Film consigliati – Nel fantastico mondo di Oz (1985)

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Perdonatemi: non ho trovato il tempo di scrivere un nuovo racconto, ma voilà, ecco la recensione di uno dei film che ha segnato la mia infanzia: Nel fantastico mondo di Oz di Walter Murch. Il titolo italiano, come sempre, è stato scritto coi piedi. Molto meglio l’originale inglese: Return to Oz.
Prodotto dalla Walt Disney (non come il primo storico film del mago di Oz, i cui diritti appartengono alla Warner) il film si ispira al secondo e al terzo libro della saga di Oz ideata da L. Frank Baum. Prima di procedere, un avvertimento: dimenticatevi la gaia serenità della Dorothy di Judy Garland, perché qui, nel regno di Oz di Walter Murch, si respira un’aria diversa… e che aria!

La storia continua da dove si era interrotta: Dorothy è tornata nel Kansas, ma, ahimè, non è più la stessa. Non fa altro che parlare di Oz, dello Spaventapasseri, della città di Smeraldo e sua zia, la poco lungimirante Emma, decide di portarla in una clinica psichiatrica per farle passare del tutto questa sua mania. Una clinica dell’epoca, si intende, con tanto di macchine per l’elettroshock, barelle dotate di cinghie e orribili infermiere vestite di nero… Creepy, non è vero?
Proprio mentre sta per essere attaccata alla macchina elettrica, per una bella e “sana” dose di elettroshock, nella clinica salta la luce e Dorothy, liberata da una misteriosa ragazzina in abito bianco, riesce a fuggire. Inseguite dalla caposala, la malvagia infermiera Wilson oz2_013JeanMarsh(è un caso che assomigli a una strega delle fiabe?) le due ragazzine finiscono in un fiume e, sotto un furioso temporale, vengono trascinate via dalla corrente. Ed ecco che, esattamente come accadeva nel primo romanzo, Dorothy si risveglia ad Oz, senza avere la più pallida idea di come esserci arrivata. Oh, ma non è l’Oz che ci aspetteremmo: la Città di Smeraldo è in rovina, ogni abitante è stato tramutato in statua e le pietre preziose, splendore della città, sono state trafugate. Una regina malvagia che colleziona teste di ragazzina (sì avete letto bene) ha preso il posto del Re Spaventapasseri e, in combutta con il malvagio Re degli Gnomi, tiene in scacco l’intero Regno di Oz. Una bella gatta da pelare, per la povera Dorothy Gale.
Figuratevi che goduria, per un bambino di otto anni, guardare un film dove l’antagonista, le perfida strega Mombi, conserva le teste delle sue prede in eleganti vetrinette dorate, come fossero tazzine di porcellana. E poi mi domandavo perché, quando mi addormentavo, avevo sempre gli incubi!

Il film, purtroppo, non ebbe il successo sperato, nonostanvlcsnap-2010-07-19-00h41m22s31te sia diventato un cult quasi introvabile (se vi capita di trovare il DVD, compratelo assolutamente: potrebbe essere l’ultimo esemplare esistente) e il motivo salta subito all’occhio. Il film di Murch è l’esatto opposto del capolavoro di Fleming del 1939. È innegabile che il musical zuccheroso e iper-colorato della Warner Bros. sia stato e sia tutt’ora una leggenda, e vedere il mondo fantastico e magico di Oz ridotto ad un deserto in rovina, popolato da creature terribili e minacciose (i Ruotanti, quand’ero bambino, me la facevano fare sotto), è un colpo che gli spettatori dell’epoca non seppero sopportare.
Ovviamente, con il passare degli anni è stata proprio quest’atmosfera quasi Burtoniana a decretare il successo del film. Un miscuglio di fantasy e horror che davvero non delude.
Ciliegina sulla torta, una chiave di lettura che ho capito solo dopo aver rivisto il film da più grande. La macchina dell’elettroshock, che il dottore cerca in tutti i modi di rendere più “umana” e meno spaventosa, è la metafora della tecnologia che rischia di uccidere la creatività. In questo senso, il mondo di Oz così “violento” è una specie di rivalsa dell’immaginazione contro i pericoli della perdita dei valori tradizionali.

Che altro dire? Spero che anche voi abbiate avuto la fortuna di vedere questo piccolo classico dimenticato. Se così fosse, commentate qui sotto e ditemi come la pensate! In caso contrario, spulciate il web e comprate il VHS/DVD… ne varrà la pena! 😉

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Il carillon – seconda parte

Un breve racconto fantastico. Un castello, un segreto da svelare, un mondo magico da scoprire. Buona lettura
 

Kora era nata, avrebbe vissuto e sarebbe morta nello stesso castello. Questo le fu chiaro già dal quinto anno di età. Era il perché a non esserle chiaro, e per quello ci mise decisamente più tempo.
Il castello era una piccola fortezza che sorgeva su di una verde collina alberata, situata nelle remote lande di Haidenschwarzen. Il paese di Haidenschwarzen, lo dice già il nome, era uno di quei paesi tutto villaggi, campi fioriti, mulini a vento e fiumi azzurrognoli. Capre ovunque, vacche al pascolo, contadine che raccoglievano ranuncoli fra i massi, salsicce di pecora messe sullo spiedo nei giorni di festa, balere aperte di giorno e di notte, ragazzotte con gonne di lana e cuffie a cuore, e uomini con baffi, pantaloncini corti e curiosi cappelli triangolari culminanti con una piuma di pavone. Questo era Haidenschwarzen, niente di più, niente di meno. Sorgeva in una vallata, incastonata e difesa da una catena montuosa che aveva la forma di un anello e per questo, da tutti gli abitanti, veniva chiamata Schturmwagen. Era davvero un bel posto, Haidenschwarzen, non abbastanza grande da fomentare la sete di potere e non abbastanza piccolo da suscitare invidie, pettegolezzi e malcontento.
Kora, però, questo bel paese non l’aveva mai visto, se non attraverso le vetrate della Sala Grande che, colorate com’erano, le restituivano un’immagine particolarmente distorta dei campi, dei boschi e delle case che attorniavano la fortezza. Ve l’ho già detto che non poteva uscire in alcun modo, no? Per Kora c’era stato, c’era e ci sarebbe sempre stato solamente il castello. Ci vivevano lei, il Nonno (il conte Kurtz Von Rustung che, al suo nome roboante, preferiva di gran lunga il soprannome “Nonno”), e la servitù, che contava ben ventitré maggiordomi meccanici e dodici balie meccaniche. Sì, avete capito bene: meccanici. Li aveva inventati il Nonno in persona, il quale si dilettava con la costruzione di telescopi, lenti bifocali, orologi, meccanismi e… carillon. A dire la verità, Kora non vedeva suo nonno molto spesso. Il conte Von Rustung compariva nella sala della colazione alle nove, puntualissimo, beveva la sua cioccolata calda, masticava celere le sue fette biscottate con burro e carne essiccata, dava un buffetto affettuoso a Kora, prendeva il giornale che Gustav, il maggiordomo meccanico più anziano e fidato, gli riponeva accanto le posate, e risaliva nei suoi alloggi, che poi erano anche il suo laboratorio.
Nemmeno il laboratorio Kora l’aveva visto molto spesso. Solo una volta, sgattaiolando silenziosa sul far della sera nell’ala ovest, aveva avuto la fortuna di vedere suo nonno uscirne; per una frazione di secondo, attraverso la porta che si richiudeva cigolando, Kora aveva visto un tavolo lunghissimo, a forma di ferro di cavallo. E su questo tavolo un altare, e su questo altare una pietra circolare, e su questa pietra circolare un cuscino. E su questo cuscino… un carillon. Un carillon bellissimo, composto da una sfera rotonda grande quanto la testa di un neonato, al cui interno baluginavano mille luci, come occhi di fata, sovrapposte ad uno sfondo nero nero. Sembrava quasi un cielo stellato. Quello sì che Kora l’aveva visto. Perché nella Sala Grande c’era una cupola di vetro e, attraverso la trasparenza della sua struttura, si potevano vedere il cielo, sia di giorno che di notte, le nuvole, gli stormi degli uccelli e tutto il firmamento.
Kora aveva guardato il carillon con bramosia, le era sembrato che entrare nel laboratorio e toccarlo fosse l’unico desiderio sensato che si dovesse provare nella vita. Ma ecco che suo nonno le si era parato davanti. Indossava, come al solito, una pesante armatura d’argento, con riflessi inchiostro, e una cappa color del cielo notturno.
«Altolà, signorina. Sei ancora piccola per scoprire il segreto del mio laboratorio. Arriverà un giorno in cui ti sarà permesso entrare, ma non adesso. Capito?» lo aveva detto bonariamente, ma i suoi occhi erano uragani pronti a portarla via. Kora si era messa a piangere a dirotto ed era scappata via, nella sua camera. Aveva sette anni, allora.
Ne passarono altri sette, senza che suo nonno facesse più menzione del laboratorio né del tavolo a forma di ferro di cavallo, né dell’altare, né della pietra circolare né del cuscino né del… carillon.
Almeno, compiuti i dieci anni, a Kora era stato dato il permesso di salire sui merli del castello e, così, si era potuta fare un’idea migliore di come fosse il paese di Haidenschwarzen. Aveva scoperto che non era affatto blu-rosso-giallo come le era sembrato da dentro il castello, attraverso le vetrate. Era semplicemente verde e azzurro, molto verde e azzurro, con boschi, campi di verze, fiumiciattoli e laghetti. Era davvero bello, ma, dopo tre anni di continue visite ai merli, il panorama divenne per Kora intollerabile come latte inacidito. Le davano fastidio persino i colombi arcobaleno, che venivano a tubare e a far nido nei doccioni e fra i buchi delle merlature.

Gli anni passarono come un soffio e Kora compì quindici anni. Al castello si fece una gran festa: i servitori meccanici prepararono una gigantesca torta a sei strati: crema chantilly, crema allo zabaione, cioccolato fondente, cioccolato al latte, cioccolato bianco e crema alla nocciola. Persino suo nonno, che di solito stava nella Sala Grande solo per la colazione, il pranzo e la cena, vi si trattenne più del dovuto, fino a metà pomeriggio, per festeggiare a dovere. Poi, come al solito, tornò trafelato al laboratorio, salendo le scale come se avesse avuto quarant’anni di meno. In quella stanza misteriosa, evidentemente, c’era qualcosa che richiedeva un impegno e un’attenzione continui.
Mentre mangiava la torta, il cervello di Kora lavorava alacremente. Aveva molti doni attorno a sé, in parte costruiti dal nonno e in parte acquistati dai servitori meccanici nei villaggi vicini: caleidoscopi, trottole, bambole meccaniche, puzzle, mobili dipinti, dolci e paste in quantità… eppure, il dono più grande, l’unico che desiderasse davvero, era rivedere il carillon ancora una volta. Capire cosa fosse e perché il nonno lo custodisse così gelosamente.

L’occasione propizia arrivò in un gelido giorno di novembre. Un vento selvaggio scendeva dal Schturmwagen, portando con sé echi di battaglie e pianti di Valchirie. Fiocchi di neve, come piume d’angelo, scendevano da un cielo plumbeo, ammonticchiandosi sul tetto e sulle merlature. E fu così che il gelo, strisciando sottilmente dalle fessure delle finestre, entrò dentro il castello dove finì per far congelare i meccanismi della grande pendola della Sala da Ballo. Era un orologio antico, talmente antico che giù in paese si diceva che preesistesse al castello stesso e fosse lì da sempre. Vero o non vero, era un miracolo di ingegneria e di precisione; aveva le lancette di cristallo, il quadrante di marmo bianco e il bordo in oro massiccio. Fu Kora a notare, mentre scendeva dalla sua camera per la colazione, che le lancette si erano bloccate; avvertì subito i maggiordomi e loro andarono in escandescenze, mettendosi a cigolare e scricchiolare come locomotive arrugginite.
«Il Padrone la sistemerà!» gemettero speranzosi, precipitandosi verso le scale.
Nell’esatto momento in cui li vide sparire in direzione del laboratorio del nonno, Kora si decise: avrebbe approfittato di quel fortunato diversivo per intrufolarsi nel sancta sanctorum del conte. La sua fame di sapere sarebbe stata finalmente saziata!
Il conte Kurtz Von Rustung comparve alcuni minuti dopo, vestito ancora con la camicia da notte e la papalina. Era armato di cacciaviti, lenti, bulloni e mille altre cose che sua nipote non aveva mai visto. Kora, d’altro canto, non resto lì per molto: in men che non si dica, era sparita fra le ombre della scalinata principale, che portava alla ala est e alla ala ovest. Ignorò l’ala est, con le sue armature, gli scudi e i quadri degli antenati, e si mise a percorrere l’ala ovest, decisamente più cupa e misteriosa dell’altra: aveva drappi cremisi alle pareti, candelabri neri con candele ancora più nere, e muri di mattoni sgretolati dove l’ala est aveva carta da parati con draghi, arpie e grifoni.
Ed ecco, finalmente, la porta del laboratorio del conte! Ogni ruga del legno e ogni cardine trasudava mistero. Deglutendo per l’eccitazione, Kora spinse la porta ed entrò.
Era tutto come lo ricordava: il lungo tavolo a forma di ferro di cavallo, gli strumenti del nonno e… il carillon, adagiato sul cuscino di raso rosso. Scintillava come una perla nera sotto la luce della luna. Prima di avvicinarsi, Kora prese una alabarda appesa al muro e la sistemò in modo che la porta non potesse essere più aperta dall’esterno. Anche se era certa che la pendola avrebbe occupato il nonno a lungo, sapeva che i servitori meccanici pattugliavano frequentemente i corridoi e che dunque era probabile che spuntassero da un momento all’altro. Meglio premunirsi contro eventuali scocciatori.
Finalmente libera di godersi quello che aveva atteso per anni, Kora si avvicinò all’altare. Ecco il carillon! Che meraviglia! Era proprio come lo ricordava: una sfera contenete un cielo stellato, che ruotava costantemente su di un perno d’oro a forma di colonna corinzia. Una musica accompagnava quel lento girotondo, ma non era la musica che Kora si sarebbe aspettata da un carillon… era come un silenzio rumoroso, un fruscio proveniente da un vuoto cosmico. La ragazzina tese una mano e toccò il globo. Era caldo, pulsante, come il cuore di un bambino. Sembrava quasi…
In quell’istante, la porta del laboratorio tremò.
«KORA! Che stai FACENDO?» la voce era quella del nonno. Era una voce autoritaria, ma sotto sotto era disperata.
«Apri! Apri SUBITO!» ruggì il vecchio.
Kora indietreggiò. Era davvero terrorizzata, perché sapeva quanto il nonno fosse una persona pacata e poco propensa a scatti d’ira. Doveva averla combinata davvero grossa! Facendosi coraggio, Kora decise di aprirgli, ma non fece nemmeno in tempo ad avvicinarsi alla porta, per togliere l’alabarda, che suo nonno sfondò l’uscio. L’aveva distrutto con una mazza ferrata presa ad una delle armature dell’ala est. Si catapultò dentro, afferrò Kora e la scosse con forza.
«Ha smesso di SUONARE? Ha smesso di MUOVERSI?»
«Io n-non… lo s-so.» balbettò Kora. Con un ringhio leonino, il Nonno lasciò la nipotina tremante e si fiondò verso il carillon. Lo sollevò con tutta la cura possibile e, toltosi una minuscola chiave che portava appesa al collo, la usò per ricaricare il meccanismo. Dopodiché, con un soffio liberatorio, lo ripose sul cuscino. La sfera stellata continuava a girare e a produrre quello strano fruscio.
«Appena in tempo…» mormorò il vecchio, asciugandosi il sudore dalla fronte con il mantello. Dopodiché si girò verso Kora. I suoi occhi lampeggiavano.
«KORA! Come hai potuto fare una cosa del genere?»
Kora digrignò i denti e scoppiò in lacrime.
«È colpa tua, nonno! Perché, perché mi t-tieni rinchiusa in questo m-maledetto castello come una prigioniera?» singhiozzò.
Il Nonno alzò una mano guantata per controbattere… e poi la abbassò, sfibrato. Si tolse il mantello, lo lasciò cadere a terra, e si sedette su una delle tante sedie libere del laboratorio. Si sentiva stanco, perché gli anni lo avevano raggiunto con tutto il loro peso.
«Hai ragione, Kora… – borbottò il vecchio – è tutta colpa mia. Ma ci sono stato costretto… Ahimè… Abbiamo una responsabilità immensa, sulle nostre spalle, che tu non puoi capire. Ma ora ti spiegherò: fu tuo padre il primo a violare la regola che ci impediva di uscire da qui. Il castello ci protegge, è stato creato apposta. Perché se moriamo, non possiamo portare a termine ciò per cui siamo stati creati e questa sarebbe una cosa terribile, una cosa innominabile! Tu, povera nipote mia, hai pagato per il peccato di tuo padre, come sempre accade. Tuo padre era un ribelle e questo in circostanze normali sarebbe stato fantastico. Ma noi normali non lo siamo, oh no! Accade che un giorno, a mia insaputa, tuo padre uscì dalle mura del castello per vedere il paese di Haidenschwarzen. La sua intenzione era di visitare i villaggi vicini e ritornare sul fare della sera. Ma fece tardi e la sorte gli si scagliò contro. Calò l’oscurità e lui non seppe più ritrovare il sentiero di pietre rosse che porta al castello; mise un piede in fallo, scivolò e cadde in un burrone. Lo ritrovammo una settimana dopo, con il collo rotto. Povero ragazzo! A quel punto, la discendenza familiare sarebbe stata spezzata e tutto ciò che avevamo costruito, destinato a sparire nel nulla. Fortunatamente tuo padre si era sposato un mese prima e tua madre, che la sua anima riposi in pace, ti portava già in grembo. Avevamo perso una generazione, ma non due. Potevamo ancora servire al nostro scopo.»
«Non capisco, nonno! – gridò Kora disperata – Quale scopo? Cosa ci può essere di così importante? Qual è il grande segreto della famiglia Rustung?»
Il nonno indicò la sfera sul cuscino.
«Il… carillon?» domandò Kora incredula.
«Credi che sia davvero un carillon, quello? Guardalo bene… Che cosa sembra in realtà?»
«Sembra un… pianeta.»
Il Nonno rise.
«Solo un pianeta? Oh no, nipotina mia. È un intero universo. Un intero universo con migliaia di pianeti, miliardi di persone, numeri incalcolabili di stelle…»
«Un universo? E chi l’ha costruito?»
«Noi, Kora. Noi, la famiglia Rustung. O meglio: i nostri avi l’hanno creato e noi ora e per sempre ne saremo i custodi.»
«L’hanno creata i nostri avi?»
«Sì, Kora. Siamo sempre stati una famiglia di creatori di universi, noi Von Rustung.»
Kora si avvicinò di più al carillon. Se si concentrava bene, riusciva a vedere i pianeti e, sulla superficie di quest’ultimi, minuscoli puntolini che si muovevano: persone.
«E così ora noi ne siamo i custodi?» mormorò, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime di fronte a quella meraviglia. Il nonno le si avvicinò e le pose una mano sulla spalla.
«Proprio così, Kora. Il nostro compito è vegliare su questo universo, proteggerlo in tutti i modi, dalle minacce interne ed esterne, ripararlo se qualcosa non va per il verso giusto. E girare la chiave quando il movimento sta per finire.»
«Sennò?»
«Sennò il movimento finirà, nipotina mia, e i pianeti e le stelle e gli esseri viventi diventeranno quello che un tempo erano: materia inerte.»
«Adesso capisco tutto… da noi dipende la sopravvivenza di un intero universo. Ma, nonno… se noi siamo creatori di universi, chi è che ha creato noi?»
«Ah, questa è la domanda! Ma è una domanda perniciosa, ingannevole. Il tuo bisnonno, mio nonno, Jorg Rolf Von Rustung, ci stette così a pensare che rischiò di mandare tutto al diavolo. Impazzì e per un pelo si dimenticò di girare la chiave dell’universo. Sarebbe stata una catastrofe immane, come puoi ben immaginare. Per fortuna mio padre, tuo nonno, era già pronto a prendere il suo posto. E così, Jorg poté andare in pensione e vivere gli anni che gli rimanevano in tranquillità. E ora, fra poco, toccherà a me. Grazie a te.»
«Sì, ma non hai ancora risposta alla mia domanda – insisté Kora – chi ha creato noi?»
«Be’ io non so la risposta, nipotina mia. La posso solo indovinare. Immagino che, come noi abbiamo creato l’universo che vedi qui davanti, dentro questa bolla di vetro, qualcuno che sta sopra di noi, in un posto che non possiamo raggiungere né vedere, ha creato noi.»
«Vuoi dire che siamo anche noi dentro una bolla?»
«Sì e no. Possiamo essere in una bolla, ma non è detto che sia per forza una bolla.»
«E cioè?»
«E cioè io credo che ogni creatore di universi abbia la facoltà di crearli a suo modo. Può darsi che il nostro creatore ci abbia dipinto su una tela e che quindi per lui i nostri laghi, i nostri campi, le nostre montagne non siano altro che strisce di colore a tempera. O forse siamo tutti figli di una canzone, di musica e parole mescolate assieme, e allora le montagne, gli alberi, le persone, persino il nostro castello sarebbero solo una sfilata di note su di un rigo musicale. O ancora il nostro universo potrebbe essere un racconto e i suoi confini i margini di un foglio bianco. Sì, sì… forse è così. Me lo immagino proprio così: il nostro creatore, seduto su una poltrona, con un foglio e una penna in mano, o con qualsiasi altra cosa usino nel suo mondo per scrivere…»
«Ma scusa, nonno… Chi ci garantisce che il nostro creatore, quello che se ne sta su, non si dimentichi come stava facendo il mio bisnonno di far funzionare il nostro universo?»
«Oh be’. Garanzia non ce n’è. È come quando si va a letto. Chi può saperlo che ci risveglieremo o resteremo per sempre nelle tenebre?»
Kora annuì.
«Ho un’ultima domanda, nonnino.»
«Sì, dimmi, bambina mia.»
«Chi c’è a monte di tutto? Cioè… se ogni universo ha il proprio creatore, esiste un creatore di tutto, un essere che ha dato via a tutto questo?»
Il nonno rise.
«Vedi bambina mia che è facilissimo perdersi? La mente va, cerca, viaggia, ma non riesce a trovare la risposta. Io questo non lo so, Kora. Può darsi di sì, può darsi di no. Forse c’è chi ha dato il via a tutto questo o forse è stata solo la scintilla del caso. Forse siamo imbrigliati in un cerchio eterno, in una genesi labirintica, e allora non è più possibile sapere chi ha creato chi e quale sarà il nostro destino ultimo. Ma una cosa la so… più ci fermiamo a pensare a queste cose, meno ne sapremo e meno vivremo. Perciò, ora, vieni più vicina, nipotina mia: ti mostrerò come pulire il cielo e ricaricare la luce delle stelle…»

Ghost Writer – Prima parte

Rieccomi qui! Scusate per la lunga assenza, ma la sessione invernale degli esami mi ha occupato parecchio tempo. Fortunatamente, sono riuscito a scrivere la prima parte di questo racconto fantastico. Spero vi piacerà.
Buona lettura

Ghost Writer – Prima parte – 20lines

Ghost_Writer_by_kannibaldevotchka

La signora Miller entrò nella vecchia casa gesticolando. Era una donna di mezza età, energica e prorompente, con una maglia aderente che le imbellettava il seno generoso. Con voce roca, segno che si era fumata un intero pacchetto di sigarette prima di arrivare lì, si mise ad illustrare i punti forti della casa. Portò i potenziali compratori a visitare il soggiorno, una stanza quadrata piuttosto vetusta, con carta da parati verde scuro arricchita da chiazze arancioni di muffa. Mostrò loro la cucina, che a vecchiezza concorreva con il resto della casa; pentole in rame erano appese alla cappa del camino, insulsi quadri di gatti spiccavano qua e là, sui muri color topo, e un forno in maiolica grigia faceva bella mostra di sé, fra un frigo bombato e un mobile di mogano divorato dai tarli. Sembravano usciti tutti da un film muto di Fritz Lang. Poi fu il turno delle camere da letto e dei bagni, i quali non riservarono di certo sorprese, tranne un solitario scarafaggio, che scivolava sulla tazza del gabinetto, e una cimice, che passeggiava allegramente su di una coperta a patchwork imbevuta di naftalina.

La signora Miller, in quella visita frettolosa, non fece altro che parlare e parlare. La sua bocca, sottolineata da un rossetto dal colore volgare, un magenta carico che riportava alla mente serate passate a scommettere al casinò o all’ippodromo, non la smetteva più di aprirsi e chiudersi, e le sue labbra sembravano quelle di un millenario pesce abissale, intento a criticare aspramente il pescatore che lo aveva preso all’amo e caricato sul pavimento umido di un peschereccio.
Colin la osservava in tralice. Dio, quanto assomigliava a sua madre! E, non a caso, sua madre le pendeva dalle labbra e assentiva ad ogni sua parola, annuendo convinta, la testa che le scivolava all’indietro per il peso del suo vistoso chignon.
«Come vede – stava dicendo in quel momento la donna – la casa è vecchia, ma è solida. Se non ci credete, sentite i muri! – e li percosse con le nocche ossute – Sentito? Non sono certo i muri di una casa moderna, nossignore. Avete udito il suono che producono? – imitò il knok knok con le labbra a “o” – sta a significare fiducia, amore, responsabilità. È una casa importante. Che ne dite?»
«Dico che la prendiamo subito – rispose la mamma di Colin, meritandosi un’occhiata raggelante del figlio – la casa mi piace. Ha, diciamo, quella patina antica che ti riscalda il cuore. E poi la posizione è ottima. Raggiungerò il nuovo ufficio in un batter d’occhio.»
«Lei sì che si intende di affari…» gnaulò la signora Miller, con fare adulante, passandole i documenti da firmare. La mamma di Colin, fatta scattare una dozzinale penna da supermercato, vi appose una firma arabeggiante: Miranda Goldman.
«Mi tolga una curiosità – disse Miranda, non appena ebbe riconsegnato il foglio fra le mani avide della signora Miller – come mai il prezzo è così basso? Voglio dire, sarà pure una casa vecchia ma ha tutto al suo posto e per arrivare al centro ci vogliono solo quindici minuti a piedi.»
La signora Miller ridacchiò nervosamente.
«Oh, be’. Visto che ormai il contratto è firmato, posso anche svelarle l’arcano. Una trentina di anni fa, suppergiù, qui ci abitava uno scrittore squattrinato. Era un tipo tetro, solitario. Una bestia, a quanto dicevano, con due occhi neri come carbone. Be’ finì che l’uomo si tolse la vita. Nella soffitta di questa casa…»
«Intende dire quella porta chiusa che non ha avuto il coraggio di aprire?» si intromise Colin, quattordici anni appena compiuti, sorriso sfrontato, guance piene di lentiggini, cappello col frontino a rovescio, edizione tascabile di Ventimila leghe sotto i mari infilata sotto l’ascella sinistra.
«Shhh… lascia parlare i grandi.» lo zittì acidamente sua madre.
«Oh be’, sì. Proprio quella soffitta. E sa come funziona la testa della gente: la voce si è sparsa e nessuno dei dintorni ha più voluto visitarla né sentirne parlare… Oh, c’è morta una persona qui dentro, non voglio neppure entrarci. Che assurdità, credere ai fantasmi al giorno d’oggi! E poi è arrivata lei, cara signora… signora Goldman. Lo sapevo che uno straniero avrebbe avuto più sale in zucca di questi, questi… provinciali.»
Miranda sorrise debolmente, ma si vedeva che avrebbe voluto schiaffeggiare la donna in piena faccia.
«È ora che vada, adesso. Vi lascio nella vostra nuova casa.»
La signora Miller si alzò, si spolverò il vestito, strinse la mano di Miranda con leziosità, diede un buffetto alquanto inopportuno sulla testa di Colin (il ragazzino ringhiò, dal momento che il suo prezioso cappello fu quasi sul punto di cadere), prese la borsa che aveva momentaneamente appeso al pomello di una sedia e uscì trafelata dalla casa, come se non volesse restarci un secondo di più. Non appena la porta fu richiusa (con una dose eccessiva di veemenza) uno dei quadri tristi del soggiorno si staccò dal chiodo e si infranse sul pavimento, schizzando ovunque frammenti di vetro. Sia Colin che la donna sussultarono. Si cominciava bene!
Gli occhi di Miranda mandavano lampi.
«Che strega! Non poteva dircelo subito del… suicida? Perché proprio a me? A me che ho così paura dei fantasmi e degli spettri!»
«Io te l’avevo detto che questa casa era una fregatura – sbadigliò Colin – ma tu non mi hai voluto ascoltare, come al solito.»
«Fila a lavarti le mani, tu!» lo interruppe Miranda, e Colin, temendo qualche punizione, corse immediatamente nel bagno. Prima di lavarsi le mani, ovviamente, si premunì di schiacciare lo scarafaggio, il cui carapace si fessurò con un kruunk tutt’altro che invitante. Sulla tavoletta color miele si condensarono grumi di “succo di insetto”, come lo chiamava Colin. Rabbrividendo dal disgusto, il ragazzino corse a lavarsi le mani; c’era ancora del sapone, ma era così duro che doveva trovarsi lì da anni. Chissà, forse apparteneva allo scrittore… magari lo aveva usato pochi minuti prima di ammazzarsi. Già… chissà come si era ucciso? Impiccandosi alle travi della soffitta, tagliandosi le vene o bevendo una dose da cavallo di veleno per scarafaggi?
Rabbrividendo ancora più forte, Colin scese giù per le scale di corsa, con la sensazione che qualcosa lo inseguisse, come uno spiffero di aria gelata. Eppure era agosto, e fuori faceva un caldo infernale.

Il resto della giornata trascorse nell’immobilità più assoluta. Il vicinato era composto perlopiù da vecchietti, che passavano i loro pomeriggi spaparanzati su sedie a sdraio a righe, bisticciando fra loro, giocando a ramino o spiando il viavai dei “giovanotti” che sfilavano coi loro skate ruggenti per i marciapiedi e gli steccati del quartiere. Colin, immerso fino al collo nelle siepi che contornavano la veranda (il giardino non veniva potato da mesi), ebbe tutto il tempo di finire il suo libro e passare a un altro: La storia infinita. Lo lesse con soddisfazione, sorseggiando una limonata ghiacciata. Adorava leggere e trovava che, se i suoi coetanei avessero passato più tempo sui libri, forse ci si sarebbe rispettati tutti quanti, senza stare a guardare le differenze sociali, i difetti fisici, la lingua o il colore della pelle. Perché leggere significava entrare nel cuore degli uomini, comprendere le diversità e imparare a conviverci. Leggere era qualcosa che ti dava la carica, che alimentava la speranza in un mondo migliore. E scrivere era ancora meglio. Colin ogni tanto scriveva e si sentiva davvero bene: ogni parola, ogni riga, era un passo giù, nel profondo di se stesso, dove era buio e dove l’unica luce era quella della fantasia. Eppure il signore che abitava in quella casa… La scrittura non lo aveva salvato.
Ingoiando l’ultima goccia rinfrescante di limonata, Colin alzò lo sguardo verso la soffitta. C’era un’unica finestra, come un oblò, che sovrastava il piccolo cinereo giardino. E fu lì che, in parte confusa dietro il vetro appannato e impolverato della finestra, Colin vide una faccia. Era il viso di un uomo. Due occhi neri, una barba lunga, una bocca sottile, stirata verso giù, come se fosse la maschera di una tragedia greca. Colin balzò in piedi, gridando a squarciagola. Il bicchiere della limonata cadde sul legno usurato della veranda, risuonando con uno scoppio.
Miranda uscì di corsa, incespicando negli infradito. Nella corsa lo chignon le si era sciolto e i suoi capelli nero ebano svolazzavano nell’aria, come immersi in una corrente marina invisibile.
«COLIN! Che sta succedendo?»
«Mamma… lì… sulla finestra… il fantasma.»
Ma nel tempo che la donna ci mise a raggiungere il punto della veranda da cui Colin aveva visto la sagoma, il volto era scomparso. Era rimasto tuttavia un alone, come un ritratto fotografico sbiadito dallo sgocciolare degli anni. Miranda sospirò e alzò gli occhi al cielo.
«Ma che fantasma e fantasma! Non vedi che è solo una macchia sulla finestra?»
«Ma no, mamma! Te lo giuro! So quello che ho visto!» ribatté lui, diventando tutto paonazzo per la rabbia.
«Colin Goldman! Comportati da uomo! Se tuo padre fosse qui…» ma Miranda non finì la frase. La voce le mancò e dovette tornare in casa per non scoppiare in lacrime davanti ai vicini, i quali, allungando il collo oltre la siepe, si erano messi a osservarli senza provare rimorso o vergogna, masticando tabacco e sputandolo tra le foglie del giardino.