Il pozzo e il manicomio

Ed ecco, un po’ in anticipo, il mio racconto di Halloween. Non è uno dei miei migliori racconti horror, ma spero vi piacerà comunque. Il tema? La follia nascosta di chi, giudicando gli altri, crede di essere migliore… se vi piace, non esitate a commentare 😉 Buon brivido a tutti 🙂

Il pozzo e il manicomio – 20lines

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Il manicomio di San Vincenzo era un luogo triste e desolato, dove la gente strillava e veniva punita per questo. I muri erano bianchi per metà, è l’altra metà era di una deprimente tonalità verde marcio (molti pazienti, di fronte a quel verde, davano in escandescenze, mettendosi a gridare che quel colore era ciò che vedevano quando, al calar della notte, chiudevano gli occhi e scendevano in profondità in loro stessi); le scale che collegavano un piano all’altro erano nere, ossute; parevano lo scheletro di un serpente ficcato in verticale per tutta l’altezza dell’edificio e i gradini, quegli stretti e viscidi e rugginosi gradini, erano le vertebre di quel gigantesco e abominevole rettile. Lunghe corsie da ospedale si dipanavano, a mo’ di ali di corvo, dalla stanza centrale, una hall dove un grande bancone circolare fungeva da ufficio amministrativo e, dopo i pasti, da efficiente distributore di pastiglie. Doxepina, lorazepam, aloperidolo, il tutto seguito da un sorso di acqua tiepida al gusto di cloro: ecco il cocktail che i pazienti ingollavano da un piccolo bicchierino di plastica, prima di andarsene buoni buoni nel mondo dei sogni (almeno, questo era quello che si auguravano le infermiere e i guardiani). Sebbene da fuori, coi suoi giardini e le fontane e i viali alberati, sembrasse un luogo perfetto dove vivere, il San Vincenzo era tutt’altro: era un luogo di reclusione dove le buone famiglie scaricavano le pecore nere, gli svalvolati, gli schizoidi, quelli che avevano un tarlo nella testa e il cervello a buchi: c’era la vedova Pedrini, che era diventata vedova dopo aver spappolato la faccia del marito con un batticarne; c’era il ragionier Carli, che aveva scavato una conca nel cranio della moglie con un cucchiaio per dolci. Lei, sfortunatamente, era ancora un po’ troppo viva mentre subiva quell’amorevole trattamento; c’era il vecchio professor Aleneri, stimato medico di Torino, specializzatosi a Bonn in terapia comportamentale. Aveva esercitato fino a tre anni prima, ma poi si era scoperto che mangiava gli organi dei pazienti deceduti, dopo averne trafugato i corpi con il favore delle tenebre. Stupratori, assassini, maniaci, ossessi, pedofili… “Diamine – amava dire Sandra, infermiera al San Vincenzo da più di dieci anni – qui non ci facciamo mancare mai nulla”.
Se ora vi capitasse di passare vicino al San Vincenzo, nel pieno della campagna torinese, notereste che non è altro che una fatiscente struttura, coi muri crollati e il muschio che cresce indisturbato fra le crepe dei mattoni e fra gli interstizi delle tegole. Ma all’epoca della nostra storia il manicomio era un organismo davvero efficiente e lavorava al massimo della sua capienza. Non era, però, la sua epoca d’oro. No. Era, più che altro, il suo canto del cigno. Nel giro di pochi mesi, dopo la morte del nuovo direttore, la struttura sarebbe stata chiusa e allora, allora soltanto i corvi avrebbero camminato su e giù per le corsie deserte, come pensierosi e avidi dottorini in camice nero.

Fu in una giornata di ottobre, sotto una pioggia sferzante e acida, che il nuovo direttore bussò al portone del San Vincenzo. Era un giovanotto di buona famiglia (anche lui si era liberato di una sorella mentecatta, una decina di anni prima), alto e slanciato, con una barba dorata che gli cresceva ai lati del volto; lui credeva che gli conferisse un’aria da gran professore, ma in realtà sottolineava ancor più, e in modo comico, la sua giovane età. Al collo portava un cravattino rosso, e sul petto una spilla cruciforme, con un rubino sanguigno incastonato nel mezzo. Bussò imperiosamente e, una volta che il guardiano ebbe aperto la porta, entrò in modo altrettanto dispotico, mettendosi a squadrare la hall con aria disgustata, come se stesse osservando un letamaio popolato da orridi e unti ratti irsuti. Dopo aver fatto un giro di ispezione e aver visitato tutte le stanze (nel suo viaggio venne accompagnato da due ossequiosi medici che annuivano servilmente a ogni sua osservazione), l’uomo si rintanò nell’alloggio più lussuoso e vasto dell’ospedale: la stanza della torre principale, posta sotto l’orologio, dal cui balcone si vedeva tutta la campagna e i boschi e il fiume e i poveri mentecatti che si trascinavano per il giardino come scimmioni senza cervello.

Si capì subito di che pasta era fatto. Crudele e tirannico, Geremia Volsci si divertiva a presenziare alle lobotomie e alle sedute di elettroshock. Molti (soprattutto gli infermieri) si chiedevano fino a che punto fosse diverso dai maniaci in camicia di forza che bestemmiavano nelle loro gabbie, ma la sua candidatura era stata decisa dai piani alti, e così bisognava buttar giù il boccone amaro e non farsi tante domande. Era un ometto a modo, certamente, ma non si capiva fino a che punto fingesse di esserlo. C’era qualcosa che non andava in quei suoi occhi grigi, acquosi e stranamente profondi.
Una cosa era certa: sapeva fare il suo lavoro. Per due settimane, febbrilmente, analizzò i conti del manicomio, si occupò dei finanziamenti, architettò sistemi parzialmente legali per risparmiare il più possibile: fra questi, ridurre il cibo dei pazienti e lesinare sulla qualità delle verdure e della carne. Scelte vigliacche e discutibili, che vennero però accolte senza alcun lamento: di certo nessuno degli inservienti aveva tempo da perdere né il coraggio di difendere i diritti violati dei loro “ospiti”. La verità era una sola: tutti li odiavano, i pazzi. Odiavano pulire loro la bava, o soccorrerli quando si facevano venire le convulsioni o cambiar loro le mutande quando si pisciavano addosso. Presto anche il riscaldamento alle ale di detenzione dei pazienti fu interrotto e nelle prigioni scese un gelo che penetrava fino al cuore, costringendo gli infermieri ad andarsene in giro per la struttura con cappelli di lana e manicotti di coniglio.

Dopo due settimane, il direttore decise che era arrivato il momento di conoscere più approfonditamente i suoi pazienti. Si fece guidare nel suo tour dal dottor Burgo, uno dei veterani della struttura, vent’anni dedicati alle psicopatologie, cento lobotomie realizzate alla perfezione. I colleghi lo avevano battezzato, affettuosamente, “Dottor Scalpello”.
Burgo guidò il direttore per i reparti e gli fece visitare singolarmente le celle. I pazienti, ammaestrati come cani da appartamento, lo salutarono con gli occhi bassi e borbottando uno stirato e poco sentito “benvenuto, direttore”. Alcuni di loro indossavano i vestiti buoni con cui era arrivati lì e le donne erano state pettinate e i loro capelli lunghi riuniti in trecce ordinate che odoravano di erica e canfora. Quasi quasi sarebbero sembrate normali se non fosse stato per le loro bocche, costantemente aperte come quelle di stolidi pesci abissali.
Avevano quasi finito il loro giro quando si trovarono a passare davanti a una cella diversa da tutte le altre: immersa nell’oscurità, nell’angolo più remoto del più remoto corridoio, la sua porta era rinforzata con sbarre di ferro, e solo un oblò permetteva a chi era dentro di vedere fuori e viceversa; una sottile feritoia larga quanto il dito di un bambino.
«Chi è rinchiusa qui dentro?» chiese Volsci.
«Oh – ribatté cupo il dottor Burgo – qui sta la nostra paziente più pericolosa, la signorina… mi faccia ricordare il nome… Clara Serretti. Ma noi qui la chiamiamo… la Pallida
Il direttore contrasse la fronte.
«Che cosa ha fatto per meritarsi la cella di sicurezza?»
«Ha ucciso il padre e questo l’ha fatta impazzire. Completamente, intendo. Lo ha decapitato e ne ha gettato il corpo in un pozzo non molto distante da qui. A volte la sentiamo gridare che…» ma Burgo si fermò, come a temere di passare lui, per pazzo.
«Continui…» lo esortò il direttore, sistemandosi l’elegante completo color seppia e con esso la spilla d’argento a forma di croce.
«Beh ecco… la sentiamo gridare che lui è ancora vivo e che la aspetta lì sotto, nell’oscurità di quel pozzo. Non c’è alcuna speranza di guarigione per lei, ancora meno di quanto ci sia per gli altri. La teniamo chiusa qui perché non sarebbe mai in grado di andare d’accordo con gli altri pazienti. Una volta abbiamo provato a farla uscire, glielo assicuro, ma ha staccato a morsi un orecchio ad un infermiere e gli ha cavato un occhio con del fil di ferro. Da allora marcisce lì dentro. Le passiamo il cibo da quella feritoia e i bisogni li fa lì, in un tubo che sbuca dal pavimento. Sono quasi vent’anni anni che non esce e non vede il sole. È per questo che la chiamiamo la Pallida.»
«La voglio vedere, subito.» sibilò Volsci, con un sorrisetto malefico. Crogiolarsi nella sofferenza altrui gli dava un brivido di soddisfazione, lo faceva sentire potente e realizzato. Venire in quell’ospedale pieno di anime lacerate era sempre stato il suo sogno. La sua fame di sofferenza sarebbe stata saziata dalle grida dei malati e dall’odore rancido del disinfettante.
Burgo, vedendo che il direttore era serio e che non aveva intenzione di rimangiarsi l’ordine, si sfilò dalla tasca interna del panciotto una grossa chiave verde scuro, la infilò nella serratura e, con fatica (c’era molta ruggine e ragnatele secche formavano un tappo nella toppa), la girò. La porta si aprì e la luce del corridoio ne illuminò uno spicchio, come un taglio arancione nel buio soffocante del nulla.
«Mi raccomando, direttore. Le stia il più lontano possibile. Le teniamo incatenata al muro, ma deve comunque stare attento. Ah, un’altra cosa. Cerchi di non fissare troppo a lungo la sua bambola.»
«Bambola?»
«Sì. Ne è molto gelosa. Credo che sia un regalo di suo padre ed è l’unica cosa con cui lei parli. Beh, se si esclude il tubo che sbuca dal pavimento…»
«Curioso davvero…» bisbigliò il direttore, trattenendo a stento una risata gioiosa. Per lui, i pazzi, erano uno specchio, una lastra riflettente: se guardava nei loro occhi vedeva se stesso, il suo successo, il suo viso ben rasato e la croce d’argento appuntata al petto. Lui era tutto quello che loro non sarebbero mai potuti essere.
Seduta con la schiena contro il fondo della prigione, la Pallida rimaneva in silenzio, abbracciata alla sua bambola di stracci. La fredda luce delle lampade sospese sul corridoio le illuminava parzialmente il volto cadaverico, e le dita affusolate e lerce dei piedi. Eppure, nonostante quella sporcizia e il freddo che sibilava dal buco nel pavimento, la Pallida resisteva stoicamente, come una statua romana al centro di una piazza popolata di persone ostili e indifferenti. Volsci si era aspettato un relitto umano, una povera mentecatta coperta di croste di sporco, ma non era così. C’era autorità in quella piccola figura rinsecchita, c’era, in qualche modo, moralità. Il direttore ne fu contrariato, anzi: era furioso.
«Saluta il direttore…» mormorò il dottor Burgo, facendosi coraggio e usando un tono di voce il più dolce possibile. Il tutto, ovviamente, senza avvicinarsi di un passo alla figura emaciata che languiva nel fondo buio della cella.
La Pallida non diede segno di aver sentito ma si mise a canticchiare fra sé e sé. Tutto quello che diceva, Geremia Volsci se ne accorse con un lieve brivido lungo la spina dorsale, era in rima.
«Vieni giù bambina adorata/ la mamma è lontana nella neve gelata/ su vieni in giardino ti aspetto dai qua/ non avere paura da’ retta a papà. E la piccola Clara le scale scende/ e il padre fra le sue braccia forti la prende/ ma negli occhi di quell’uomo non c’è amore/ solo possesso, malvagità e dolore.»
«Saluta il direttore, ho detto.» ripeté Burgo, con un pizzico di autorità in più nella sua voce arrochita dal fumo della pipa. Ma Clara, sotto gli occhi furibondi del direttore, continuò imperterrita a canticchiare quella sua lugubre filastrocca:
«La bambina di anni ne ha solo nove/ ma far quello che dice suo padre non vuole/ nell’erba trova un rastrello e una lama da giardino/ uccide l’uomo e lo getta nel pozzo lì vicino.»
«Lasci fare a me!» sibilò il direttore, infastidito dal fatto che la pazza non gli rivolgesse alcuna attenzione. Lui, che era il più giovane e ambizioso direttore che il San Vincenzo avesse mai visto, ignorato come un infermiere qualsiasi! Incapace di trattenere la sua rabbia infantile, che nasceva dall’egoismo che gli scorreva nella vene, Geremia si avvicinò di un passo e diede un calcio alla bambola di stracci che finì, decapitata, contro il muro della cella. In quell’istante, con una rapidità impossibile per una donna rimasta chiusa in una stanza per vent’anni, Clara balzò in avanti. Le catene si allungarono, tintinnando inviperite, ma non riuscirono a trattenerla. E d’altronde il direttore era stato incauto e si era avvicinato troppo. Le dita ossute della donna si avvinghiarono al suo collo imberbe e lo trascinarono con sé sul pavimento. Burgo, scioccato dalla sorpresa, rimase completamente immobile e si appiattì, terrorizzato, contro la porta arrugginita della cella.
«Faccia qualcosa! La prego!» urlò disperato Geremia, scalciando invano nel tentativo di liberarsi da quella folle morsa. Ma la Pallida, che aveva nelle braccia la forza della follia, gli schiacciò il viso contro il tubo fognario che sbucava dal pavimento. Una zaffata di lerciume arrivò nel naso dell’uomo, facendogli lacrimare gli occhi e torcendogli lo stomaco in un conato dirompente. Con la coda dell’occhio vide il viso di Clara gravitare su di lui come una zucca infuocata di Halloween.
«Non lo senti anche tu – cantava e allo stesso tempo gridava la donna – la voce imperiosa che dal sottosuolo mi chiama? Non è morto quel mostro di mio padre e il male che ha fatto per sempre lo consumerà, nelle viscere della terra, a due passi dall’inferno. E adesso che sai il mio segreto, lo specchio si è rotto e tu sei a rovescio!»
«Presto! Presto!»
Burgo si era riavuto dalla sorpresa ed era riuscito a chiamare le guardie. Due omoni dall’aria feroce irruppero nella cella angusta, afferrarono la povera mentecatta per le braccia e la staccarono, urlante, dal corpo tremante del direttore. Il dottor Burgo aiutò l’uomo a risollevarsi e gli tamponò la fronte insanguinata e lorda di sporcizia con il fazzoletto di seta che portava nel taschino.
«Direttore, come si sente?»
Geremia, rialzatosi a fatica, lo fissò con gli occhi più stralunati che il “dottor Scalpello” avesse mai visto. Era completamente sotto shock.
«Mi dica che l’ha sentito anche lei!» farfugliava.
«Che cosa, direttore?»
«Quella voce… Oddio, no! Quella voce maschile che saliva dal tubo… che veniva… dalle viscere della terra!»
Burgo lo squadrò da capo a piedi, rendendosi conto gradualmente che quello era lo sguardo che riservava tutti i giorni ai suoi pazienti.
«Di che cosa sta parlando?»
«Oh, si levi di mezzo!»
Dopo aver spinto via il dottore con un ringhio di puro odio, Geremia fuggì lungo il corridoio, lasciando dietro di sé l’odore della paura e proiettando la sua ombra rachitica sui muri color verde marcio dell’ala di detenzione. Arrivato nella hall principale, indossò il cappotto, il borsalino e infilò la porta, nonostante fuori infuriasse un temporale.
Quella, fu l’ultima volta in cui lo staff dell’ospedale psichiatrico lo vide vivo.

Il due ottobre fu un giorno limpido e senza nebbia. L’infermiera Sandra sfilava lentamente per il viale alberato, seguita a vista da quattro custodi armati di manganello, che sbucavano dalle siepi come titani senza gambe partoriti dal caos primordiale. Sandra camminava lenta, che tanto nessuno le metteva fretta. La paziente che stava portando con sé camminava accanto a lei con la testa bassa, mentre un filo di bava luccicante le stillava dal labbro screpolato. Assomigliava, pensò l’infermiera con disgusto, ad una lumaca dalle fattezze umane, che si trascinava senza scopo su una foglia marcita di verza.
Avevano quasi raggiunto il portone austero del San Vincenzo quando, dall’alto, si udì un frastuono, come di vetri rotti, seguito da un orrendo scricchiolio, simile al rumore di un osso spezzato fra le fauci di un feroce mastino rabbioso.
Sandra guardò in su e si mise a gridare come una pazza: il corpo del direttore, appeso per il collo ad una vecchia corda, penzolava dalla lancetta delle ore dell’orologio della torre. Dondolava su e giù, seguendo il soffio del vento gelato, come una marionetta attaccata al muro per mezzo di un chiodo arrugginito. Tutti lo videro, pazzi compresi, e si accalcarono ai piedi della torre, sotto la finestra dove lui, un tempo, aveva sogghignato, ammirando il via vai dei mentecatti di cui era il diabolico dittatore. I matti iniziarono a ridere a urlare a saltare come pazzi (e lo erano). Qualcuno, indicando il corpo martoriato di Geremia Volsci si mise a gridare:
«È lui, è il nostro Re!»
Molti si unirono a quel coro, e presto il giardino, di solito mortalmente silenzioso, si riempì di grida di giubilo, di canti e di schiamazzi.
Nel frattempo, il corpo del direttore sfavillava sotto il sole invernale come fosse uno scintillante pezzo di specchio.

Mentre lo staff dell’ospedale cercava di entrare nella stanza chiusa del direttore, scoppiò una rivolta, che si concluse con due guardiani feriti e tre pazienti morti. Fu il caso di cronaca più discusso di quegli anni e il motivo principale per cui il San Vincenzo, in meno di due mesi, venne chiuso dalle autorità. Come sempre accade, c’erano voluti dei morti perché il mondo si rendesse conto delle condizioni terribili e del regime violento a cui i pazienti dovevano sottostare.
Quando il dottor Burgo riuscì a sfondare la porta, la guerriglia nel giardino aveva raggiunto il momento più tragico e le urla salivano fino alla finestra insieme al fumo acre di un piccolo incendio. Il cadavere di Volsci, ritto in mezzo a quel caos, sembrava la figura maestosa di un dittatore intento a galvanizzare le truppe prima di una spedizione senza senso nel gelo russo.
Mentre gli inservienti tiravano giù il corpo, Burgo si avvicinò alla scrivania, dove trovò un vecchio foglio ingiallito coperto di parole fitte fitte.
Le ultime righe del direttore, scritte con una stilografica dal pennino divelto, recavano testuali parole:

“Clara non era pazza, oh no! Sono stato al pozzo, sì, sì… ho sentito il sibilo della voce di quel mostro. Il padre di Clara non è morto, no… Sussurra, sussurra costantemente la sua ira. Nelle profondità di quel tunnel attende la fine del mondo. Clara mi ha confidato il suo segreto e la sua maledizione, mi ha costretto ad aprire gli occhi e Lui ora sa… sa che conosco il suo segreto, sa che io so che è vivo, vivo in quel buco di perdizione. E mi chiama, mi chiama! Nella mia testa, lo sento… Non posso resistergli. Devo andare, devo raggiungerlo, devo scendere in quel lercio sfintere. Oh, e se sarò buono con lui, sì, se gli sarò fedele e non lo farò aspettare, allora mi dirà il segreto della sua immortalità. Dal momento in cui ho sentito chiamare il mio nome so bene quello che devo fare. A mezzogiorno, quando il sole splenderà sulla facciata principale del San Vincenzo, mi impiccherò alle lancette del Grande Orologio… Oh che gioia, oh che immenso terrore… dalla finestra della Torre… Lo Vedo! Vedo il pozzo, lo vedo distintamente e sarà l’ultima cosa che vedrò, prima che l’ultimo fiato mi venga strappato via da questa corda…”

Film consigliati – Nel fantastico mondo di Oz (1985)

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Perdonatemi: non ho trovato il tempo di scrivere un nuovo racconto, ma voilà, ecco la recensione di uno dei film che ha segnato la mia infanzia: Nel fantastico mondo di Oz di Walter Murch. Il titolo italiano, come sempre, è stato scritto coi piedi. Molto meglio l’originale inglese: Return to Oz.
Prodotto dalla Walt Disney (non come il primo storico film del mago di Oz, i cui diritti appartengono alla Warner) il film si ispira al secondo e al terzo libro della saga di Oz ideata da L. Frank Baum. Prima di procedere, un avvertimento: dimenticatevi la gaia serenità della Dorothy di Judy Garland, perché qui, nel regno di Oz di Walter Murch, si respira un’aria diversa… e che aria!

La storia continua da dove si era interrotta: Dorothy è tornata nel Kansas, ma, ahimè, non è più la stessa. Non fa altro che parlare di Oz, dello Spaventapasseri, della città di Smeraldo e sua zia, la poco lungimirante Emma, decide di portarla in una clinica psichiatrica per farle passare del tutto questa sua mania. Una clinica dell’epoca, si intende, con tanto di macchine per l’elettroshock, barelle dotate di cinghie e orribili infermiere vestite di nero… Creepy, non è vero?
Proprio mentre sta per essere attaccata alla macchina elettrica, per una bella e “sana” dose di elettroshock, nella clinica salta la luce e Dorothy, liberata da una misteriosa ragazzina in abito bianco, riesce a fuggire. Inseguite dalla caposala, la malvagia infermiera Wilson oz2_013JeanMarsh(è un caso che assomigli a una strega delle fiabe?) le due ragazzine finiscono in un fiume e, sotto un furioso temporale, vengono trascinate via dalla corrente. Ed ecco che, esattamente come accadeva nel primo romanzo, Dorothy si risveglia ad Oz, senza avere la più pallida idea di come esserci arrivata. Oh, ma non è l’Oz che ci aspetteremmo: la Città di Smeraldo è in rovina, ogni abitante è stato tramutato in statua e le pietre preziose, splendore della città, sono state trafugate. Una regina malvagia che colleziona teste di ragazzina (sì avete letto bene) ha preso il posto del Re Spaventapasseri e, in combutta con il malvagio Re degli Gnomi, tiene in scacco l’intero Regno di Oz. Una bella gatta da pelare, per la povera Dorothy Gale.
Figuratevi che goduria, per un bambino di otto anni, guardare un film dove l’antagonista, le perfida strega Mombi, conserva le teste delle sue prede in eleganti vetrinette dorate, come fossero tazzine di porcellana. E poi mi domandavo perché, quando mi addormentavo, avevo sempre gli incubi!

Il film, purtroppo, non ebbe il successo sperato, nonostanvlcsnap-2010-07-19-00h41m22s31te sia diventato un cult quasi introvabile (se vi capita di trovare il DVD, compratelo assolutamente: potrebbe essere l’ultimo esemplare esistente) e il motivo salta subito all’occhio. Il film di Murch è l’esatto opposto del capolavoro di Fleming del 1939. È innegabile che il musical zuccheroso e iper-colorato della Warner Bros. sia stato e sia tutt’ora una leggenda, e vedere il mondo fantastico e magico di Oz ridotto ad un deserto in rovina, popolato da creature terribili e minacciose (i Ruotanti, quand’ero bambino, me la facevano fare sotto), è un colpo che gli spettatori dell’epoca non seppero sopportare.
Ovviamente, con il passare degli anni è stata proprio quest’atmosfera quasi Burtoniana a decretare il successo del film. Un miscuglio di fantasy e horror che davvero non delude.
Ciliegina sulla torta, una chiave di lettura che ho capito solo dopo aver rivisto il film da più grande. La macchina dell’elettroshock, che il dottore cerca in tutti i modi di rendere più “umana” e meno spaventosa, è la metafora della tecnologia che rischia di uccidere la creatività. In questo senso, il mondo di Oz così “violento” è una specie di rivalsa dell’immaginazione contro i pericoli della perdita dei valori tradizionali.

Che altro dire? Spero che anche voi abbiate avuto la fortuna di vedere questo piccolo classico dimenticato. Se così fosse, commentate qui sotto e ditemi come la pensate! In caso contrario, spulciate il web e comprate il VHS/DVD… ne varrà la pena! 😉

La bambola

Ecco a voi un racconto un po’ particolare. Una specie di parodia-horror che si focalizza su una semplice riflessione. Chi sono i veri mostri? Vampiri, spettri, bambole assassine o chi ruba, chi mente, chi inganna, chi promette e poi non mantiene?
Spero vi piaccia e vi faccia sorridere 🙂

«Dov’è, dov’è che l’ho messa?»
Carlo si allungò verso il sedile del passeggero e rovistò con la mano destra ovunque, nel vano del cruscotto, fra i documenti a lato della portiera, sotto la leva del cambio; infilò le mani nella sporcizia dimenticata sotto i tappetini, dove incontrò solo rimasugli di tortillas di mais, un cetriolino sottaceto ammuffito e grumi di cereali caduti da una di quelle disgustose barrette ipocaloriche di Paola; verificò persino che sull’imbottitura del sedile non ci fosse uno squarcio in cui quella cosa si sarebbe potuta casualmente infilare.
«Niente – imprecò – è sparita.»
La sua auto, una vecchia Ford Pinto, sfrecciava nella notte romana con un sibilo sordo; le eleganti case di Via Nomentana si riflettevano sui finestrini opachi della vettura con un ritmo quasi ipnotico.
La faccia di Carlo era una maschera di terrore.
“Dov’è? Eppure ero certo di averla messa qui!” pensò, mentre un brivido freddo gli scivolava giù lungo la spina dorsale. Che Paola avesse ragione? Che fosse davvero posseduta, quella… bambola?
Era stato lui a regalargliela, per farle una sorpresa. Paola si era laureata da nemmeno otto mesi in storia dell’arte, ma il suo entusiasmo si era spento a una velocità sorprendente non appena si era accorta che trovare lavoro come professoressa, negli anni della crisi, era una vera impresa. In quei lunghi mesi le avevano proposto solamente un misero impiego come insegnante di sostegno a Bari, ma Paola non aveva alcuna intenzione di lasciare la città che tanto amava né tantomeno lui, Carlo Serretti. Non sarebbero mai resistiti, loro due, senza vedersi tutte le mattine, senza svegliarsi l’uno fra le braccia dell’altra, senza comunicarsi paure, sogni, intenzioni… Convivevano da due anni e, se le cose fossero proseguite così bene, si sarebbero presto sposati. Una cerimonia semplice, niente di sfarzoso: parenti selezionati, buffet a prezzo contenuto, crostata di frutta fresca al posto di quelle pretenziose torte alla crema condominiali…
Pertanto, se volevano coronare il loro sogno, baciarsi davanti all’altare e mettere su famiglia, qualcuno doveva sacrificarsi. Non era giusto, certo che no, ma era così che andava.
«La nostra storia è più importante di qualsiasi altra cosa.» aveva detto Paola, e così, seppur a malincuore, la donna aveva rifiutato l’impiego. E Carlo, per cercare di tirarla un po’ su, aveva pensato di comprarle qualcosa di particolare, qualcosa che avrebbe lasciato il segno, facendole dimenticare, anche se per poco, l’amarezza di vivere in un paese che non offriva prospettive.
Ma cosa regalarle? Carlo non ne aveva idea. Non era un asso nelle sorprese; in questo non si distingueva dall’85% della popolazione maschile. Ma voleva fare le cose in grande e stupirla, almeno per una volta. Paola se lo meritava.
Così si era preso un giorno libero in ufficio (lavorava come impiegato in una ditta di imballaggi) e, senza dire niente alla sua futura dolce metà, era uscito all’ora consueta (alle sette spaccate), fingendo che fosse un giorno come tutti gli altri. Aveva indossato la sua camicia migliore, aveva preso la sua ventiquattr’ore, aveva baciato Paola sulla fronte ed era uscito di casa.
Un gioco da ragazzi. La vera sfida, però, iniziava adesso. Cosa regalarle? Era una domanda che l’aveva perseguitato per settimane intere. Si era scervellato, ci aveva pensato, ma non aveva ottenuto una risposta. E così si era messo a vagare per la città, senza meta. Aveva visitato le più sfarzose gioiellerie, toccando con mano l’enorme divario fra idealizzazione e realtà. Comprarle un anello o un paio di orecchini era al di sopra delle sue possibilità, inutile girarci attorno. Cogitabondo, si era avvicinato allora alle vetrine della nota pasticceria Rossellini, una delle attività storiche e più apprezzate della città; file e file di paste alla crema lo guardavano blandamente da dietro un vetro incredibilmente luccicante, quasi diamantino. Un dolce era un classico, come i fiori, ma sarebbe durato lo spazio di un minuto, giusto il tempo di assaporarlo e deglutirlo. Carlo aveva scosso la testa, voltando le spalle alla pasticceria. Voleva qualcosa che restasse, qualcosa che Paola avrebbe potuto mostrare alle amiche con orgoglio.
Si era quasi arreso, dirigendosi sconsolato verso casa, quando aveva incontrato quel buffo mercatino itinerante: una specie di risciò traballante, stipato di oggetti inverosimili. Lo trainava un vecchio signore tutto curvo, coi capelli bianchi e un occhio di vetro. Faceva una certa impressione, ma Carlo non ci aveva fatto poi tanto caso: una morbosa curiosità aveva sostituito ogni altro suo istinto. Si era avvicinato, e il vecchio, con la parlantina sciolta tipica del venditore esperto, gli aveva mostrato la pittoresca sarabanda di oggetti che trasportava nel risciò: libri antichi con rilegatura bodoniana, servizi di porcellana sbeccati, croste di artisti anonimi che ritraevano spiagge oscure e desolate… Carlo faceva di sì con la testa, ma non ascoltava neppure, perché qualcosa aveva completamente catalizzato la sua attenzione: una bambola, una bambola di porcellana, seduta su quella pila di ciarpame come una regina. In qualche modo, Carlo aveva la sensazione di averla già vista. Ma dove?
«Mi scusi – aveva detto, interrompendo la logorrea del vecchio venditore – mi saprebbe dire di più su quella strana bambola?»
Il venditore aveva sobbalzato, mentre un sorriso liberatorio e un po’ sinistro si era fatto spazio sul suo viso incartapecorito e gialliccio.
«Quella bambola? Oh, che Dio sia lod… volevo dire: certo che le so dire di più! Non è molto che ce l’ho: me l’ha venduta un tizio qualche settimana fa. Mi creda, è con molta “ah-ehm” sofferenza che me ne libero. Vede i meravigliosi dettagli della porcellana? Gli incredibili vestiti realizzati a mano in organza e merletti? Oh, non è una bambola qualunque: è una creazione di Lorenzo Ghiriviani.»
Carlo batté le mani, galvanizzato. Non poteva credere alle sue orecchie!
«Ghiriviani, ha detto? Il grande pittore e scultore? La mia ragazza, Paola, mi ha fatto uno testa così a furia di parlarmene!»
Era vero: Paola, fra gli artisti minori che aveva avuto modo di studiare all’università, aveva eletto come suo beniamino proprio Ghiriviani. Era un artista napoletano, dei primi del ‘700, un tipo curioso, ammantato di mistero, la cui breve biografia si confondeva con le leggende e le superstizioni locali. Si diceva che fosse dedito alla magia nera e che ne avesse imparato i rudimenti durante un viaggio in Tessaglia. Morto in circostanze misteriose, era sparito con la stessa facilità con cui era comparso, lasciando la sua impronta unica sulla città di Napoli: quadri, bozzetti, sculture, giocattoli, tutte le sue creazioni avevano un che di sinistro, e quella vecchia bambola non faceva eccezione: il viso austero, lo sguardo enigmatico, il sorriso ambiguo. Paola ci sarebbe andata pazza!
Carlo non ci aveva pensato due volte:
«Quanto le devo?» aveva detto, mettendo mano al portafogli.
Il vecchietto, incredulo ed eccitato, gli aveva schiaffato la bambola in pieno viso gridando: “gliela regalo”. Dopodiché, in bilico sulle sue gambette scheletriche, era sparito in mezzo alla folla di Piazza Navona con il risciò e tutto il resto.
Nella sua Ford Pinto, mentre cercava disperatamente di trovare quella bambola, Carlo si maledisse per non essersi accorto del raggiro. Com’era potuto essere così cieco? Il venditore aveva voluto liberarsi di quella bambola per un motivo ben preciso: perché era una vera e propria iettatura.
Ma lui, in quel soleggiato giorno di marzo, questo non lo poteva ancora sapere. Felice per l’inatteso colpo di fortuna, l’aveva portata subito a Paola, e lei, com’era facile immaginare, era letteralmente esplosa dalla gioia.
«Tiamotiamotiamo!» aveva gridato, lanciandosi verso Carlo e abbracciandolo fino a mozzargli il respiro. Subito dopo, con un gridolino infantile, aveva afferrato la bambola, l’aveva baciata affettuosamente e l’aveva sistemata sulla mensola del camino, accanto all’urna d’acciaio satinato che conteneva i poveri resti di sua madre. Entusiasta di condividere quell’esperienza (non tutti potevano vantarsi di avere un capolavoro di Ghiriviani in casa) aveva invitato amici, parenti, colleghi disoccupati, e pubblicato tonnellate di selfie su Facebook. E fin qui tutto bene.
Ma ecco che erano iniziati i disastri: prima il crollo del soffitto in cucina, poi le ceneri di Rebecca, la madre di Paola, che erano andate a finire non si sa come nel serbatoio della scopa elettrica; infine la super-bolletta da parte dell’Enel che aveva distrutto le loro già fragili finanze, obbligando Carlo a tre ore in più di straordinari al giorno. Una climax inarrestabile di sciagure che non aveva alcuna intenzione di smettere. La coppia non ci aveva messo molto a farsi un’idea di chi fosse il responsabile di tutto ciò, per quanto strano potesse sembrare.
Una sera, dopo che la loro televisione era defunta con un crepitio azzurrino (la garanzia era scaduta nemmeno 11 ore prima), Carlo e Paola si erano guardati e poi, all’unisono, avevano girato la testa verso la bambola; Lady Lavanda, questo il nome ricamato sul vestitino lillà, li squadrava minacciosa da sopra il caminetto. Era solo la loro immaginazione, o era vero che il suo delicato sorriso era stato sostituito da una smorfia di puro odio?
In breve, Paola aveva iniziato a temere quella bambola. Se prima l’aveva amata con tutta se stessa, ora la detestava con la stessa intensità. Dal caminetto l’aveva spostata dietro al divano, da dietro al divano allo sgabuzzino, dallo sgabuzzino alla cantina. Ma non si sentiva affatto al sicuro, oh no. Era quasi certa di aver sentito, nel cuore della notte, il rumore di piccoli passi che venivano su dalla scala del seminterrato; passi che risuonavano secchi, come se chi si muoveva avesse i piedi di legno. O di porcellana.
«Tranquilla – le diceva Carlo, cercando di rincuorarla – è solo un momento giù. Di sfortune ne capitano in continuazione alle persone come noi. Non c’è nessun evento paranormale, fidati di me.»
Quando lo avevano chiamato al lavoro perché Paola era finita all’ospedale, Carlo si era reso conto che non poteva più negare l’evidenza: avrebbe dovuto liberarsi di Lady Lavanda. Una volta per sempre.
Paola era scivolata giù per la scala del seminterrato perché la bambola, così diceva lei, le aveva fatto lo sgambetto. Se l’era cavata con tutte e due le gambe rotte e con una commozione cerebrale. Un male cane, ma era stata fortunata, dicevano i medici: avrebbe potuto rompersi l’osso del collo o restare su una sedia a rotelle a vita.
«Si è mossa! Io l’ho vista – aveva piagnucolato Paola, quando Carlo si era presentato nella sua camera d’ospedale con un mazzo di tulipani defunti in mano – Quella bambola è viva! Liberati di lei, ti prego.»
Carlo, anche se incredulo, aveva promesso. E per lui ogni promessa era un debito.
Per quello era lì, a ravanare sotto i sedili, per cercare quella dannata…
Un guizzo bianco nello specchietto retrovisore lo fece voltare. Con un singulto di puro terrore, Carlo frenò di botto, rischiando di perdere il controllo della vettura e di schiantarsi contro un palazzo. Lady Lavanda era seduta dietro, sul sedile di mezzo, ben protetta dalla cintura di sicurezza. La smorfia sul suo viso era ancora più malvagia di quando l’aveva caricata in auto.
«Che mi venga…» borbottò Carlo. Non ce l’aveva messa lui, lì! Assolutamente no! O forse sì?
“Che stia impazzendo?” si chiese l’uomo, prendendosi a ceffoni per assicurarsi di non essere invischiato in uno di quegli incubi post-abbuffata. Macché. Era tutto reale, tutto dannatamente reale. Rivolgendo gli occhi al cielo in una preghiera silenziosa, Carlo riavviò il motore e ripartì nella notte.
Emise un sospiro liberatorio quando raggiunse la sua meta: il Tevere scorreva lento sotto ponte Milvio, nero come lava solidificata. Carlo, assicurandosi che nessuno potesse vederlo, uscì dall’auto, prese la bambola (con un certo disgusto) e strisciò fino al parapetto. Guardò un’ultima volta la faccia di porcellana di quel piccolo demonietto.
«Fanculo, Ghiriviani…» imprecò. E la lanciò nell’acqua sottostante. La bambola, con un suono liquido, sparì nella corrente. E Carlo, dopo essersi assicurato che non tornasse a galla, montò sulla sua preistorica Ford e se ne ritornò soddisfatto a casa.
L’appartamento era immerso nel silenzio più austero. Cercando di non pensare agli eventi di quell’infausto giorno, Carlo si tolse le scarpe ed entrò. Sarebbe stata dura passare la notte senza la sua Paola: i medici aveva considerato opportuno tenerla ancora in osservazione, visto le forti nausee che non accennavano a passare. Niente di preoccupante, avevano sentenziato: capitava non di rado dopo una commozione cerebrale.
Carlo appese il giubbino ad una gruccia e fece un salto in cucina; si aprì una lattina di birra, che trangugiò tutta d’un sorso. Fresca e corroborante. Ne aveva davvero bisogno. Poi tornò in salotto e si avvicinò alla televisione. Pescò il telecomando da dietro i cuscini del divano e pigiò il pulsante di accensione. Non accadde nulla.
“Non può essersi già rotta – considerò – l’abbiamo appena ricomprata!”
Si avvicinò allo schermo e vide che la spina non era attaccata alla presa della corrente, ma se ne stava lì, abbandonata sul pavimento come un lombrico rinsecchito.
«Davvero un bello scherzo, Paola. Proprio divertente» borbottò l’uomo. Si inginocchiò, afferrò la spina e la infilò dove doveva stare. Proprio in quell’attimo accadde l’imprevisto.
Un guizzo, un movimento rapidissimo dietro di lui. Carlo sentì un dolore lacerante alla gamba e crollò in avanti. Qualcuno lo aveva infilzato al polpaccio con un coltello. Anzi: non qualcuno. Qualcosa.
Lady Lavanda era in piedi, a pochi passi da lui; un grosso coltello da cucina nella mano sinistra e il solito sorriso sadico dipinto sul visino di porcellana. Carlo gridò come un pupo, lasciandosi scivolare sul pavimento; i suoi pantaloni erano zuppi di sangue e di urina. Si era pisciato addosso.
«Salve, Carlo.» lo schernì la bambola.
«Tu! Non p-puoi essere qui! – balbettò l’uomo – Io t-ti ho gettata via. Ti ho visto colare a p-picco come un sasso!»
Lei rise.
«Credevi di esserti liberato di me? Stupido! Nessuno può rompere la maledizione di Ghiriviani! E ora morirai per averci provato!»
La bambola si avvicinò, saltellando sulle sue gambette arcuate. Carlo scoppiò in lacrime, addossandosi al muro. Con quella gamba sanguinante non aveva vie di scampo. Era paralizzato, alla mercé di quel giocattolo animato dalla magia nera.
«Ti prego, risparmiami! – urlò, la voce scossa dai singhiozzi – Sono una brava persona. Non ho fatto altro che lavorare da quando ho diciassette anni! Pago le tasse, vado in Chiesa, non ho mai torto un capello a nessuno! Amo la mia ragazza, la voglio sposare, vogliamo fare bambini anche se non abbiamo un soldo in tasca. Cosa farà Paola senza di me? È disoccupata, non ha futuro! Non uccidermi, ti prego! Perché… perché a me??»
Lady Lavanda l’aveva raggiunto. Carlo chiuse gli occhi e si mise a recitare il Padre Nostro. La bambola si preparò a balzare, digrignò i denti, alzò il coltello…
…e lo lasciò cadere.
«No, non lo posso fare!» sbottò, con voce incredibilmente profonda.
Carlo riaprì gli occhi, intontito dalla paura.
«Cosa?»
La bambola, dopo aver calciato via il coltello contro il muro, si sedette a gambe incrociate e lo fissò con aria annoiata.
«Non lo posso fare, ho detto. Mi fai troppa pena.»
Carlo tossì, soffocato dal proprio muco.
«F-fai davvero? Non è uno s-scherzo?»
«Macché scherzo e scherzo. Dico sul serio. Che gusto c’è ad ammazzare una persona come te? Dio, mi si spezza il cuore. E io non ce l’ho un cuore, bello, pensa quanto mi fai pena. Se infierissi su di te non sarei malvagia. Sarei solamente una merda.»
Carlo si mise a sedere, incredulo.
«I-io t-ti ringrazio potentissima bambola…»
«Oh, ma fammi il piacere. Odio i lecchini! Vuoi farmi cambiare idea?»
«N-no ci m-mancherebbe.»
«Bravo. Ora levati di mezzo. Anzi, no. Adesso mi darai una mano, capito?»
«Oh, n-no. C-cosa devo fare?»
«Piantala di piagnucolare. Il fatto è che, con questa storia della crisi, uccidere non ha più gusto. Mi fate tutti tristezza…»
«E io c-che ci dovrei fare?» biascicò Carlo, torcendosi le mani. Lady Lavanda gli sventolò il coltello all’altezza delle palle.
«Fatti venire un’idea o avrai ben altro per cui piangere.»
E Carlo se la fece venire.
Salvo Dinari, ministro dell’economia, era stato indagato per concussione, abuso d’ufficio e corruzione. Benché colpevole non era mai stato condannato, complice un sistema giudiziario che faceva acqua da tutte le parti e un giro molto astuto di mazzette, fatte recapitare fra le mani di chi contava. All’apice del suo potere, Salvo Dinari non poteva essere più felice e potente di così.
Quella mattina uscì da palazzo Chigi con un sorriso sornione. Era riuscito, grazie ad un manipolo di fedeli al Parlamento, a far votare una legge ad personam, che gli avrebbe concesso di continuare a gestire alcuni suoi “affarucci”, mantenendo la sua fedina penale immacolata. Il tutto, ovviamente, con il sotterraneo scopo di racimolare una “discreta sommetta” nel conto segreto che aveva aperto in Svizzera.
Era una bella giornata di sole, una di quelle giornate da segnare sul calendario. Appena mise piede fuori dall’androne del palazzo, Salvo venne raggiunto da uno stuolo di paparazzi esagitati. Come di consueto iniziò a sorridere e a salutare con magnanimità, consapevole che la sua immagine, sparata nelle case di tutti gli italiani, avrebbe fatto evaporare qualsiasi dubbio sulla sua colpevolezza.
«Ministro Dinari, come commenta le ultime dichiarazioni…»
«Ministro, cosa ne pensa del comma 33?»
«Ministro, è convinto che un intervento in Libia sia auspicabile…»
«Ministro, compri questa bambola, è per una buona causa!»
Che cosa? Salvo si girò con sguardo interrogativo.
«Come dice, scusi?»
A parlare era stato un uomo, un gretto rappresentante della defunta classe media italiana. Camicia di seconda mano, pantaloni non più di moda da almeno tre anni, orologio made in china al polso. Salvo si sforzò di sorridere, anche se avrebbe voluto scappare a gambe levate. Che immagine miserevole!
«Una bambola, diceva?»
Mr. Miseria annuì, sventolandogli sotto il naso una pupattola decisamente kitsch, con un vestitino viola di organza e merletti. Sul suo visino era dipinto un sorriso enigmatico.
«Acquisti Lady Lavanda per una buona causa! – ripeté l’ometto – Aiuterà molte persone povere.»
I paparazzi continuavano a scattare foto. Questa sì che era una buona pubblicità, pensò Salvo: avrebbe di certo elevato la sua immagine alle stelle. Si frugò nei pantaloni D&G, armeggiò col portafogli Gucci e allungò a Mr. Miseria un verdone.
«Che Dio la benedica.» borbottò poco convinto l’uomo, schiaffandogli la bambola fra le braccia. In un attimo era sparito fra la folla. Salvo Dinari sorrise umilmente ai fotografi, alzando il suo caritatevole acquisto a mo’ di trofeo, dopodiché si allontanò dalla piazza e salì sull’auto blu.
«Dove la porto, ministro?» domandò ossequiosamente l’autista.
«Portami a Villa Fiumani – ordinò secco l’altro – C’è il pranzo per il compleanno di Sebastiano Breghioli Castoldi, il multimilionario. Ci sarà tutta la crème della società: politici, imprenditori, stilisti…»

Un movimento impercettibile catturò la sua attenzione e lo fece voltare verso la bambola, che aveva sistemato sul sedile di mezzo. Era la sua immaginazione o il sorriso di porcellana di Lady Lavanda si era fatto ancora più largo?

Film consigliati – Babadook

 
Baba dok dok dooook
–          Il Babadook

Per un amante dell’horror, Babadook era un appuntamento immancabile e io, ovviamente, non me lo sono perso. È opportuno precisare una cosa, però: Babadook non è l’horror più spaventoso degli ultimi anni. Definirlo in questo modo è stata una mera manovra commerciale, per di più una scelta infelice visto che ha creato false aspettative in chi, entrando al cinema, pensava di fare i soliti insulsi salti sulla sedia. Babadook è, senza se e senza ma, un film girato magistralmente, con una grande personalità, come non se ne vedevano da tanto tempo. Un ritorno all’horror vecchia scuola, più psicologico che granguignolesco. Perché, diciamoci la verità, tutti noi ci siamo rotti le scatole di film come Annabelle o The Possession, dove la tensione (ossia la vera protagonista di un film horror) viene affogata da litri e litri di sangue e dalle grida più o meno ridicole dell’indemoniato/a di turno.
Con Babadook è diverso. Guardare Babadook significa entrare nella quotidianità malata di Amelia, una povera donna vedova da sei anni, costretta a lavorare come infermiera e allo stesso tempo a crescere da sola un bambino ingestibile, Samuel. Il duro lavoro, le scenate isteriche del suo bambino, la vita perfetta (o che appare tale) della sorella egoista, gonfiano il risentimento e la follia di questa povera donna. In fondo, e questo non fa che potenziare il senso di frustrazione e di angoscia che pervade il film, Amelia è sola. Sempre.
Le cose non migliorano dopo il ritrovamento di un misterioso e cupo libro di favole, infilato da chissà chi nella libreria. Un libro mostruoso, che parla di questo Babadook, una specie di babau dalla forma non ben precisata, che terrorizza sia Amelia che Samuel. Liberarsi del libro è impossibile, persino bruciarlo non risolve nulla. E pian piano, proprio come il libro profetizzava, il mostro comincia a farsi vedere, a sbucare dagli angoli bui e da dietro le porte…
Gli ingredienti per un gran film ci sono tutti e Babadook non delude. La regista, Jennifer Kent, qui al suo primo lungometraggio, ci sa fare, diamine se ci sa fare. E, la cosa che rende Babadook il film horror dell’anno, è che il senso del film non si esaurisce nello spavento fine a se stesso, affatto: il mostro stesso, questo buio e serpeggiante Babadook, è la metafora di qualcos’altro, è un concentrato di dolore, di delusione, di solitudine. È la parte più buia che perseguita Amelia dalla morte del marito, che non la lascia respirare da sei anni, che soffoca ogni suo sentimento positivo nelle tenebre della gelosia. Capite già da queste premesse che Babadook non è un film adatto a tutti, di certo non da chi considera Hostel un film horror. Non ci sono “botti improvvisi” in questo film, ma una paura più sottile, meno appariscente, un tipo di paura che i film horror di questa generazione non sono più in grado di dare. Chi è uscito dal cinema dicendo “non mi ha fatto paura” oppure “il finale è proprio brutto” o ancora “questo film è una schifezza” significa che di horror non ne capisce niente e forse nemmeno di film in generale. O, ancora peggio, è cresciuto con quelle baggianate che oggi vengono spacciate come film horror, ma che non sono altro che film di serie B pieni di cliché.
Che altro dire? Ho già parlato troppo e non voglio rovinarvi il finale. Perciò… Un saluto e buon ba-ba-dok-dok a tutti!

Eternità

Cari lettori,
ho così caldo che il mio cervello sta andando in fiamme. Perciò, tutto quello che sono riuscito a fare (con l’aiuto di una borsa del ghiaccio e di un succo di frutta gelato) è stato riprendere in mano un vecchio racconto mai pubblicato. Una storia di vampiri, di cacciatori di mostri e di promesse d’amore…
Mi raccomando, commentate! Le vostre recensioni (sia positive che negative) sono sempre ben accette!
Alvise

P.S. E voi, come vi sentite? Anche nella vostra città si muore dal caldo?

Eternità – Prima parte – 20lines
Eternità – Seconda parte – 20lines

la_leggenda_del_cacciatore_di_vampiri-film-in-uscita

IL TRENO arrivò alla dispersa stazione di Covington Garden in perfetto orario; alle 19.30 in punto, in contemporanea all’ultimo esangue raggio del sole morente, il quale, superata a fatica l’algida barriera della nebbia, stava già andando a crollare oltre le colline. Non che ci sarebbe stata una grande differenza: sia che fosse mattino, sia che fosse crepuscolo inoltrato, una perenne luce cadaverica dimorava su Covington Garden, il che rendeva difficile capire in che momento della giornata si fosse. Era così da quando i cittadini avevano memoria. Ma negli ultimi tempi il cielo, la nebbia e il lago si erano fatti più neri, tanto neri che a stento si potevano riconoscere, così come si riconosce a fatica il viso di una persona cara uscita con difficoltà da una lunga e debilitante malattia.
La locomotiva, partorendo volute di fumo grigio antracite, frenò con un gemito da moribondo e si trascinò lemme lemme verso la porta principale della piccola stazione, poco più di quattro mura tirate su alla bell’e meglio su un ex-campo di zucche. Lo status di stazione le era conferito da un cartellone bianco, sorretto da una complessa sbarra in stile liberty, su cui capeggiava la scritta Covington Garden.
Un ultimo gemito e il convoglio si bloccò definitivamente, con somma liberazione dei viaggiatori.
James attese che il controllore aprisse le porte con la chiave di sicurezza, dopodiché scese, anche se lo fece con una lentezza gravida di ricordi. Indossava un soprabito nero di pelle, un paio di guanti foderati di pelliccia di coniglio e un cappello a larghe tese, anch’esso nero. Nella mano sinistra stringeva una voluminosa borsa in pelle, simile a quella di un dottore di campagna; nella destra un bastone da passeggio con l’impugnatura d’argento: raffigurava un falco con le ali spiegate. Il simbolo del club a cui apparteneva. Se così si poteva chiamare.
Dopo essersi allontanato dalle porte della carrozza, l’uomo inspirò l’aria umida del luogo, e una lacrima gli colò lungo il viso; brillò come un diamante prima che riuscisse a carpirla e a nasconderla con un rapido movimento del braccio. Doveva dimostrarsi forte o sarebbe crollato ancora prima di avvicinarsi a Lei.
Un movimento catturò il suo sguardo: un gruppetto di persone gli si stava avvicinando, tossendo per via del denso sfiato della locomotiva. Era il sindaco Bolton, accompagnato da una manciata di impiegati baciapile e di ricche dame del luogo.
«Benvenuto Sir James… – balbettò l’ometto, togliendosi la bombetta – La stavamo aspettando con ansia. Tutta la città le è grata per quello che…»
«Lei dov’è?» tagliò corto James, scrollandosi la polvere dalle falde nere del cappotto.
Il sindaco, tremando come un uccellino intrappolato dal laccio di un bracconiere, indicò la collina più distante. Oltre la nebbia, che un vento sottile ma deciso aveva iniziato a sfilacciare, si intravvedeva la sagoma appuntita di un castello.
Villa Hampson. Dove altro poteva nascondersi? pensò James, la bocca sottile stesa in un sorriso quanto mai fuori luogo.
«Sellatemi un cavallo. Non voglio indugiare.» sibilò, mentre la sua mano si stringeva attorno al bastone di frassino, che scricchiolò pericolosamente. Il sindaco Bolton, curvandosi tutto in un viscido gesto servile, annuì.

*

«Se n’è andato? Allora?»
Chiara si sporse oltre la porta del fienile. Spiò fra le assi di legno, poi tornò a nascondersi nel buio. Una serie di passi attutiti si avvicinarono, mentre l’ombra minacciosa di due esili gambe faceva capolino da sotto la porta.
James si strinse alla sua amica. L’ombra indugiò per qualche secondo, dopodiché i passi si allontanarono e la luce tornò a fluire, insieme al respiro dei due bambini. Chiara soffocò una risata mentre la sua gonna, un vecchio vestito a righe di sua madre, si gonfiava come la vela di un clipper.
«Che c’è da ridere?» ringhiò James. Aveva solo otto anni, ma il suo orgoglio non era poi così diverso da quello di un uomo adulto: bastava una scintilla e divampava.
«Rido perché una cacchina sarebbe più coraggiosa di te!» ribatté Chiara, sghignazzando sguaiatamente. James strinse i pugni.
«Io non avevo paura! È solo che…»
«Lo so, lo so… il precettore Samuel fa paura a tutti.»
«A tutti tranne che a te.» sbottò acido il bambino.
Chiara gonfiò minacciosamente il petto. James si incantò a guardarla. Non era bella. Non ancora, ma lui sapeva, ne era certo, che un giorno sarebbe diventata splendida, e allora tutti i ragazzi del villaggio avrebbe smesso di prenderla in giro perché si atteggiava da maschio e portava quel ridicolo cappellaccio sgualcito appartenuto al padre morto in guerra. Diventerà bellissima, si disse James, e io sarò ancora qui a guardarla. Si sbagliava, proprio come sbagliano tutti i bambini quando promettono cose che da grandi non saranno in grado di mantenere.
«Tu pensi che sono strana, eh James?»
James ammutolì. Lo pensava, ma non come credeva lei. Non c’era niente di male ad essere strani, anzi: a volte era una ricchezza, un miracolo in un mondo altrimenti troppo grigio e amaro. Se non ci fosse stata Chiara, la vita di James a Villa Hamilton sarebbe stata un completo disastro. E poi chi lo avrebbe aiutato a scappare da quel tiranno del precettore Samuel, il pastore protestante più becero e tedioso di tutta l’Inghilterra?
«Sei esattamente come tutti gli altri…» ringhiò la bambina, voltando sfrontatamente la testa, in un turbine di capelli biondi. James la prese per le braccia.
«No! Questo non è vero! Non te lo permetto! Non sarei qui dopotutto…»
Giocare con Chiara era un lusso che il giovane rampollo del conte Louis Hamilton non poteva permettersi. Quante volte si era preso una sonora dose di cinghiate per essersi fatto trovare in compagnia della figlia della serva! Ma James non si sarebbe fatto piegare così facilmente. Potevano picchiarlo, chiuderlo a chiave nella sua stanza, mandarlo in collegio a Londra, ma lui l’avrebbe sempre cercata. Sempre.
«Sai che ti amo, Chiara.»
Lei rise.
«L’amore è una cosa da grandi. Tu sei solo un poppante, proprio come me.»
«No, non è così. Te lo giuro.»
Uno scintillio di crudele felicità si accese negli occhi verdi e magici di Chiara.
«Se fosse così dovrai stare insieme a me per sempre. È questo il vero significato della parola amore: l’eternità.»
«Allora sarà così. Starò con te per sempre, giorno dopo giorno, sotto il cielo grigio di Covington Garden. Te lo giuro per il sangue rosso che scorre nelle mie vene.»
Chiara rise di gusto. In cuor suo sapeva che quelle non erano che parole, destinate a sparire con il vapore di un treno rosso fiamma diretto a Londra. Ma James non lo credeva, no. Formulare quel giuramento era stato per lui qualcosa di sacro. Solo crescendo si era reso conto che le sue erano state solo le pazze promesse di un bambino.

*

Villa Hampson aveva sempre avuto un certo fascino sinistro. Dal punto di vista della struttura non si distingueva dalle altre ville del circondario: edifici vittoriani, con ampi portici, ciclopici colonnati e lunghe file di finestre a timpano. Queste ville, tuttavia, avevano tutt’attorno acri e acri di campi fioriti e viali alberati, dove conti e baronetti si riunivano ogni sabato pomeriggio a giocare a cricket o a cacciare le volpi.
Villa Hampson in questo faceva eccezione: da quando si aveva memoria il luogo era sempre stato abbandonato, chiuso ai visitatori esterni, impenetrabile come un castello medievale. Nei suoi giardini cinerei, soffocati da ciuffi di gramigna e nugoli di insetti, soffiava un vento tombale che si percepiva persino dalla strada. Questo era uno dei motivi per cui gli abitanti di Covington Garden giravano alla larga dal lugubre cancello in ferro battuto, dal quale si intravvedeva, occultata dalle fronde dei cipressi, la facciata in rovina della villa. L’ultimo proprietario della magione era stato un crudele signorotto locale, che era stato accusato dell’omicidio di due giovani ragazze di campagna. Pare che avesse cercato, non si sapeva se per pura crudeltà o se fosse davvero convinto della riuscita del suo folle piano, di riportarle in vita con un macabro rituale pagano, qualcosa che aveva a che vedere con la trasmigrazione delle anime. Era stato catturato e impiccato dalle autorità locali, e dal 1832 la villa era sempre rimasta chiusa, nonostante qualche malalingua avesse giurato di scorgere, sul fare della notte, la luce di una fiammella riverberare sulle finestre dell’ala ovest. Queste erano le dicerie che aleggiavano a Covington Garden ed erano così radicate che quando era capitato che qualche persona, soprattutto stranieri e bambini, sparisse misteriosamente, la colpa era stata data al fantasma sanguinario del conte Hampson.
Chiara, ovviamente, a queste storie non ci credeva. Lei era l’unica che, in barba ai compaesani, si spingeva fino al cancello nero della villa, con la smania di riuscire a superarlo e di intrufolarsi dentro quei saloni rimasti chiusi da più di quarant’anni. Una volta era riuscita a farsi seguire nella sua folle esplorazione proprio da James.
Lui, ventinove anni dopo, se lo sarebbe ricordato ancora.
Era una giornata gelida di gennaio. Aveva nevicato per tre giorni interi e Covington Garden era rimasto bloccato dalla tormenta. Il precettore Samuel, che veniva dal vicino villaggio di Old Borough, non aveva potuto neppure mettere il naso fuori dalla sua villetta. E così James, vestitosi di tutto punto, aveva trascorso le sue ore di libertà con Chiara. Avevano corso su e giù per la via, le gambe immerse per metà nel manto bianco; si erano bersagliati di palle di neve, rischiando di travolgere i garzoni che faticavano a ripristinare la viabilità dalle sterrate; avevano ammonticchiato il ghiaccio e la neve per creare un ridicolo e goffo pupazzo, che poi avevano abbattuto a sassate.
Lentamente, quasi senza accorgersene, erano arrivati ai piedi della collina; la neve qui era più abbondante e gli alberi, gravati dal suo peso, scricchiolavano. Alcuni erano già schiantati, strappati senza pietà dal vento notturno. C’era un silenzio irreale, acuito dal fatto che lassù, nei pressi di Villa Hampson, non veniva mai nessuno, nemmeno i cervi o le lepri che infestavano i campi. James, incapace di frenare le proprie gambe, come nel peggiore degli incubi, osservò il cancello ossuto della villa farsi sempre più vicino; e così, prima che potesse anche solo formulare un pensiero o trattenere l’irruenza di Chiara, le sue mani si erano ormai strette alle gelide sbarre del cancello.
«Dici che ci abiti davvero qualcuno?» chiese Chiara, il viso magro infilato fra lo spazio di due sbarre.
«N-no, sono sicuro che sia completamente v-vuota!» balbettò James, sondando con gli occhi ogni singolo punto della facciata, finestre e doccioni compresi.
«Te la fai sotto, non è vero?» lo schernì lei. I suoi occhi verdi gli scrutavano dentro l’anima.
«No, affatto!» gridò James.
«Bene – fece lei – allora dimostramelo andando a toccare quella.» e indicò una vasca per uccelli, situata al centro esatto del lungo viale alberato che conduceva alla villa. James deglutì. Anche da quella distanza riusciva a scorgere cose morte nella vasca, corpi rinsecchiti di uccelli. Come se qualcuno o qualcosa li avesse bevuti fino all’ultima goccia di sangue.
«Io… E va bene.» rispose James, rassegnato. Ventinove anni dopo avrebbe rimpianto quella scelta; avrebbe sacrificato la sua intera esistenza pur di annullare quel malefico giorno. Ma ingannare il tempo era un potere che non spettava agli uomini.
Con l’agilità e lo sprezzo del pericolo di un bambino di dieci anni, James si avvinghiò al cancello, si arrampicò fino alla sua sommità e lo scavalcò. Atterrò leggero, i passi attutiti dalla neve, il respiro trattenuto in gola, gli occhi incollati alla porta sbarrata della villa. Si voltò una sola volta, e lo sguardo ammirato di Chiara gli diede la carica necessaria a far svanire ogni ritrosia. Si girò, galvanizzato, e iniziò a correre, sentendosi davvero piccolo rispetto agli alberi macilenti che lo accerchiavano da tutti i lati. Fu la corsa più rapida di tutta la sua vita. Non guardò neppure cosa conteneva la vasca: un solo tocco alla superficie di marmo ed era già ripartito verso la piccola figura che lo attendeva sorridente dall’altra parte del muro. Correva come se la morte fosse alle sue spalle. Un sospiro, una risata di trionfo, un passo dopo l’altro: il cancello si faceva a ogni istante sempre più vicino.
Poi Chiara iniziò a urlare.
«James! James, ti prego… va’ più veloce! E non voltarti!»
«C-cosa c’è?» gridò lui, senza smettere di correre.
«Zitto e fa’ come ti ho detto!» urlò Chiara di rimando.
Ma James si voltò.
Una figura allampanata lo stava inseguendo. Era ancora lontana, ma macinava metri ad ogni secondo. Era rapidissima, ammantata di tenebra, come un pipistrello. E tuttavia era un uomo o almeno si muoveva come se lo fosse, benché il suo mantello, gonfiato dal vento, si librasse dietro le sue spalle come un paio d’ali membranose.
James, urlando come un pazzo, si rese conto di non aver tempo di scalare il cancello: si gettò istintivamente attraverso le sbarre, sfuggendo per un soffio agli artigli della Creatura.
Gli eventi successi, James non se li ricordava. Sapeva soltanto di essersi risvegliato nel letto della sua camera, delirante e con la febbre altissima. Una cosa però gli era rimasta impressa: il sorriso estasiato che Chiara, mentre fuggivano giù per la collina, aveva rivolto a quel mostro senza nome.

*

Dopo quel giorno, i rapporti fra James e Chiara si erano interrotti di colpo. Lui si era immerso nello studio, seguendo i voleri di suo padre, e a tredici anni era partito per Londra a bordo di un treno rosso fiamma. Dieci anni dopo sarebbe divenuto uno dei più abili avvocati della capitale. Chiara, invece, se n’era rimasta a Covington Garden. Le sue visite a Villa Hampson erano continuate, in gran segreto. La paura che provava per la cosa che viveva nel buio era stata soverchiata da un muto rispetto e dal desiderio irrefrenabile di assomigliarle. Aveva iniziato a venerare la Creatura e, pian piano, era stata pronta ad accettare la notte dentro di sé.

*

Villa Hampson incombeva su James, ingoiando la sua piccola ombra in un oceano di tenebra. Lui si guardò attorno, cercando di regolarizzare il respiro. Non era cambiato quasi nulla da quel giorno dannato: la vasca di marmo era ancora piena di cadaveri freschi di uccelli, gli alberi erano tutti in piedi, malati ma vivi, e il tetto della villa si ergeva come il dito di un morto verso il cielo plumbeo. Era lui ad essere cambiato. Non solo fisicamente, ma in profondità, dentro il suo cuore. Eppure, nonostante tutta l’esperienza che aveva maturato a Londra, fra le schiere dei cacciatori di vampiri conosciuti come i Falchi d’Argento, non si sentiva affatto pronto per quell’ultima battaglia.
Non hai scelta, gli disse una voce femminile dentro la sua testa, una voce che era quella della piccola Chiara, la Chiara innocente della sua infanzia, che non esisteva più da ventinove anni.
«Lo so.» borbottò lui. Dopodiché, la mano ben stretta sul suo bastone, James drizzò le spalle ed entrò nella villa.

*

La trovò nel salone da ballo, la stanza più ampia e lussuoso della villa. Era appesa a testa in giù al soffitto, quasi mimetizzata con le splendide divinità pagane raffigurate negli affreschi. Era bella, bellissima. Proprio come lui aveva predetto. Ma la sua profezia si era avverata per metà: mai e poi mai avrebbe immaginato che Chiara, la bionda e lucente Chiara, sarebbe diventata una principessa della notte, ammantata di oscurità come la Creatura che anni e anni addietro lo aveva inseguito fino al cancello.
«Salve, Chiara.» esclamò James, cercando di mantenere la sua voce salda.
«James. Ti stavo aspettando…» ribatté lei. Non stava dormendo, era vigile e pericolosa come una tigre acquattata fra gli arbusti. James la osservò allargare le ali e planare sul pavimento di marmo insozzato di sangue secco.
«Chi l’avrebbe mai detto? James, il pauroso James, un membro dei Falchi d’Argento. Un cacciatore di demoni. Sono davvero colpita…» lo schernì la vampira, scostando le ali in modo da mostrare il suo fisico asciutto, armonico, pallido come alabastro. James deglutì. Era perfetta, perfetta come una statua destinata a non subire mai le ingiurie del tempo.
«Sei qui per uccidermi?» fece lei, sorridendo con crudeltà. James annuì, anche se solo Dio sapeva quanto gli costasse farlo.
«Ho zittito per troppo tempo la mia coscienza – mormorò, più rivolto a se stesso che a lei – per troppo tempo ho pregato che le voci che mi giungevano dal paese non fossero vere… ma ora è venuto il tempo di regolare i conti. Hai finito di succhiare la vita agli abitanti di Covington Garden, demone!»
Il viso eburneo di Chiara si adombrò e i suoi occhi divennero rosso fiamma.
«Sciocco! Credi che sia io il vero male del mondo? Credi che sia il mio maleficio a rendere Covington Garden ancora più buio? Ti sbagli! È il fumo dell’industria, è il frastuono della macchine che prima o poi vi ricoprirà tutti. Vuoi uccidermi? Accomodati. Ma stai pur certo che te ne pentirai. Tu lo sai che io sono l’ultima della mia specie. Morta io, morirà anche l’ultima goccia di irrazionalità che ancora esisteva in questo mondo. E allora sarai solo, James. Invecchierai, e vedrai il mondo che hai tanto amato perdere ogni fascino e diventare un deserto d’anime. Non ci sarà più posto per te, né per i Falchi d’Argento.»
«Questo lo so – ribatté James – Ma non posso lasciarti in vita. Non dopo quello che hai fatto!»
«Oh, io uccido è vero – sibilò Chiara – ma lo faccio per necessità. Voi uomini, invece, lo fate per avidità. Chi è allora il vero mostro, eh James?»
Lui non rispose. Indugiare avrebbe soltanto complicato le cose. Si tolse il cappotto, lasciò cadere il cappello, e assunse una posizione d’attacco, così come aveva fatto molte e molte altre volte, nei luoghi più oscuri e morti del mondo, nelle cripte nebbiosa di Praga e fra i castelli in rovina della Transilvania. Allora Chiara estrasse i canini e sfoderò le unghie.
«Bene, conte Hamilton. Viene ad ammazzarmi, se ne sei capace.»
E James, sguainata la lama d’argento che teneva celata nel bastone, partì all’attacco.

*

Starò con te per sempre, giorno dopo giorno, sotto il cielo grigio di Covington Garden. Te lo giuro per il sangue rosso che scorre nelle mie vene.
«Ti ricordi questa promessa, James?»
«Sì, la ricordo come fosse ieri.» mormorò lui, guardando l’alba sorgere oltre la linea delle colline e illuminare una pianura che continuava all’infinito.
«Mi hai ucciso, non è vero?» chiese Chiara. James la guardò a lungo. Era come la ricordava, la Chiara innocente, la Chiara che aveva otto anni e indossava il vecchio vestito a righe di sua madre e il cappellaccio appartenuto al padre morto in guerra. Era come se gli eventi che l’avevano condotta fra gli artigli della Creatura non avessero mai avuto luogo. D’altronde, la maledizione che albergava nel suo corpo non era riuscita ad oltrepassare il velo della morte.
«Sì, ti ho uccisa. Ti ho infilzata al cuore.»
«Allora perché sei qui?» chiese lei, guardandolo storto. James si guardò il petto. C’era una ferita profonda, ormai completamente rimarginata, all’altezza del suo cuore. Emanava una luce brillante, lattescente.
«Mi sono suicidato con la mia stessa spada.» rispose, scoppiando a ridere di gusto. Si guardò le mani. Erano tornate le mani piccole di un bambino, candide e senza macchie di sangue. Chiara si alzò in piedi, furibonda.
«Sei uno stupido, James! Perché l’hai fatto?»
Lui non rispose. Si limitò ad allungarle la mano. E Chiara, aggrottando la fronte, la afferrò. Si alzarono in piedi e senza più parlare si diressero verso il sole nascente, camminando su colline dorate e pianure di cristallo.
Di fronte a loro, c’era solo l’eternità.

Windsmouth – finale

Igor tese la mano. Quella di Selena era lì ad aspettarlo. Si fecero coraggio, oltrepassarono l’arco e si ritrovarono in un’ampia sala, illuminata da centinaia di torce appese alle pareti. Era una sala circolare, scavata in una grotta antica che si apriva, sul lato ovest, verso il mare. Il panorama era stupendo: la superficie dell’acqua era senza vento, piatta, di un colore azzurro tenue quasi da cartolina. Eppure l’odore salato e confortante del mare era soverchiato da quel puzzo mefitico, da quell’odore di vuoto che permeava ogni cosa. I coniugi Melville avanzarono, un passo dopo l’altro, e si accorsero che al centro esatto della sala c’era una grande cisterna, chiusa da un coperchio di bronzo.

Windsmouth – finale – 20lines

Cthulhu wallpaper

La scalinata scendeva verticalmente nel cuore della terra, sinuosa come la coda di un rettile e altrettanto scivolosa. Era buio, ma non come ci si sarebbe potuto aspettare: lungo i muri erosi dai secoli cresceva un muschio spugnoso, dall’odore pungente, che mandava un lieve bagliore verdastro, simile a quello dei crocifissi fosforescenti da quattro soldi, quelli che si comprano sulle bancherelle se si è in cerca di una facile quanto improvvisa penitenza. Un rombo saliva delle viscere della terra, in parte soffocato dai solidi muri dell’edificio. Non era quello del mare, era più… più malvagio pensò Igor e si chiuse ancora più in se stesso, trasalendo quando la mano gelida di Selena gli si avvinghiò al braccio. La scostò con un ringhio. Aveva paura e quando si ha paura spesso si vuole restare soli.
La scala finiva in un’anticamera nella quale si apriva un gigantesco arco, abbellito da statue di piccole dimensioni, alte al massimo trenta centimetri o poco più. Raffiguravano due persone, un maschio e una femmina. Senza volto. Muti, sordi e ciechi. Non era dato sapere se era stato il tempo a mangiare i loro occhi, i loro nasi e le loro bocche, o se piuttosto erano state progettate così, senza lineamenti. Selena, guardando il vuoto di quelle facce, si portò istintivamente una mano al viso. Aveva paura di trovarci solo pelle liscia e nient’altro, ma era tutto al suo posto. Si accorse però che la sua bocca era stirata in una smorfia di terrore, la stessa che si era dipinta sulla faccia pallida di Igor. L’uomo fece per aprir bocca, ma ecco che si udì ancora quel rumore, un gorgoglio cupo, tanto sottile quanto snervante. E non era solo il suono a spaventarli: c’era un odore dolciastro e nauseabondo, come di acqua morta. Odore di vuoto.
Igor tese la mano. Quella di Selena era lì ad aspettarlo. Si fecero coraggio, oltrepassarono l’arco e si ritrovarono in un’ampia sala, illuminata da centinaia di torce appese alle pareti. Era una sala circolare, scavata in una grotta antica che si apriva, sul lato ovest, verso il mare. Il panorama era stupendo: la superficie dell’acqua era senza vento, piatta, di un colore azzurro tenue quasi da cartolina. Eppure l’odore salato e confortante del mare era soverchiato da quel puzzo mefitico, da quell’odore di vuoto che permeava ogni cosa. I coniugi Melville avanzarono, un passo dopo l’altro, e si accorsero che al centro esatto della sala c’era una grande cisterna, chiusa da un coperchio di bronzo.
Il pozzo! pensarono all’unisono i due, e rimasero fermi, immobili, come le statue che erano state messe a guardia dell’entrata. Il puzzo, con ogni probabilità, proveniva proprio dal fondo limaccioso della cisterna. Cosa poteva mai nascondersi nelle sue profondità?
Fu solo allora che Igor e Selena si accorsero degli incappucciati: in silenzio, uno dopo l’altro, essi uscirono dalle ombre della sala come ratti da un buco. I primi due si tolsero il cappuccio. Erano Rose Scott e Ian Stone. Il sindaco si fece avanti con fare affabile, le lunghe dita affusolate intrecciate in un gesto che voleva essere amichevole ma che invece risultò spaventoso.
«Entrate, amici miei. Vi stavamo aspettando.» mormorò, con un sorriso che era più un sogghigno. I coniugi indietreggiarono, mano nella mano, verso l’arcata da cui erano entrati, ma altri tre incappucciati sbarrarono loro la strada. Erano in trappola! Rose Scott si avvicinò pian piano, tutta curva per via dell’età, mostrando i palmi delle mani per far vedere che non aveva alcuna arma con sé.
«Non abbiate paura, figli miei. Venite avanti.»
Igor strinse i pugni nel tentativo di smettere di tremare.
«Che razza di posto è questo?» chiese, mentre si guardava attorno con circospezione, tenendo sempre d’occhio le sagome nere che stavano in piedi come tante torce carbonizzate.
«Questo è il cuore di Windsmouth!» risposero in coro gli incappucciati, facendo rimbombare l’edificio. Selena non ne era sicura, ma mentre l’eco si era spento le era sembrato di sentire ancora una volta quel ruggito primordiale, come se qualcosa, nell’oscurità, si fosse unito alle voci degli uomini per supportarle, gonfiarle e renderle ancora più terribili.
«Un cuore – continuò Ian Stone – che batte da millenni. Donandoci la vita eterna.»
Igor sobbalzò. Selena gli strinse la mano fino a piantargli le unghie nel dorso. Avevano visto giusto: Windsmouth custodiva il segreto dell’eterna giovinezza. Quello che gli uomini avevano cercato per millenni nelle più remote regioni del mondo si poteva trovare su un’isola qualsiasi, molto più vicina alla civiltà di quanto si potesse pensare.
«Da quanto esiste questo posto?» domandò Igor umettandosi le labbra. Si sentiva secco, anche dentro.
«Da almeno tre millenni – spiegò Ian – Qualcosa scese dal cielo in un giorno di temporale e venne ad abitare qui, al centro dell’isola. Fra noi, c’è ancora chi ricorda quei tempi. Io no, io sono venuto qui nel 10 giugno del 1588.»
«1588? – esclamò Igor – Ma è la data di sparizione della Denied Victory…»
Il sindaco sorrise, compiaciuto.
«Sapevo che mi avreste stupito dal primo momento che vi ho visto entrare dalla porta della locanda. Sì, Igor. La data è quella. E io sono Ian Alberic Stone, il capitano di quella gloriosa nave.»
«È… è pazzesco – rispose Igor, fiero di aver riconosciuto la polena del vascello – Ma che fine ha fatto l’equipaggio?»
«Oh, l’equipaggio – meditò Ian, come se facesse fatica a ricordare quegli eventi così lontani – come dire… Non si sono voluti adattare a questo posto e hanno pagato. Sai, sono stati fermati dall’onore, dal valore, dalla morale… Cose inutili, secondo la mia modesta opinione, ma questo non ha importanza… Fatto sta che non hanno voluto accettare quello che andava fatto. Sì, perché restare per sempre su quest’isola ha un prezzo. Ma che dico: non è un prezzo. È un’inezia. Un niente…»
Selena si fece avanti.
«Quale prezzo?» sibilò. Ian Stone chiuse gli occhi e alzò un dito verso di lei. Lo stesso fece Rose Scott, seguita da tutti gli altri incappucciati. Nell’aria risuonò ancora una volta quel ruggito, un verso che sembrava provenire dal buco nero dell’inferno.
«La vita del bambino che porti in grembo.»
Selena indietreggiò e si portò una mano alla bocca per non gridare. La sfuggì comunque un gemito, che risuonò sottile, senza forza. Igor rimase inebetito, ciondolante come una banderuola al vento. Un bambino?
«Quale bambino? Di che state parlando?» mormorò.
Selena scoppiò a piangere.
«Oh, Igor. Te lo volevo dire, sulla barca. Ma poi tu hai dato di matto e io non ne ho avuto più il coraggio. Sì, amore mio. Aspettiamo un figlio.»
«Che cosa? – ringhiò lui – e quando è successo?»
«Un mese e mezzo fa, Igor. Quel giorno, nel tuo ufficio: lo abbiamo fatto senza protezione. Ho fatto il test perché il mio ciclo era in ritardo. Ed ecco… è risultato positivo.»
«È per questo che Lui vi ha condotto fin qui – li interruppe Ian – così come ha condotto la mia nave, più di cinque secoli or sono.»
«Lui chi?» chiese Igor, mentre una goccia di sudore freddo gli colava lungo una guancia barbuta. Ian indicò solennemente la cisterna, dalla quale spirava ora un vento malevolo, come un presagio di tempesta.
«Il Dio che vive nel pozzo. Abbiamo bisogno della sua benedizione per vivere in eterno. Una piccola vita, in cambio della Sua e delle nostre. Tutti abbiamo fatto questo sacrificio. Rose Scott non solo ha sacrificato spontaneamente il figlio, ma anche il marito che si opponeva. Così ho fatto io. Viaggiavo con mia moglie, incinta di tre mesi, quel lontano giorno del 1588. Solo io compresi il grande dono del pozzo. Lei e l’equipaggio invece si sono opposti. E allora… allora non ho potuto fare altro che convincerla con le cattive. Ora riposa sul fondo del mare, ma la sua prole ha garantito a tutti noi quasi un secolo di prosperità.»
«Una piccola vita, in cambio della Sua e delle nostre…» ripeté Igor, quasi meccanicamente.
«È così.» assentì Rose Scott, con quella sua vocetta stridula da novantenne.
«Ma se Lui vi dona l’eterna giovinezza – continuò Igor – perché alcuni fra voi sono così vecchi?»
Rose e Ian si guardarono negli occhi prima di rispondere e quando lo fecero la loro voce risuonava caustica, come un getto di acido.
«È perché è giunto il momento che il ciclo si ripeta. La Sua infinita energia rinnovatrice ci permette di conservare l’età con cui siamo giunti qui a Windsmouth. Egli congela il nostro processo di invecchiamento, così come lo congela anche per se stesso. Ma ha bisogno di cibo, di vita nuova, per farlo. Altrimenti, la nostra vera età comincia a mostrarsi. Anche Edward, quel traditore, stava già invecchiando. Molto lentamente, certo, perché era il più giovane fra noi. Il più giovane e il più sentimentale. Stupido, stupido ragazzo.»
«Allora l’avete davvero ucciso voi!» gridò Selena.
Rosse Scott annuì.
«Avevamo sempre dubitato della sua fedeltà al nostro Signore. Cinquant’anni fa ha scelto di sacrificare la vita di suo figlio insieme a quella di sua moglie, ma l’ha fatto per paura, non per determinazione. È per questo che voleva salvarvi la vita: per evitare di farvi commettere quello che lui riteneva fosse un errore. Stupido, orgoglioso ragazzo. Non è stato facile ucciderlo, se proprio lo volete sapere. Edward ci serviva.»
«Per cosa?» domandò Selena.
«Per sopravvivere. Più il tempo passa sull’isola, più ci risulta difficile lasciarla. Io sono qui da quasi due millenni, un secolo dopo l’invasione della Gallia da parte di Cesare. Se volessi lasciare l’influsso benevolo dell’isola, invecchierei dopo poche ore, forse minuti. Diventerei uno scheletro mentre sono ancora in vita. Una morte atroce. Edward… Edward era l’unico che potesse muoversi per raggiungere la terraferma, e restarci per giorni, addirittura settimane. È così che ci procuriamo bambini, nel caso in cui il mare non sia così clemente da portarceli direttamente qui per mezzo del vento.»
«Siete anche rapitori di bambini?» strillò Selena, inorridita. Il suo stomaco le si contorceva come una larva calpestata.
«Sì, ma solo per necessità. Ma ora che Edward è morto, ci siete voi.»
«Proprio così, figli miei – intervenne Ian Stone, avvicinandosi e toccando i visi giovani di Igor e Selena con il palmo freddo delle sue mani – Ora ci siete voi e tutto andrà per il meglio. A voi spetta quel ruolo, adesso. Siete assieme, potrete stare assieme in eterno! Che cosa c’è di più bello di stare fianco a fianco, soltanto voi due, per sempre?»
«Ci chiedete di sacrificare nostro figlio e restare qui?» mormorò Igor, il volto come paralizzato, senza più emozioni. Gli incappucciati annuirono, silenziosi. Selena indietreggiò, il furore di una pantera pronta a morire pur di salvare i propri cuccioli.
«Siete dei bastardi. Perché non ve li fate voi i figli?» gridò fra le lacrime.
«Il nostro seme è morto. Viviamo, viviamo e basta, qui, nello splendore pagano di Windsmouth.» «Questo è il prezzo.» esclamò Rose Scott a gran voce.
«Questo è il prezzo!» risposero in coro gli incappucciati, facendo tremare la grotta.
Igor Melville si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano. La paura gli stava facendo venire le vertigini. Nei pochi istanti di silenzio che seguirono si mise a soppesare le parole di Ian Stone, parole che gli rimbombavano nella testa come tante terribili esplosioni. Forse dopotutto non era un sacrificio così grande quello che il pozzo richiedeva. O lo era?
«Una vita eterna, ma sempre nello stesso luogo. Qui, a Windsmouth, fino alla fine dei tempi…» rifletté a voce alta, gli occhi semichiusi per comprendere fino in fondo il senso di quelle parole.
«Esattamente.» esclamò in coro l’ordine degli incappucciati.
«Ma voi, così, siete più morti dei morti!»
Ian Stone rise di gusto e tutti gli altri lo supportarono con voci sguaiate.
«Può essere, ma sai come si dice: la vita non è che una morte vista al contrario.»
Nella sala calò il silenzio. Si poteva udire persino lo sgocciolio dell’acqua che cadeva dal soffitto e il lento, costante movimento della cosa che viveva nel pozzo. Uno alla volta, gli incappucciati si fecero indietro, così da lasciare un po’ di spazio ai coniugi Melville. Dovevano lasciare loro il tempo di pensare. Sapevano che le loro parole avrebbero scavato in quelle giovani menti un solco profondo, come avrebbe fatto un aratro in un terreno fertile. Era sempre così che andava. Non importava chi fra i due si fosse fatto avanti per primo, se la donna, l’uomo o entrambi: qualcuno, alla fine, avrebbe accettato quelle condizioni, qualcuno avrebbe detto sì. Avevano assistito a quella scena centinaia e centinaia di volte, loro stessi avrebbero compiuto quella scelta centinaia e centinaia di volte, perché nessuno poteva resistere al fascino alla vita eterna, nessuno. Ed era per questo che Windsmouth era riuscita a sopravvivere per secoli, immutata, e così sarebbe stato per tutti i secoli a venire. Di questo gli incappucciati erano certi più che mai. Ma non sarebbe andata così questa volta, e questo nessuno poteva prevederlo, neppure Ian Stone o Rose Scott. Neppure il Dio che viveva dentro al pozzo.
Igor e Selena si guardarono a lungo negli occhi: le iridi scure di lui, specchiate in quelle chiare di lei, creavano un colore speciale, unico. Sorrisero. Bastò uno sguardo e nient’altro, perché in quell’attimo erano diventati una cosa sola. Senza parlare, iniziarono a correre, mano nella mano, travolgendo chiunque fosse sul loro cammino. Ci provarono Rose Scott e Ian Stone a trattenerli, ma era come cercare di fermare un treno, un maremoto, un vento impetuoso. Furono scaraventati via. Impotenti, gli incappucciati osservarono le loro prede avvicinarsi sempre di più all’apertura che dava sul mare. Igor e Selena non esitarono. Non ne avevano motivo. Bastò un unico salto, un volo giù dalla scogliera, senza parole, senza più pensare. Le onde del mare inghiottirono i loro corpi, così come inghiottirono il ruggito terribile che, nel momento esatto in cui i due si erano messi a correre, aveva iniziato a strisciare su dalle viscere del pozzo.

Epilogo

Estratto dall’Occhio di Horus, 13 giugno 2014.

Orrore a Grey Wood. L’apocalisse è alle porte?

Una giornata da ricordare quella di domenica 13 giugno. La placida e sonnolenta cittadina di Grey Wood è stata scossa da un fatto inspiegabile, che ha sconvolto la comunità e gettato nella confusione più totale gli inquirenti.
Teatro della tragedia il parco giochi comunale, struttura nata recentemente per volontà del sindaco Bradley Davies, al suo secondo mandato.
Alle tre del pomeriggio, un uomo, la cui identità è tutt’ora ignota (non aveva alcun documento con sé), dopo essersi avvicinato allo scivolo dove giocavano alcuni bambini e aver parlottato con uno di loro (con l’intento di rapirlo, secondo le testimonianze allarmate di alcune mamme presenti) ha accusato un malore e si è accasciato al suolo. Ed è qui che la vicenda si tinge di nero. Chi ha prestato i primi soccorsi ha scoperto con orrore che il corpo dell’uomo portava i segni di una decomposizione avanzata. Ma il mistero non si conclude qui: nel breve lasso di tempo fra la telefonata di un solerte cittadino e l’arrivo dell’ambulanza, del corpo dello sconosciuto non è rimasto che un mucchio d’ossa. Ossa molto vecchie, a giudicare dalle analisi del coroner, che le ha datate all’incirca al 1850. È possibile che un cadavere si decomponga in modo così veloce? In caso contrario, che cosa si nasconde veramente dietro la sua morte? Ci troviamo forse davanti ad un vero e proprio non-morto? C’è chi già parla del giorno del giudizio e teme l’arrivo di un’apocalisse zombie in stile George Romero, altri che ipotizzano un legame con il recente caso di avvistamenti di UFO nei cieli di Londra o dei cerchi nel grano nel Sussex.
Complotto del governo per sperimentare una nuova arma di distruzione di massa? Segno inequivocabile di un futuro attacco alieno? È quello che abbiamo intenzione di scoprire, anche se non sarà facile: siamo assolutamente certi che la faccenda sarà debitamente messa a tacere dal Governo. Ma voi non preoccupatevi: noi dell’Occhio di Horus, cari lettori, saremo sempre qui a fare luce, per voi e per il Mondo. Con affetto.

Lisa H. Dovington

Windsmouth – seconda parte

E così, dopo essersi inoltrati nella boscaglia ed aver sceso uno stretto sentiero a strapiombo sul mare, Igor e Selena arrivarono alla spiaggia segreta che Edward aveva indicato loro. Era una lingua di terra, una mezzaluna sabbiosa resa splendente dalle onde del mare, sulle quali si rifletteva una luna quasi al suo culmine, tonda come una faccia.

Windsmouth – seconda parte – 20lines

faro nella tempesta

Windsmouth sorgeva su un’isola dall’aspetto davvero ospitale, con alte scogliere bianche e pianori di erba così verdi che parevano brillare sotto il pallido sole mattutino. Il villaggio, anche da lontano, aveva un che di antico, con le sue case tradizionali dai muri bianchi e dai tetti neri, punteggiati qua e là di muschio verde scuro, come un prato cresciuto nel posto sbagliato.
Igor, nonostante avesse rischiato di colare a picco con tutta la barca, si sentì subito meglio osservando la dolce linea di quelle coste. Mentre ascoltava il vento insinuarsi negli spazi vuoti fra le due vele, scorse una piccola insenatura, con un approdo in legno costruito appositamente per dare rifugio ad imbarcazioni di piccole dimensioni. Allora virò il timone e vi condusse la barca, mentre Selena, ancora impaurita, gli stringeva il braccio con forza, quasi volesse staccarglielo per vendicarsi della situazione in cui lui li aveva cacciati. Proseguirono in silenzio attraverso l’acqua piatta, grigia come una colata di mercurio. Per qualche curioso fenomeno meteorologico, la nebbia che poco prima aveva inghiottito la Blue dolphin non osava toccare le coste dell’isola, ma si era fermata ad una distanza ragguardevole, e così il mare attorno alle scogliere sembrava circondato da un anello di fumo impenetrabile. C’era solo Windsmouth, magicamente sospesa sull’acqua, e tutto attorno il nulla.
Il vento attirò l’imbarcazione nel molo deserto del villaggio e i coniugi Melville tirarono un sospiro di sollievo quando poterono assicurare la Blue dolphin con le cime e scendere a terra. Selena, ancora provata dalla tempesta, si aggrappò al braccio del marito per non finire distesa sul legno vecchio e usurato dell’approdo.
Il cuore del villaggio, anche due sconosciuti come Igor e Selena lo intuirono immediatamente, era una locanda ombrosa che in grandezza superava la mole delle altre costruzioni. Una musica allegra usciva dalle sue finestre aperte, segno che Windsmouth non era affatto un villaggio abbandonato a se stesso, come invece poteva sembrare ad una prima occhiata frettolosa. Man mano che si avvicinavano alla locanda, i coniugi Melville avvertirono anche delle voci, sia maschili che femminili, intente a cantare una filastrocca all’apparenza senza senso.

Dolce riposo, acqua salata, soffio di vento
Cara fanciulla, nella nebbia, dove andrai?
Orsù nella gola del vento vivrai
Senza tempo e senza tormento

Le voci si zittirono non appena Igor e Selena aprirono la porta di legno, rivelando la loro presenza. Per qualche istante, nel locale piombò il più cupo silenzio, simile in tutto e per tutto alla voce della nebbia, poi gli abitanti di Windsmouth eruppero in un “benvenuto” gridato con entusiasmo. La musica ricominciò, mentre i coniugi Melville vennero avvicinati da un signore alto e distinto, che scoprirono subito essere Ian Stone, il sindaco della città.
«Benvenuti amici miei – disse l’uomo con voce profonda come il mare – Cosa vi porta qui, A Windsmouth?»
I due sorrisero, rinfrancati dal caldo abbraccio del luogo e dai suoni vivaci del banjo e del violino.
«Una tempesta temo, anche se non ci dispiace affatto essere capitati in un posto di cui non conoscevamo l’esistenza.» rispose Igor.
Ian Stone fece spallucce.
«Lo so, lo so. Questo non è certo il luogo più moderno del mondo e non mi stupisco affatto se buona parte dei nostri compatrioti non ha la più vaga idea che Windsmouth esista. È parte del suo fascino, potete scommetterci.»
«Infatti…» affermò Igor, colpito dall’aspetto vetusto della locanda e della cittadina nel suo complesso. Persino i volti degli avventori sembravano quelli di persone provenienti da un tempo remoto. Gli uomini vestivano con colori che richiamavano le profondità del mare e portavano baffi non più alla moda da almeno un secolo. Le donne, allo stesso modo, sembravano uscite da una fotografia in bianco e nero con le loro gonne lunghe fin quasi alle caviglie, tutte rigorosamente scure. Ian Stone fece segno al barista che portasse due pinte di birra scura, accompagnate da altrettante fette di crostata ai mirtilli, sommerse da cirri di panna fatta in casa. I coniugi Melville non si fecero pregare, ingoiando tutto con voracità, e non si stupirono quando seppero che l’ottimo cibo era stato offerto loro e che dunque non avrebbero dovuto sborsare un centesimo.
«Avete un telefono? – chiese Igor non appena ebbe finito di pulirsi la bocca con un grazioso tovagliolo a fiori – Dovrei telefonare alla ditta che ci ha noleggiato la barca, per avvertirli che una tempesta ci ha fatto deviare la rotta. Purtroppo il cellulare qui non ha campo.»
Ian Stone fece una faccia dispiaciuta.
«Amici miei, questa è una piccola isola. Il telefono non ci è mai giunto e credo non ci giungerà mai. Per come viviamo qui a Windsmouth, quell’affare rumoroso non ci serve proprio a nulla. Il cibo lo traiamo direttamente dal mare e molti di noi sono agricoltori. Quando ci servono medicine o materie prime, i nostri cittadini più giovani salgono in barca e si riforniscono a Dover o a Brighton. Poi qui ci conosciamo tutti, e le case non sono poi così distanti l’una dall’altra. L’unica tecnologia che abbiamo permesso fosse portata sull’isola è la corrente elettrica, ma anche per quella, mio padre, il sindaco precedente, dovette sostenere più e più consigli di comunità.»
«Curioso – mormorò Selena – fate forse parte di una comunità religiosa contraria alla tecnologia come gli Amish?
«Più o meno.» rispose il sindaco e non volle aggiungere altro.
«Quando ci consiglia di ripartire?» chiese poi Igor. A quelle parole Ian Stone si fece ombroso, quasi contrariato. I suoi occhi, per qualche istante, lampeggiarono, due nuvole scure gonfie di pioggia pronte a scaricare fulmini contro un fragile veliero di legno.
«Quando sarà il momento.» rispose, criptico. Selena sussultò sulla sedia. Per quanto Windsmouth fosse accogliente, l’idea di non poter partire quando avessero voluto la riempì di angoscia.
«Il… il momento?» chiese, fissando i suoi occhi color ghiaccio su quelli verde mare di Ian Stone. L’uomo parve riacquistare la sua indole bonaria e sorrise con affabilità.
«Il momento in cui nebbia e vento si acquieteranno. La posizione di quest’isola è molto particolare, come avrete già potuto notare. Il mare e il cielo la fanno da padroni, qui a Windsmouth. Partirete soltanto quando loro ve lo permetteranno. Nel frattempo, alloggerete alla pensione Wild Wave, di cui è proprietaria Rose Scott.»
Ian Stone indicò una donna seduta poco distante e lei di rimando salutò i coniugi Melville con un gesto della mano scheletrica. Rose Scott era un’anziana signora, dalla pelle candida come neve. Magrissima, mangiava la sua porzione di torta a piccole cucchiaiate, stringendo le labbra in risposta al gusto acidulo dei mirtilli.
«La cara Rose è qui a Windsmouth da molto tempo, ancor prima che io nascessi. La sua pensioncina è squisita, vi piacerà da morire. Rose, prego, accompagna i signori…» concluse Ian, conducendo marito e moglie verso l’uscita.

Rose Scott camminava con una lentezza a dir poco leggendaria e nel tragitto fra la locanda e la pensione, peraltro brevissimo, Igor e Selena ebbero tutto il tempo di guardarsi attorno e soddisfare la propria curiosità.
Windsmouth contava poco più di un centinaio di case, tutte simili fra loro (a parte i fiori che abbellivano poeticamente ciascun davanzale) e poste in maniera precisa, rigorosamente circolare, attorno all’unica grande piazza del villaggio, uno spiazzo ellittico con al centro una fontana dal gusto barocco, raffigurante un mostro marino nell’atto di balzare dalle onde per ghermire un ignaro veliero. Selena lo trovò un po’ inquietante, e mentre oltrepassavano la piazza le sembrò che il vento proveniente dal mare si fosse trasformato in un sibilo serpentesco. Ciò le fece accapponare la pelle, la stessa sensazione che aveva sperimentato sulla Blue dolphin davanti al colore morto dell’acqua. Igor, sentendo la moglie rabbrividire, la strinse a sé e la baciò sulla fronte. Lei gliene fu grata e ricambiò, lasciando che la rabbia provata poco prima si sciogliesse definitivamente come neve al sole.
La pensione Wild Wave era esattamente come entrambi se l’aspettavano: un cottage di un solo piano con pietre a vista, un tetto bruno e tre caminetti, uno per ciascuna stanza principale. In inverno ci sarebbe stato un soave tepore, pensò Igor, immaginandosi nudo accanto a Selena, mentre fuori infuriava una bufera di neve. Di fronte all’entrata del cottage, un orto rigoglioso che profumava di garofano, lavanda e speronella.
Dopo aver aperto il cancelletto della staccionata, dipinta di bianco in un modo quasi maniacale, Rose Scott indicò ai coniugi Melville il lato est della casa, illuminato da uno smorto spicchio di sole. Sui mattoni color terra bruciata crescevano dei rovi robusti e puntuti, sempre più attorcigliati man mano che salivano verso il camino principale.
«Peccato che il mio roseto non sia già in fiore. Vi avrebbe tenuto compagnia.» mormorò la donna.
«Non si preoccupi – rispose Igor – Anche se viviamo in città conosciamo bene la bellezza della natura. Il nostro vicino di casa, un anziano fiorista in pensione, ha piantato un roseto davvero imponente, che a maggio fa impazzire tutto quanto il condominio con il suo profumo.»
«Oh, ma di rose così non ne vedrete mai più, ve lo posso assicurare.» concluse Rose, prima di aprire il portoncino della casa e infilarsi dentro con la stessa velocità di una lumaca di mare.
Il cottage aveva tre camere matrimoniali e ai coniugi Melville fu affidata quella più grande e luminosa, con una grande finestra che dava sul mare, purtroppo ancora nascosto da quell’anello di nebbia scura come pietra lavica. Rose Scott si sincerò che l’alloggio fosse di loro gradimento per poi uscire specificando che la cena avrebbe avuto luogo alla locanda, perché lì, al cottage, non avevano cuochi e la cucina era qualcosa di simile ad un residuato bellico. C’era solo Edward, spiegò Rose, il tuttofare del villaggio, che molto probabilmente avrebbero conosciuto prima di sera, quando sarebbe venuto a controllare se ci fossero cose da sistemare.
Non appena la vecchia proprietaria se ne fu uscita, Igor balzò su Selena, placcandola come un giocatore di rugby e facendola cadere sul morbido letto della stanza.
«Volevi una vacanza, e invece hai avuto un’avventura… Non ti fa sentire eccitata?» le bisbigliò, mentre le sue mani si insinuavano sotto la maglietta fino a toccarle dolcemente il seno.
«Dai Igor, siamo appena arrivati.» rispose la moglie, opponendo una flebile resistenza.
«Sai, l’aria di questo posto mi fa sentire davvero in forma.»
«Ah sì? A me invece mi fa sentire stanca. E nervosa.»
L’uomo scosse la testa.
«Non ti va mai bene niente.» ribatté, infastidito. A Selena luccicarono gli occhi.
«A me basta solo stare con te.» mormorò.
«Vorrei fosse così.» sospirò Igor.
«Che cosa intendi dire?» indagò lei.
«Lascia perdere.»
Selena corrugò la fronte, segno che non avrebbe mollato facilmente.
«No, col cavolo. Adesso me lo dici.»
Un’ombra improvvisa si mosse nella stanza. Qualunque cosa fosse, era entrata silenziosa come uno spettro. Selena urlò, rotolando all’altro capo del letto. Igor si alzò rapidamente, pronto a difendersi. Poi vide che era solo un ragazzo, un adolescente con la faccia punteggiata dall’acne. Balbettava.
«Non v-volevo s-spaventarvi. Io s-sono Edward.» si scusò lo sconosciuto.
A Igor sfuggì un sorriso. Quel ragazzo era timido come lo era lui alla sua età, e cioè prima di rendersi conto che gli ostacoli della vita non esistevano davvero, ma erano tutti nella sua testa.
«Piacere di conoscerti Edward. Rose ci aveva detto che saresti passato, ma credevamo che lo avresti fatto verso sera.»
Il viso di Edward si trasformò in una maschera di terrore.
«Shhh. N-non nominate quella d-donna. È malvagia, come lo sono tutti q-qui. Sono venuto prima p-per avvertirvi. L-lasciate questo p-posto.»
«Perché dovremmo andarcene?» ribatté Igor, poco propenso a credere a quel ragazzetto petulante.
«Non p-posso parlarvi adesso: lei è a-ancora qui. Stasera, alle n-nove, giù alla s-spiaggia ad ovest. Prendete il sentiero che t-trovate qui, a fianco del c-cottage. Vi p-porterà al mare in p-pochi minuti. Io vi aspetterò là.»
Detto questo, Edward sparì. Doveva essere un tipo abituato a muoversi nell’ombra, pensò Igor. Con un sorriso amorevole si voltò verso Selena, rimasta pietrificata durante tutto il dialogo.
«Tutto bene, amore mio?»
«Io quel ragazzo l’ho già visto – rispose la donna, chiudendo gli occhi per lo sforzo di ricordare – Solo che non mi viene in mente dove.»
«Sicura di stare bene?»
«No che non sto bene, Igor. Questo posto… non mi piace. Al diavolo le rose, la torta di mirtilli e il cottage.»
Igor scoppiò a ridere, cercando di nascondere l’ansia che la visita di quel ragazzo misterioso gli aveva celatamente suscitato.
«Andiamo, sei una donna coraggiosa! Ti sei lasciata davvero impressionare dalle parole di quel bamboccio brufoloso?»
«Impressionata o meno, promettimi che stasera sentiremo quello che ha da dirci.»
Igor annuì solennemente. E la sera giunse presto, giusto il tempo di lavarsi dal salso ed indossare i vestiti di ricambio che Igor era andato a prendere nella cabina del Blue dolphin. La locanda, ora che il cielo era buio, risaltava ancor più, le sue finestre arancioni come faville di fuoco nelle tenebre della creazione. I coniugi Melville consumarono la loro cena in silenzio, evitando gli sguardi curiosi degli abitanti. Ian Stone non si fece vedere per tutta la serata. Selena pensò che fosse meglio così: la metteva a disagio l’eccessiva gentilezza di quell’uomo, una qualità che stonava coi suoi occhi profondi e sconosciuti, di certo colmi di segreti inconfessabili.
Quando furono le otto e mezza Igor e Selena si alzarono, complimentandosi con il cuoco per lo strabiliante pasticcio di agnello. Nonostante tutti insistessero perché restassero almeno fino al dessert o per il concerto serale, i coniugi si opposero con fermezza.
«Siamo stanchi, andremo subito a letto.» esclamarono in coro, cercando di darsi man forte a vicenda. Si lasciarono la locanda alle spalle e con essa i visi arcigni degli abitanti, appesantiti da un malumore che Igor attribuì alla delusione di vederli andar via così presto.
Di notte, Windsmouth era ancora più spettrale che di giorno, il bianco dei muri delle case inghiottito dalla tenebre, il silenzio irreale gonfiato dalla risacca del mare, più che un suono un sibilo in grado di risvegliare oscure sensazioni, la stessa angoscia che si prova da bambini di fronte alla porta aperta del seminterrato. Il cottage di Rose Scott appariva nella notte come un rifugio solido, e i coniugi Melville se ne allontanarono con timore, quasi con sofferenza. Ma la sete di sapere era più forte di qualsiasi altro dubbio. E così, dopo essersi inoltrati nella boscaglia ed aver sceso uno stretto sentiero a strapiombo sul mare, Igor e Selena arrivarono alla spiaggia segreta che Edward aveva indicato loro. Era una lingua di terra, una mezzaluna sabbiosa resa splendente dalle onde del mare, sulle quali si rifletteva una luna quasi al suo culmine, tonda come una faccia. In silenzio, al riparo da occhi indiscreti nell’ombra della costa, i due si strinsero l’uno all’altra e rimasero in attesa che Edward si facesse vedere. Invano. Trascorse un’ora lunga quanto un’eternità, resa insopportabile dal silenzio che giungeva dal mare di nebbia. Ad un tratto Igor, impaziente per carattere, sbuffò sonoramente, facendo sobbalzare la moglie che era rimasta tutto il tempo ad ascoltare angosciata la voce del mare.
«Fanculo a quel moccioso! Non ho mai preso così tanto freddo in vita mia.»
Selena singhiozzò per il nervosismo. Dio solo sapeva quanto gli mancassero in quel momento il suo appartamento in centro, i suoi abiti Armani e le feste del sabato sera, con gli immancabili vassoi di tartine di caviale rosso, impilate l’una sull’altra a formare un monticello da duemila sterline come minimo.
«Non pensi che possa essergli successo qualcosa?» bisbigliò.
«E che cosa? Che si sia ingoiato la lingua?» ribatté acido lui. E poi lo vide: un cono di luce brillava in lontananza, flebile flebile. Sicuramente il faro di una torcia. Solo che era troppo in basso perché qualcuno la tenesse in mano. Era una luce che usciva dagli scogli, a livello della sabbia, come se… come se qualcuno fosse caduto e non riuscisse ad alzarsi, pensò Igor. Si mise a correre verso il lumicino, consapevole di quello che avrebbe trovato. Selena era dietro di lui, la sua corsa resa faticosa dalla sabbia che le spezzava il passo. Fu lei a gridare, squarciando il silenzio della notte con una voce degna di una sirena. Edward era morto, le ossa delle gambe spezzate in più punti, la testa bucata come un pallone da calcio finito su del filo spinato. Sangue, sangue nero si mescolava alle ombre nere e veniva bagnato da onde ancora più nere, quelle del mare notturno.
«Oddio, Igor. È, è…»
«Morto, stecchito, trapassato. Scegli tu il sinonimo che preferisci.» rispose l’uomo. La malignità era uno dei suoi modi per difendersi dalla vita, una corazza che si era costruito per nascondere le proprie fragilità di uomo. Alzò gli occhi. Edward doveva essere caduto dalla scogliera che incombeva minacciosa sul mare, quaranta metri più in alto. Si era trattato di un incidente (in fondo Edward era un ragazzo goffo e la scogliera era umida) o qualcuno l’aveva spinto per zittirlo una volta per tutte? Igor aveva paura di sapere già la risposta. Ma quale segreto poteva valere la morte di un uomo innocente? Che cosa poteva mai nascondersi in quel villaggio lindo, noioso, ordinario, pieno di gente socievole e perbene? La torcia iniziò a lampeggiare come se stesse cercando di inviare un SOS. Mi dispiace, amica mia – pensò Igor, raccogliendola – qua non c’è più nessuno da aiutare.
«Guarda, Igor…» sussurrò ad un tratto Selena. L’uomo rivolse istintivamente il cono di luce verso il viso della moglie, poi seguì lo sguardo di lei, che era rimasto immobile, quasi ipnotizzato, sul cadavere ancora caldo di Edward. L’indice della mano destra del ragazzo era inzuppato di sangue fin quasi alla nocca, segno che Edward aveva intinto volontariamente il dito nei propri fluidi. Il perché, Igor lo scoprì quando si inginocchiò accanto al cadavere. Prima di morire, il ragazzo era riuscito a lasciare un ultimo messaggio sulla pietra nera dello scoglio su cui aveva esalato l’ultimo respiro. L’uomo lo lesse qualche istante prima che la mareggiata lo cancellasse per sempre dalla roccia. Una scritta di sangue per il più terribile degli ammonimenti:
Il pozzo temete

Windsmouth – parte prima

Molto presto la prua della Blue dolphin uscì dalla nebbia e davanti ai coniugi Melville si palesò una piccola isola verde, sulle cui rive sorgeva un villaggio che sfavillava sotto un fioco raggio di sole. Erano arrivati a Windsmouth.
 

 
I coniugi Melville avevano scelto di trascorrere la loro breve vacanza a bordo del Blue dolphin, un piccolo veliero con il quale erano salpati da Dover alle prime luci dell’alba, le vele gonfiate da un vento marzolino, lo scafo blu elettrico pronto a farsi strada attraverso il costante sciabordio delle onde. Mentre il vento muoveva i loro capelli color grano e la chiglia dell’imbarcazione sfiorava di poco la candida roccia delle scogliere, i coniugi Melville si erano guardati e avevano sorriso, convinti che grazie a quella vacanza molte cose sarebbero cambiate.
Quella di imbarcarsi era stata una scelta di comune accordo, l’unica, forse, che avessero mai compiuto durante il loro matrimonio, dove per matrimonio si intende il lento caracollare di dieci anni, metà dei quali trascorsi a litigare su quello che era il tema caldo del loro essere coppia, il nucleo di tutte le loro incomprensioni: avere figli o meno. Ed effettivamente era proprio quello il motivo per cui si erano convinti a salire a bordo, anche se ognuno, da bravo coniuge qual era, aveva una finalità diversa, nascosta dietro sorrisi artefatti e gesti all’apparenza affettuosi. Inutile specificare che si trattava di due finalità esattamente all’opposto, due punti di vista così lontani da costituire un labirinto senza via d’uscita: Selena Melville era convinta che una settimana di puro relax fosse l’ideale per convincere quella testa vuota del marito che avere figli era il fine ultimo di un matrimonio che poteva definirsi perfettamente riuscito. Dal canto suo, Igor Melville, rinomato medico chirurgo specialista in odontostomatologia, pensava che una settimana di sano sesso praticato sui sedili in pelle della cabina sarebbe bastata a scacciare dalla mente perversa della moglie qualsiasi fissazione sull’avere gnaulanti quadrupedi in giro per casa. Lui, figli, non ne aveva mai voluti, soltanto che si era ben guardato dal riferirlo alla moglie, per paura che lei lo abbandonasse come un fesso a pochi giorni dall’altare. E a quei tempi, Igor Melville era terrorizzato dall’idea di rimanere solo, solo con tutte le sue egocentriche esigenze e coi suoi complessi da analista. Ora invece l’idea di non aver mai accennato alla moglie quel suo odio viscerale per i neonati era il suo più grande rimpianto: almeno si sarebbe risparmiato centoventi mesi di continui alterchi, per non parlare dei lunghi periodi di astinenza dal sesso, l’unica vera arma di ricatto su cui Selena potesse contare e di cui, manco a dirlo, abusava a dismisura.
A complicare le cose c’era il fatto che Selena era una bella donna, senza se e senza ma. Non era una di quelle donne perfette da rivista o da passerella, ma di certo aveva molte frecce al suo arco, e quando lei e Igor si facevano vedere alle feste, ai matrimoni o alle inaugurazioni, era scontato che tutti gli occhi dei presenti venissero accalappiati dalle sue curve sode e dalla sua scollatura, studiata apposta per mostrare tutto e allo stesso tempo niente. Pur avendo trentacinque anni, quell’età di mezzo in cui ci si deve rendere ancora conto di essere usciti da tempo dal campo semantico della giovinezza, Selena aveva un portamento da ingenua studentessa universitaria: portava pettinature moderne, coi capelli lunghi solo da un lato, sfoggiava un trucco pesante e che però riusciva a non essere mai volgare; indossava completini corti che le mettevano in mostra le gambe sode e filiformi, che di certo una gravidanza, per quanto potesse essere senza complicazioni, avrebbe irrimediabilmente rovinato (era questo l’argomento principale di Igor e la fonte massima di ogni sua preoccupazione).
Ma sarebbe ingiusto tacere le qualità del signor Melville. Era anche lui un bell’uomo: massiccio, aitante, con la carnagione color miele quando si faceva estate, Igor era un individuo in grado di comportarsi adeguatamente agli occhi della società, anche se era una società che in fondo odiava con tutto il suo cuore. Era questo il vero motivo che l’aveva spinto ad optare per una vacanza diversa dal solito: stanco del suo freddo appartamento al centro, della sua automobile da corsa, di tutte le feste chiassose organizzate dai suoi amici altolocati, Igor Melville aveva capito che soltanto il mare, un’infinita distesa d’acqua, avrebbe potuto, con la sua semplicità, lenire gli occhi di chi era abituato a vedere troppe cose attorno a sé. Nel mare c’erano solo due cose: acqua e vento. Semmai la nebbia, un velo grigio che era ancora più gradito a chi desiderava una vacanza che avesse luogo in un mondo all’apparenza differente, separato da tutto il resto; un mondo che portasse con sé il gusto dolce ed esotico dell’inconsueto.
Era per questo che Igor Melville sorrideva beato, mentre il sole si rifletteva sul vetro nero dei suoi occhiali firmati; non pensava affatto alla moglie e ai litigi che si portava dietro, almeno finché non se la vide comparire sul ponte, inguainata in un costume da bagno così succinto che era come se non lo indossasse affatto.
«Sei uno schianto, pupa.» mormorò l’uomo, sollevandosi gli occhiali in modo da poter osservare Selena al suo colore naturale, un rosa chiaro che sapeva farti sballare.
«Anche tu non sei malaccio, signor Melville.» scherzò lei, agitando le natiche in modo civettuolo.
Sorrisero entrambi, il cervello di ognuno rischiarato da propositi opposti, finalizzati al loro rispettivo ed egoistico quieto vivere. Il Blue dolphin sfrecciava con leggiadria sul mare azzurro, suscitando bianchi spruzzi d’acqua che si abbattevano con uno scroscio sulle paratie lignee dell’imbarcazione. Quando le scogliere di Dover diventarono poco più di una striscia bianca alla loro spalle, Igor attirò l’attenzione della moglie con un fischio.
«Ehi, vieni qui. – le propose –Ti faccio usare il timone.»
Selena emise una risata strozzata.
«Stai scherzando, vero? La navigazione è una cosa da uomini.»
«Non dire sciocchezze.» sbottò Igor, non potendo fare a meno di pensare che erano altre le cose che spettavano solo agli uomini. Selena si avvicinò con titubanza, le guance lisce punteggiate da un lieve colore rosato. I suoi piedi nudi snelli, perfetti, producevano un suono sensuale al contatto con il legno bagnato del ponte.
«Ecco brava, così.» sussurrò l’uomo, dopo aver lasciato che le mani affusolate della moglie aderissero lentamente all’acciaio del timone a ruota. Selena rabbrividì al contatto con la sua superficie fredda e non poté fare a meno di arrossire, cosa che accadeva puntualmente quando doveva fare una cosa nuova o una cosa che odiava con tutte le sue forze.
«E adesso che devo fare?»
«Niente, lascia fare a me.» rispose Igor, mentre con mano sicura scioglieva il nodo del costume della moglie. Il seno di Selena, inturgidito dall’aria di mare, fece salire la pressione nella testa dell’uomo, mentre una vampata di calore trasformava il suo corpo prestante in una tanica di benzina pronta ad esplodere.
«Che cosa stai facendo, Igor?»
Lui non rispose. Una mano saettante si fece strada fra le cosce della donna, dirigendosi verso le sue parti intime bagnate di desiderio. Ecco brava, così. L’ego di Igor andò in frantumi quando la mano di Selena pose fine con prepotenza alle sue richieste.
«Che cosa c’è che non va, ora?» rumoreggiò l’uomo.
«Non mi va.» rispose lei semplicemente.
«Non ti va? Da quant’è che non ti va? Giorni, settimane, mesi? Credi forse che non tenga il conto? Oggi fanno ventun giorni, fra poco potremo festeggiare un nuovo mesiversario, amore
«Come sei… bestia! – gridò lei – Anzi, magari tu fossi bestia, almeno…»
«Almeno ti ingraviderei come una cagna in calore, è questo che volevi dire?»
Le narici di Selena fremettero e Igor quasi si aspettò di essere incenerito da un fiotto di odio, trasformato, per una qualche magia femminile, nell’alito incandescente di un drago.
«Io non sono una cagna, tanto meno la tua!»
«Su questo non ci sono dubbi.» ironizzò Igor, consapevole del flusso acido che si era messo a stuzzicargli lo stomaco.
La verità era che Igor amava quella selvaggia donna bionda, anche se spesso la rabbia gli impediva di vedere chiaramente ciò che provava e a volte gli metteva in bocca parole non sue. La amava, ma c’era una parte in lui che si opponeva al fatto di essere messo in secondo piano. Era questo che accadeva quando si diventava padre, no? Un ridicolo uomo in miniatura subentrava, ti scalzava via dal tuo posto d’onore e te lo fotteva. Diavolo, proprio no! Le cose andavano bene anche così, si ritrovò a riflettere Igor, che senso aveva avere dei figli? Se quello di diventare madre era l’unico desiderio di Selena, desiderio per il quale molto probabilmente avrebbero finito per separarsi, divorziare, o peggio ammazzarsi, significava che in fondo sua moglie non lo amava così come invece aveva giurato in più e più occasioni. Avrebbe dovuto amarlo comunque, anche se fossero restati soli per sempre. E invece no, perché per Selena era più importante avere fra le braccia uno stupido monello piagnucoloso. Ecco, era questo ciò che Igor pensava, e in quel momento, su quella barca, l’uomo si sentì particolarmente solo, più solo che se si fosse ritrovatosingle in un monolocale di tre metri per quattro, di fronte ad un rettangolino di pizza al formaggio e con una birra ghiacciata nella mano sinistra. Alzò gli occhi verso il viso della moglie e poi li abbassò, ingordo di piacere. Selena si accorse solo in quel momento di avere ancora il seno in bella vista e arrossì, di rabbia questa volta.
«Lo sapevo che non avremmo concluso niente con questa vacanza. Mi sono illusa, cretina che sono.» sibilò, mentre si riallacciava il costume irrimediabilmente bagnato. Igor scosse la testa con veemenza, facendo sì che gli occhiali, che aveva parcheggiato momentaneamente al di sopra della sua fronte spaziosa, gli tornassero perfettamente in bilico sul naso. Appena le lenti coprirono le sue iridi marrone scuro, Igor si accorse che la luce del sole era improvvisamente sparita. Alzò gli occhi al cielo. L’azzurro della mattinata si era improvvisamente incupito. Grosse nuvole scure si andavano addensando sulla linea dell’orizzonte e il vento, fino allora dolce e gentile, aveva cambiato carattere. Era diventato un dannato urlatore e si insinuava fra le vele bianche del Blue dolphin con la stessa rudezza con cui Igor aveva agguantato poco prima le parti intime della moglie.
«Un’idea doppiamente di merda.» commentò Selena, fissando anche lei le nuvole gonfie con i suoi occhi chiari, quasi di ghiaccio. Arrossì, non perché amasse il vento o perché lo odiasse, ma perché ne ebbe di colpo paura.
«È solo un po’ di vento, passerà in un battibaleno.» berciò Igor a labbra strette, mentre si accendeva una sigaretta nella speranza che un po’ di tabacco lo facesse uscire dal vortice di nervosismo in cui il battibecco con la moglie lo aveva gettato. E invece Igor aveva preso un granchio: il vento non aveva alcuna intenzione di smettere. Si trasformò nel giro di pochi minuti in una tempesta, fottendosene di quelle che erano le previsioni della giornata, che sarebbe dovuta essere ventosa ma soleggiata fino all’ottundimento dei sensi. La chiglia iniziò ad andare su e giù, costringendo marito e moglie ad attaccarsi saldamente alle parti dell’imbarcazione, Igor al timone, Selena alla maniglia della cabina. Era come trovarsi in groppa ad un cavallo imbizzarrito lanciato in una corsa senza fine, ed entrambi sapevano che, se fossero caduti fra quelle onde viola ingigantite dal vento, le possibilità di sopravvivere sarebbero state affidate ad un salvagente a ciambella dall’aria ridicola, segno che quelli del noleggio barche avevano voluto risparmiare in ogni modo possibile (come se non bastasse il prezzo folle di affitto per quella bagnarola blu dal nome dozzinale).
Ad un tratto, un’ombra si fece avanti dal mare: un’onda anomala, affilata come una guglia e diretta perpendicolarmente verso lo scafo della loro imbarcazione.
Dio mio no! pensò Selena, immaginando già il gusto amaro dell’acqua marina inondarle la gola, arrivarle ai polmoni, riempirli fino all’orlo e poi farglieli esplodere. Non può finire così.
Igor strinse i denti e virò a dritta, consapevole che solo sfidando quella figlia del mare faccia a faccia avrebbero potuto salvarsi. L’uomo e il mare si incontrarono, si fusero assieme, la chiglia si inerpicò a fatica sul muro d’acqua, mentre gocce salate inondavano le membra tese dei coniugi Melville. Ce la devi fare, cazzo, ce la devi fare! Per qualche istante il mondo si inclinò dalla parte sbagliata, all’indietro, poi il Blue dolphin, proprio come un vero tursiope, balzò sull’onda in una sorta di volo magico e ricadde incolume dall’altra parte del mare.
La chiglia atterrò con uno scroscio sulla superficie grigio piombo del mare, suscitando una cascata d’acqua gelida che risuonò come una frusta. L’imbarcazione ondeggiò a destra e a sinistra, ma non si rovesciò. Selena, portandosi una mano alla bocca, scoppiò in pianto, le lacrime confuse con le gocce d’acqua che il vento aveva portato con violenza sull’imbarcazione. Siamo vivi! fu il pensiero che le si formò, nitido, nella mente.
Igor si voltò, tremando, e si mise ad urlare come un forsennato vedendo che l’onda, ormai alle loro spalle, si era sfogata sul mare inchiostro, ritornando ad essere semplice acqua piatta. Il pericolo era momentaneamente passato, anche se il vento continuava a scuotere la barca e a trascinarla dove voleva, così che governarla era praticamente impossibile. Selena cercò di avanzare verso il timone, desiderosa di baciare il marito e sedare le proprie paure attraverso il suo abbraccio, l’unica cosa che in quel momento potesse calmarla, se si escludeva una dose da cavallo di barbiturici.
«Dove siamo, Igor?» chiese, sull’orlo di scoppiare nuovamente in pianto.
«Non lo so. La bussola è impazzita!»
«COSA?»
Selena si avvicinò e vide che l’ago dello strumento continuava a volteggiare senza senso dentro la sfera del quadrante. Era un segno inquietante, in grado di sconvolgere le loro anime già atterrite dalla voce del mare.
«Com’è possibile?»
«Qualche fenomeno magnetico, forse… Che ne so io? So governare una barca, ma non sono certo Cristoforo Colombo.»
Il vento, nel frattempo, aveva perso potenza e le onde del mare si erano calmate. Era scesa tuttavia una nebbiolina di un colore azzurro sporco, tendente al grigio. La visibilità, in quella coltre soffocante, era praticamente ridotta a zero. Anche se la tempesta era passata, la prospettiva di schiantarsi contro uno scoglio invisibile non era affatto tranquillizzante. Sia Igor che Selena ammutolirono, le orecchie tese a captare qualsiasi suono utile, fosse il grido di un gabbiano o la sirena di un’altra imbarcazione nei paraggi.
«Guarda. C’è un’isola laggiù!» gridò ad un tratto la donna, indicando un punto di fronte a loro. C’era davvero un lembo di terra, adagiato mollemente all’orizzonte, appena visibile oltre il sudario amaro della nebbia.
«Non può essere l’isola di Wight – rifletté Igor – Non credo ci siamo spinti così distante in così poco tempo.»
«Che cosa te ne importa di che isola è? – sbottò Selena – purché ci sia un po’ di terra da calpestare dopo tutto questo mare del cavolo dannata io che ti ascolto sempre la prossima volta ricordami di mandarti al diavolo se mi vieni fuori con le tue idee bislacche di prendere una barca invece di andarcene come al solito alle Bahamas che a me piace la sabbia il sole i cocktail non so perché ti ho detto di sì io non volevo noleggiare questa bagnarola del cazzo mi fanno schifo le barche a vela e poi non parliamo di come …»
Igor sospirò, entrando in modalità standby, la sua àncora di salvezza quando Selena era in vena di piantar grane, e diresse la Blue dolphin verso la sagoma scura dell’isola. Non si accorse che il vento spirava in modo strano, attirando la nave piuttosto che accompagnarla con il suo soffio.
Molto presto la prua della Blue dolphin uscì dalla nebbia e davanti ai coniugi Melville si palesò una piccola isola verde, sulle cui rive sorgeva un villaggio che sfavillava sotto un fioco raggio di sole. Erano arrivati a Windsmouth.

Dalla tomba – una storia di vendetta

Due tragedie. Due donne rimaste sole. Due desideri di vendetta inappagati. O forse solo uno.
Buona lettura
 

«Condoglianze, mia cara. Roger era un ragazzo fantastico, davvero. Me lo diceva sempre la mia Rebecca quanto era intelligente, quanto era… particolare
Ashlee si liberò della stretta di mano della signora Wood con fastidio. Aveva una mano viscida, falsa quanto il sorriso che le increspava il viso. Rebecca! Figurarsi! Odiava il suo Roger con tutta se stessa, così come lo odiavano tutti i ragazzi di quella maledetta scuola, la St. Peter High School. Da quando aveva messo piede in quella vecchia struttura, un ex-cotonificio in mattoni rossi dall’atmosfera cupa, che si sviluppava a pochi metri dalla chiesa dedicata al santo patrono della cittadina, Roger era stato vittima di scherzi mancini, di minacce e di pestaggi. Ceffoni, soldi rubati, merende divorate e poi risputate nello zaino, cappotti calpestati dopo una corsa in mezzo al fango del campo da baseball. E questo solo perché era… diverso. Già era difficile farsi amici in condizioni normali… se si era in sedia a rotelle, paralizzato dalla vita in giù per via di una complicazione durante il parto, era una missione pressoché impossibile. E Roger soffriva di quella condizione, certo che sì… era così sensibile.
Gli occhi di Ashlee si riempirono di lacrime.
«Aveva solo diciassette anni – mormorò, mentre dentro di lei si accumulava una rabbia sempre più cieca – quanta solitudine doveva portare nel cuore per trovare il coraggio di fare quello che ha fatto?»
La signora Wood contrasse le labbra in un sorriso incerto. I suoi occhi, imbottiti di un perbenismo che mal celava il fastidio di trovarsi a quel funeral party, trasmettevano chiaramente un’unica domanda. Cosa vuole questa stronza? Io le scuse gliel’ho fatte, come si conviene. Che cosa le manca, ora? Non poteva ringraziarmi e basta, senza tirare fuori ancora questa storia? Roger era un… handicappato, non era come mia figlia, come i nostri figli. Forse il suicidio era l’unica via per lui, l’unica scelta possibile per chi non può dare il 100%.
Ashlee dovette leggere quella domanda negli occhi glaciali della donna, dovette intuirla o percepirla col suo potere latente di madre, perché la sua fronte si corrugò, i denti le fuoriuscirono dalle labbra sottili, il suo sguardo si trasformò in fuoco puro. La signora Wood indietreggiò e afferrò per istinto il braccio di sua figlia Rebecca, una ragazza esile e sfrontata, che da quando era entrata non aveva fatto altro che rimpinzarsi di tartine ai gamberetti e lanciare occhiate ai suoi coetanei, in cerca di qualcuno che la sbattesse senza tanti discorsi contro il muro di un vicoletto.
«Via da qui… ORA!» sibilo Ashlee. Aveva parlato troppo piano perché gli invitati, pressappoco tutta la città, la udissero. Erano troppo intenti a divorare come locuste i cibi che Ashlee aveva ordinato da Loren’s Garden, il servizio più costoso di catering di tutta Mystic Hill. C’era il reverendo Connor, che aveva presenziato alla funzione con laica piattezza, e il sindaco Bolton, doppio mento e baffoni compresi. Da bravo politico qual era aveva l’appetito più sviluppato e mostruoso di tutti, raccoglieva pizzette a piene mani e le infilava in bocca tutte intere, come se fosse un gigantesco forno di maiolica nero. Già… nero. Era il colore dominante in quella stanza. Un nero assoluto, che i cittadini indossavano con spontaneità: per loro era solo un colore, appunto, non uno stato d’animo. Sarebbe stato facile, per loro, togliersi quell’abito e rimetterlo in un cassetto. Ashlee invece non sarebbe mai riuscita a disfarsi della sua anima, non più facilmente di quanto sarebbe riuscita a staccarsi la pelle, appenderla ad una gruccia e infilarla nella cabina-armadio.
Ashlee gridò una seconda volta e questa volta tutti la udirono, anche se molti finsero che non fosse così. Evidentemente dovevano ancora assaggiare i vol-au-vent al caviale rosso e i tagliolini all’astice.
«FUORI DI QUI, TUTTI QUANTI!»
Il silenzio calò nella stanza. I visi di tutti si focalizzarono su di lei, ma Ashlee non si vergognò minimamente, semmai si vergognava di aver invitato lì tutte quelle faine. Altro che Loren’s Garden! Doveva servire loro bocconi avvelenati, carne rancida impregnata di stricnina… erano solo ratti, in fondo… disgustosi roditori animati da una fame dissennata. La rigidità del loro moralismo era la loro tana, la loro profondissima fogna. Niente avrebbe mai potuto cambiarli, era questa l’origine dell’ira e della frustrazione che montavano sempre di più nel corpo sofferente di Ashlee.
«VIAAA!»
Ormai la donna non aveva più voce né lacrime. Uno ad uno, i cittadini sfilarono via dalla casa, ognuno con uno sguardo pieno d’odio riservato per Ashlee. Che modi? Ma come si permette? Nemmeno la morte del figlio può darle il diritto di comportarsi così! Era ciò che la gente bisbigliava mentre raggiungeva le automobili e apriva rancorosa le portiere.
Sapevano di essere stati loro a spingere Roger fino a quel punto, ma fingevano di essere offesi per mantenere inalterata la loro coscienza. Disgustosi! Oh, ma in un modo o nell’altro gliel’avrebbe fatta pagare! Ashlee se lo ripromise, lo giurò con la voce dell’anima, che era più attendibile di qualsiasi firma su un contratto.
La donna si girò di scatto, furibonda. C’era ancora un’ospite, che evidentemente era troppo orgogliosa per esaudire il suo desiderio di restare da sola. Ashlee, in verità, non era certa che facesse parte di Mystic Hill. Era la prima volta che la vedeva. Era una vecchia all’apparenza come tutte le altre: bassa, curva, rinsecchita, la testa più grande del corpo, come quella di un neonato appena uscito dall’utero materno. Capelli radi, esili, di un colore indefinito, un misto fra un bianco crema e un grigio sabbia di fiume. Naso sottile, appuntito, narici larghe e punteggiate di venuzze viola-blu; occhi chiari, quasi color ghiaccio, spuntavano come spilli da sotto sopracciglia anch’esse bianche, leggermente incurvate e cascanti per l’età.
«Cos’è? È per caso sorda? – la aggredì Ashlee – se ne vada. Subito!»
La vecchina sorrise empaticamente, avvicinandosi a piccoli passettini, con la borsetta davanti a sé come se fosse uno scudo. E, in effetti, pareva proprio uno scudo e Ashlee ebbe la sensazione che, se solo avesse provato a colpirla, le ossa della sua mano si sarebbe polverizzate al solo contatto con quella piccola, all’apparenza insignificante borsetta.
«Conosco bene il tuo dolore, cara Ashlee – belò la vecchina – Anch’io ho perso un ragazzo così. Si chiamava Nicholas.»
Ashlee sobbalzò. Nicholas! Ma certo! Quella vecchina dall’aria innocua doveva essere la signora Sumad Artson. Da quando si era trasferita lì, oltre cinquant’anni prima, erano sorte molte leggende sul suo conto. Innanzitutto perché veniva dal Medio Oriente. Il signor Artson l’aveva incontrata durante un suo viaggio di gioventù, se ne era invaghito, l’aveva sposata ed era tornato con lei in Illinois. E già questa era una bella stranezza, visto che George Artson era un tipo solitario, che si era sempre interessato poco alle donne, tantomeno alle straniere. Ma tutto questo mistero e i pettegolezzi suscitati da quell’inatteso matrimonio erano passati in secondo piano quando era accaduto l’incidente di Nicholas. Anche Nicholas si era ucciso. Mystic Hill era sempre stata piuttosto chiusa verso le novità, verso gli stranieri, verso le persone… particolari. Anche Nicholas era sensibile, aveva sofferto l’indifferenza e l’intolleranza delle famiglie perbene di Mystic Hill e aveva deciso di farla finita. Roger si era buttato nel fiume. Nicholas dal campanile della parrocchia. Due tragedie. Due donne rimaste sole. Due desideri di vendetta inappagati. O forse solo uno.
«Signora Artson, mi scusi. – balbettò Ashlee – Credevo che fosse una…»
«Una di quelle? No, cara. Decisamente no. Io per prima ho patito l’acido dell’intolleranza, l’ho sentito scorrere ovunque, nelle parole dei passanti, nelle viuzze verdeggianti di questo bella cittadina.»
«Bella? Io non vedo nessuna bellezza, qui.»
«Non sia severa con la vita, cara Ashlee. Se c’è una bruttezza, quella di certo non è insita nei mattoni della scuola, né nel legno del campanile, né… nel ferro del ponte sul fiume. Di certo, se l’uomo avesse imparato l’arte della convivenza, del dialogo e della condivisione, se avesse imparato ad aprire i cancelli delle proprie isole incontaminate per accogliere i fuggiaschi, il passaggio su questa terra sarebbe meno arduo. E suo figlio potrebbe essere ancora vivo.»
«Sì, be’. Ora non ha più senso parlarne. Ormai è troppo tardi.»
La Artson sorrise.
«Forse sì, forse no.»
Il cuore di Ashlee cominciò a tamburellare. Cosa si nascondeva negli occhi di quella donna, quella vecchia venuta dal deserto, da una terra di calura, arsura e mistero?
«Che intende dire?» sussurrò la giovane, mentre il suo sguardo si posava, senza che potesse controllarlo, sulla foto di Roger che teneva sopra il caminetto. Era così bello, così perfetto ai suoi occhi.
«Be’… se le dicessi che esiste un modo per riavere suo figlio, una parte di suo figlio… come risponderebbe?»
«Lei è pazza. Se ne vada!»
La Artson ringhiò.
«Non sia stupida! Risponda alla mia domanda!»
«Io… farei tutto quello che è necessario per poterlo riabbracciare.»
«Bene. E se le dicessi che, da quel momento in poi, non solo la vendetta manterrà in vita suo figlio, ma anche lei?»
Il viso pallido di Ashlee si contrasse in una smorfia, che cercava di essere un sorriso.
«Risponderei che la vendetta, dopotutto, è un buon motivo per vivere.»
La Artson sorrise di nuovo.
«Bene
*
Ashlee aspirò una boccata dal suo spinello. Poi, senza riuscire a trattenersi, si mise a ridere, a ridere dissennatamente, e così facendo tossì fuori una nube di fumo dolciastro, un sentore di piante bruciate che riempirono l’abitacolo fino a trasformarlo in una landa nebbiosa. Le lacrimavano gli occhi, ma non per via del fumo: era tutto un caos di emozioni, il suo animo. Risate si alternavano a lacrime e a volte coesistevano; ma anche in quel caso sia le risate che le lacrime erano entrambe in qualche modo vere.
Se le dicessi che esiste un modo per riavere suo figlio, una parte di suo figlio… come risponderebbe?
Ashlee scosse la testa. A questo si era ridotta: a fumare marjuana, come una quindicenne senza sale in zucca! A seguire le folli macchinazioni di quella vecchia bastarda!
Dio!
Doveva essere proprio imbecille per dar credito alla storia assurda che la signora Sumad le aveva raccontato. Che cosa le stava accadendo? Eppure era cresciuta in una famiglia con sani principi, una famiglia atea, senza tanti grilli per la testa, senza nessuna fede tranne che in quella nel progresso umano. Suo padre credeva solo a quello che vedeva; per lui neppure l’amore esisteva: era solo una reazione chimica destinata ad esaurirsi dopo l’accoppiamento… Era un uomo tutto d’un pezzo, rude e diretto, razionale e coscienzioso. Ed era così che Ashlee lo ripagava? Andandosene in giro di notte, per i cimiteri, a sognare l’impossibile, a desiderare follemente di poter riabbracciare suo figlio… per merito di una grotta? Come l’aveva chiamata la Artson? Un luogo di passaggio!
“Dio mio – si disse Ashlee – Sono pazza o solo disperata?
Un movimento nella notte attirò la sua attenzione. Il guardiano del cimitero aveva appena chiuso il lucchetto del cancello che proteggeva le tombe dai teppisti che venivano lì ogni tanto, a far casino. Dopo essersi guardato attorno, per assicurarsi che fosse tutto a posto e che le luci del cimitero fossero spente, l’uomo si mise in tasca il mazzo di chiavi e sputò per terra. Era il classico guardiano di cimitero: magro, allampanato, viso anonimo, un po’ sinistro, barba mal rasata, cappellaccio in testa, calzoni di fustagno, stivali infangati. Ashlee avrebbe provato pietà se non avesse saputo che quel guardiano era un pettegolo, un insensibile che rubava i fiori dalle tombe per fare la corte alle donne che passavano dal benzinaio, all’imboccatura della statale. Un uomo che allungava le mani un po’ troppo spesso e che, all’occorrenza, faceva la spia per mogli gelose.
Lentamente, tenendo lo spinello in bilico fra le labbra, Ashlee si slacciò la cintura di sicurezza. Presto il guardiano sarebbe sparito nella notte, diretto verso l’unico bar della città. L’alcolismo era ammesso. La violenza pure. L’uguaglianza no. Curioso, non è vero?
Ecco, se n’era andato. Ashlee attese qualche secondo, poi scese, aprì il portabagagli e prese quanto era necessario. Era pazza, o solo disperata? Non lo sapeva. Ma la Artson le aveva dato una speranza, folle, ma pur sempre una speranza. E lei la avrebbe seguita fino in fondo, a qualsiasi costo.
*
Eccola, la tomba di suo figlio. Scavata di fresco, neppure dieci ore prima; un semplice monticello di terra coperto di sassolini, in attesa che il marmista preparasse la lastra tombale e scolpisse un angioletto di marmo. Un piccolo angioletto di marmo, magari vestito con una lunga tunica a mo’ di campana e con un supporto per il lumicino elettrico fra le sue manine di pietra. Un angioletto di marmo messo a vigilare i resti di un povero ragazzo la cui sfortuna, per quanto grande, era stata ulteriormente ingigantita dalla malvagità degli uomini.
Oh, se la Artson mi ha mentito, se lo ha fatto…. Non potrà mai scappare così lontano. La troverò e la farò a pezzi.
Eppure, per quanto la storia fosse assurda, Ashlee sentiva che sarebbe andata esattamente come la Artson le aveva promesso. Se lo sentiva sotto la pelle. Una voce le sussurrava cosa fare, attizzandole i sensi e risvegliando, da qualche parte nel suo corpo di quarantenne, i suoi istinti più ferini… era eccitata, dannatamente eccitata, come neppure Frederick, il suo defunto marito, era mai riuscito a renderla.
«Attendi l’imbrunire – le aveva detto Sumad – poi va’ in cimitero, scavalca il cancello e raggiungi la tomba di tuo figlio. Scava, apri la bara, prendi il suo corpo, caricalo in auto e fa’ esattamente come ti dirò.»
«Lei è soltanto una povera pazza…» aveva risposto Ashlee, a denti stretti, ma non aveva potuto fare a meno di registrare quelle parole. E, quando la Artson se n’era andata, la prima cosa che Ashlee aveva fatto era stata scendere nel capanno degli attrezzi, prendere la pala e riporla accuratamente, avvolta in una coperta, nel bagagliaio. Poi era salita sulla sua Cadillac e si era messa a guidare senza meta, in attesa che il cielo si facesse buio.
Ed ora eccola lì, di fronte al monticello umido che nascondeva il corpo sfigurato di suo figlio.
“Oh bambino, bambino mio…” sussurrò, mentre un paio di pipistrelli, scendendo come fulmini dal cielo, strillavano la loro sorpresa di trovare un essere vivente in quel luogo di eterno riposo.
“Forza, Ashlee – mormorò la voce nella sua testa, più sottile e perentoria che mai – la notte non è eterna.”
Magari lo fosse, pensò Ashlee.
Impugnò la pala e la infilò nella terra come fosse un cucchiaio. Scavò, scavò e scavò, finché il ferro della pala urtò contro il legno della bara. Si udì un rumore di legno spezzato e sul coperchio si produsse un vasto buco. E la luna, perfetta come un cerchio realizzato col compasso, proiettò un raggio argentato attraverso quel buco, illuminando il candore di un occhio che non poteva più vedere, l’occhio aperto e cristallizzato di Roger. Ashlee si mise a singhiozzare, ma continuò comunque a lavorare, seguendo alla lettera ciò che le ordinava la voce.
Se qualcuno, dopo aver sconfitto il soffocante velo del sonno, si fosse avvicinato alla finestre della propria casa verso mezzanotte, avrebbe visto una strana figura uscire dal cimitero. Una figura con due braccia, due gambe, due teste. Era Ashlee, con il figlio sulle spalle, trasformata in un mostruoso millepiedi umano dal manto nero come la morte della notte. L’avrebbero vista strisciare lungo i marciapiedi, raggiungere il parcheggio della chiesa, e salire su una vecchia Cadillac polverosa; infine sparire alla volta delle colline.
*
Roger ciondolava in avanti, trattenuto dalla cintura di sicurezza. Ashlee lo guardò.
«Andrà tutto bene, bambino mio. Facciamo una bella gita, vuoi? Certo che lo vuoi. Sarà come quella volta, quando siamo andati con papà alla fiera, ricordi? Sei rimasto sulle giostre così a lungo che ti girava la testa. Quante risate!»
Ma Ashlee non rideva e neppure Roger. E come avrebbe potuto farlo? Era morto. Ogni scossone dell’utilitaria faceva rimbalzare la sua testa su e giù, come una palla sgonfia rimasta appesa al filo spinato di un muricciolo e lasciata lì, al vento. Il vetro accanto al sedile del passeggero, ormai, era tutto rigato di sangue. Fortunatamente era troppo buio perché gli altri automobilisti potessero vederlo, e per di più le strade erano totalmente deserte. C’erano solo Ashlee e la sua Cadillac, che ululava nella notte come un argentato e gelido fantasma.
«Ancora per poco, tesoro mio – sussurrò la donna – ancora per poco.»
*
Sarebbe stato pressoché impossibile trovare la grotta senza le indicazioni della Artson. Ashlee per un attimo pensò che fosse stata proprio lei a crearla, in qualche modo. Forse che la sete di vendetta di una madre poteva rendere possibile l’impossibile?
Scese, aprì la portiera destra dell’auto, si caricò il figlio in spalla e proseguì, il respiro mozzato dalla fatica, fino all’entrata della grotta: era una fessura sul fianco di una bassa collina, come una ferita di coltello inferta a madre natura. Spirava un vento gelido da quell’entrata, simile al respiro rauco di una creatura del sottosuolo. Faceva venire i brividi. E poi c’era quel silenzio. Ashlee non aveva mai udito un silenzio simile, un’immobilità così accentuata come in quella notte. E la colpa, di certo, non era della notte.
La fessura sulla collina, così slabbrata e serpentiforme, le ricordava la bocca della signora Artson.
«Entra per quella feritoia – le aveva detto la vecchia – scendi le scale che troverai finché arriverai ad un bivio. Scegli la via a sinistra, mi raccomando, per quanto la destra possa sembrarti più sicura. Prosegui ancora, giù nel buio, finché troverai un lago sotterraneo. Non badare alle ombre che ti circonderanno e non ascoltare i loro consigli. Lascia tuo figlio nell’acqua. Poi torna indietro, esci nella notte e attendi che il tuo Roger, alle prime luci dell’alba, ti raggiunga. E mi raccomando, mentre risali le scale non voltarti mai indietro, per nessuna ragione al mondo.»
«Perché, cosa mi seguirà?»
«Fidati, non lo vorresti sapere. Ti farebbe uscire pazza.»
Non più di come lo sono ora, sibilò Ashlee, chiedendosi ancora come potesse trovarsi lì, col cadavere del figlio sulle spalle. Si guardò attorno, quasi augurandosi che qualcuno la vedesse, che qualcuno la fermasse. Ma era sola, come sempre. Così non le restò altro che entrare.
*
La figura snella e aggraziata di Rebecca Wood si palesò alla luce incerta del lampione. Guardò nella loro direzione, ma era troppo buio perché potesse distinguerli. Per lei, quell’auto lasciata lì, vicino ai cassonetti dell’immondizia, era un’auto dimenticata da qualche viaggiatore distratto. Ma non era così, oh no.
Ashlee rilassò i muscoli. Bene. Sarebbe stata una lunga notte, una lunga notte soddisfacente. Perché, si sa, la vendetta è un piatto da gustare freddo e lei si sarebbe gustata tutto quanto, ogni minuto, ogni secondo, ogni istante. Ogni grido. Ogni schizzo di sangue.
«Non ci ha visto, tesoro mio. Ora tocca a noi.» sussurrò.
Roger si voltò verso di lei. Ashlee rabbrividì. No, quello non era suo figlio. Non lo era pienamente. Eppure il corpo era il suo. I capelli erano i suoi. Le mani, bianche e forti, erano le sue. E ad Ashlee questo bastava.
«Cosha fashamo mmmamma?»
Roger, per via della faccia mezzo spappolata, non era in grado di parlare bene. Ad Ashlee sembrava fosse tornato bambino, quando ancora doveva imparare a scandire le parole e lei cercava di insegnarglielo con una sciocca filastrocca: “A come Amore, B come Bambino, C come Cane”…
Dio, come si è arrivati a questo?
Ashlee si sforzò di sorridere, anche se la sola vista del sorriso distrutto di Roger le dava il voltastomaco.
«Adesso ci divertiamo, bambino mio. Proprio come quella volta alla fiera. E ci sarà da mangiare, puoi starne certo. Tanta carne fresca da mangiare.»
Roger batté le mani e rise (gorgogliò).
«Shì! Io ho p-proprio f-fam-e-e-e.»
Anche Ashlee scoppiò a ridere e, con quella risata, ogni scrupolo morale venne spazzato via.
Sarebbe stata una lunga notte, la più lunga di tutte. Avevano un’intera città da visitare. Tutta Mystic Hill. Nessuno escluso.
*
La signora Artson li stava aspettando seduta sulla poltrona, immersa nel buio del suo salotto, le mani guantate avvinghiate ai braccioli e lo sguardo perso sul resto della sua cena: una coscia di pollo bollita, tre o quattro patate al burro e un bicchiere di vino rosso. La radio, un vecchio modello della Phonola, era accesa e trasmetteva un archeologico pezzo rock di Jerry Lee Lewis.
Ashlee e Roger si avvicinarono alla donna, silenziosi come cipressi nella notte. Lei non li guardò neppure.
«Sapevo che sareste venuti – mormorò – per prendere anche noi due.»
«Lui dov’è?» chiese Ashlee, con una nota di compassione nella voce.
«È giù, nel seminterrato. Vive lì da oltre trent’anni.»
«Fallo venire qui.»
Ma Nicholas, evidentemente allertato dalle voci inattese a quell’ora della notte, era già salito. Ashlee sussultò. Proprio come Roger, Nicholas portava i segni della morte violenta: il viso, che un tempo doveva essere stato bellissimo, era ridotto ad una poltiglia colante, come un grumo di carne macinata gettata con rabbia sull’asfalto. Solo la bocca era integra, una mezzaluna nera da cui spuntavano denti acuminati come rasoi.
«Li hai uccisi, allora? Li hai uccisi tutti?» chiese la Artson, intrecciando le mani come in una blasfema preghiera.
«Sì.» ribatté Ashlee freddamente.
«Allora hai avuto successo dove io ho fallito. Io, trent’anni fa, non ne ho avuto il coraggio, ma tu sì… La sete di vendetta è stata placata, per entrambe. Che tu sia…»
Ma Ashlee la interruppe con rabbia.
«Non aveva il diritto di mostrarmi quella grotta! Non doveva farlo. Mi ha costretto a compiere un gesto orribile, l’intero massacro di una città innocente!»
Gli occhi grigio-azzurri della Artson brillarono di rabbia.
«INNOCENTE? Secondo lei quella era gente innocente? Hanno ucciso i nostri figli, li hanno portati alla disperazione. Con le loro menzogne, i loro pettegolezzi, il loro razzismo, li hanno privati della forza di vivere!»
«È così. Ma noi non siamo state da meno. Il sangue dei loro figli sarà sempre sulle mie mani. E sulle sue. Siamo due maledette peccatrici.»
«Quel che è fatto è fatto.» ribatté acida la vecchia.
«Sì, ma questo non vuol dire che sia finita qui.»
La Artson si alzò, più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare da una donna della sua età, e andò ad abbarbicarsi al braccio gelido e morto di Nicholas.
«Che cosa aspetta, allora? – gridò – uccidici, uccidici tutti quanti.»
«No. La morte non sarebbe giusta. Non in questo momento. Dobbiamo espiare e chiedere perdono per quanto abbiamo fatto.»
«Oh, no… non vorrai?» singhiozzò la vecchia, stringendosi al figlio sfigurato. Ashlee annuì con gravità.

«È l’unico modo. Vivremo per sempre nel buio di quella grotta. La tenebre e le ombre saranno le nostre compagne. E forse, quando le montagne torneranno ad essere mare, quando le città degli uomini crolleranno, quando il sole ingoierà questo nostro piccolo, insignificante pianeta, riceveremo il perdono e, con esso, la pace.»

Cento

Un racconto di paura dedicato al grande maestro dell’horror, H. P. Lovecraft. Buona lettura… da brivido!
«Perché l’hai fatto, Jack?»
Il poliziotto parlava piano, cercando di instillare la calma nell’interrogato che gli stava davanti. La lampadina sospesa sul tavolo dell’interrogatorio era bollente, sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro, i suoi filamenti di tungsteno che vibravano come viscide antenne di insetti.
«Perché l’hai fatto, Jack?» ripeté l’agente. L’interrogato non lo guardò neppure, era troppo concentrato a fissare il vuoto davanti a sé, quasi riuscisse a scorgere cose che gli altri non potevano né volevano vedere. Il suo viso portava impresso un sorriso congelato, statico e tuttavia terribilmente anormale. Se c’era un sintomo evidente della sua pazzia era propria la sua crudele nonchalance, l’enfatizzata espressione di innocenza che lo avvicinava alla sobria compostezza di un cherubino degno di svolazzare fra le nubi di una pala da altar maggiore. Ma Jack non era un angelo. Semmai era un angelo delle tenebre, un’anima nera che si era macchiata del peggiore crimine che la mente umana potesse concepire.
Se il poliziotto ripensava ancora alla scena a cui aveva assistito dopo aver sfondato la porta sigillata dell’orfanotrofio si sentiva lo stomaco sobbollire e un sentore di vomito scivolare in bocca.
Sangue, sangue ovunque: sui muri, sul parquet, persino sui soffitti e sui divani della grande sala dei disegni. Quest’ultima era la stanza maggiore dell’orfanotrofio, un ambiente pensato appositamente perché i bambini potessero sfogare il loro talento creativo fra pennelli, matite e acquerelli. Ed era lì che erano stati ritrovati tutti. Dal primo all’ultimo, senza distinzione di età, sesso o colore: Jack Taylor li aveva uccisi uno ad uno, e lo aveva fatto con la bieca freddezza di un chirurgo psicopatico uscito da un film dell’orrore. Lui, giardiniere a tempo perso, li aveva fatti a pezzi con la lunga forbice arrugginita con cui poteva le rose. Dopodiché, zuppo di sangue fino ai capelli, si era seduto sulla poltrona, pacato, con una rivista di equitazione fra le mani, e aveva attesto che gli agenti facessero irruzione e lo portassero via. Nessun segno di pentimento aveva scalfito quel sorriso sadico, neppure quando il capitano Mancini, preso da un moto di rabbia, lo aveva afferrato per i capelli e gli aveva avvicinato il viso al corpo straziato di una delle sue vittime. Una scena che era stata davvero scioccante, considerato il fatto che Mancini aveva la nomea di essere un duro, uno che non si faceva dominare dalle proprie emozioni.
«Perché l’hai fatto, Jack?» chiese ancora una volta il poliziotto. Agente Campbell, detective di primo grado, dodici anni di onorato servizio in cui aveva sventato sei rapine e crivellato di colpi una decina di pazzi che, proprio come quel bastardo che gli stava davanti, avevano compiuto stragi efferate senza nessun motivo. Ma questa volta era diverso. Campbell se lo sentiva dentro: quando incrociava gli occhi chiari e freddi di quel Jack, il cervello gli si agitava nel cranio, il suo cuore urlava, un grido si apprestava ad uscire dalle sue labbra, se solo lui non avesse fatto di tutto per stringerle con ogni grammo di forza di cui disponeva.
Jack alzò lo sguardo. L’ultima domanda non era andata perduta, in qualche modo il maniaco era riuscito a ritornare alla realtà, si era fatto largo fra le visioni di follia che si annidavano nella sua mente ed ora era lì, seduto sulla sedia, accecato dalla lampadina ad incandescenza, ammanettato con le mani dietro la schiena. Campbell ce l’aveva fatta: aveva stabilito un legame con lui. Era fragile e incerto, e forse sarebbe durato meno di un istante, ma era pur sempre un legame.
«Lei che dice, agente? Per quale motivo lo avrei fatto, secondo lei?» domandò l’interrogato, sorridendo sbilencamente.
«Zitto, sono io che faccio le domande qui dentro!» sibilò Campbell.
«Su, non sia così maleducato – piagnucolò il criminale, mentre un rivolo di bava gli colava a lato della bocca fino a bagnargli il collo – Sono stato gentile, io.»
Il detective corrugò la fronte.
«Lei è un pazzo, Jack Taylor. Ma non credo che questo le risparmierà di finire sulla sedia elettrica.»
«Sedia elettrica? – ribatté Jack, scoppiando a ridere dissennatamente – lei crede davvero che possa farmi paura? Non adesso. Non più. Lui… lui sta arrivando.» e, dicendo questo, il suo viso si ritrasse dalla luce indagatrice della lampada, per immergersi nell’ombra multiforme che sciabordava agli angoli della stanza.
«Lui chi?» ringhiò Campbell. Jack si contorse sulla sedia, gli occhi rovesciati a mostrare il bianco, mentre un sorriso estatico e mostruosamente deviato gli strappava via definitivamente quel poco di umanità che ancora albergava in lui. Gridò:
«Lui, l’eccelso Yog-Sothoth, il Tutto-in-Uno e l’Uno-in-Tutto! Yog-Sothoth è la porta, Yog-Sothoth è la chiave, Yog-Sothoth è il guardiano! Egli esiste nel presente, nel passato e nel futuro!»
Campbell, cercando di non perdere il controllo, si abbarbicò con le mani al tavolo e si protese verso il criminale, intenzionato a non lasciarsi sfuggire un briciolo di quella folle confessione.
«Hai ucciso in nome di Yog-Sothoth? Perché?»
«Oh, il mio padrone mi ricompenserà… voleva tornare, lo desiderava con tutti i suoi cuori… ha scrutato dalla sua prigione nello spazio noi, il nostro fragile mondo, sognando il giorno del suo ritorno. E ora quel giorno è quasi arrivato. Manca poco, un nulla in confronto all’eternità della sua attesa.»
«Perché quei bambini? – continuò il detective – Che hanno a che fare dei bambini con il ritorno del tuo… padrone?»
Una fiamma di malizia si accese nella profondità della pupilla di Jack.
«Stolto, non comprendi la sua folle fame? Un’eternità senza cibo, la sua essenza costretta a rimpicciolire e a degradare alla forma di un battere, i suoi globi luminescenti soverchiati dal muto nero dello spazio! Aveva fame! Un solo grido, un solo grido di Yog-Sothoth seppe giungermi in una mattina di settembre, mentre tagliavo le siepi in quell’orfanotrofio. Un grido disperato, che risuonò come il cozzare di due pianeti. La Sua voce mi chiedeva di procurargli anime fresche che potessero fornirgli l’energia necessaria per rompere le sbarre e compiere il passaggio. Tornare qui, da noi… oh, quale dolce agonia. Quale sublime morte ci attende, caro il mio detective Campbell. E ora toccherà a te…»
«A m-me?» mormorò l’agente. Anche se cercava di dimostrarsi saldo rispetto alle farneticazioni di quel decerebrato, qualcosa in quel nome lo aveva lasciato inerme, senza più protezione contro l’orrore di quel dannato giorno di sangue e morte: Yog-Sothoth, Yog-Sothoth, Yog-Sothoth. Era suggestione o una voce stava crescendo nella sua testa? Una voce che sembrava provenire dallo spazio profondo?
«Sì a te, mio caro. Ne mancano ancora cento.» sussurrò Jack Taylor, la sua voce ridotta ad un soffio gelido come un rasoio.
«Cento? Di c-cosa?»
«Di altre anime giovani, di anime innocenti! Non capisci, piccolo uomo? Yog-Sothoth ha scelto te per finire la missione. La tua mano reciderà le vite che mancano. Agirai in Suo nome e porterei la distruzione sulla Terra. Si compirà la profezia: la mano del giusto aprirà la porta e libererà il guardiano.»
Campbell scrollò la testa come per liberare il cervello dai morsi avidi di quelle parole.
«Friggerai sulla sedia, e poi marcirai all’inferno!» ribatté cupo, prima che altri agenti aprissero la porta e trascinassero via l’assassino strattonandolo. Jack continuava a ridere, spruzzando saliva ovunque, e continuò a farlo finché, svoltato il corridoio del commissariato, la sua risata perse forza e non poté più essere udita. Ma Campbell la udiva ancora, la sentiva rimbombare nelle fragili pareti della sua testa. Una risata che crebbe fino a diventare un grido lacerante, il grido di una creatura immortale e maligna intrappolata nelle più remote regioni dello spazio. E poi oltre quelle grida una voce, che ripeteva incessantemente la stessa, incessante parola:
 Cento, cento, cento. Cento.