a malapena i due portieri, ai quali peraltro aveva lasciato una mancia generosissima, e la nebbia lo inghiottì. Ted e Dana si tenevano a braccetto sulla veranda, mentre guardavano il giovane scrittore sparire per sempre. Lui fumava il suo sigaro che sembrava non consumarsi mai, lei, sottovoce, cantava una ninnananna di tempi passati. Nel frattempo su Night Falls calò il crepuscolo e la nebbia si dissolse, mostrando scheletri di case bruciate e sul punto di crollare.
«Il mondo è cambiato, là fuori.» sussurrò la donna, facendosi piccola accanto alla figura allampanata del marito.
«Lo so. Ma l’unica cosa importante è che noi resteremo sempre assieme, qui a Night Falls.»
«Certo. Per sempre.»
Detto questo si voltarono e oltrepassarono il muro dell’albergo come se fosse fatto di fumo.