Bubba Ho-Tep: mummie, cowboy e Rock’n’ Roll

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C’è una legge matematica che accomuna i film hollywoodiani degli ultimi anni. Una specie di proporzionalità inversa che, messa su carta, reciterebbe più o meno così:

“Se il budget di un film lievita, il film in questione non avrà nulla da dire. E viceversa”.

Fateci caso. È come se i grandi colossal usciti dagli studios americani fossero stanchi, slavati, barocchi fuori – negli effetti e nella messa in scena – ma vuoti dentro, nel cuore e nell’anima. Raramente esco dal cinema pienamente soddisfatto e confrontandomi con altri ho capito che la cosa è comune. A volte è colpa del messaggio inesistente, altre ancora dell’idiozia di alcune scene, buttate giù tanto per. Avete presente Jurassic World, dove Claire riesce a doppiare un Tyrannosaurus Rex con le scarpe col tacco? Ecco. D’altronde, chi ha tempo da perdere a scrivere una buona sceneggiatura, quando ci sono mostroni alti trenta piedi a catturare gli sguardi degli spettatori?

Per fortuna, mentre i registi col portafoglio gonfio si lasciano distrarre dal 3D, dal pew pew e dal vrooom vrooom, c’è ancora qualcuno che non ha perso la passione di raccontare ed emozionare. E quel qualcuno sono quei registi che, con pochi spicci e pochi mezzi, riescono comunque a fare centro. Quel qualcuno sono i registi di Serie B.

Certo, saranno pure rozzi, ingenui, unti e bisunti, ma il bello dei film a basso budget è che molto spesso sanno essere più incisivi, memorabili ed emozionanti delle pellicole “di serie A”, che sbancano al botteghino ma vengono dimenticate non appena girato l’angolo.
Indimenticabili, proprio come accade con Bubba Ho-Tep, il film di cui vorrei parlarvi oggi. Un B movie puro e semplice: poco budget sì, ma tanta, tanta inventiva (e sentimento). Dietro la macchina da presa c’è il regista Don Coscarelli, quello della saga  cult di Phantasm.

In soldoni la trama è questa.

Elvis Preasley è ancora vivo, dimenticato in un ospizio del Texas. Tutti lo credono un imitatore e anche se lui sbuffa e borbotta, nessuno gli dà retta. È soltanto un vecchio pazzo, dopotutto. Uno che pensa di essere Napoleone, Gesù o Giulio Cesare. L’unico amico che ha è un uomo di colore, che crede di essere J.F. Kennedy e ne è talmente convinto che quando qualcuno gli fa notare la pelle scura, lui risponde che è tutto un complotto del Governo.

La vita nell’ospizio è triste e le giornate trascorrono immutate, come un assaggio della bara. Finché i vecchi iniziano a morire per davvero. Ma non di morte naturale, no. La colpa è di una mummia che succhia l’anima dei poveri ospiti della casa di cura, impedendo loro di raggiungere l’Aldilà. E così Elvis Preasley e J.F. Kennedy dovranno mettersi in gioco per salvare tutti.
Scopriranno che, dopotutto, valgono ancora qualcosa.

«Ma scusa… – potrebbe dire qualcuno – Ma che schifezza è un film che mescola Il Re del Rock, un’antica mummia e un ospedale per vecchi?»
E qui casca l’asino.

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Elvis e J. F. Kennedy. Notate qualcosa di strano?

Perché quello che molti registi, sceneggiatori e spettatori non hanno ancora capito, è che la bontà di un film non sta nella storia in sé – che può essere anche inverosimile o già sentita – ma nel come questa storia viene raccontata. E soprattutto nel messaggio che il regista, lo scrittore o chi per esso seppellisce nella storia in attesa che qualcuno lo dissotterri come un tesoro da ritrovare. È il messaggio che strappa una risata, fa scendere una lacrima o fa venire il batticuore. È il messaggio che fa la differenza.

Ed è proprio il messaggio a rendere grande questo gioiellino di Don Coscarelli. Perché per quanto vengano schifati, odiati e abbandonati, gli anziani sono persone, con un’anima preziosa e una grande storia da raccontare.
È questo che Bubba Ho-Tep insegna e il bello è che lo fa con una trama esagerata, scoppiettante e fuori di testa, capace di tenere lo spettatore incollato alla sedia nonostante il risicatissimo budget a disposizione e alla faccia di gomma della suddetta mummia.
Si riderà, si piangerà e ci si spaventerà, riscoprendo, in un film povero di mezzi, tutta la magia del cinema. Quella magia che molti colossal hanno perso per strada, per rincorrere, coi tacchi alti, la chimera di un effetto speciale perfetto.

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Per non dimenticare

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Film consigliati – Split

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Dopo un evidente calo creativo, che lo aveva portato ad essere uno dei registi più schifati del globo, M. Night Shyamalan ritorna e lo fa in pompa magna. Ci aveva già provato due anni fa con l’ottimo The Visit, un mockumentary  a basso budget che ci mostrava i nonni come non li avevamo mai visti, trasformati in due psicopatici disgustosi che manco Regan de L’Esorcista. Un film particolare, quasi un voler tornare a fare cinema in punta di piedi, come a dire: “vi ho un po’ deluso, ecco che riparto dalle basi per cercare di fare il boom.”

E il boom c’è stato. Anticipato da una strategia di marketing piuttosto chiassosa, Split è la summa di tutto quello che ci potremmo aspettare da questo talentuoso e particolare regista. Un mix riuscitissimo di generi diversi, dal thriller psicologico all’horror vero e proprio, con qualche contaminazione comica o più propriamente grottesca. Una pellicola che riflette sulle immense potenzialità umane e sul mistero della nostra mente, un luogo su cui ci illudiamo di avere il controllo, ma in cui si possono nascondere veri e propri mostri.
Ciliegina sulla torta, c’è l’immancabile colpo di scena finale. Sennò che film di Shyamalan sarebbe?

Casey, Clare e Marcia, di uscita da una festicciola di compleanno, vengono rapite da un individuo misterioso e rinchiuse in uno seminterrato. Che il loro aguzzino sia pazzo appare chiaro da subito, ma fino a che punto? In un crescendo di terrore, le tre vittime scopriranno che dentro  Kevin albergano ben 23 personalità diverse e che una quarta, chiamata la Bestia, è pronta a mostrarsi al mondo. E loro tre, purtroppo, saranno la sua cena.

Raccontare la psiche dissociata di un assassino è una tema cinematografico/letterario vecchio come il mondo (Psycho, Shutter Island, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde), ma Shyamalan sa metterci del suo. D’altronde il genere thriller è un po’ come fosse casa sua e lui sa bene quali strumenti usare per stuzzicare noi poveri, ingenui spettatori, a partire dalla scelta della location (un seminterrato senza finestre, soffocante come non mai) alla posizione della telecamera, sempre nel punto giusto al momento giusto.
Il collegamento con l’Hitchcock di Psycho viene quasi immediato, soprattutto nel momento in cui il protagonista entra in scena vestito da donna. Al posto del Norman Bates di Anthony Perkins, però, c’è il Kevin di James McAvoy. L’attore statunitense se la cava egregiamente, riuscendo ad interpretare ben 9 delle 23 personalità del protagonista, nelle quali si è calato profondamente, in ogni minimo dettaglio, a partire dagli impercettibili movimenti del viso.

E arriviamo al fantomatico Shyamalan twist. Come di consueto, il regista gioca bene le sue carte, riconfermandosi per quel bravo narratore che è. Questa volta, però, il colpo di scena è meno roboante, quasi più intimista. Ci offre un punto di vista diverso da cui analizzare il personaggio di Kevin, suscitando in noi una domanda: il killer è davvero un carnefice o solo una vittima esasperata? Forse una risposta precisa non c’è, e perciò è come se il film stesso avesse personalità multiple, fosse spaccato e dissociato.

Insomma, l’ultima prova di Shyamalan è un film che saprà farsi ricordare e che riconferma il talento del regista, a mio parere uno dei film-maker più vulcanici degli ultimi anni, a proprio agio come non mai a raccontare una storia sinistra su uno dei luoghi più angusti e misteriosi del mondo: la nostra mente.
Il messaggio è chiaro: nel bene o nel male l’essere umano sa davvero essere straordinario. McAvoy docet.

Film consigliati – Song of the sea

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E ritorniamo a parlare di animazione, con una piccola perla del genere: Song of the Sea.
Uscito dalla fervida immaginazione di Tomm More – giovane animatore irlandese che si era già fatto notare con il candidato all’oscar “The Secret of Kells” – il cartone animato in questione è una piccola fiaba delicata e malinconica, che vi porterà per mano sulle coste irlandesi, in mezzo a giganti, folletti e… selkie.

Saoirse è una bambina particolare: a sei anni deve ancora imparare a parlare. Vive con il fratello maggiore Ben e il padre Conor su un’isola della costa irlandese. Con il mare ha un legame particolare e con il passare del tempo ne è sempre più attirata. Non è un caso: Saoirse, come la madre scomparsa, è una selkie, una creatura mitologica dotata di un canto fatato. Non ci vorrà molto perché questo potere susciti l’interesse della perfida strega Macha, che vuole impedire a Saoirse di rovinarle i piani.

E così Ben, che da sempre prova rancore per la sorellina (la incolpa per la sparizione della madre) dovrà mettersi in gioco e rischiare la sua vita per salvarla. In ballo non c’è solo la loro salvezza, ovviamente, ma anche quella dell’intero mondo magico!

Song of the sea è un cartone animato unico sotto tutti i punti di vista. Visivamente è straordinario, con uno stile che sembra appartenere ad un libro illustrato per bambini: un caleidoscopio di colori che vi trascinerà – fin dalla prima scena – in un mondo da fiaba, a cavallo tra realtà e immaginazione, tra acqua e terra, tra antico e moderno. Proprio come ci aspetteremmo da uno dei capolavori dello Studio Ghibli, da cui Tomm More prende in parte ispirazione, soprattutto nel modo in cui la leggenda sfuma nella quotidianità.

Unica è anche la storia, che dosa sapientemente mitologia nordica e problematiche attuali. Al centro c’è il conflitto tra fratelli – che prima si odiano e poi imparano a volersi bene – ma anche quello tra generazioni, fra gli adulti – timorosi che i figli scoprano il mondo anche nei lati più oscuri – e i bambini, che vengono chiamati a mettersi in gioco per crescere e scegliersi il loro futuro.

E poi, ad arricchire il tutto c’è il messaggio: non dobbiamo temere le emozioni né il dolore. Senza le risate, senza la paura e – perché no – senza le lacrime, non potremmo definirci esseri umani. Saremmo solamente pietra.

Insomma, Song of the Sea è un’opera di una bellezza struggente, la risposta intima ad un tipo di animazione 3D che ha ormai monopolizzato il mondo dei cartoni. Visti gli altissimi risultati dei film di More (o di quelli dello Studio Ghibli o di Sylvain Chomet) viene da chiedersi il perché, di questo monopolio 😉

Film consigliati – Il tredicesimo piano

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E oggi parliamo di architettura.
No, sto scherzando. Parliamo di film, di uno di quei film semi-sconosciuti che scopri per caso in un blog a caso. E il film di oggi è *rullo di tamburi*…

…”Il tredicesimo piano“, prodotto da Roland Emmerich e diretto dal regista tedesco Josef Rusnak. Un film di cui, dai confessatelo, non avete mai sentito parlare.

Ecco la trama a grandi linee (e senza spoiler):

“Hannon Fuller, esperto programmatore e pioniere della realtà virtuale, viene brutalmente assassinato. Sospettato dell’omicidio, il collega Douglas Hall sarà costretto suo malgrado a vederci chiaro, finendo, tra un indizio e l’altro, nel mondo virtuale creato da Hannon: una perfetta rielaborazione della Los Angeles degli anni ’30 dove gli avatar virtuali sono programmati così bene da credere di essere veri.”

Vi ricorda qualcosa? Già, proprio così. Uscito pochi mesi dopo Matrix (è il 1999), “Il tredicesimo piano” viene letteralmente asfaltato dal rivale. D’altronde la creatura dei fratelli Wachowski (ops, sorelle) ha potuto contare su un budget maggiore, ha alle sue spalle un’idea più forte e un’ambientazione che si sposa meglio con l’immagine che tutti noi abbiamo della fantascienza: astronavi, grandi minacce, super computer malvagi e mitragliozzi gatling a più non posso.

Naturale che un film dove non comparivano grandi nomi (se si escludono Vincent D’Onofrio e Armin Mueller-Stahl) fosse destinato all’oblio. E questo è un vero peccato: in fondo “Il tredicesimo piano” è un buon fanta-thriller che punta tutto sulla qualità della narrazione, senza tempi morti e sconfinando spesso nell’atmosfera noir degli anni ’30, quella che ci si aspetterebbe da un romanzo di Agatha Christie. Diciamo che mentre la saga dell’Eletto parla della realtà virtuale nella sua accezione più cupa e orwelliana, il gioiellino di Rusnak lo fa in modo più intimista, riflettendo anche sulla vita in senso stretto. Quante volte ci chiediamo se facciamo parte di un programma e se, da qualche parte sopra di noi, il nostro creatore si stia facendo una grassa risata, mentre ci osserva attentamente dal freddo schermo di un computer?

Perciò, ottimo lavoro, caro Rusnak. E mi dispiace che il tuo film sia passato un po’ in sordina. Unica pecca, un finale troppo zuccheroso e banale, che rovina la storia come un piccolo taglio su un bel dipinto. Se amate la fantascienza e i gialli, questo film propone un perfetto mix tra i due che vi lascerà sicuramente soddisfatti!

Oh, dimenticavo. Piccola curiosità: la sceneggiatura è basata sul romanzo Simulacron-3 di Daniel F. Galouye. Scommetto che neanche di questo avete mai sentito parlare. E siete in buona compagnia 😉

Riflessioni – It Follows: quando si ha paura dell’uomo

“La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto.”
Howard Phillips Lovecraft

Non so quanti di voi abbiano visto “It follows“, recente film horror diretto dal semi-sconosciuto David R. Mitchell. Ecco, diciamo che questo articolo non è una vera e propria recensione, quindi mi rivolgo a chi il film l’ha già gustato, riservando poche righe di riassunto a chi non avesse ancora avuto occasione di vederlo.

In questo film si parla di una terribile maledizione, che si trasmette attraverso i rapporti sessuali: chi ne è affetto, per potersene liberare, non deve fare altro che passarla a qualcun altro. In poche parole, una vera e propria patata bollente da lanciare al primo ebete passato per strada. Pim-pum-pam…zak. E chi s’è visto s’è visto.
Chi contrae questa maledizione si trova ad essere inseguito, costantemente, da una “cosa”, un essere che prende la forma di persone diverse, quasi le potesse indossare come fossero vestiti (sono fantasmi, zombie, demoni? Non lo sapremo mai). Dialogare con questi esseri è impossibile e tutto quello che possono fare i protagonisti è scappare, terrorizzati a morte da qualcosa che non possono capire e di cui non possono ostacolare la macabra avanzata.

Ad avermi colpito, in questo film, è stata proprio la scelta della minaccia principale. Non parliamo di vampiri, di lupi mannari o di maniaci scappati dal manicomio in una giornata di temporale: parliamo di persone, persone qualsiasi, che si accaniscono sul malcapitato di turno senza un motivo apparente.
Non vedete la connessione con ciò che accade quotidianamente? I fatti di cronaca sembrano dare forza al concetto latino di homo homini lupus, espressione che indica la malvagità innata degli uomini, che sono pronti ad azzannarsi l’un l’altro per futili motivi. Le armi che potrebbero fermare tutto questo, la cultura, la conoscenza, la comunicazione, si rivelano troppo spesso impotenti, visto che chi uccide è talmente chiuso nel suo credo che è come se avesse perso il dono di parlare o di ragionare. La forza che lo anima è una follia che definire animale non sarebbe giusto: è puramente umana.

Ecco perché, a mio parere, “It follows” è uno dei migliori horror degli ultimi anni: in modo concreto, ha saputo raffigurare nei volti impassibili e terribilmente umani dei suoi mostri la paura che, negli ultimi anni, attanaglia tutti noi. La paura dei nostri simili che poi è, come ci ricorda il Solitario di Providence, la paura dell’ignoto. Perché chi può dire con esattezza cosa si nasconda nel cuore di chi ci passa accanto per la via?

Stranger Things – L’ho già visto da qualche parte?

Stranger Things è una nuova serie tv firmata Netflix. Ormai sulla bocca di tutti, nelle poche settimane dalla sua uscita ha saputo ritagliarsi un cospicuo numero di fan. Un omaggio dichiarato ai film di fantascienza anni ’80, con mostri, complotti governativi, bambini scomparsi e telecinesi. Ma vale davvero la pena seguirla? Oh, yes! Ecco i cinque motivi (secondo me) che dovrebbero convincervi a guardare la fatica dei fratelli Duffer:

  1. È un tuffo negli anni ’80. Se siete appassionati dei magici anni ’80, di quell’atmosfera colorata e unica (le camicione a quadri, i giubbotti in pelle, le pettinature improbabili) o se amate i film usciti in quel periodo (come scordare i Goonies, Fenomeni Paranormali Incontrollabili o E.T.) Stranger Things è la serie TV che vi farà scendere una lacrimuccia. Ci sono mille rimandi alle opere di narrativa di Stephen King e ai film di Steven Spielberg e già questo dovrebbe bastare.
  2. Di tutto un po’. Mescolare generi diversi senza combinare un pasticcio non è facile, e Stranger Things ci riesce benissimo. Nel telefilm c’è un po’ di tutto, horror, dramma, commedia, fantascienza. È come una bella abbuffata a casa di nonna.
  3. Una storia classica, ma che sa stupire. Guardare Stranger Things è un po’ come tornare a casa dopo un viaggio durato trent’anni: ci sarò sicuramente qualcosa di familiare ad accogliervi. Eppure, e qui sta la bravura degli sceneggiatori, non è un prodotto che puzza di vecchio, anzi: la sua formula vincente è un sapiente equilibrio tra classico e moderno.
  4. I personaggi. Sono davvero ben caratterizzati, a partire dalla madre del bambino scomparso, una Wynona Rider più in forma che mai, fino al burbero ma coraggioso poliziotto Chief Hopper, impersonato da David Harbour. Funzionano dall’inizio alla fine e non a caso ci si affeziona a loro già dalla prima puntata.
  5. Piccoli attori crescono. E a proposito di personaggi: i bambini! Sono divertenti, coraggiosi, arguti, cinici… Sono loro i veri eroi della storia, quelli che arrivano alla soluzione prima degli adulti. Un po’ come i protagonisti di IT che da soli riuscivano a tenere a bada a una mostruosa entità venuta dallo spazio.

Ecco i cinque motivi per cui dovreste guardare Stranger Things. Mi sembrano tutti piuttosto validi, no? 😉 Qualcuno di voi la sta seguendo? Vi sta piacendo o avete qualche perplessità? 🙂

Film consigliati – Lo chiamavano Jeeg Robot

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Mi scuso per il lungo periodo di assenza ma, come saprete già, sono stato impegnato ad organizzare la mia prima presentazione de “Il faro di Blackdale“. Come se non bastasse, si stanno avvicinando l’ultimo esame universitario (l’ultimo davvero!) e la discussione della tesi. Per fortuna un po’ di tempo l’ho trovato, ed infatti eccomi qui, tutto per voi 😉
In attesa di pubblicare altro materiale riguardante la prossima presentazione del libro, ho pensato di festeggiare il mio ritorno sul blog parlando di un film, di un Signor Film: Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

Sicuramente arrivo un po’ in ritardo (il film è uscito al cinema da un’eternità) ma parlare di buon cinema non passa mai di moda. Perché “Lo chiamavano Jeeg Robot” è, senza dubbio, un esempio di buon cinema, ed è ancora più buono visto che, di fatto, ha dato linfa vitale al cinema di genere, ossia quel cinema popolare che in Italia ha sempre fatto fatica ad ingranare, vuoi un po’ perché snobbato dai produttori, vuoi perché ignorato dal “popolo” stesso, convinto che solo gli “Ammericani” possano misurarsi con storie forti condite di azioni ed effetti speciali. Ah, che errore madornale!

TRAMA
Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) è un ladro sociopatico, che vive di furtarelli nella periferia di Roma. Un giorno, fuggendo dai poliziotti, è costretto a tuffarsi nel Tevere e, sorpresa delle sorprese, va a finire proprio dentro un fusto di materiale radioattivo. Come nella migliore tradizione supereroistica americana (non mancanza di idee, ma citazionismo), Enzo acquisisce una forza sovrumana e una grande resistenza: può saltare dai palazzi, guarire velocemente e…strappare bancomat a mani nude. Già. Perché Enzo, da bravo ladruncolo incallito qual è, sfrutta i suoi nuovi poteri per organizzare colpi perfetti e svignarsela senza grane. Poi, però, il nostro anti-eroe conosce Alessia, la sua vicina di casa: una ragazza un po’ matta che tuttavia, a differenza del nostro rapinatore imbolsito, ci vede benissimo.
“Salvali, tu che puoi” dirà la ragazza, in un momento strappalacrime del film, convincendo Enzo a superare il proprio egoismo e a diventare un eroe vero e proprio, degno di paragonarsi al grande Jeeg Robot d’Acciaio degli anime giapponesi! Ma ogni eroe che si rispetti ha anche un super-cattivo e in questo senso il regista e gli sceneggiatori ci hanno dato dentro: Lo Zingaro, interpretato da un eccezionale Luca Marinelli, è una specie di Joker de noantri, un criminale di bassa lega, il cui sogno è quello di ottenere milioni di visualizzazioni su Youtube e per farlo è disposto ad ammazzare e seminare il terrore, riprendendo tutto con il suo smartphone.

COMMENTO
Mentre guardavo il film mi sono commosso.
“Che novità, Alvise! sappiamo tutti che hai il cuore tenero!”
È vero, però non mi commuovo mai a caso. E anche qui avevo le mie ragioni. Per prima cosa il film è girato benissimo, sia nelle scene d’azione che nei momenti più riflessivi. E senza dubbio, rispetto al classico supereroe americano vola-sparalaser-pesta, “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un film più intimista, che fa della crescita del protagonista il vero soggetto del film, non solo un ingrediente per dare spessore a quello che altrimenti sarebbe solo un tizio col mantello afflitto da super-problemi in super-CGI.

Seconda cosa, i personaggi: hanno una profondità che i film di genere normalmente si sognano. Ognuno ha il proprio scopo, le proprie aspirazioni. Sogni reali, tangibili, che potrebbero essere i nostri, nel bene e nel male. Non personaggi piatti, dunque, ma realistici, tridimensionali, segno che tutto, in questo film, è stato ben calibrato, a partire dalla sceneggiatura fino ad arrivare al casting.

Terza e ultima cosa: le sensazioni. Si respira “italianità” fin dal primo fotogramma e non è certamente una nota negativa, anzi. Penso di aver atteso un film del genere per tutta la vita. È molto più che un film su un supereroe: è il simbolo dell’Italia giovane che si rialza dopo anni e anni di silenzio, che riesce a trovare il proprio spazio rubandolo ai registi parrucconi che se ne stavano lì a raccontare le solite storie sterili da salotto. Il simbolo dell’Italia che prende esempio dagli altri paesi (gli Stati Uniti e il Giappone, in questo caso), ma lo fa secondo le sue regole, senza per questo doversene vergognare.
Perciò, grazie. Grazie a Mainetti, Santamaria e Marinelli. Un grosso applauso a questi supereroi del cinema, che hanno dato una scossa ad una realtà che se ne stava ferma da fin troppo tempo.

E voi l’avete visto il film? Avete avuto le stesse impressioni? Commentate a più non posso! 😉

Star Wars VII – il verdetto

Attenzione: spoiler. Leggete a vostro rischio e pericolo XD

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Lo so, lo so. Sono un po’ in ritardo rispetto all’uscita del film, ma ora eccomi qui, a dire la mia sul nuovo capitolo di una delle saghe più amate di tutti i tempi.
Star Wars.
Bastano queste due parole perché il mio cervello si attivi, riportandomi alla mente quintali e quintali di informazioni che le mie brave meningi da nerd hanno incamerato: pianeti, personaggi, razze aliene, duelli con le spade laser, Yoda che distribuisce le sue pillole di saggezza dalla sintassi improponibile… E poi gli orsetti pelosi (Ewok) della luna boscosa di Endor, il ghigno diabolico dell’Imperatore Palpatine e “Luke, io sono tuo padre.” Ok, adesso la smetto XD

Lo avrete già capito: Star Wars occupa un posto importante nel mio cuore. Mi ha accompagnato durante l’infanzia (insieme ad Harry Potter e a Il Signore degli Anelli) e perciò la prospettiva di una nuova saga mi aveva stuzzicato e, tuttavia, anche preoccupato, come può testimoniare questo articolo. Ebbene, il momento di tirare le somme è arrivato. Avevo davvero ragione a preoccuparmi? .

Come spesso accade quando si va a toccare un mostro sacro (la stessa cosa che è accaduta con Lo Hobbit) l’opinione pubblica si è divisa in due parti: chi considerava il nuovo film una stronzata galattica, chi invece un capolavoro intoccabile.
Come sempre la verità sta nel mezzo: Star Wars VII – The Force Awakens è un film godibile, che vola via alla velocità della luce per tutte e due le ore abbondanti della sua durata. Basta questo per fare del nuovo capitolo un degno erede della vecchia trilogia? Per me no.

Diciamo che il punto forte di questo nuovo capitolo è l’atmosfera: si respira Star Wars ad ogni fotogramma. E questo grazie alle scelte fatte da J.J. Abrams che, ad un uso spropositato della CGI, ha preferito un “ritorno alle origini”: più riprese in esterno, più modellini in scala, il tutto per un’esperienza che fosse in continuità con i film originali. Il risultato è strabiliante e, senza dubbio, la trilogia di J.J. Abrams è molto più vicina ai “vecchi film” di quanto lo fosse la trilogia di mezzo, colpevole di aver intontito gli spettatori a suon di effetti speciali non sempre messi al posto e al momento giusti.
Anche i nuovi personaggi, bene o male, sanno farsi amare: abbiamo Fin, soldato del Primo Ordine, pentitosi e passato dalla parte dei ribelli; Rey, che è un po’ la versione femminile di Luke, e Kylo Ren, il nipote di Darth Vader che vorrebbe tanto assomigliare al nonno. E poi beh c’è il robot-sfera, BB8, che va a sostituire il buon  R2-D2 (C1-P8) e che saprà intenerirvi con tutti i suoi amichevoli “bip”.
Fin qui tutto molto bene. Cosa non funziona, allora? La trama.

Purtroppo la storia non propone niente di nuovo. Star Wars VII è un po’ come uno specchio: riprende gli ingredienti dei vecchi film e li mostra rovesciati: abbiamo il cattivo che non è il padre, ma il figlio. Abbiamo il padre (Han Solo) che cerca di convertire il figlio al lato chiaro della forza, lo stesso tentativo rovesciato di Darth Vader che cercava di “sedurre” Luke. Abbiamo Luke Skywalker esiliato per le sue colpe, un po’ come accadeva per Yoda, che se n’era andato a Dagobah per non essere riuscito a fermare, anni e anni prima, l’Imperatore. Diciamocelo: sa tutto di già visto. Questo non fa necessariamente di Star Wars VII un cattivo film, ma di sicuro non ne fa neppure il capolavoro che tutti stavano aspettando.
Il problema è che, in confronto al primo, la storia non decolla del tutto e i momenti che dovrebbero emozionare lasciano indifferenti. Vogliamo paragonare la scena in cui Han Solo e suo figlio si incontrano con la leggendaria sequenza in cui Luke Skywalker e Darth Fener si fronteggiano? Ovvio che la prima non potrà mai rivaleggiare con la seconda, ed è qui che sta l’errore: pur di creare un ponte con la vecchia trilogia gli sceneggiatori hanno ripreso gli stessi elementi dei primi film non considerando che, in questo modo, avrebbero accentuato ancor più le differenze fra nuovo e vecchio, facendo storcere il naso a chi Star Wars, quello vero, lo ha vissuto e amato. Alla storia non del tutto convincente si aggiungono anche i dialoghi, non sempre brillanti e un po’, come dire, buttati lì a casaccio: quelli fra Han Solo e Leia mi hanno fatto venire il latte alle ginocchia, visto che sono infarciti di cliché come un tacchino ripieno.
Non mi fraintendete: Star Wars VII, comunque, resta un film che si fa vedere volentieri, un film commerciale realizzato con tutto i crismi. Ci sono scene divertenti, epiche battaglie con le astronavi, coreografici combattimenti con le spade laser, qualche lacrimuccia e mille e mille domande alle quali, si spera, i prossimi film sapranno rispondere.

Il verdetto è dunque positivo, anche se qualche riserva. Essendo solo il primo episodio, mi auguro che i prossimi capitoli riusciranno a colmare le lacune, magari andando a ricostruire meglio le vicende dei protagonisti, in questo primo film solo accennate vagamente. Non una totale delusione, dunque, ma è certo che, per i fan di Star Wars, The Force Awakens lasci un po’ l’amaro in bocca.
Ehi, ma almeno non c’è Jar Jar Binks! XD

Pizza, spaghetti e… zombie

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Pizza, spaghetti e… zombie. Ossia le tre scene di film horror (italiani) che mi hanno fatto venire gli incubi!

Anche se vengono snobbati e troppo spesso etichettati come film di serie Z, gli horror italiani sono stati all’avanguardia e hanno contribuito non poco a creare il linguaggio cinematografico della paura. Un articolo che omaggiasse il talento pionieristico dei nostri registi mi è sembrato perciò più che doveroso. Tenetevi forte: ecco le tre scene più spaventose prese dai migliori film horror nostrani 😉

Partiamo subito con Suspiria di Dario Argento. Era il lontano 1977 e il famoso regista romano, dopo il successo planetario del thriller Profondo Rosso, se ne uscì fuori con un horror puro e semplice, ambientato in una scuola di danza all’apparenza normale, ma che nascondeva in realtà un segreto terribile legato alla magia nera. Un film visionario, dove l’orrore non era dato dall’oscurità (come invece ci hanno abituato gli horror odierni) ma dai colori sgargianti, che riuscivano a instillare nello spettatore un forte senso di destabilizzazione. La scena che mi ha scioccato? Quella in cui l’amica della protagonista, morta che più morta non si può, si rialza dalla tomba con due spilloni negli occhi. Intrigante, eh?

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Proseguiamo con La maschera del demonio (1960) di Mario Bava. Considerato il primo horror italiano, il film ci delizia fin da subito con una scena capace di entrare nei nostri incubi. La strega Asa Vajda (interpretata dalla disturbante Barbara Steele) viene infatti uccisa dopo pochi secondi mediante una maschera dotata di punte, piantata a suon di martellate sul suo viso virginale. Degno della copertina di un album black metal!

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E finiamo in bellezza con Zombi 2 (1979), capolavoro del mai abbastanza compianto Lucio Fulci, una delle menti più brillanti (e psicopatiche) che si siano mai trovate dietro una cinepresa. Autore di film come l’Aldilà, e tu vivrai nel terrore, Paura nella città dei morti viventi e Un gatto nel cervello, Fulci ci turba con la scena madre in cui la protagonista, sorpresa da uno zombie nella sua camera, finisce col perdere un occhio contro un pezzo di legno che spunta dalla porta. In dettaglio, ovviamente, che sennò non era abbastanza.

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Questo è solo un piccolo assaggio di ciò che vi aspetta se, superato il pregiudizio, troverete il tempo e la voglia di guardarvi un buon film horror italiano. Oltre a quelli elencati qui sopra vi consiglio Non si sevizia un paperino (sempre di Fulci) e Inferno (sempre di Dario Argento). Certo, si parla di film molto vecchi e, nel frattempo, il concetto di paura si è evoluto, ma un buon regista e un buon film si riconoscono sempre. La cosa che amo di più di queste opere è che mantengono ancora una sorta di “fascino artigianale”, un elemento che con l’avanzare degli anni e delle tecniche cinematografiche è andato perduto. Non aspettatevi effetti speciali da panico, ma la sincerità del fare buon cinema. In questo senso, l’horror italiano ha fatto scuola.
Perciò, la prossima volta in cui qualcuno vi dirà “eh ma i film horror italiani fanno pena” saltategli addosso e strappategli il cuore: potrete usarlo per farci un buon ragù.

Ant-man: il film che non ti aspetti

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Quando ho visto in tv il trailer di Ant-man ho pensato: che stronzata. Non credevo possibile che la storia di un supereroe in grado di miniaturizzarsi e parlare con gli insetti potesse essere epica quanto un film con Hulk, Thor o Captain America. Quanto mi sbagliavo! Perché Ant-man è senza dubbio uno dei film Marvel più riusciti di sempre e, nella mia top ten, si posiziona allo stesso livello dello Spider-man di Sam Raimi (anche se il film dell’uomo ragno ha un sapore più “classico”). Come mai? Leggete e lo scoprirete!

TRAMA

Lo scassinatore Scott Lang, appena uscito di prigione e incapace di trovarsi un lavoro onesto, accetta un ultimo colpo. Obiettivo? La villa di un riccone, nella cui cantina è nascosta una ghiotta cassaforte. Peccato che al suo interno non ci siano cumuli di banconote o preziosi, ma solo una strana tuta rossa e argentata. Quando Scott, incuriosito, la indossa, attiva per errore un meccanismo di miniaturizzazione che lo trasforma in un minuscolo supereroe. Dopo essere sopravvissuto (immaginatevi di cadere, rimpiccioliti, nelle fogne della vostra città per poi essere sballottati nel traffico mattutino), Scott viene contattato dal creatore della tuta, lo scienziato Hank Pym (nel fumetto è il primo vero Ant-man), che promette di non denunciarlo in cambio del suo aiuto. La missione? Salvare il mondo da un pericoloso imprenditore, che ha scoperto il segreto della tuta e lo vuole usare per costruire un esercito di soldati miniaturizzati.

L’IRONIA CHE RINFRESCA

La trama, come potete vedere, è classica e non certo rivoluzionaria. Allora cosa rende questo film uno dei migliori di “casa Marvel”? La risposta è: l’ironia e il non prendersi troppo sul serio.

Diciamo che Ant-man poteva essere un film mediocre. Questo perché, nonostante il personaggio sia un supereroe “storico” (nei fumetti fa parte della squadra originale degli Avengers), erano secoli che non se ne sentiva parlare, soprattutto se (come me) si leggono fumetti solo occasionalmente. E invece la “debolezza” del personaggio è diventata la sua forza, perché gli sceneggiatori, piuttosto che presentarci il solito eroe incorruttibile pieno di superproblemi, sono stati costretti ad abbassare il tiro, sfornando un film che ci mostra un protagonista anticonvenzionale, una sorta di anti-eroe: un ladro uscito di prigione, che fatica a trovare un lavoro e non può stare con la sua bambina per via delle restrizioni del giudice. Un anti-eroe che deve lottare per cambiare non solo il mondo, ma anche se stesso, e per questo ci conquista subito, dal primo momento che entra in scena. La vera sfida di Ant-man, infatti, non è tanto sconfiggere il cattivone di turno, ma rinascere, e rinascere anche senza la tuta che lo rende “super”. Se la storia di Ant-man fosse stata la classica epopea dell’eroe senza macchia che ha grandi poteri e grandi responsabilità, beh avrebbe deluso. Qui invece si parla di Ant-man, del piccolo uomo formica che deve lottare nel suo piccolo e per questo sì, possiamo dire che è un vero, grande eroe 🙂

Ecco il motivo principale per cui Ant-man è un prodotto ben riuscito. Se a questo ci aggiungete un cast d’eccezione (Michael Douglas, Paul Rudd e uno spassosissimo Michael Pena, perfetto nel ruolo di logorroica “spalla” del protagonista), il gioco è fatto. Se vi capita il dvd di Ant-man sottomano, guardatelo. Sono sicuro che non vi deluderà 😉