Kauula

Questo racconto partecipa al decimo contest non competitivo del Circolo Letterario Raynor’s Hall. Il tema estratto è Finlandia.

Kauula – 20lines

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«Dai nonno, raccontaci una storia!»
Ainikki era aggrappata ai braccioli della poltrona con aria avida; i suoi capelli risplendevano come paglia dorata sotto la luce di un pallido raggio di sole invernale.
«Va bene, Ainikki. Hekki, vuoi ascoltare anche tu?»
Hekki, che se ne stava seduto in un angolo a far pigolare il suo Nintendo 3Ds, abbassò lo schermo e si avvicinò controvoglia, alzando le spalle con noncuranza. Il vecchio parve soddisfatto e sorrise debolmente. Gli mancava qualche dente e i suoi occhi erano così azzurri che parevano lacrime di ghiaccio. Sulla fronte aveva un taglio profondo che scendeva giù, rosso, fino alla guancia, incidendogli un poco la palpebra così che sembrava dovesse aprirsi da un momento all’altro, come una strana porta arcuata.
«Siediti qui sulle mie ginocchia, Ainikki. Molto bene. Ora… La nostra storia inizia in un remoto villaggio dell’entroterra, situato dove i monti Salpausselkä si incontrano con i grandi laghi della Finlandia lacustre. Come dici, nipotina mia? Oh, non ricordo più il nome di quel paese. Ma non è importante: non era altro che una manciata di casette di legno abbarbicate su un crinale, in fila come chiocciole su una staccionata. Quando scendeva l’inverno un vento glaciale soffiava tra le case e allora pareva che una voce di donna cantasse una canzone d’amore. In questo villaggio viveva un ragazzo che aveva poco più dell’età di Heikki e pian piano stava diventando un uomo. Non è importante che sappiate il suo nome. A scuola era un vero discolo e l’unica cosa che gli piacesse fare era perdersi per la foresta o camminare sulle rive dei laghi. Un giorno, scappato di casa perché suo padre voleva mandarlo a lavorare come bracciante, se ne andò sulle rive di uno specchio d’acqua. E fu lì che la vide.»
«Che cosa, nonno?»
«Una volpe bianca, messa all’angolo da un feroce cinghiale. Era ferita. Il suo pelo candido si faceva ogni istante più rosso. Ancora un po’ e sarebbe caduta vittima del suo predatore.»
«Oh, no! E il ragazzo cosa fece?» domandò Ainikki, portandosi una manina alla bocca.
«Fece quello che il suo cuore gli suggerì. Combatté contro il cinghiale, con la sola forza delle sue mani giovani e forti. Fu una battaglia cruenta ma alla fine il ragazzo ebbe la meglio, solo che fu ferito dalla zanna dell’animale, che gli lasciò una profonda ferita sopra la faccia.»
«Oh, nonno! Ma allora eri tu!»
«Come dici, nipotina mia?»
«La ferita che hai sull’occhio. Fu il cinghiale a procurartela!»
Il vecchio, che si chiamava Timo, scoppiò a ridere.
«Se è quello che credi, allora è così Ainikki. Quel ragazzo ero io.»
Hekki scosse la testa e sbuffò rabbiosamente. La bambina lo fulminò con lo sguardo.
«E poi, nonno? Che accadde?»
«Accadde che la volpe emise un verso prolungato, come un canto. Allora si sollevò un vento fortissimo che alzò i fiocchi di neve da terra, facendoli danzare in circolo. Ne fui accecato e quando riaprii gli occhi vidi che, al posto del piccolo animale, c’era una donna bellissima, dalla carnagione pallida e delicata. Aveva i capelli d’oro. Brillavano come i gioielli di una regina.»
«Sì, come no.» borbottò amaro Hekki.
«Era una ninfa?» chiese Ainikki, ignorando il fratello.
«Sì lo era. Mi avvicinai tremante e, strappatomi un brandello dalla giacca, le curai le ferite. Lei mi sorrise. Da quell’istante, seppi che sarei appartenuto a lei per sempre. E non serviva parlare, oh no. Ci capivamo semplicemente guardandoci. Tornai molte volte da lei, nel corso degli anni, e ogni volta che ci guardavamo negli occhi mi pareva di comprendere un po’ di più della mia terra e del senso della vita. Poi, un giorno, morì, lasciandomi uno dei doni più grandi che si possano immaginare.»
«Che cosa, nonno?»
«Oh, non ve lo posso dire. È un segreto tra me e lei. Ricorderò per sempre l’ultima storia che mi narrò. Mi raccontò come era nata la Finlandia, come la Fata della Natura avesse scolpito la nostra terra, distendendosi su di essa e imprimendo le sue forme sensuali sulle rocce, sulle coste e sui prati, i suoi capelli trasformati in torrenti e ruscelli e alghe di fiume. Sì, bambini miei, questo è il segreto di come è stata creata la nostra terra ed è questo a renderla così speciale!»
Fu allora che Heikki non riuscì a trattenersi e balzò in piedi.
«Balle, nonno! Non esiste nessuna Fata della Natura, e tu lo sai. Perché ci racconti tutte queste sciocchezze?»
Il vecchio Timo ammutolì, stupito, mentre gli occhi di Ainikki si riempirono di lacrime.
«Cosa dici, stupido? Io ci credo alle storie di nonno!»
«Brava oca! Vuoi diventare come lui, che se ne sta solo tutto il giorno in questo buco, senza la TV o il cellulare? A fare da balia a noi quando nostra madre se ne va giù in città a sbattersi qualche cazzone incontrato al bar? Apri gli occhi, Ainikki! Dovrai pur crescere anche tu, un giorno!»
Detto questo si calò il cappello da rapper sugli occhi e si chiuse la porta alla spalle, sbattendola così forte che uno degli scoiattoli impagliati sulla mensola del caminetto si girò un po’ a sinistra come se si stesse guardando attorno con istintiva circospezione. Ainikki tirò su con il naso.
«Oh, nonno. Non capisco perché a volte faccia così…»
«Heikki sta diventando grande, piccola. E come tutti i grandi sceglie quello in cui credere. E tu dovrai rispettarlo sempre, capito? Il mondo in questo momento gli sembra così buio e insensato.»
«Te lo prometto, nonno. Io però ci credo alla tua storia.»
Timo sorrise ma lo fece stancamente, le sue labbra trasformate in una sottile linea affumicata dal sole. Il taglio che gli segnava il volto stillò una piccola goccia rubino, che il vecchio si affrettò ad asciugare con un fazzoletto.
«Tua nonna sarebbe fiera di te, Ainikki. Ma adesso sii paziente e vai a giocare fuori con tuo fratello. Sono stanco e ho bisogno di dormire.»
Non appena la bambina fu uscita, Timo si abbandonò sulla poltrona con un sospiro. Afferrò la catena che portava appesa al collo e la sfilò dalla camicia. Era un ciondolo, uno di quelli che si aprivano in due metà. Timo lo fece scattare e una luce innaturale, come l’apparizione di un angelo, invase improvvisamente la stanza. Dentro al gioiello, protetto da un vetro, c’era un sottile capello dorato.
«Ogni giorno, dolce Kauula, tua nipote diventa sempre più simile a te.» sussurrò Timo.
Detto questo, chiuse gli occhi e si addormentò. Sognò le forme bianche e sinuose della sua Finlandia.

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Film consigliati – Nel fantastico mondo di Oz (1985)

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Perdonatemi: non ho trovato il tempo di scrivere un nuovo racconto, ma voilà, ecco la recensione di uno dei film che ha segnato la mia infanzia: Nel fantastico mondo di Oz di Walter Murch. Il titolo italiano, come sempre, è stato scritto coi piedi. Molto meglio l’originale inglese: Return to Oz.
Prodotto dalla Walt Disney (non come il primo storico film del mago di Oz, i cui diritti appartengono alla Warner) il film si ispira al secondo e al terzo libro della saga di Oz ideata da L. Frank Baum. Prima di procedere, un avvertimento: dimenticatevi la gaia serenità della Dorothy di Judy Garland, perché qui, nel regno di Oz di Walter Murch, si respira un’aria diversa… e che aria!

La storia continua da dove si era interrotta: Dorothy è tornata nel Kansas, ma, ahimè, non è più la stessa. Non fa altro che parlare di Oz, dello Spaventapasseri, della città di Smeraldo e sua zia, la poco lungimirante Emma, decide di portarla in una clinica psichiatrica per farle passare del tutto questa sua mania. Una clinica dell’epoca, si intende, con tanto di macchine per l’elettroshock, barelle dotate di cinghie e orribili infermiere vestite di nero… Creepy, non è vero?
Proprio mentre sta per essere attaccata alla macchina elettrica, per una bella e “sana” dose di elettroshock, nella clinica salta la luce e Dorothy, liberata da una misteriosa ragazzina in abito bianco, riesce a fuggire. Inseguite dalla caposala, la malvagia infermiera Wilson oz2_013JeanMarsh(è un caso che assomigli a una strega delle fiabe?) le due ragazzine finiscono in un fiume e, sotto un furioso temporale, vengono trascinate via dalla corrente. Ed ecco che, esattamente come accadeva nel primo romanzo, Dorothy si risveglia ad Oz, senza avere la più pallida idea di come esserci arrivata. Oh, ma non è l’Oz che ci aspetteremmo: la Città di Smeraldo è in rovina, ogni abitante è stato tramutato in statua e le pietre preziose, splendore della città, sono state trafugate. Una regina malvagia che colleziona teste di ragazzina (sì avete letto bene) ha preso il posto del Re Spaventapasseri e, in combutta con il malvagio Re degli Gnomi, tiene in scacco l’intero Regno di Oz. Una bella gatta da pelare, per la povera Dorothy Gale.
Figuratevi che goduria, per un bambino di otto anni, guardare un film dove l’antagonista, le perfida strega Mombi, conserva le teste delle sue prede in eleganti vetrinette dorate, come fossero tazzine di porcellana. E poi mi domandavo perché, quando mi addormentavo, avevo sempre gli incubi!

Il film, purtroppo, non ebbe il successo sperato, nonostanvlcsnap-2010-07-19-00h41m22s31te sia diventato un cult quasi introvabile (se vi capita di trovare il DVD, compratelo assolutamente: potrebbe essere l’ultimo esemplare esistente) e il motivo salta subito all’occhio. Il film di Murch è l’esatto opposto del capolavoro di Fleming del 1939. È innegabile che il musical zuccheroso e iper-colorato della Warner Bros. sia stato e sia tutt’ora una leggenda, e vedere il mondo fantastico e magico di Oz ridotto ad un deserto in rovina, popolato da creature terribili e minacciose (i Ruotanti, quand’ero bambino, me la facevano fare sotto), è un colpo che gli spettatori dell’epoca non seppero sopportare.
Ovviamente, con il passare degli anni è stata proprio quest’atmosfera quasi Burtoniana a decretare il successo del film. Un miscuglio di fantasy e horror che davvero non delude.
Ciliegina sulla torta, una chiave di lettura che ho capito solo dopo aver rivisto il film da più grande. La macchina dell’elettroshock, che il dottore cerca in tutti i modi di rendere più “umana” e meno spaventosa, è la metafora della tecnologia che rischia di uccidere la creatività. In questo senso, il mondo di Oz così “violento” è una specie di rivalsa dell’immaginazione contro i pericoli della perdita dei valori tradizionali.

Che altro dire? Spero che anche voi abbiate avuto la fortuna di vedere questo piccolo classico dimenticato. Se così fosse, commentate qui sotto e ditemi come la pensate! In caso contrario, spulciate il web e comprate il VHS/DVD… ne varrà la pena! 😉

Il mercante di desideri

Rimasto in quel punto esatto, al crocicchio di due strade che si congiungevano, il grosso carro attese che si facesse giorno inoltrato e che il sole, superate le vicine asperità dei Monti Verdeggianti, illuminasse tutta la vallata di un riverbero dorato degno delle più maestose cattedrali delle Lande di Mirabilia.

Il mercante di desideri – 20lines

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Solo un paio di cornacchie notarono, sul far dell’alba, lo strano carrozzone che si avvicinava, avvolto da una bruma rossiccia, alla vallata di Mistycreek. Erano da poco passate le cinque del mattino, e il cielo era bianco come il ventre di una vergine.
Una volta che il carrozzone si fu avvicinato ai campi di granturco, dal suo interno proruppe il rumore assordante di un campanaccio, al quale le due cornacchie reagirono con quieta indifferenza. Agli occhi di due uccellacci neri, quello doveva essere uno spettacolo di ben poco interesse, o almeno così avrebbero pensato gli abitanti, se fossero passati da quelle parti e avessero osservato come i due volatili si guardassero stolidamente l’un l’altro, senza proferir verso, con quel paio di occhi senza fondo, vuoti e atri, come gocce di inchiostro su un foglio ancora più nero. Che cosa ne potevano sapere, due cornacchie, di cosa fosse un carrozzone e che cosa poteva mai importare, a loro, chi ci fosse dentro e dove fosse diretto?
Non appena il campanaccio smise di suonare, il carrozzone si fermò. E questo di certo era ben strano, visto che, davanti al carrozzone, non c’erano né cavalli né asini e non era facile capire che cosa gli avesse permesso di percorrere tutta la vallata fino allo sperduto villaggio di Mistycreek. Rimasto in quel punto esatto, al crocicchio di due strade che si congiungevano, il grosso carro attese che si facesse giorno inoltrato e che il sole, superate le vicine asperità dei Monti Verdeggianti, illuminasse tutta la vallata di un riverbero dorato degno delle più maestose cattedrali delle Lande di Mirabilia.

Quando gli abitanti di Mistycreek si svegliarono, ci misero un po’ di tempo ad accorgersi della novità che li attendeva oltre i tetti delle loro casupole e oltre le mura appuntite dei loro steccati. Fu Jamie, figlio di due contadini che vivevano da quelle parti, a vedere per primo quel trabiccolo. Trafelato, perdendo scarpe, cappello e le uova che doveva vendere al mercato, giunse in piazza gridando: «venite tutti quanti a vedere fuori! C’è una cosa che… be’ venite e basta!»
«Cos’è, uno scherzo?» gridò qualcuno.
«Insomma, volete venire o no?» ribatté aspramente Jamie.
Ben presto, la folla degli abitanti di Mistycreek si riunì davanti al carrozzone. Sembrava quasi uno scrigno dei pirati, chiuso e muto, capitato lì per magia, come se fosse piovuto dal cielo o cresciuto dal terreno durante la notte come una barbabietola.
«Cosa pensate che sia?» mormorarono tra loro, senza avere il coraggio di avvicinarsi e di bussare alla piccola porticina che si apriva sul retro della “cosa”. Chiunque ci fosse dentro risparmiò loro la fatica: ci fu un rumore metallico e la porticina, ad un tratto, si aprì. Dal buio della carrozza venne stesa una scaletta di legno pieghevole e il misterioso viaggiatore, finalmente, la scese.
Era un giovane e affascinante uomo, vestito con un elegante abito damascato, lungo fino ai piedi. In testa portava un turbante di quelli che indossano i ricchi principi orientali e sul suo viso capeggiavano un paio di baffoni a ricciolo, strani e intriganti. Tutta la sua persona, in fin dei conti, era strana e intrigante. Le cornacchie, non appena il viaggiatore si palesò, diedero un gracchio infastidito che si smorzò non appena vennero tempestate di sassolini e pezzi di bottiglia. Indignate, spiccarono il volo e sparirono nella foresta.
«Benvenuti – esclamò il giovane – all’emporio viaggiante di Jamal, il mercante di desideri!»
Un “ooooh” sincero salì dalla folla. Le donne si abbracciarono ai mariti, in parte impaurite e in parte eccitate, e i bambini si misero a battere le mani. Gli uomini, invece, rimasero scettici quel poco che richiedeva la situazione.
«Mi scusi: cos’è che vende?» domandò il sindaco, che credeva di non aver sentito bene.
«Desideri, signori miei. Desideri nel comodo formato da viaggio che si usa dalle mie parti.»
Detto questo, il giovane mercante armeggiò con il fianco del carrozzone e aprì una finestrella che, molti dei viaggiatori lo avrebbero giurato, prima non c’era. All’interno il carrozzone consisteva in una serie di ripiani, di numerosi e lunghissimi ripiani, che riempivano tutti i lati, eccetto quello della porta. Anche le ante della finestra, quella che il mercante aveva appena aperto, erano costituite da un numero imprecisato di mensole e cellette. Gli abitanti si avvicinarono, incuriositi, e si misero a mormorare tra loro quando notarono cosa fossero gli oggetti che il mercante trasportava: centinaia, migliaia di vasetti di vetro, di dimensioni differenti, colmi di fumo dai colori altrettanto diversi, rosso, giallo, viola, magenta, blu, nero… Sembravano pezzi di arcobaleno intrappolati in prigioni di vetro.
«Ma mi faccia il piacere – borbottò Ivan, il maniscalco, che era un uomo con i piedi per terra – e quelli sarebbero i suoi desideri? Vasi pieni di fumo colorato?»
Jamal annuì, per nulla risentito, e fece cenno all’omone di avvicinarsi. Lui accondiscese, ondeggiando sulle sue gambone da orco. Quando fu a pochi metri dal carrozzone, il mercante gli ordinò di fermarsi e si mise a scrutarlo. Se gli abitanti fossero stati più attenti si sarebbero certo accorti che in quello sguardo si nascondeva un’oscurità che non lasciava presagire nulla di buono, ma purtroppo erano tutti attirati dalla policromia di quei misteriosi vasetti. Dopo qualche minuto di osservazione, Jamal, annuendo con convinzione, afferrò uno di questi contenitori (uno grande e tondo, pieno di vapore rosso) e lo consegnò all’omone.
«Su, lo provi!» esclamò. Era certo che quel particolare vasetto fosse perfetto per il maniscalco. D’altronde, leggere le persone era il suo mestiere, ed era un mestiere che esercitava da molti eoni.
Titubante, il maniscalco svitò il tappo di sughero e, seguendo il consiglio del mercante, aspirò un ricciolo di fumo rosso, giusto un pochino. Immediatamente, il suo naso si dilatò e i suoi occhi, prima cupi e guardinghi, si accesero dello stesso colore.
«Che cosa vede?» gli domandò Jamal, mentre gli altri abitanti, galvanizzati, si riunivano attorno a lui.
Il maniscalco aveva il viso trasognato.
«Vedo me stesso, in piedi sulla prua di una nave, mentre mi dirigo verso terre lontane. Ho una spada nella mano sinistra e al mio fianco pende la testa di una mostruosa gorgone. Sono un cacciatore di mostri e la gente comune mi osanna.»
Poi le sue iridi tornarono del suo solito colore nocciola.
«Oh, la prego, me ne dia ancora.» supplicò, mentre grosse lacrime gli scendevano dagli occhi porcini.
«Sicuro!» ribatté Jamal, incitandolo ad aspirarne ancora «Qui ce n’è per tutti!» concluse poi, facendo cenno agli altri di avvicinarsi.
«Un momento – sbottò acida la levatrice, un’anziana che ci vedeva più lungo degli altri – e quanto costa questa, questa… roba?»
«Assolutamente nulla. Non dovrete sborsare un solo centesimo. Mi basterà… prendere un ricordo da ognuno di voi. Una… cosa da nulla.»
Non appena gli abitanti sentirono che i vasetti erano gratuiti si lanciarono in massa verso il carrozzone e Jamal dovette usare tutta la sua autorità per impedire che i contenitori venissero rubati o presi a casaccio.
«Aspettate… su, su… mi meraviglio di lei, commendatore: spingere così un ragazzino! E lei, Susanna, dove crede di andare? No, quello non fa per lei, ascolti me. Fidatevi. Calma, calma, signori. Ce n’è per tutti!»
Nessuno si domandava come mai un mercante che veniva da una terra lontanissima conoscesse così bene i loro nomi.
Nel giro di pochi minuti, tutti quanti avevano il loro vasetto, donne, bambini, uomini e anziani, e tutti, dopo averne aspirato il contenuto, si lasciavano trasportare dalle visioni che il fumo suscitava davanti ai loro occhi. Amber sognava di fuggire lontano e di lasciarsi alle spalle il suo amore perduto. Nicholas immaginava che tutti lo rispettassero e la sua gamba destra, nei suoi sogni, non era storta come nella realtà. Violet sognava di essere bellissima e di avere i capelli biondi, lei che ce li aveva neri come le notte e per questo si odiava…
Ovunque, i sospiri voluttuosi e rapiti della gente risuonavano nell’aria. Le due cornacchie, appese al ramo di un platano, scuotevano tristemente la testa.
Mai, in tutta la vallata dove sorgeva Mistycreek, c’erano stati così tanta felicità e godimento.
Poi, lentamente, le risate, i sospiri e i gemiti scemarono. Gli abitanti tornarono a respirare il fumo dai vasetti (sembrava non avere mai fine e, per quanto ne inalassero, i contenitori non si svuotavano), ma, ad ogni respiro, le risate si facevano meno forti, i sorrisi più amari, i sussulti più stiracchiati. Era come se le visioni dei loro desideri soddisfatti non potessero più allietarli.
«Che sta succedendo, signor Jamal?» chiesero in coro. Ma il signor Jamal, con loro sorpresa, era sparito nel nulla, lui e il suo strano carrozzone senza cavalli. A guidarlo, era ovvio, c’erano due demoni stigei.
Allora, sul villaggio calò un’ombra di dolore, di pianto e di rimpianto. Uno ad uno, gli abitanti smisero di mangiare, di dormire, di parlare. Restarono muti e immobili, chiusi in loro stessi, vittime e prigionieri di quelle visioni di felicità che man mano scemavano di intensità, rivelandosi nella loro menzognera artificiosità. E così, uno ad uno, gli abitanti di Mistycreek morirono. I loro corpi giacquero e marcirono al crocicchio della strada e richiamarono corvi e cornacchie.
Dall’altra parte della vallata, il mercante di morte Jamal riempiva vasetti appena disigillati di vapori nuovi di zecca: le anime di chi era morto del suo inganno, laggiù, nella valle dorata di Mistycreek. Merce nuova, con cui creare desideri ancora più potenti, ancora più ipnotizzanti, a cui nessuno sarebbe mai riuscito a sfuggire. Con una risata lugubre, che suscitò un’eco fra le montagne nebbiose, Jamal sparì. Dove fosse diretto, neppure gli dèi lo potevano sapere.

Due cornacchie spiarono il carrozzone che si allontanava, sparendo nella nebbia rossa in cui era arrivato.
«Che essere spregevole!» borbottò la cornacchia a sinistra.
«Tu dici? È spregevole, certo, ma neppure gli abitanti sono stati da meno.»
«Che intendi dire?» chiese l’altra, saltellando sulle sue zampette nere.
«Oh, be’… erano talmente ciechi che non si sono resi conto che i loro desideri potevano realizzarli da sé, senza il bisogno di nessuno.»
«Davvero?»
«Sì, davvero. Ivan, il maniscalco, non era forse amato dalla gente, perché si prendeva cura dei cavalli? Aveva forse bisogno di diventare un eroe, quando già era così ammirato? E Tristan, il garzone, che sognava di amori impossibili, non si era accorto di come Lelia lo guardasse, quando il sole andava a tramontare oltre le montagne o quando la notte bussava alle porte del cielo con le sue mani di vento? E Susanna, che sognava di cambiare il mondo, non si era accorta che suo figlio, Taddeus, stava crescendo sano e intelligente e che un giorno non troppo lontano avrebbe potuto, insieme ad altri mille giovani, lottare per un mondo migliore e conquistare la libertà? Come vedi, Becconero, gli uomini non sono mai felici di quello che hanno.»
«Oh, tutta questa storia mi ha rattristato molto.» ammise Becconero, scuotendo inutilmente le penne.
«È vero, ma non ci pensare. Su, andiamo a beccare qualche occhio prima che arrivino i vermi.»

La foresta di Karandar

La foresta di Karandar – 20lines

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Il matrimonio di Seretil, dea della Luce, e di Primil, dio della Notte, durò tre anni. Alla cerimonia erano state invitate tutte le divinità dell’universo, da quelle più importanti a quelle più insignificanti: c’erano Korus, creatore di tutte le cose (nonché padre di Seretil), e sua moglie, Corinna, la regina del Caos (dalle atre viscere del Nulla era stata partorita e portava, dentro i suoi profondi occhi neri, la scintilla della distruzione). C’erano Soratul, sovrano dell’aldilà, giunto fino ai cancelli del cielo con il suo cocchio di ferro trainato da anime in pena, e Tornidas, signore dei mari, fratello di Korus e suo fedelissimo compagno di caccia. E poi un’infinita schiera di divinità di fiume, ninfe di lago, folletti di montagna, darimani (dèi del focolare domestico), semidei, bestie mitiche e anime pie. Tutti erano accorsi, consapevoli che quello era di certo l’evento più importante mai accaduto nell’intero universo, se si escludeva la Creazione stessa. E, proprio per sottolineare la grandiosità di quel giorno, il Palazzo del Cielo era stato ampliato e i suoi giardini abbelliti con code di comete, piume di fenici e polvere di stelle. Brillava come il centro della Via Lattea, benché il suo perimetro fosse di gran lunga maggiore di quello della galassia.
Conclusa la cerimonia, la folta e variopinta folla degli invitati, che sarebbe di certo apparsa come una diabolica mascherata agli occhi dei comuni mortali – i quali, beninteso, mai avrebbero potuto immaginare che proprio quegli esseri così spaventosi, deformi e grotteschi fossero gli artefici del loro tanto amato universo – accompagnò i novelli sposi fino ai Cancelli del Cielo, sul picco più alto del mondo. Di lì, montati su un fremente destriero alato, Seretil e Primil partirono al galoppo per la loro luna di miele. Destinazione, la Terra.
Era stato un desiderio di Seretil quello di visitare quel minuscolo pianeta azzurro. Primil, dal canto suo, avrebbe preferito viaggiare nei remoti angoli dell’universo e creare, per la sua giovane moglie, qualche nuovo pianeta su cui trascorrere un romantico cinquantennio, ma Seretil non aveva voluto sentire ragioni:
«Ho sempre sognato vivere tra gli uomini! – aveva detto – Voglio provare sulla mia pelle le sensazioni, le gioie e i dolori di cui tutti parlano e che si dice siano così intensi, lì, sotto il cielo stellato. Diventeremo come gli esseri umani, ci immergeremo nel loro mondo e, non riconosciuti, ci mimetizzeremo fra loro. Così io ho deciso, perché sono Seretil e mia è la Luce.»
Primil avrebbe voluto ribattere che se lei era la Luce, lui era la Notte e nessuno, neppure Korus in persona, avrebbe potuto dire chi era il più importante tra loro, perché, in fin dei conti, si completavano e si annullavano a vicenda. Ma decise, per amore della pace familiare, di accondiscendere al desiderio della sua consorte. E ora, mentre il cavallo alato sfidava il maestrale e sfiorava con gli zoccoli i crinali albini delle catene montuose, Primil si chiese se era stata la scelta giusta.

*

Scelsero di atterrare in una nebbiosa foresta del nord, una larga macchia grigio-verde dalla quale si libravano a intervalli regolari stormi di corvi e di ghiandaie. Non era una foresta come quelle del Cielo: non aveva alberi d’oro, né frutti di rubino, né uccelli di fuoco sui rami, né laghi d’argento. Eppure ogni abete trasudava una bellezza così semplice che le due divinità, abituate a vedere il mondo dall’alto, rimasero senza fiato.
Si trasformarono subito: Seretil divenne una bellissima regina bionda, vestita con una stola di visone e con una corona d’oro in testa; Primil un giovane principe di vent’anni, con una spada d’argento al fianco e un mantello color della notte. Per vivere al meglio quell’esperienza, decisero entrambi di rinunciare momentaneamente ai loro poteri, persino all’immortalità. Divennero due esseri umani, nient’altro, con tutti i pro e i contro.
Si guardarono intorno, poi l’uno con l’altro.
«E adesso?» si chiesero.

*

Si misero a vagare fra gli alberi, senza meta. Essendo divinità, non avevano alcuna esperienza sul mondo degli uomini e di certo non sapevano cosa si dovesse fare in una foresta né che per sopravvivere fosse necessario procacciarsi il cibo e cercare l’acqua. Il lavoro, la fatica, per loro erano solo parole senza alcun significato. Addirittura si stupirono quando, stanchi di vedere tutti quegli alberi e desiderosi di spostarsi in una città, scoprirono che non potevano in alcun modo volare o teletrasportarsi ma che dovevano fare affidamento solo sui loro piedi. Il cavallo alato, per di più, se n’era andato subito e, come gli era stato ordinato, non sarebbe tornato prima di cinquant’anni. Erano soli, in quella maledetta foresta. Proprio come dei veri essere umani.

*

E così, lasciati a loro stessi, finirono per perdersi in mezzo a tutti quegli alberi. Camminarono e camminarono e camminarono, senza riuscire a trovare una via d’uscita: ogni volta che si avvicinavano al limitare della foresta, infatti, scoprivano di essere intrappolati tra le mura color ossidiana delle montagne; sarebbero morti di fame se non avessero visto che gli animali, avvicinandosi agli alberi, ne mangiavano i frutti. Un piccolo cervo, che si era abbeverato ad un rigagnolo, insegnò loro che dovevano bere, se volevano placare quel senso di arsura che graffiava le loro gole. Dai conigli impararono invece che, quando si avvicinava la notte, era meglio trovare un riparo nel ventre della terra se non si voleva finire fra le grinfie di qualche predatore notturno.
E così le stagioni, lentamente, si alternarono; gli alberi si spogliarono di foglie, i fiori appassirono, dal cielo presero a scendere strani petali bianchi, che creavano un soffice manto sul terreno. Seretil ne aveva sentito parlare da suo padre, ma non ricordava come si chiamasse.

*

Estate dopo estate, inverno dopo inverno, i cinquant’anni lentamente passarono. Ma non passarono rapidamente, come accadeva nel Palazzo del Cielo, dove un millennio corrispondeva ad un solo anno umano: Seretil e Primil li sentirono sulla propria pelle, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno; eppure non avevano la cognizione di cosa fosse il tempo, loro, che vivevano nei cieli da sempre; Primil, dal canto suo, dopo una decina d’anni avrebbe voluto porre fine a quella luna di miele, riattivare i suoi poteri addormentati e tornare al Palazzo, ma sapeva che Seretil, testarda di natura, non avrebbe mai voluto arrendersi prima che i cinquant’anni fossero trascorsi. Lei, sotto sotto, si era un po’ pentita di quella scelta, ma non voleva tirarsi indietro, perché sapeva che Primil non l’avrebbe digerita tanto facilmente, dopo che lei aveva così tanto insistito per venire lì, sulla Terra.

*

Un mese prima che tutto avesse fine, Seretil e Primil, stanchi come non era mai accaduto in tutta la loro millenaria esistenza, si trascinarono ai bordi di un laghetto. Era uno specchio d’acqua di piccole dimensioni, dove però le cime più alte delle montagne si specchiavano, dando l’illusione che, oltre quelle acque, ci fosse tutto un altro mondo da scoprire. Sia Seretil che Primil si inginocchiarono per bere ma, quando si avvicinarono al pelo dell’acqua, entrambi sussultarono ed estrassero le armi. Laggiù, oltre il velo azzurrino del lago avevano visto due esseri umani mostruosi. Avevano il volto pieno di rughe, due paia di occhi grigi e spenti, due bocche cadenti, come se non avessero più i denti a sorreggerle. I volti della morte. Seretil e Primil rimasero in allerta, la spade sguainate, lo sguardo rivolto alle rive del lago. Ma i due mostri non diedero segno di voler uscire dall’acqua. Fu lì che a Primil venne un dubbio: che fossero…
Si avvicinò, nonostante i moniti della moglie, e fissò di nuovo i suoi occhi nell’acqua, trattenendo a stento un gemito di paura. Proprio come temeva: non erano persone, ma il loro riflesso. Nel breve tempo della luna di miele, da splendidi esseri umani erano diventati due disgustose mummie. Nessuno dei due sapeva che cosa fosse la vecchiaia e attribuirono quel cambiamento a quel luogo, alla foresta.
Al che il dio gridò:
«Ora basta!» e istantaneamente recuperò tutti i suoi poteri e, con essi, il suo aspetto incorruttibile e perfetto, come quello di una statua di marmo e avorio. Lo stesso fece Seretil, e tutto il lago risplendette della loro luce riflessa, una luce gelida e divina.
In quel mentre sentirono un rumore provenire dalle loro spalle. Si girarono, irati, e videro che stava arrivando, dal folto della boscaglia, un vecchio boscaiolo, tutto curvo per via dei tronchi di legno che stava trasportando sulle spalle, in una gerla. Il primo essere umano che vedevano da quando avevano messo piede in quel luogo così strano! Gli si avvicinarono con altezzosità e Primil, ergendosi in tutta la sua divina altezza, gli chiese:
«Dimmi, villico, come si chiama questo posto maledetto, dove i giorni corrono via come sabbia in una clessidra?»
E l’uomo, dopo averci pensato un po’, corrugò la fronte e rispose:
«Si chiama vita.»
E, per un ovvio fraintendimento, Primil credette che l’uomo si riferisse soltanto alla foresta.

Così, ancora oggi, quella foresta così anonima ha un nome ben preciso. Viene chiamata Karandar, che, tradotto nella vostra lingua, ha più o meno questo senso: vita.

Il carillon – seconda parte

Un breve racconto fantastico. Un castello, un segreto da svelare, un mondo magico da scoprire. Buona lettura
 

Kora era nata, avrebbe vissuto e sarebbe morta nello stesso castello. Questo le fu chiaro già dal quinto anno di età. Era il perché a non esserle chiaro, e per quello ci mise decisamente più tempo.
Il castello era una piccola fortezza che sorgeva su di una verde collina alberata, situata nelle remote lande di Haidenschwarzen. Il paese di Haidenschwarzen, lo dice già il nome, era uno di quei paesi tutto villaggi, campi fioriti, mulini a vento e fiumi azzurrognoli. Capre ovunque, vacche al pascolo, contadine che raccoglievano ranuncoli fra i massi, salsicce di pecora messe sullo spiedo nei giorni di festa, balere aperte di giorno e di notte, ragazzotte con gonne di lana e cuffie a cuore, e uomini con baffi, pantaloncini corti e curiosi cappelli triangolari culminanti con una piuma di pavone. Questo era Haidenschwarzen, niente di più, niente di meno. Sorgeva in una vallata, incastonata e difesa da una catena montuosa che aveva la forma di un anello e per questo, da tutti gli abitanti, veniva chiamata Schturmwagen. Era davvero un bel posto, Haidenschwarzen, non abbastanza grande da fomentare la sete di potere e non abbastanza piccolo da suscitare invidie, pettegolezzi e malcontento.
Kora, però, questo bel paese non l’aveva mai visto, se non attraverso le vetrate della Sala Grande che, colorate com’erano, le restituivano un’immagine particolarmente distorta dei campi, dei boschi e delle case che attorniavano la fortezza. Ve l’ho già detto che non poteva uscire in alcun modo, no? Per Kora c’era stato, c’era e ci sarebbe sempre stato solamente il castello. Ci vivevano lei, il Nonno (il conte Kurtz Von Rustung che, al suo nome roboante, preferiva di gran lunga il soprannome “Nonno”), e la servitù, che contava ben ventitré maggiordomi meccanici e dodici balie meccaniche. Sì, avete capito bene: meccanici. Li aveva inventati il Nonno in persona, il quale si dilettava con la costruzione di telescopi, lenti bifocali, orologi, meccanismi e… carillon. A dire la verità, Kora non vedeva suo nonno molto spesso. Il conte Von Rustung compariva nella sala della colazione alle nove, puntualissimo, beveva la sua cioccolata calda, masticava celere le sue fette biscottate con burro e carne essiccata, dava un buffetto affettuoso a Kora, prendeva il giornale che Gustav, il maggiordomo meccanico più anziano e fidato, gli riponeva accanto le posate, e risaliva nei suoi alloggi, che poi erano anche il suo laboratorio.
Nemmeno il laboratorio Kora l’aveva visto molto spesso. Solo una volta, sgattaiolando silenziosa sul far della sera nell’ala ovest, aveva avuto la fortuna di vedere suo nonno uscirne; per una frazione di secondo, attraverso la porta che si richiudeva cigolando, Kora aveva visto un tavolo lunghissimo, a forma di ferro di cavallo. E su questo tavolo un altare, e su questo altare una pietra circolare, e su questa pietra circolare un cuscino. E su questo cuscino… un carillon. Un carillon bellissimo, composto da una sfera rotonda grande quanto la testa di un neonato, al cui interno baluginavano mille luci, come occhi di fata, sovrapposte ad uno sfondo nero nero. Sembrava quasi un cielo stellato. Quello sì che Kora l’aveva visto. Perché nella Sala Grande c’era una cupola di vetro e, attraverso la trasparenza della sua struttura, si potevano vedere il cielo, sia di giorno che di notte, le nuvole, gli stormi degli uccelli e tutto il firmamento.
Kora aveva guardato il carillon con bramosia, le era sembrato che entrare nel laboratorio e toccarlo fosse l’unico desiderio sensato che si dovesse provare nella vita. Ma ecco che suo nonno le si era parato davanti. Indossava, come al solito, una pesante armatura d’argento, con riflessi inchiostro, e una cappa color del cielo notturno.
«Altolà, signorina. Sei ancora piccola per scoprire il segreto del mio laboratorio. Arriverà un giorno in cui ti sarà permesso entrare, ma non adesso. Capito?» lo aveva detto bonariamente, ma i suoi occhi erano uragani pronti a portarla via. Kora si era messa a piangere a dirotto ed era scappata via, nella sua camera. Aveva sette anni, allora.
Ne passarono altri sette, senza che suo nonno facesse più menzione del laboratorio né del tavolo a forma di ferro di cavallo, né dell’altare, né della pietra circolare né del cuscino né del… carillon.
Almeno, compiuti i dieci anni, a Kora era stato dato il permesso di salire sui merli del castello e, così, si era potuta fare un’idea migliore di come fosse il paese di Haidenschwarzen. Aveva scoperto che non era affatto blu-rosso-giallo come le era sembrato da dentro il castello, attraverso le vetrate. Era semplicemente verde e azzurro, molto verde e azzurro, con boschi, campi di verze, fiumiciattoli e laghetti. Era davvero bello, ma, dopo tre anni di continue visite ai merli, il panorama divenne per Kora intollerabile come latte inacidito. Le davano fastidio persino i colombi arcobaleno, che venivano a tubare e a far nido nei doccioni e fra i buchi delle merlature.

Gli anni passarono come un soffio e Kora compì quindici anni. Al castello si fece una gran festa: i servitori meccanici prepararono una gigantesca torta a sei strati: crema chantilly, crema allo zabaione, cioccolato fondente, cioccolato al latte, cioccolato bianco e crema alla nocciola. Persino suo nonno, che di solito stava nella Sala Grande solo per la colazione, il pranzo e la cena, vi si trattenne più del dovuto, fino a metà pomeriggio, per festeggiare a dovere. Poi, come al solito, tornò trafelato al laboratorio, salendo le scale come se avesse avuto quarant’anni di meno. In quella stanza misteriosa, evidentemente, c’era qualcosa che richiedeva un impegno e un’attenzione continui.
Mentre mangiava la torta, il cervello di Kora lavorava alacremente. Aveva molti doni attorno a sé, in parte costruiti dal nonno e in parte acquistati dai servitori meccanici nei villaggi vicini: caleidoscopi, trottole, bambole meccaniche, puzzle, mobili dipinti, dolci e paste in quantità… eppure, il dono più grande, l’unico che desiderasse davvero, era rivedere il carillon ancora una volta. Capire cosa fosse e perché il nonno lo custodisse così gelosamente.

L’occasione propizia arrivò in un gelido giorno di novembre. Un vento selvaggio scendeva dal Schturmwagen, portando con sé echi di battaglie e pianti di Valchirie. Fiocchi di neve, come piume d’angelo, scendevano da un cielo plumbeo, ammonticchiandosi sul tetto e sulle merlature. E fu così che il gelo, strisciando sottilmente dalle fessure delle finestre, entrò dentro il castello dove finì per far congelare i meccanismi della grande pendola della Sala da Ballo. Era un orologio antico, talmente antico che giù in paese si diceva che preesistesse al castello stesso e fosse lì da sempre. Vero o non vero, era un miracolo di ingegneria e di precisione; aveva le lancette di cristallo, il quadrante di marmo bianco e il bordo in oro massiccio. Fu Kora a notare, mentre scendeva dalla sua camera per la colazione, che le lancette si erano bloccate; avvertì subito i maggiordomi e loro andarono in escandescenze, mettendosi a cigolare e scricchiolare come locomotive arrugginite.
«Il Padrone la sistemerà!» gemettero speranzosi, precipitandosi verso le scale.
Nell’esatto momento in cui li vide sparire in direzione del laboratorio del nonno, Kora si decise: avrebbe approfittato di quel fortunato diversivo per intrufolarsi nel sancta sanctorum del conte. La sua fame di sapere sarebbe stata finalmente saziata!
Il conte Kurtz Von Rustung comparve alcuni minuti dopo, vestito ancora con la camicia da notte e la papalina. Era armato di cacciaviti, lenti, bulloni e mille altre cose che sua nipote non aveva mai visto. Kora, d’altro canto, non resto lì per molto: in men che non si dica, era sparita fra le ombre della scalinata principale, che portava alla ala est e alla ala ovest. Ignorò l’ala est, con le sue armature, gli scudi e i quadri degli antenati, e si mise a percorrere l’ala ovest, decisamente più cupa e misteriosa dell’altra: aveva drappi cremisi alle pareti, candelabri neri con candele ancora più nere, e muri di mattoni sgretolati dove l’ala est aveva carta da parati con draghi, arpie e grifoni.
Ed ecco, finalmente, la porta del laboratorio del conte! Ogni ruga del legno e ogni cardine trasudava mistero. Deglutendo per l’eccitazione, Kora spinse la porta ed entrò.
Era tutto come lo ricordava: il lungo tavolo a forma di ferro di cavallo, gli strumenti del nonno e… il carillon, adagiato sul cuscino di raso rosso. Scintillava come una perla nera sotto la luce della luna. Prima di avvicinarsi, Kora prese una alabarda appesa al muro e la sistemò in modo che la porta non potesse essere più aperta dall’esterno. Anche se era certa che la pendola avrebbe occupato il nonno a lungo, sapeva che i servitori meccanici pattugliavano frequentemente i corridoi e che dunque era probabile che spuntassero da un momento all’altro. Meglio premunirsi contro eventuali scocciatori.
Finalmente libera di godersi quello che aveva atteso per anni, Kora si avvicinò all’altare. Ecco il carillon! Che meraviglia! Era proprio come lo ricordava: una sfera contenete un cielo stellato, che ruotava costantemente su di un perno d’oro a forma di colonna corinzia. Una musica accompagnava quel lento girotondo, ma non era la musica che Kora si sarebbe aspettata da un carillon… era come un silenzio rumoroso, un fruscio proveniente da un vuoto cosmico. La ragazzina tese una mano e toccò il globo. Era caldo, pulsante, come il cuore di un bambino. Sembrava quasi…
In quell’istante, la porta del laboratorio tremò.
«KORA! Che stai FACENDO?» la voce era quella del nonno. Era una voce autoritaria, ma sotto sotto era disperata.
«Apri! Apri SUBITO!» ruggì il vecchio.
Kora indietreggiò. Era davvero terrorizzata, perché sapeva quanto il nonno fosse una persona pacata e poco propensa a scatti d’ira. Doveva averla combinata davvero grossa! Facendosi coraggio, Kora decise di aprirgli, ma non fece nemmeno in tempo ad avvicinarsi alla porta, per togliere l’alabarda, che suo nonno sfondò l’uscio. L’aveva distrutto con una mazza ferrata presa ad una delle armature dell’ala est. Si catapultò dentro, afferrò Kora e la scosse con forza.
«Ha smesso di SUONARE? Ha smesso di MUOVERSI?»
«Io n-non… lo s-so.» balbettò Kora. Con un ringhio leonino, il Nonno lasciò la nipotina tremante e si fiondò verso il carillon. Lo sollevò con tutta la cura possibile e, toltosi una minuscola chiave che portava appesa al collo, la usò per ricaricare il meccanismo. Dopodiché, con un soffio liberatorio, lo ripose sul cuscino. La sfera stellata continuava a girare e a produrre quello strano fruscio.
«Appena in tempo…» mormorò il vecchio, asciugandosi il sudore dalla fronte con il mantello. Dopodiché si girò verso Kora. I suoi occhi lampeggiavano.
«KORA! Come hai potuto fare una cosa del genere?»
Kora digrignò i denti e scoppiò in lacrime.
«È colpa tua, nonno! Perché, perché mi t-tieni rinchiusa in questo m-maledetto castello come una prigioniera?» singhiozzò.
Il Nonno alzò una mano guantata per controbattere… e poi la abbassò, sfibrato. Si tolse il mantello, lo lasciò cadere a terra, e si sedette su una delle tante sedie libere del laboratorio. Si sentiva stanco, perché gli anni lo avevano raggiunto con tutto il loro peso.
«Hai ragione, Kora… – borbottò il vecchio – è tutta colpa mia. Ma ci sono stato costretto… Ahimè… Abbiamo una responsabilità immensa, sulle nostre spalle, che tu non puoi capire. Ma ora ti spiegherò: fu tuo padre il primo a violare la regola che ci impediva di uscire da qui. Il castello ci protegge, è stato creato apposta. Perché se moriamo, non possiamo portare a termine ciò per cui siamo stati creati e questa sarebbe una cosa terribile, una cosa innominabile! Tu, povera nipote mia, hai pagato per il peccato di tuo padre, come sempre accade. Tuo padre era un ribelle e questo in circostanze normali sarebbe stato fantastico. Ma noi normali non lo siamo, oh no! Accade che un giorno, a mia insaputa, tuo padre uscì dalle mura del castello per vedere il paese di Haidenschwarzen. La sua intenzione era di visitare i villaggi vicini e ritornare sul fare della sera. Ma fece tardi e la sorte gli si scagliò contro. Calò l’oscurità e lui non seppe più ritrovare il sentiero di pietre rosse che porta al castello; mise un piede in fallo, scivolò e cadde in un burrone. Lo ritrovammo una settimana dopo, con il collo rotto. Povero ragazzo! A quel punto, la discendenza familiare sarebbe stata spezzata e tutto ciò che avevamo costruito, destinato a sparire nel nulla. Fortunatamente tuo padre si era sposato un mese prima e tua madre, che la sua anima riposi in pace, ti portava già in grembo. Avevamo perso una generazione, ma non due. Potevamo ancora servire al nostro scopo.»
«Non capisco, nonno! – gridò Kora disperata – Quale scopo? Cosa ci può essere di così importante? Qual è il grande segreto della famiglia Rustung?»
Il nonno indicò la sfera sul cuscino.
«Il… carillon?» domandò Kora incredula.
«Credi che sia davvero un carillon, quello? Guardalo bene… Che cosa sembra in realtà?»
«Sembra un… pianeta.»
Il Nonno rise.
«Solo un pianeta? Oh no, nipotina mia. È un intero universo. Un intero universo con migliaia di pianeti, miliardi di persone, numeri incalcolabili di stelle…»
«Un universo? E chi l’ha costruito?»
«Noi, Kora. Noi, la famiglia Rustung. O meglio: i nostri avi l’hanno creato e noi ora e per sempre ne saremo i custodi.»
«L’hanno creata i nostri avi?»
«Sì, Kora. Siamo sempre stati una famiglia di creatori di universi, noi Von Rustung.»
Kora si avvicinò di più al carillon. Se si concentrava bene, riusciva a vedere i pianeti e, sulla superficie di quest’ultimi, minuscoli puntolini che si muovevano: persone.
«E così ora noi ne siamo i custodi?» mormorò, mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime di fronte a quella meraviglia. Il nonno le si avvicinò e le pose una mano sulla spalla.
«Proprio così, Kora. Il nostro compito è vegliare su questo universo, proteggerlo in tutti i modi, dalle minacce interne ed esterne, ripararlo se qualcosa non va per il verso giusto. E girare la chiave quando il movimento sta per finire.»
«Sennò?»
«Sennò il movimento finirà, nipotina mia, e i pianeti e le stelle e gli esseri viventi diventeranno quello che un tempo erano: materia inerte.»
«Adesso capisco tutto… da noi dipende la sopravvivenza di un intero universo. Ma, nonno… se noi siamo creatori di universi, chi è che ha creato noi?»
«Ah, questa è la domanda! Ma è una domanda perniciosa, ingannevole. Il tuo bisnonno, mio nonno, Jorg Rolf Von Rustung, ci stette così a pensare che rischiò di mandare tutto al diavolo. Impazzì e per un pelo si dimenticò di girare la chiave dell’universo. Sarebbe stata una catastrofe immane, come puoi ben immaginare. Per fortuna mio padre, tuo nonno, era già pronto a prendere il suo posto. E così, Jorg poté andare in pensione e vivere gli anni che gli rimanevano in tranquillità. E ora, fra poco, toccherà a me. Grazie a te.»
«Sì, ma non hai ancora risposta alla mia domanda – insisté Kora – chi ha creato noi?»
«Be’ io non so la risposta, nipotina mia. La posso solo indovinare. Immagino che, come noi abbiamo creato l’universo che vedi qui davanti, dentro questa bolla di vetro, qualcuno che sta sopra di noi, in un posto che non possiamo raggiungere né vedere, ha creato noi.»
«Vuoi dire che siamo anche noi dentro una bolla?»
«Sì e no. Possiamo essere in una bolla, ma non è detto che sia per forza una bolla.»
«E cioè?»
«E cioè io credo che ogni creatore di universi abbia la facoltà di crearli a suo modo. Può darsi che il nostro creatore ci abbia dipinto su una tela e che quindi per lui i nostri laghi, i nostri campi, le nostre montagne non siano altro che strisce di colore a tempera. O forse siamo tutti figli di una canzone, di musica e parole mescolate assieme, e allora le montagne, gli alberi, le persone, persino il nostro castello sarebbero solo una sfilata di note su di un rigo musicale. O ancora il nostro universo potrebbe essere un racconto e i suoi confini i margini di un foglio bianco. Sì, sì… forse è così. Me lo immagino proprio così: il nostro creatore, seduto su una poltrona, con un foglio e una penna in mano, o con qualsiasi altra cosa usino nel suo mondo per scrivere…»
«Ma scusa, nonno… Chi ci garantisce che il nostro creatore, quello che se ne sta su, non si dimentichi come stava facendo il mio bisnonno di far funzionare il nostro universo?»
«Oh be’. Garanzia non ce n’è. È come quando si va a letto. Chi può saperlo che ci risveglieremo o resteremo per sempre nelle tenebre?»
Kora annuì.
«Ho un’ultima domanda, nonnino.»
«Sì, dimmi, bambina mia.»
«Chi c’è a monte di tutto? Cioè… se ogni universo ha il proprio creatore, esiste un creatore di tutto, un essere che ha dato via a tutto questo?»
Il nonno rise.
«Vedi bambina mia che è facilissimo perdersi? La mente va, cerca, viaggia, ma non riesce a trovare la risposta. Io questo non lo so, Kora. Può darsi di sì, può darsi di no. Forse c’è chi ha dato il via a tutto questo o forse è stata solo la scintilla del caso. Forse siamo imbrigliati in un cerchio eterno, in una genesi labirintica, e allora non è più possibile sapere chi ha creato chi e quale sarà il nostro destino ultimo. Ma una cosa la so… più ci fermiamo a pensare a queste cose, meno ne sapremo e meno vivremo. Perciò, ora, vieni più vicina, nipotina mia: ti mostrerò come pulire il cielo e ricaricare la luce delle stelle…»

La leggenda di Creekwall – Quinta e ultima parte

Ed ecco a voi l’ultima parte della leggenda di Creekwall! Spero che questa serie di racconti vi abbia stupito e appassionato. Ricordatevi di commentare: ogni parere è prezioso. Buona lettura.
Alvise

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Nella prigione terrosa degli elfi, Ytan ebbe il tempo di ripensare agli eventi che lo avevano portato fin lì. Meditò sulla maledizione che aveva ingoiato le terre degli uomini, e rifletté sul perché alcune città, ossia le più piccole e modeste, fossero state risparmiate. Che la maledizione avesse qualcosa a che fare con l’avidità, con la sete di potere, che, come un nemico invisibile, aveva iniziato a strisciare prima a nord e poi anche lì, nell’arcaica foresta degli elfi? E come mai i Silenti rapivano solamente i giovani, e da dove prendeva forza l’oscuro incantesimo che alimentava l’esistenza stessa di quell’esercito spettrale? Era in questi interrogativi che si nascondeva il segreto per rompere la maledizione, solo che il messaggero non aveva la minima idea di come risolvere l’enigma.
Ytan pensò, pensò e pensò, ma più si sforzava, più le domande si facevano confuse e meno la via gli appariva chiara. E poi, se non fosse riuscito ad evadere, tutta quella fatica si sarebbe conclusa con un nulla di fatto: sarebbe morto in quel buco nella terra e la sua missione avrebbe avuto fine. Creekwall e i villaggi vicini avrebbero continuato a soffrire e l’esercito dei Silenti sarebbe diventato sempre più forte e spaventoso, finché il cielo ne sarebbe stato oscurato.
Ma ecco che nel cuore della terza notte, i pensieri di Ytan vennero interrotti da un impercettibile scalpiccio, come di passi leggeri sul suolo della foresta. Seguì un grido soffocato e un tonfo. Dopodiché la porticina della prigione si aprì e una lama di luce fendette l’oscurità, proiettandosi sui muri della cella come il guizzo di un prisma.
«Straniero! Esci… siamo venuti a liberarti.» a parlare era stata una voce fiera, e tuttavia dolce. Una mano fu tesa nell’oscurità, Ytan la afferrò e venne tratto fuori dall’umida prigione in cui languiva da oltre tre giorni. Era notte fonda e il cielo era come il manto azzurro di un dio-cavaliere steso sul mondo.
Il messaggero inspirò profondamente l’aria notturna e i sentori d’abete che aleggiavano nella foresta. Guardò le stelle, mille occhi splendenti, che gli ricordarono quelli densi di magia di Igreine. Fu solo quando si sentì davvero libero che si rivolse a colui che lo aveva salvato.
Era un giovane elfo, dai capelli neri come ebano. Aveva sopracciglia cispose, come quelle di un gufo e una bocca sottile, fiera e combattiva. Era accompagnato da una ventina di guerrieri dal viso dipinto di nero, che sembravano ombre sottili nella notte.
«Sono Peredìl, nipote del re – disse l’elfo misterioso – Il tuo arrivo ci ha dato forza, straniero. Questa notte, per vendicare l’affronto di Seretìl contro la madre foresta, attaccheremo. Dimostreremo che molti di noi hanno ancora a cuore le antiche usanze e non desiderano la guerra, ma solo la pace e un ritorno ai valori del passato.»
«Che tu sia benedetto, Peredìl – rispose Ytan – il tuo coraggio ha salvato me e la mia missione!»
E Ytan raccontò tutto quanto, il viaggio che aveva compiuto e i pericoli che aveva dovuto affrontare nella sua ricerca della verità. Peredìl ascoltò con attenzione e così fecero anche gli altri elfi ribelli. I loro occhi erano duri e splendenti come rocce illuminate dai raggi lunari.
«Messaggero – esclamò alla fine Peredìl – la missione non è solo tua, ma di tutti noi. Anche nella foresta di Kalimdar è scesa l’ombra dei Silenti. Anche i nostri hanno iniziato a sparire.»
«Che cosa posso fare, dunque, per porre fine a tutto ciò?» mormorò Ytan, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime. L’elfo scosse la testa.
«Non lo sappiamo, ma forse c’è chi potrà risponderti. Alla fine di questo sentiero troverai un fiume e più oltre una cascata. Oltrepassala e raggiungerai una strada segreta, una strada ampia e splendente che al posto delle pietre ha cristalli di luna. Seguila e ti porterà nel cuore della foresta Sacra, dove neppure Seretìl ha il coraggio di inoltrarsi. Ai confini estremi di questa foresta, se il tuo piede non cadrà in fallo, troverai un albero, l’Albero d’oro. Dentro le sue radici, nel ventre della terra, Esso conserva tutto il sapere e la magia del mondo. Potrà aiutarti, ma solo se il tuo cuore è davvero puro come dici. Non molti sono tornati da questo viaggio, perché hanno percorso quella strada appesantiti dalla bramosia di potere.»
«Non mi interessa il potere, Peredìl, nipote del re.» ribatté il ragazzo e nelle sue parole c’era il vero.
«Allora forse per tutti noi c’è ancora speranza. – osservò l’elfo, sorridendo con sincerità – Ora va’, messaggero. Dal tuo viaggio dipende la vita di tutti noi.»
Detto questo, gli elfi svanirono nella notte. Ytan, procedendo silenziosamente fra gli alberi, superò il sentiero e raggiunse il fiume. Lo notarono solo gli occhi gialli dei gufi, che lo accompagnarono lungo la via con il loro lugubre bubolare. Il sentiero divenne sempre più pendente, finché raggiunse la sommità di una collina che sovrastava una parte della foresta. Fu lì che il ragazzo si fermò e si mise ad ascoltare con attenzione: dalla città degli elfi provenivano ora i suoni di una battaglia; i ribelli stavano combattendo contro la sete di vendetta dei sostenitori di Seretìl. Chi avrebbe vinto? Ytan non lo sapeva e in quel momento non gli importava: la riuscita della sua missione era l’unica cosa che contava.
Continuò a seguire il lento serpeggiare del fiume, finché giunse alla cascata; era davvero maestosa, e l’acqua risplendeva della luce delle stelle dopo essersi infranta sulle rocce sottostanti. Le gocce che rimbalzavano sulle pietre creavano una musica che sapeva muovere a compassione il cuore. Ma Ytan non aveva tempo di ascoltare. Scese con attenzione le rocce scivolose d’alghe di fiume, si immerse fino alla cintola nell’acqua gelata, oltrepassò il muro mutevole della cascata e, come Peredìl gli aveva detto, trovò la via lastricata di cristalli.
Non erano affatto cristalli, ma diamanti purissimi, grandi come uova di drago. Erano splendidi e tuttavia… avevano un che di terribile e guardarli era come perdersi in un labirinto. La sicurezza di Ytan cominciò a vacillare. Una specie di verme si fece strada nel suo cuore. Sussurri di tenebra si infiltrarono nella sua mente. I suoi occhi si misero a vagare su quella distesa opalescente, mentre un sorriso sbilenco si arricciò sinistro sul suo volto. Se avesse preso anche solo uno di quei diamanti avrebbe potuto trascorrere il resto della sua vita come un re. Avrebbe potuto comprare un castello, assumere dei servitori, creare un esercito e… no, che cosa stava dicendo! Il messaggero scosse la testa, si prese a pugni la fronte, cercando di distogliere lo sguardo da quel tesoro. L’albero, doveva raggiungere l’albero prima che fosse troppo tardi!
Cercò di proseguire, ma ogni passo si faceva pesante come piombo. Prendi un diamante, uno soltanto. Che cosa sarà mai? Una voce sempre più potente si faceva largo dentro di lui. Era una voce, e tuttavia non era composta da parole, piuttosto da zoccoli di cavalli e scoppiettii di fuoco e ruggiti di bestia e vagiti di morte. La voce dei Silenti!
Cadde in ginocchio, la fronte a contatto con la fredda superficie iridescente dei diamanti. Allungò una mano. Afferrò una di quelle pietre. Non erano affatto fissate alla terra, si potevano estrarre come fossero denti marci su una gengiva. Erano semplici da arraffare e avrebbero reso tutto più semplice. No, no! gridò Ytan nella sua testa. Doveva resistere, o non sarebbe mai riuscito a raggiungere l’albero né quest’ultimo gli avrebbe mai dato ascolto. Iniziò a strisciare sui gomiti, gli occhi levati al cielo cupo, dietro le cui nuvole si delineava però il cerchio infuocato dell’aurora.
Prendi quelle pietre!
«No!»
Stringendo i denti e le palpebre come di fronte ad un incubo proveniente dalle nebbie dell’Altrove, Ytan si trascinò lungo la via di diamanti. Avrebbe continuato a strisciare per sempre se le sue mani ad un tratto non avessero incontrato la nuda terra. Riaprì gli occhi. La strada di diamante era finita. E, di fronte a lui, si trovava l’Albero d’oro. Era gigantesco e i suoi frutti erano globi di luce dorata, che palpitavano come cuori d’angelo. Ed ecco che una figura si frappose fra lui e la pianta. Era una fata bellissima, dalle ali di farfalla. Indossava un abito fatto di pura luce stellare e un diadema di pietra di luna brillava fra i suoi capelli del colore del grano.
«Sono Alycanta – disse l’apparizione – la guardiana dell’Albero d’oro. E tu chi sei, mortale?»
«Sono Ytan, di Creekwall. Sono stato mandato qui per scoprire il modo di spezzare la maledizione che tiene incatenato il mio popolo. Ma ho fallito: la strada di diamante mi ha tratto in tentazione. Avrei tradito tutto e tutti pur di prendere uno di quei cristalli. Ho fallito… Non sono migliore degli altri uomini né sono degno di parlare con il grande albero.»
Alycanta si avvicinò e lo abbracciò.
«Non conta come tu sia arrivato fin qui – disse – ma che tu ci sia riuscito. Non è la tentazione in sé a distruggere l’uomo ma l’arrendersi ad essa. Sei il terzo che, nonostante tutto, è riuscito ad arrivare fin qui. Migliaia di altri uomini ci hanno provato ma o si sono lasciati morire su quella strada, dilaniati dal dubbio, o sono fuggiti portandosi via un diamante. Entrambi hanno fatto una brutta fine. Ma tu, piccolo uomo, ce l’hai fatta.»
Allora Ytan scoppiò in lacrime.
«Oh, potente Alycanta. Dimmi come posso porre fine alla maledizione che affligge il mio popolo!»
La fata gli sorrise.
«L’Albero te lo dirà. Ma dovrai superare un’ultima prova.»
«Qualsiasi cosa.» rispose prontamente il ragazzo.
«Dovrai addormentarti ai piedi dell’albero e lasciare che la tua anima venga assorbita dalle sue radici. La tua essenza vitale salirà fino ai rami e lì, quando il sole di luglio splenderà nella foresta, darà vita ad un frutto.»
«Un frutto?»
«Sì. E se sarà un frutto buono, l’albero saprà che sei degno di sentire la risposta. Se sarà cattivo…»
«Se sarà cattivo?»
«Morirai, messaggero. L’albero non ti restituirà la tua anima e il tuo corpo marcirà sotto le sue radici. È questo il prezzo.»
Ytan non ci pensò due volte.
«E sia! – esclamò – Sono pronto!»
Alycanta lo accompagnò con affetto materno fino al grande albero. Ytan si accoccolò sui nodi delle radici e, in men che non si dica, cadde in un sonno profondissimo, il sonno più lungo e duraturo della sua vita. La sua coscienza gocciolò nella terra, fino a raggiungere la punta delle radici e il cuore del sapere. E lì, Ytan morì e rinacque.

Prima vide solo buio, così buio che pensava che non ci fosse più nulla. Poi una luce si palesò in quelle tenebre. Era la luce del sole, potente, eterna. Insieme alla luce risuonava il canto della natura: cinguettii di uccelli, ululati di lupo, ronzare di api, sibilare di arbusti… Ytan aprì gli occhi interiori e scoprì che in quel guizzo, in quel tempo esiguo che era sembrato solo un minuto, il suo frutto era cresciuto. Era un frutto rosso, maturo, fresco. Buono. In quell’istante il suo vero corpo, abbandonato sul tronco rugoso e tiepido dell’albero, si svegliò, riscaldato e accecato dal sole estivo. Aveva superato anche l’ultima prova. E la voce saggia dell’albero non tardò a farsi sentire.
«Ben svegliato, Ytan Seatiln, messaggero di Creekwall, distruttore della torre, flagello degli spaventapasseri, frutto dell’albero d’oro…»
«Buongiorno a te, araldo del creatore, tu che sei stato e sempre sarai – rispose il ragazzo, abbassando in segno di rispetto il capo – Hai dunque una risposta per me?»
«Sì, ma in cuor tuo già la sapevi. L’esercito dei Silenti trae forza dalla disunità e dall’odio e dall’avidità.»
«Lo sospettavo, ma perché sono i giovani ad essere rapiti?»
«Perché i peccati dei padri finiscono sempre per ricadere sui figli. Gli adulti hanno lasciato morire la speranza, si sono fatti irretire dalla brama di potere e dall’avidità; si sono scontrati l’un l’altro, dimenticando di essere fratelli. Hanno consumato tutto come voraci lupi, guardando al presente come se il futuro non esistesse, e adesso ai loro figli non resta che assistere alla devastazione che si sono lasciati alle spalle. Sono i giovani a morire perché è su di loro che la mancanza di speranza ha più presa. Ecco il segreto del potere dei Silenti.»
«Non c’è più speranza, dunque?» sussurrò Ytan.
«C’è sempre. Solo che sarai tu a portarla.»
«E come?»
«Dovrai mostrare loro qual è la giusta via. Dovrai insegnare alle genti l’uguaglianza e il rispetto, l’umiltà e l’unione. Viaggerai di paese in paese, portando le parole dell’Albero come un vessillo di verità. Insegnerai ai popoli a ritornare fratelli. Solo così l’esercito dei non-morti perderà potere fino a ritornare nelle viscere degli inferi. Sconfitto per sempre.»
Ytan sorrise sollevato.
«Tutto qui?»
E dal profondo della terra salì una risata roboante, la risata millenaria e crepitante dell’albero.
«Oh piccolo, piccolo ingenuo uomo. Non capisci? La tua vera missione inizia adesso.»

the end

La leggenda di Creekwall – Quarta parte

Ecco a voi la quarta parte della leggenda di Creekwall! Buona lettura e buone feste!

La leggenda di Creekwall – quarta parte – 20lines

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Dopo tre giorni di cammino, Ytan raggiunse le steppe di Xunomor, vaste e vaste pianure dove non crescevano alberi ma solo un mare d’erba verde, intervallato ad ampi spiazzi di nuda terra. C’erano silenzi sovrumani, in quel territorio, e gli unici uomini che Ytan incontrò erano i venditori itineranti, coi loro carretti trainati da vecchie giumente e pigri bardotti. Il messaggero avrebbe comprato volentieri qualcosa da mangiare da loro, ma non sapeva se i soldi nella sua bisaccia sarebbero bastati fino alla conclusione del suo viaggio. La sua era stata una partenza improvvisa, considerò, improvvisa e alquanto incosciente. Non era pronto, ma forse non si poteva mai essere pronti per una missione del genere.
Camminò intensamente per quasi una settimana, finché raggiunse Teuton, la città nella steppa: un imponente fortilizio in legno e pietra di fiume, con le tipiche case degli abitanti del nord, dai tetti bombati che assomigliavano a imbarcazioni rovesciate. Era una città semplice, abitata da gente semplice: pastori, fabbri e taglialegna. Nell’aria, un odore pungente di abete, acciaio bollente e carne alla brace.
Il messaggero venne accolto con calore e fu subito ricevuto da Vik il Buono, il re che aveva portato la pace tra i Teutongar e i giganti bianchi che vivevano sui crinali della montagne di Keltar. Vik ascoltò la storia del messaggero, e lui gli raccontò della pericolosa missione che gli era stata affidata, della lotta con la strega della torre e della terribile maledizione che gravava sulla sua città e i suoi regni vicini. Al termine, il buon sovrano gli offrì una stanza nel palazzo e un bagno caldo, che Ytan non rifiutò. Dopo essersi riposato, il ragazzo cenò insieme ai consiglieri nella Sala della Caccia, tra fiumi di birra, cosce di montone e funghi immersi in latte cagliato di renna.
A Teuton, Ytan si rifocillò e venne omaggiato con provviste e con il necessario per il prosieguo del suo viaggio, ma non ebbe alcuna informazione utile riguardo alla maledizione che affliggeva Creekwall, Lightgale, Firehall e Mightcastle. Tanto più che a Teuton, come a Modesty, l’esercito dei Silenti non si era mai fatto vedere. Così, all’alba del quarto giorno, ripartì ancora.
Si inoltrò per un sentierino che portava alle montagne, stretto in una calda pelliccia di renna comprata in una bancherella a Teuton. La neve era alta, gli arrivava quasi alla cintola. Non si sentiva quasi più i piedi e le mani, e sottili tagli gli laceravano il viso. Il vento lo scuoteva a sinistra e a destra, rischiando di farlo precipitare nei burroni e nei crepacci che ogni tanto si aprivano nella neve come bocche affamate. Nonostante tutto, dopo due giorni di marcia ininterrotta nella neve, Ytan si lasciò le montagne di Keltar alle spalle e, incolume, proseguì a ovest, spostandosi di poco verso sud.
Si trovò a passare in un territorio monotono, una landa erbosa color della cenere, dove crescevano cardi dalla tonalità sanguigna. Spirava un vento carico di oscuri presagi in quelle terre e per questo, quando sopraggiungeva la notte, Ytan si nascondeva nelle caverne o nelle tane lasciate libere dai cani randagi, e ripartiva solo quando il sole, facendo capolino all’orizzonte, zittiva gli angoscianti e malevoli rumori notturni.
Una notte di veglia, Ytan udì un frastuono infernale provenire dal cielo; si sporse oltre l’apertura del suo nascondiglio e fece in tempo a cogliere un guizzo infuocato tra le nubi nere: erano i cavalieri dei Silenti, che galoppavano furiosi in cerca di esseri viventi. Ytan si rannicchiò nella tana e chiuse gli occhi, finché il nitrito selvaggio e non-umano dei cavalli e dei loro cavalieri si estinse completamente; attese il sorgere del sole e ripartì, cercando di lasciare i brutti sogni in quel buco scavato nella terra.
Fu così che, ai primi giorni di maggio, il messaggero raggiunse finalmente la foresta di Kalimdar, il reame degli elfi. Ytan sapeva poco degli elfi e tutte le sue informazioni derivavano dalle leggende o dai resoconti dei fortunati viaggiatori che erano riusciti a passare incolumi nelle loro terre. Ytan sapeva che erano gente fiera, gelosa della propria tradizione. Sapeva che oltre un secolo prima erano scesi in guerra contro il regno di Tinsul, che avevano cercato di espugnare Solivann, la fortezza nella montagna, ma che avevano perso, e di questo non amavano parlare. Sapeva anche che erano immortali, ma che potevano comunque essere uccisi.
Ytan dunque raggiunse il limitare della foresta; in corrispondenza di un enorme sentiero, anzi una strada, che si inoltrava nel folto degli alberi, era stato eretto un possente cancello d’oro, presieduto ai lati da due statue gigantesche, così ben realizzate che sembravano respirare e scrutare. Erano Syman e Rilek, gli dèi che secondo i miti avevano creato, all’alba dei tempi, gli elfi.
Il cancello, nonostante fosse chiuso con un lucchetto incantato, aveva delle sbarre piuttosto distanziate tra loro e così il messaggero, anche se con un po’ di difficoltà, riuscì a passarci attraverso. Per una volta nella sua vita, fu entusiasta di essere così magro. Si inoltrò nel bosco, chiedendosi dove fossero i soldati a guardia del cancello. Come gli aveva suggerito il signore di Stormcrow, indossò il sole di Igreine in bella vista, al centro del petto.
L’aveva appena fatto, quando alcuni arbusti al lato del sentiero si spostarono e ne uscirono fuori dodici elfi: erano soldati vestiti con leggere armature di cuoio; non portavano elmi ma strisce di stoffa o coroncine di legno e d’argento. Avevano tutti e dodici un arco teso e una freccia incoccata.
«Come osi, straniero, oltrepassare il cancello di Syman e Rilek! Gli ordini sono di uccidere seduta stante chiunque si permetta di…» il soldato che aveva parlato si zittì non appena notò l’amuleto che Ytan sfoggiava sopra i vestiti.
«Dove lo hai preso, quello? È il simbolo della casata degli Urundar!»
«Mi fu donato da una donna, Igreine.» rispose il ragazzo. Gli elfi si guardarono a lungo tra loro, sui loro volti esili un’espressione di sorpresa e sgomento.
«Igreine? Allora non fu una… donna a donartelo, viaggiatore, ma la regina scomparsa degli elfi, l’ultima discendente degli Urundar che lasciò queste terre un secolo fa, quando Seretìl prese il potere.»
«Seretìl?» domandò Ytan.
«L’attuale re degli elfi. Sarà lui a giudicarti. E tu dovrai rispondere per quel sole.»
Detto questo, i dodici afferrarono il ragazzo e lo trascinarono per tutta la foresta. Con grande sorpresa di Ytan, gli alberi man mano si fecero più radi, finché, al centro del bosco, dove sorgeva la città degli elfi, scomparvero del tutto. Guardandosi attorno, il ragazzo notò che erano stati tagliati da lungo tempo, da almeno cinquant’anni. Si stupì non poco, perché aveva sempre sentito che gli elfi avevano un legame speciale con gli alberi e mai e poi mai li avrebbero tagliati indiscriminatamente, solo per costruire palazzi e castelli nel cuore della foresta. Ma così era e allora Ytan cominciò a capire come mai Igreine, l’ultima degli Urundar, avesse deciso di fuggire e nascondersi tra gli umani, lontano dalla foresta che gli elfi avevano tradito.
Seretìl li attendeva in un palazzo sontuoso, costruito con legno, marmo e oro. E anche qui le leggende discordavano: gli elfi avevano sempre costruito sugli alberi le loro case, tra le fronde delle piante più antiche e possenti. Adesso invece sorgevano sulla nuda terra, come le città umane. E, esattamente come le città umane, anche quella degli elfi mostrava in modo lampante le differenze sociali dei suoi abitanti: c’erano case più piccole e più modeste, altre ancora più miserevoli, mentre altre erano così grandi e dorate che abbacinavano gli occhi. E anche questo era strano, perché Ytan aveva sempre sentito dire che tra elfo ed elfo non c’erano differenze di ceto o di importanza. Anche il re stesso, in fondo, veniva eletto come guida dall’assemblea dei cittadini. Come mai ora era tutto così cambiato?
Seretìl era esattamente come Ytan se lo era immaginato: alto e orgoglioso, con lunghi capelli color miele e un viso affilato, come una punta di freccia. Lo attendeva al culmine di una scalinata, assiso sopra un trono di pietra abbellito da smeraldi e zaffiri. I suoi occhi dardeggiavano fuoco e per un istante, Ytan rivide in quegli occhi gli zoccoli infuocati dei cavalli non-morti.
«Dove, dove hai preso quel SOLE?» ruggì il re, facendo scuotere le cime degli alberi e fuggire uno stuolo di corvi terrorizzati.
«Mi fu donato da Igreine, regina degli elfi.» rispose Ytan fieramente, cercando di non mostrare la sua paura. Non appena udì quel nome, Seretìl si abbandonò senza forze sui cuscini di broccato.
«Igreine – mormorò – la mia amata moglie scomparsa…»
«Moglie?» domandò il ragazzo, incredulo. Gli occhi di Seretìl dardeggiarono.
«Sono io che pongo le domande qui, mortale! Sì, io fui il secondo marito di Igreine. Dopo la morte di Kaladrim, ucciso nella guerra contro Solivann, Igreine sposò ME! Ma non era felice, oh no. Lei non….capiva! Avevamo perso contro gli umani perché eravamo un popolo debole, dovevamo far qualcosa per rafforzarci. E la soluzione era qui, attorno a noi – e il re indicò gli alberi – Prendevamo dalla natura solo lo stretto necessario, vivevamo fra gli alberi come scimmie… Disgustoso! Ma io avevo altre idee e il popolo le appoggiò. Dovevamo usare la natura per diventare forti come eravamo un tempo, elevare la razza degli elfi sopra tutte le altre! Da lunghi anni, nel cuore della foresta, costruiamo armi per invadere i territori degli uomini: baliste, catapulte, trabucchi… Scaviamo nel suolo della foresta, giù, nelle viscere della terra, in cerca di metalli per costruire più spade e lance ed elmi, e quando saremo pronti vi invaderemo e vi piegheremo! – il re sospirò – ma Igreine non lo voleva. Una notte partì di nascosto e da quel giorno non ho più sue notizie. Ma ora TU mi dirai dove si trova! Dimmelo!»
Ytan scosse la testa con veemenza.
«Non te lo dirò. Sei un tiranno, Seretìl, e il tuo odio ha mutato gli elfi in mercenari assetati di vendetta. Morirò, piuttosto che rivelarti dove si trova Igreine né ti dirò che cosa mi ha portato qui, nel reame degli elfi.»
«Allora morirai. Portelo nelle prigioni e, se fra una settimana non avrà confessato, lo appenderemo nella pubblica piazza!»
Immediatamente, Ytan fu sollevato dalle guardie e trascinato via dalla sala del trono. Gli occhi del tiranno non lo lasciarono mai e il ragazzo vi vide così tanto odio e malvagità e sete di potere, che si domandò se Seretìl non fosse caduto preda di un incantesimo ordito dalle forze del male, un incantesimo che prendeva forza dal cuore nero e pulsante dei Silenti.
Fu rinchiuso in una cella scavata nel profondo della roccia. Era così bassa che il ragazzo poteva stare soltanto disteso e tra la sua fronte e il soffitto c’erano solo due spanne. Ytan scoppiò in lacrime. Era così che doveva andare? Aveva dunque fallito? Sarebbe stato ucciso per la sete di vendetta di un popolo senza più valori? I regni degli uomini sarebbero stati spazzati via? Senza risposte, il ragazzo alla fine si addormentò e passò la sua prima notte da prigioniero.
Una notte cupa era scesa sulla foresta Kalimdar.

La leggenda di Creekwall – Terza parte

Ecco a voi la terza parte de “La leggenda di Creekwall”. Il viaggio di Ytan si fa sempre più difficile mentre si avvicina a Stormcrow, una cittadina buia e nebbiosa. Riuscirà il male a ostacolare il nostro eroe nella sua ricerca? Leggete e lo saprete!
Alvise Brugnolo

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Ytan giunse a Stormcrow mentre il sole, ridotto ad una sfera infuocata, crollava dietro le colline. Se, in quel momento, il messaggero si fosse trovato a Firehall, probabilmente avrebbe assistito ad uno dei tramonti più suggestivi da un secolo a quella parte. Ma si trovava a Stormcrow e lì, a Stormcrow, il tramonto era un tramonto come tutti gli altri.
Non appena il sole raggiunse la linea dell’orizzonte e il cielo si tinse di blu scuro, un vento gelato cominciò a spirare da oltre le colline, silenzioso e come morto; forse proveniva delle steppe di Xunomor o dalle catene montuose che circondavano Teuton, ma Ytan aveva la sensazione che crescesse proprio lì, da qualche parte nei campi giallo-grigio che si stendevano sotto i suoi occhi, in parte confusi dalla nebbia azzurrina della quale il sole, ormai quasi del tutto sparito, non era più in grado di contenere l’avanzata. Ecco Stormcrow! Tetti grigi, strade polverose, alberi ossuti e macilenti, tesi verso il cielo notturno come coscienze di moribondi.
Ytan arrivò da nordest e, per prima cosa, vide gli spaventapasseri. Stavano ritti come condannati, il loro unico piede-bastone infilato nella terra come una lapide nella terra marcia di un cimitero sconsacrato. Se quelle che avevano al posto della testa erano state davvero zucche, avevano smesso di esserlo da molto, molto tempo: sembravano teste vere, teste mostruose, con facce livide, ringhianti e deformate. Chiunque le avesse scolpite e incise con il coltello doveva essere un pazzo o un uomo malvagio o tutt’e due.
Dopo essersi guardato in giro con circospezione, Ytan si fece coraggio ed entrò in città. Stormcrow non era una brutta cittadina: aveva una piazza principale molto grande, con una fontana maestosa (raffigurava Sir Gorlock, il fondatore della città, un soldato serio e arcigno, con due baffoni a becco d’uccello che gli incorniciavano il volto); aveva lunghi viali alberati ed eleganti case in legno, con porte di ferro battuto e giardini privati ricchi di piante e fiori notturni. C’era tuttavia un’atmosfera tesa, una specie di elettricità che si avvertiva nell’aria, un freddo che si insinuava sottilmente dentro le ossa. Come se, dietro a tutte quelle belle case, ci fosse un mondo nascosto e pericoloso.
 Ytan si chiese se era questo che Igreine intendeva quando aveva detto di non lasciarsi ingannare dalle astuzie del male. Poteva essere che a Stormcrow ci abitasse qualcosa di malvagio? Qualcosa di invisibile ma tuttavia presente, nelle ombre delle strade, nelle profondità del suolo, nel cielo nero e nebuloso?
Su, messaggero, si disse Ytan, non lasciarti spaventare dagli spaventapasseri! Non sei un corvo.
Lievemente confortato dalle sue stesse parole, il ragazzo si diresse verso una piccola locanda, la cui luce, nell’oscurità della cittadina, brillava come un invito. Bussò, apri la porta, si tolse il fango dagli stivali ed entrò.
La locanda era davvero accogliente: un ambiente basso, caldo, con travi a vista, mobili in legno scuro e pentole di rame appese alle pareti. Sull’arco della porta c’era un rametto di aconito. Il locandiere, un uomo tarchiato e rubicondo, gli venne incontro con fare affabile. A Ytan piacque subito: aveva un sorriso accogliente, amichevole. Ne fu conquistato e, se aveva dubitato della bontà di Stormcrow, quei dubbi si volatilizzarono insieme al profumo di tisana che saliva da un calderone sospeso sul caminetto.
«Benvenuto a Stormcrow, straniero – esclamò il locandiere – e benvenuto nella mia umile locanda.»
«Salve, buonuomo. Mi saprebbe indicare la casa del signore di Stormcrow? So che l’ora non è la più adatta, ma ho urgenza di parlare con lui. Sono in missione per conto di Creekwall.»
«Il signore di Stormcrow starà sicuramente dormendo a quest’ora. Riposatevi e trascorrete la notte qui, abbiamo stanze comodissime. E domani, quando sarà sorto il sole, potrete parlare con il nostro signore in tutta comodità.»
E Ytan, stanco dal viaggio e solleticato dalla fragranza della tisana, decise di accettare di buon grado l’invito. Si sedette ad un tavolo e il locandiere, in un batter d’occhio, gli aveva già portato una succulenta bistecca di maiale, una zuppa di ortaggi freschi e una tazza bollente di tisana. Ytan, visto il freddo che gli si era attaccato alle ossa, si affrettò a berla. Era buonissima, con un retrogusto di arancia e cannella. Il locandiere, con quel sorriso fisso, continuava a guardarlo da un angolo del tavolo e nel farlo tamburellava le dita sulla superficie di legno.
«Buonuomo – gli si rivolse Ytan, che, nonostante la stanchezza e la fame non si era dimenticato affatto della sua missione – mi sapete dire se anche Stormcrow è stata colpita, negli ultimi dieci anni, da una terribile maledizione, la maledizione dei Silenti?»
«Ragazzo caro. Caro ragazzo – mormorò l’ometto, alzandosi e facendosi avanti – non sono cose di cui un uomo mortale dovrebbe immischiarsi. Sono cose di magia nera, sì, nera… anzi nerissima…»
«Lo so bene, ma io sono in missione per conto di…»
«…Così nera che un semplice mortale non dovrebbe neppure indagare su queste cose, oh no. La luce non dovrebbe avventurarsi nei luoghi bui, nelle cantine, nei seminterrati, nelle valli della morte, oh no, caro ragazzo, hai commesso un grave errore ad avventurarti nei campi di Stormcrow, soprattutto a quest’ora di notte.»
«Ma che state dicendo?» mormorò il ragazzo. E, ad un tratto, si accorse che i suoi occhi si facevano sempre più pesanti, sempre più stanchi e brucianti. Allora capì, capì che non solo la locanda, ma tutta Stormcrow erano una trappola.
«Che mi hai… dato da… bere?» sussurrò. Cercò di alzarsi, ma le gambe gli cedettero. Rovesciò il tavolo e finì a terra, dove le ombre dell’oblio lentamente lo sopraffecero.
L’ultima cosa che vide prima di addormentarsi fu il viso beffardo e astuto del locandiere, che gli si avvicinava quatto quatto, come un verme in cerca di un pertugio su una bara.
Quando Ytan si svegliò, si accorse che tutto si era fatto buio. Un buio denso, un buio fitto, un buio come se non ci fosse più nulla attorno. C’era tuttavia un suono, come un frullare d’ali, un gracchiare lontano. Le voci dei corvi. Ytan cercò di parlare e… si rese conto di avere un becco. Cercò di muovere le braccia ma erano diventate ali. Mandò un grido ma tutto quello che gli uscì fu uno strillo da uccello. Era un corvo, uno di quei dannati corvi che volavano in circolo sopra Stormcrow. Aprì gli occhi e vide sotto di sé i campi del villaggio e, più sotto, gli spaventapasseri coi loro cappelli, i loro vestiti sdruciti e i loro ghigni sadici. Solo in quel momento si accorse che erano sistemati in modo da formare una figura geometrica, una stelle a sette punte: un pentacolo antico, creato per intrappolare le anime degli abitanti di Stormcrow, tramutati in corvo da chissà quanti anni o secoli e costretti a volare nella prigione arcana eretta dagli spaventapasseri.
E Ytan, Ytan si era fatto intrappolare come un stupido. La sua missione era fallita miseramente ancora prima di avvicinarsi anche di poco alla sua risoluzione. Ho tradito Creekwall, si disse il ragazzo, avevano riposto le loro speranze in me e io li ho condannati. Preso dallo sconforto, chiuse gli occhi e tutto attorno si fece buio. Un buio che era un buio dell’anima.
Fu lì, in quel buio soffocante, che si ricordò delle parole di Igreine: E, nel momento in cui tutto sarà buio e il sole sembrerà non essere mai esistito, ricordati che ti ho dato questo
Il sole! Il sole di legno! Ytan lo cercò. Eppure non era lì, non poteva essere lì, perché lui non era più nel suo corpo ma in quello di un uccellaccio nero che si librava maldestramente attorno ai cieli di Stormcrow, intrappolato nel pentacolo degli spaventapasseri. Non poteva no, non poteva avercelo ancora, il sole di Igraine. Eppure… strinse le zampe. Scoprì che erano diventate mani, erano tornate mani. E quelle mani tenevano il sole di legno. Capì che la sua anima era intrappolata nel corpo del corvo ma, nonostante tutto, ancora manteneva un fragile legame con il suo vero corpo; il corpo di un ragazzo di diciotto anni, occupato in quel momento da una coscienza estranea che tuttavia si faceva sempre più debole. Sentì che il sole si scaldava nelle sue mani. Non poteva vedere quanto stava accadendo, certo che no, ma lo percepiva: era come se una luce sfolgorante si facesse largo nelle tenebre; le ombre si ritraevano ad essa, fino a condensarsi in un puntolino minuscolo, impotenti e senza più controllo. Ed ecco che il mondo tornò a farsi chiaro. Ytan smise di essere un corvo; la sua anima, ancora separata dal corpo, seguì la luce che si era nel frattempo formata nelle tenebre: era quella del sole di Igreine. La luce lo precedeva, illuminando le tenebre della maledizione. E Ytan, mentre camminava in quel tunnel oscuro, si accorse che era il lungo corridoio di un castello o di una torre. E, nel passare di fronte ad una porta aperta, vide che, seduta su un vecchio trono di legno, c’era una mummia, che lo fissava coi suoi occhi svuotati, un sorriso malefico a incresparle il volto. Era morta, ma allo stesso tempo viva, più viva di molti altri uomini.
«Resta qui, messaggero – disse ad un tratto la mummia, artigliando l’aria con le sue dita rattrappite – resta qui con me nella mia torre. Dimentica l’esercito dei Silenti e resta qui. Per sempre.»
Allora il messaggero capì che l’artefice della maledizione di Stormcrow era la principessa che si trovava nella torre di Mightcastle. Non era davvero una principessa, ma una malvagia strega, chiusa lì dentro dagli abitanti perché non potesse più nuocere. Con il tempo la leggenda era andata perduta, della strega nessuno si ricordava più. Eppure lei, nella morte, aveva acquisito maggior potere. La sua ombra si era stesa fino a toccare la pacifica cittadina di Stormcrow. Si era impossessata degli spaventapasseri, li aveva animati con la sua magia nera; lentamente, nelle teste svuotate di quegli esseri era germogliata un’intelligenza malvagia. Si erano accordati con la strega: loro si sarebbero accontentati dei corpi degli abitanti, li avrebbero occupati per poter diventare esseri viventi a tutti gli effetti; a lei invece sarebbero andate le anime degli uomini, intrappolate nei corvi perché non potessero fuggire o stabilire un nuovo legame coi loro vecchi corpi.  Ecco il segreto di Stormcrow!
«Non oserai fermarmi – gridò Ytan, rivolto alla mummia – io sono in missione per Creekwall!»
Allora la mummia si alzò dal trono e gli venne incontro, un passo alla volta, mentre il suo vestito, vecchio di secoli, cadeva a pezzi, mostrando la pelle dura come cuoio che vi stava sotto. Ytan ebbe paura, una paura folle, ma la luce, percependo il suo terrore, si fece ancora più forte. Un grido si levò allora nel buio della torre; la mummia cercò di avanzare, ma per ogni passo che compiva un lembo della sue essenza veniva trascinato via, veniva consumato dalla luce che usciva dal sole di Igreine. Ridotta ad uno scheletro infuocato, la strega si accartocciò su se stessa e sparì in un lampo di luce rossa. Nello stesso istante, la torre di Mightcastle tremò, si fessurò e crollò. L’incantesimo di Stormcrow era sciolto: i corvi tornarono ad essere corvi, gli spaventapasseri semplici spaventapasseri, gli uomini di nuovo uomini.
Ytan si risvegliò nel suo corpo. Si trovava al centro della piazza, all’ombra della statua di Sir Gorlock. Il sole era appena sorto e la nebbia, se c’era stata, era totalmente scomparsa. La maledizione della strega, finalmente, era rotta. Ytan si rialzò, fra le mani il sole di Igreine, che era tornato ad essere un semplice oggetto di legno. O forse lo era sempre stato?
Che abbia sognato tutto quanto? si disse il ragazzo, frastornato. Ma ecco che gli abitanti, i veri abitanti, uscirono dalle case, ululando di gioia al nuovo giorno.
«Viva lo straniero! – gridavano – viva il liberatore!»
Si fece avanti il signore di Stormcrow, un vecchio dall’aria saggia, con lunghi capelli bianchi.
«Quattrocento anni, quattrocento anni intrappolati qui. E poi sei arrivato tu, straniero. Ci hai ridato la libertà e ora potremo riprendere le nostre vite dove le avevamo lasciate.»
Ytan chinò la testa in segno di rispetto. Il vecchio si avvicinò ancora e lo abbracciò.
«Ma questo è un oggetto elfico – disse, non appena vide il sole di Igreine fra le mani del messaggero – dove lo hai preso, straniero? Porta impresso il simbolo della casata degli Urundar, gli elfi del reame oltre Keltar. Una casata scomparsa da almeno un secolo. Dove l’hai trovato?»
E Ytan, non volendo rivelare l’identità di Igreine, disse di averlo trovato in un campo lì vicino. Il vecchio, intuendo i sentimenti del ragazzo, non chiese più nulla.
Il resto del giorno trascorse all’insegna del divertimento: si fece una gran festa, con spiedi, litri di birra e canti. Ytan rise e ballò insieme agli altri, ma la sua mente era occupata dalla missione che doveva compiere. Non aveva molti motivi per gioire, visto il viaggio che lo attendeva.
Verso sera il messaggero si congedò e si recò nella stanza che il signore di Stormcrow, che di nome faceva Guldar, gli aveva preparato nel palazzo. Trovò il vecchio che lo aspettava seduto nella sala del caminetto.
«Se fossi in te, messaggero, andrei a trovare gli elfi. Non sono che un’ombra del popolo che erano un tempo, ma fra loro ci sarà sicuramente chi ti saprà dare un consiglio per la tua maledizione. Non amano gli stranieri e molto spesso li uccidono, ma tu che porti il sole degli Urundar avrai più possibilità di avvicinarli.» detto questo, augurò la buonanotte al suo ospite e sparì. Ytan raggiunse la sua alcova, spense la candela e si addormentò.
Dormì saporitamente e ripartì all’alba del giorno successivo, lasciandosi una Stormcrow esultante alle spalle.
Il sole illuminava pigramente la campagna, trasformando la rugiada mattutina in uno scintillio di cristalli.

La leggenda di Creekwall – Seconda parte

Seconda parte de “La leggenda di Creekwall”. Vi è piaciuta la prima parte? Non dimenticatevi di commentare! Buona lettura
Alvise Brugnolo

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Per prima cosa, Ytan avrebbe superato i cinque villaggi che sorgevano nelle campagne di Creekwall, l’uno distanziato dall’altro un paio di leghe. Erano Lightgale, Firehall, Mightcastle, Modesty e Stormcrow.
Lightgale aveva le aurore più belle di tutta la regione: quando il sole sbucava dalle colline, il campanile di Lightgale, che era dorato, brillava come una stella. Da lì il nome del villaggio.
Firehall, similmente, aveva i tramonti più incantevoli che si fossero mai visti: quando il sole andava a dormire oltre le colline, i muri delle case e dei palazzi, che erano in pietra rosa di fiume, sembravano prendere fuoco per davvero. Da lì il suo nome.
Mightcastle portava i resti di una civiltà ormai scomparsa: un unico torrione pericolante che, nonostante le pietre erose alla sua base, riusciva ancora a resistere alle ingiurie del vento. Si diceva che in quella torre avesse dimorato una bellissima principessa, rinchiusasi là dentro per fuggire ad un malvagio pretendente. Si diceva anche che la sua mummia fosse ancora lì, ma, per quanto potesse sembrare strano o assurdo, la torre non aveva porte e per di più, nella parte più alta, i muri della costruzione si facevano incredibilmente lisci, vanificando qualsiasi tentativo di scalata. Mightcastle prendeva il nome proprio da quella torre.
Modesty, rispetto agli altri villaggi, non aveva nulla di straordinario o di caratteristico, tranne forse uno dei falegnami più bravi del regno: sapeva creare bellissime statue di legno partendo da un semplice tronco d’albero e la sua fantasia, si diceva, non aveva limiti. Il suo talento, comunque, non era sufficiente a rendere Modesty un luogo da ricordare. Dalla sua umiltà, Modesty traeva il suo nome.
Infine c’era Stormcrow.
Stormcrow era famosa per i suoi campi di zucche e per i suoi spaventapasseri, così realistici da sembrare vivi. Le loro teste, davvero mostruose, erano ricavate dalle zucche dell’anno prima, essiccate sopra il camino, svuotate e poi incise con un coltello. I corvi, terrorizzati da quei guardiani spettrali, non atterravano mai su Stormcrow e pertanto se ne restavano in aria, a girare in circolo sopra il villaggio. Dai corvi che volavano a spirale nei cieli tersi della campagna, Stormcrow prendeva il suo nome.
Ytan dunque si trovò a passare attraverso tutti questi villaggi. In Lightgale e Firehall venne completamente ignorato, e per questo motivo non si fermò. Comunque, visto che il suo compito lo richiedeva, domandò ai cittadini più in vista se conoscevano una soluzione alla tragedia di Creekwall. Gli risposero che no, non lo conoscevano e che anzi, loro stessi erano stati colpiti dalla maledizione dell’esercito dei Silenti. Fu così che Ytan scoprì che non solo Creekwall era stata maledetta, ma tutta l’intera regione. O quasi.
A Lightgale, Ytan acquistò una pasta alla marmellata di fichi dal panettiere che stava sulla piazza principale, mentre a Firehall, in una locanda buia e unta nascosta in un vicoletto, trangugiò una birra scura dal retrogusto di mirtillo. Dopodiché ricominciò il suo viaggio, dirigendosi verso Mightcastle.
Per prima cosa vide la torre. Era davvero spettrale con le sue guglie e le sue tegole nere e i suoi tre comignoli tozzi e contorti, che sembravano dita slogate dai ceppi di un torturatore.
A Mightcastle, comunque, non andò molto diversamente che a Lightgale o a Firehall. Nessuno parve accorgersi di Ytan e nessuno si interessò al suo viaggio. Il ragazzo domandò e non ottenne nulla di significativo. Venne soltanto a sapere che dalla torre, durante la notte, provenivano dei lamenti terribili, come un pianto, solo che pieno d’odio e rabbia e malinconia. Tuttavia, siccome accadeva tutte le notti e non soltanto in quella di capodanno, Ytan dedusse che con l’esercito dei Silenti la torre non avesse niente a che fare. Fu un piccolo errore, ma di questo non dovete preoccuparvi: Ytan aveva molti amici invisibili che lo seguivano e che avrebbero diretto i suoi passi nella giusta direzione, su questo potete esserne certi.
A Mightcastle, Ytan acquistò una striscia di carne secca, che gli diede un po’ di energia. Riposò qualche minuto su una panchina di pietra e si mise ad osservare la torre. Gli vennero i brividi, perciò, non appena le sue gambe si furono riposate abbastanza, si rialzò e continuò il suo viaggio. Era passato mezzogiorno da un pezzo e il sole stava perdendo forza; un venticello primaverile carico di buone speranze volteggiava fra le colline. Sembrava che cantasse non so quale melodia.
Finalmente, Ytan raggiunse Modesty. Non c’erano torri, né campanili, né bei castelli, e il messaggero ne fu felice: aveva bisogno di un luogo semplice dove riposare gli occhi e il cuore, un luogo che lo cullasse in un caldo abbraccio fraterno. Non a caso, non appena entrò dalla porta principale, un semplice arco di pietra sul quale cresceva un roseto molto antico, il ragazzo venne salutato con gioia da tutti gli abitanti, che gli corsero incontro, come se non lo vedessero da tanto tempo; gli chiesero se aveva riposato, se aveva mangiato, se stava bene e se si sentiva in forze. Lo ricoprirono di attenzioni sincere, di carezze e di pacche sulle spalle. Fu portato, in mezzo al furore generale, nella sala del governatore. Non era che una casupola, in verità, una casupola modesta e che tuttavia aveva una sua dignità. Il governatore era un uomo semplice, né giovane né vecchio, vestito in modo che non si distinguesse dagli altri cittadini. Ytan si sedette alla sua scrivania e iniziò a parlare. Parlarono, parlarono e parlarono, e furono interrotti solo dall’arrivo del cuoco, che portò loro spezzatino di cinghiale con contorno di patate novelle al burro, fette di pane abbrustolito con cipolle confit e budino di semolino con l’uvetta, una delle specialità locali. Finito di mangiare, ricominciarono a parlare e così Ytan scoprì che la maledizione, a Modesty, non era mai arrivata.
«Per quale motivo?» domandò, speranzoso che il suo viaggio potesse finire così presto. Ma il governatore, dispiaciutissimo, gli disse che non sapeva bene il perché. Questo era quanto. Finirono il budino, dopodiché Ytan decise che era ora di andare. Strinse la mano al governatore e raggiunse la via principale. Gli abitanti lo salutavano dalle finestre della case, agitando fazzoletti e lanciandogli petali di rosa. Qualcuno suonava tristi note con un mandolino, altri con un violino, altri ancora con un fagotto.
Ytan camminava piano e spesso si voltava indietro; era deluso, ma allo stesso tempo felice di essere stato accolto con così tanta bontà. Salutò tutti quanti con un gesto della mano, mentre un bel sorriso si faceva largo sul suo viso magro e gentile. Uscì dalle porte della città a metà pomeriggio, mentre il sole cominciava a scendere verso le colline come una palla diretta verso il suolo, e si incamminò verso Stormcrow, l’ultimo villaggio prima dei confini del regno.
Il suo viaggio, però, fu interrotto da un evento inatteso.
Aveva appena raggiunto le indicazioni per raggiungere Stormcrow (un palo con una freccia di legno che indicava la direzione da seguire), quando udì un lamento salire da un fossato.
Che sarà mai? pensò il ragazzo, avvicinandosi circospetto. Si sporse, stando ben attento a non scivolare sul fango che si trovava ai lati nel sentiero. E lì, nell’acqua stagnante e profonda del fosso, vide che c’era una giovane donna, che stava rischiando di annegare. Era bellissima, con capelli color del fuoco e occhi come di cristallo. Accanto a lei, in bilico su un masso, c’era uno spiritello dell’acqua. Aveva la pelle verdastra, coperta di foruncoli e bolle. Sembrava un rospo, solo che aveva il viso di un neonato e un paio di occhietti malvagi e cisposi. Sulla sommità della testa aveva un bocca piccola e storta, attraverso la quale si intravvedevano dei denti gialli e aguzzi; lo spiritello li digrignava con odio, producendo un rumore davvero sinistro e raccapricciante.
«Aiuto!» gridava la ragazza, cercando di aggrapparsi al masso, ma il mostriciattolo, puntualmente, le schiacciava le dita con le sue zampacce da rana, costringendola a lasciare la presa e a finire di nuovo sott’acqua. Ancora qualche minuto e la giovane sarebbe annegata in quel rigagnolo sporco e fangoso.
Ytan non perse tempo: sapeva esattamente come comportarsi con uno spiritello del fiume. Suo padre gli raccontava sempre che quei dispettosi e malevoli abitanti delle acque temevano più di ogni altra cosa il fuoco: se si seccavano troppo, infatti, evaporavano come neve al sole.
Accadde tutto in un attimo: estratto l’acciarino dalla sua bisaccia, Ytan lo usò per appiccare il fuoco ad un ramoscello appuntito. Dopodiché, vibrando il ramo come una lancia, punzecchiò lo spiritello sulla schiena.
Quest’ultimo, strillando come un porcello, digrignò i denti e si tuffò nell’acqua, sparendo in un guizzo di bolle. Così la ragazza poté avvinghiarsi al masso e, usandolo come un appiglio, lanciarsi verso la riva. Ytan la aiutò a salire.
«Grazie, straniero. Mi hai salvata!» mormorò la ragazza, tutta tremante per la paura e per il freddo. In quel mentre una vocetta stridula salì dal rigagnolo. Era lo spiritello.
«Inutile messaggero! Il tuo viaggio è destinato all’insuccesso. Più avanti ti aspetta l’oscurità. Ti inghiottirà e sputerà le tue ossa!» detto questo, dopo una risata lugubre e oscura, l’essere si inabissò nel rigagnolo e sparì. Ytan corrugò la fronte. Che cosa intendeva dire quel maledetto diavolo? Un brivido freddo gli scese lungo la schiena: era il fiato della paura. Ma ecco che la ragazza gli si avvicinò:
«Non preoccuparti, messaggero.» mormorò, con voce soave e cristallina.
«Tu sai chi sono?» domandò incredulo il ragazzo.
«Sì, e so quali pericoli ti troverai ad affrontare. Non avere paura: riuscirai nell’impresa, ma solo se terrai gli occhi ben aperti e non ti farai ingannare dalle astuzie del male. E, nel momento in cui tutto sarà buio e il sole sembrerà non essere mai esistito, ricordati che ti ho dato questo…» detto questo, dopo aver frugato nelle sue vesti bagnate e sporche di fango, la fanciulla estrasse una piccola scultura di legno, raffigurante un sole, e la depose nelle mani insicure di Ytan. Lui la osservò con attenzione. Era solo una scultura, ben fatta, questo sì, ma niente di più.
«Ti ringrazio per questo… dono.» mormorò il ragazzo, sempre più annichilito dalla bellezza di colei che gli stava davanti. «Ma tu chi sei?»
«Sono Igreine, la moglie dello scultore di Modesty.» esclamò la fanciulla e, dopo aver chinato la testa in segno di rispetto, voltò le spalle a Ytan e si incamminò lungo la via per il villaggio di Modesty.
Il messaggero, con il cuore in tumulto, prese la strada opposta, quella che portava a Stormcrow.
Il sole, nel frattempo, era sempre più basso e morente.

La leggenda di Creekwall- prima parte

Ecco la prima parte di un racconto fantasy ispirato alla leggenda della Caccia Selvaggia, un corteo di esseri mitologici che nel folclore nordeuropeo scende dal cielo per rapire e uccidere i mortali. La seconda parte arriverà a breve… Buona lettura
Alvise Brugnolo

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Quella di Creekwall poteva sembrare una cittadina come tante altre. Aveva un po’ di storia dietro di sé e ciò era testimoniato dal grande castello che sovrastava le campagne circostanti; le sue torri, che culminavano con tetti di ardesia azzurra, erano il vanto degli abitanti, che le chiamavano affettuosamente “le Belle”. Leghe e leghe di campi coltivati circondavano le mura cittadine; vi crescevano spighe di grano dorato, piante di soia color del limone e lunghi filari di viti. Erano una meraviglia a vedersi. I frutteti, che si sviluppavano a ridosso dei campi e lungo l’ansa del fiume, non erano da meno. Producevano mele in abbondanza e pere e pesche e albicocche in gran quantità. A luglio, quando i frutti erano abbastanza maturi da essere raccolti, tutta Creekwall si riempiva di canti: le donne uscivano in processione, vestite di rosso, giallo o azzurro, e dietro di loro venivano gli uomini, che suonavano liuti, flauti e ocarine. Insieme cantavano. La raccolta durava diversi giorni, giorni di musica, danze e preghiere. I bambini aiutavano come potevano, ma spesso trascuravano le loro mansioni per mettersi a giocare e a fare il girotondo in mezzo alle spighe. Conclusi i giorni della raccolta, si organizzava una grande festa, una festa davvero portentosa se paragonata alle dimensioni relativamente modeste di quel borgo. Venivano montati degli enormi tendoni e, accanto a questi, una miriade di gazebi di legno chiaro, con colonnine scolpite a guisa di fiori, piante e pavoni. Nei tendoni ci si poteva sedere (c’erano lunghi tavoli in legno di quercia e numerosissimi tronchi di rovere, che fungevano da sgabelli) mentre i cuochi che provenivano dai regni vicini preparavano, davanti agli occhi dei presenti, squisiti manicaretti: zuppa di funghi di Luna (erano funghi di color acquamarina, che crescevano a ridosso della foresta degli Elfi e, una volta cotti, brillavano), costolette di maiale al miele e cannella, piccioni ripieni di castagne e mirtilli di bosco, e per finire torte di tutti i gusti possibili ed immaginabili (la preferita dagli abitanti, comunque, restava quella con crema al cioccolato e granella di pistacchio).
Da fuori venivano anche gli stranieri con i loro carrozzoni: erano abili prestigiatori, agili saltimbanchi, mirabili danzatori e musicanti di professione; portavano con loro orsi addestrati, che ballavano attorno al fuoco al ritmo della tarantella. Il grande falò che veniva acceso dentro le mura di Creekwall, al centro esatto della piazza principale, dove le strade si congiungevano in uno spiazzo circolare e sabbioso, serviva per propiziarsi la benevolenza degli dèi: si pregava che l’inverno fosse breve e mite, e che il gelo risparmiasse la vita dei bambini. In questo, Creekwall assomigliava molto a Teuton, una città della steppa che distava una ventina di leghe, i cui inverni erano, ahimé, diventati proverbiali. Eppure, a Creekwall le preghiere erano più intense che a Teuton. Perché mai, vi chiederete? È presto detto.
Ad occhi stranieri Creekwall appariva davvero come il luogo perfetto dove dimorare. Ma c’eraquella cosa di cui nessuno parlava volentieri. Accadeva l’ultima notte dell’anno, quando tutta la città, spenti i lumi, era immersa nel sonno. Un vento rabbioso iniziava a spirare per le contrade, lungo le vie, fra i ponti sul fiume e fra gli interstizi delle tegole di ardesia. Serpeggiava fra i colonnati di Piazza dei Duchi, stridendo indiavolata attraverso i doccioni, le bocche dei quali, irte di zanne, erano perennemente aperte.
Il vento annunciava il suo arrivo.
L’arrivo dell’esercito dei Silenti. Scendeva dal cielo in una torma impetuosa: una moltitudine impressionante di soldati muti e ciechi, a cavallo di destrieri di fiamma che scalpitavano su un oceano di scintille. Erano guerrieri provenienti dal regno dei morti, usciti dai meandri infernali a caccia di giovani vite per il loro esercito silenzioso. Chi sarebbe stato lo sfortunato scelto per ingrossare le file di quell’esercito di mostri, questo era impossibile saperlo. L’unica cosa certa, era che, il mattino del primo giorno dell’anno, quando tutta la città si riuniva al centro della piazza, qualcuno mancava all’appello. Sempre. E a volte erano più di uno.
Era una maledizione, una terribile maledizione e, per quanto gli abitanti cercassero di porvi rimedio, niente di quello che potevano escogitare serviva a qualcosa: le mura non impedivano ai morti di passare e nemmeno le porte delle case, né le sentinelle messe a presidio dei cancelli. Chi scorgeva l’esercito dei Silenti finiva infatti per impazzire, perché, fra i soldati non-morti di quella masnada infernale, riconosceva sempre i volti di chi aveva amato.
Un giorno, stanco di quella situazione, il re di Creekwall riunì il gran consiglio nella sala più ampia del castello.
«Ministri, baroni e consiglieri – disse – è tempo di reagire. Non possiamo più permetterci di nasconderci come topi, augurandoci di non essere i prossimi. È un atteggiamento egoista. Ci sarà pure un modo per annullare questa maledizione. E noi lo troveremo.»
«E come, maestà?» rumoreggiarono i consiglieri.
«Sceglieremo a caso, fra gli abitanti, un messaggero. Avrà il compito di viaggiare in giro per il regno, di città in città, montagna dopo montagna, fiume dopo fiume, in cerca di una soluzione e, non appena l’avrà trovata, ce la porterà.»
I ministri annuirono, e così fu deciso.
In un mattino di primavera, il re radunò il popolo nella piazza del focolare. I nomi di ciascun abitante erano stati scritti su pezzi di pergamena, inseriti poi in uno scrigno attraverso una fessura nel legno. Il popolo trattenne il respiro mentre il ciambellano, impettito nella sua divisa color del cielo, estraeva con mano sicura la pergamena che avrebbe deciso il destino di uno, uno soltanto. E il foglietto portava impresso questo nome:
Ytan Seatiln

Il re allora si alzò.
«Si faccia avanti Ytan Seatiln» esclamò.
E Ytan si fece avanti. Era un ragazzo di poco più di vent’anni, alto e magro. In mezzo alla folla non si distingueva neppure.
«Sei tu, Seatiln?» gli domandò il re, incredulo che la sorte avesse deciso che il loro salvatore, il messaggero che avrebbe dovuto salvarli dall’esercito dei morti fosse proprio quel ragazzo così insignificante.
«Sì, lo sono. Sono Ytan Seatiln, il carpentiere.»
Il carpentiere! La folla si mise a brontolare a voce alta. Nessuno, nessuno aveva mai fatto caso a quel ragazzino minuto, che si appendeva ai palazzi come un ragno per riparare finestre, tegole, gradini e cimase.
«E così sia, Ytan il carpentiere – mormorò il re, con il cuore in tumulto – che gli dèi ti siano propizi e che i Silenti non ti trovino. Ora va’ e ritorna glorioso.»
E Ytan, voltate le spalle agli occhi beffardi e increduli degli abitanti, raggiunse la porta principale e uscì da Creekwall. L’ultima cosa che vide voltandosi, dopo aver camminato per un paio di leghe, furono le torri, le Belle, che lo salutarono con un guizzo di luce prima di sparire dietro ad una tozza collinetta color pastello.
Il viaggio di Ytan era appena cominciato.