Il Circo dei Meccanici – Quarta e ultima parte

 
Ed ecco l’ultima parte de Il Circo dei Meccanici. Se vi è piaciuto, non dimenticate di commentare! E se trovate errori, o incongruenze rispetto alle parti precedenti, vi invito a segnalarmele! Buona lettura! 
Gyk non ricordava nemmeno come fosse entrato nel tendone, dopo la decapitazione di Sknoll. Era troppo scioccato per rendersi conto di dove i piedi lo stessero portando. Fatto sta che si ritrovò tra le prime file, pressato dalla ressa, vicino al palco interno su cui Karid aveva fatto trasferire se stesso e il suo scranno. Otto guardie in armatura alla sua sinistra e altre otto alla sua destra, armate di scudo e lancia, vigilavano attentamente la folla, alzando il pugno se qualcuno accennava un movimento sospetto. Karid stava in mezzo a loro, con la corona d’oro incendiata dalle torce e il viso luciferino rilassato, carico di gioia sprezzante. Sapeva che il suo potere ora non aveva più limiti.
Gyk non aveva nemmeno la forza di odiarlo. Il fuoco che gli aveva attizzato il cuore quando aveva visto il corpo di Sknoll giacere esanime, un fuoco che era un’esortazione alla rivolta, si era già spento. Guardando i suoi compagni, si accorse che anche i loro animi erano svuotati. I volti degli abitanti erano il ritratto della rassegnazione. Gli occhi vuoti, apatici, si posavano con poco interesse sulle ballerine e sui giocolieri che avevano già iniziato a dare spettacolo, sulle note penetranti di un sitar. Un mangiatore di fuoco eruttò dalla gola una colata di fiamme, che sfiorò Gyk per un soffio. Il ragazzo socchiuse gli occhi e si augurò di risvegliarsi altrove. Quando la fiamma si estinse, nel tendone si udirono dei flebili battiti di mani; qualcuno si era già dimenticando di Sknoll e si stava godendo lo spettacolo. Qualcuno addirittura sorrideva. Gyk li guardò con rabbia, perché lui avrebbe ricordato per sempre il sacrificio del fuorilegge.
I mangiatori di fuoco si unirono in cerchio e crearono una portentosa bolla di fuoco che si gonfiò fino ad esplodere in una miriade di vapori violacei. Un oooooh si alzò dalla folla e Gyk fu costretto a battere le mani, rapito da quel trucco. Poi fu il turno dei prestigiatori veri e propri. Gyk rimase a bocca aperta quando un affascinante mago del Nord, un vecchio segaligno con una folta barba bianca, si sfilò dall’orecchio un serpente velenoso e con un rapido schiocco delle dita lo tramutò in acqua. Gyk rise con gioia, cullato dall’estasi. Karid aveva l’aria soddisfatta e quando il mago ebbe finito, lo ringraziò con un cenno del capo.
Si esibirono altri maghi, provenienti dai mille regni che costellavano la terra. Ognuno portava una magia diversa, suscitando l’ammirazione della folla. Il culmine dell’eccitazione venne raggiunta quando un mago dell’Est si fece cospargere di olio e si gettò nelle fiamme di una pira. Sparì in una fiammata, per poi ricomparire, incolume, sul lato opposto del palco. Un boato della folla si alzò quando il mago, con falsa umiltà, si esibì in un cerimoniale inchino di ringraziamento. Gyk si unì al coro di ammirazione che saliva dalla folla, un’eruzione di grida di felicità e stupore. Il ragazzo non osava neppure respirare, per paura di distrarsi ed interrompere lo spettacolo.
Nel frattempo la testa di Sknoll, infilata sopra una picca al centro della piazza, era stata invasa da un nugolo di zanzare e mosche del deserto.
Gli applausi ora facevano tremare il terreno e salivano fino al cielo, così che nel deserto il silenzio era stato sconfitto per la prima volta.
Improvvisamente si aprì un sipario, che fino a quel momento era restato completamente celato, e ne uscirono fuori i Dieci Saggi, i più grandi inventori del mondo, accompagnati dai loro apprendisti e dalle loro creazioni. Karid si protese ancora di più in avanti, per poi abbandonarsi sulla sedia, visibilmente impaziente e annoiato. Il turno della Ballerina non era ancora arrivato.
Sulle note dell’Orchestra Meccanica, sfilarono le macchine, automi dalle sembianze umane che si comportavano come esseri umani, suscitando in alcuni stupore e in altri un brivido di avversione. Tra il furore generale, due automi combattenti improvvisarono un duello di spada; si trapassarono più volte all’altezza del cuore, ma non caddero mai. Non potevano veramente morire. Alla fine il più grosso dei due fu costretto a finire l’altro tagliandolo in mille pezzettini; alcuni di questi si muovevano ancora quando i Dieci Saggi proclamarono il vincitore.
E di colpo le torce nel tendone si spensero. Un ipnotizzante profumo di incenso si levò nell’aria, magico come le notti nel deserto. L’Orchestra cambiò melodia: una romantica sinfonia affidata alla musica struggente degli archi commosse il cuore degli spettatori, facendo affiorare qualche lacrima negli occhi di chi l’amore l’aveva trovato e già perduto. Le tende si misero a danzare, sospinte da un alito di vento, infine si spostarono, sistemandosi ai lati del palco in uno sbuffo di tessuto. Dall’ombra delle quinte avanzò la Ballerina.
Non era come Gyk se l’aspettava. Era molto più bella. Il più abile tra i pittori non sarebbe riuscito che a catturarne solo una pallida immagine, un vacuo riflesso. Era così rapida ed aggraziata mentre ballava, da sembrare un’ombra. Eppure era lì, tangibile, reale e desiderabile.
Danzava con grande leggiadria, volteggiando davanti agli occhi della folla, che era improvvisamente ammutolita e la guardava con occhi lucidi e bramosi. Le fiamme delle torce furono sul punto di spegnersi  ancora una volta, quando lei passò sul bordo del palco; e sembrava anch’essa una fiamma, un guizzo di fuoco che aveva assunto sembianze umane.
Gyk cercò di sfiorarle una caviglia di bronzo, ma lei si ritrasse, e il ragazzo afferrò solo l’aria calda che gravitava all’interno del tendone.
L’automa ballò per quella che sembrò un’eternità, e alla fine la folla non ebbe neppure la forza di applaudire. Solo allora la Ballerina si voltò e guardò Karid attraverso gli occhi blu come preziosi zaffiri. Il Tiranno provò un brivido lungo la schiena: attraverso le pupille della fanciulla riusciva a guardare se stesso. Lentamente, quasi volando nell’aria, la Ballerina si avvicinò al trono, e per un attimo fu come se l’angelo più bianco del paradiso fosse sul punto di inoltrarsi nella foresta più oscura del mondo. Karid con un gesto intimò alle guardie di abbassare le lance che loro, prontamente, avevano già messo in resta per tenere l’automa a distanza di sicurezza. Karid non temeva più nessuno, ora che il suo avversario era morto.
Gyk trattenne il respiro quando la Ballerina si avvicinò a Karid, tanto da toccargli il viso e accarezzargli la barba grigia e pungente, sinuosa e lunga come un cobra. Il Tiranno tremò al tocco gelido della donna meccanica, così simile a quello della sua nutrice, l’unica donna che lo avesse amato davvero. La Ballerina avvicinò le sue labbra taglienti come ferro a quelle frementi del Re e… prima che il manipolo di guardie potesse fare qualcosa per fermarla, estrasse dalla schiena una lama ricurva, che usò per strappare la testa di Karid con un solo, violento movimento del polso.
Già perforata dalle lance appuntite delle guardie, la Ballerina fece solo in tempo a togliersi la maschera, prima di morire: non era un automa, bensì l’amata di Sknoll. Aveva portato a termine il proprio compito, così che il sacrificio di Sknoll, che si era fatto uccidere proprio perché Karid abbassasse la guardia credendosi al sicuro, non fosse stato vano.
Gli eventi successivi sono entrati nella storia. Vi fu una sollevazione popolare nell’esatto momento in cui la testa di Karid raggiunse il legno del palco, dopo essere rotolata sui gradini taglienti del trono. Il corpo del Tiranno rimase lì, sui cuscini di broccato viola, ancora scosso dal desiderio per quella seducente ballerina. La folla inferocita massacrò i soldati e prese il controllo della città. E così la democrazia ritornò a Naarit. Ma non vi furono feste, né grida di giubilo: molto sangue era stato versato per la libertà. Gyk stesso era morto, infilzato dalla spada di un soldato, e la famiglia lo pianse per tre mesi interi.
Lentamente, la vita a Naarit ritornò. Vi fu una votazione per eleggere il Primo Governatore: vinse Tioben, il mercante di gioielli che aveva stregato la folla con l’orazione in onore di Sknoll, l’eroe che li aveva salvati tutti.
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Il Circo dei Meccanici – Terza Parte

“Guardate cosa succede a chi si mette contro il nostro Re!” gridò il boia incappucciato, spingendo Sknoll verso il bordo del patibolo. Le gambe del fuorilegge non ressero e Sknoll cadde in ginocchio, con la testa reclinata sul petto, penzolante. Dalla sua bocca colava un rivolo di sangue così denso da sembrare nero.
L’avevano pestato, torturato e gettato sul palco come un pezzo di carne. Eppure non aveva emesso un lamento. E nemmeno adesso, di fronte all’ascia del boia, così affilata da rivaleggiare con la falce del Mietitore, il suo viso rifletteva alcun tipo di emozione. Era come se non la temesse nemmeno la morte. Poteva perdersi d’animo un uomo convinto che le sue idee sarebbe perdurate nei secoli, ben oltre la putrefazione del suo cadavere in una fossa comune?
Gyk si mise una mano sulla bocca, trattenendo a stento un moto di stizza e ripugnanza. Accanto a lui, tutti piangevano, le lacrime salate essiccate sui loro zigomi come tracce di calcare sul muro.
La piazza era silenziosa, anche se il tendone del Circo era stato eretto e le sue bandiere garrivano nel vento della sera. Gli artisti aspettavano a braccia conserte al di fuori del tendone e i loro volti fieri rilucevano alla luce delle lanterne che punteggiavano l’arena come rovi dati alle fiamme. Anche loro erano impassibili e Gyk si sentì fragile e inutile, un’anima dilaniata dai venti del destino.
La piazza, pur essendo una della più grandi del regno, era occupata totalmente dalla folla e dalle strutture innalzate per l’occasione. Sul lato sinistro torreggiava il trono di Karid e il ceppo lurido sul quale la vita di Sknoll sarebbe stata troncata. Sul lato destro, l’apertura del tendone era pronta a fagocitare la folla come un gorgo oceanico.
Nel frattempo le guardie avevano fatto rialzare Sknoll e il corpulento boia l’aveva fatto chinare sul ceppo. Il collo nerboruto del condannato aderì perfettamente all’incavo del legno come se quest’ultimo fosse stato scolpito con la consapevolezza che proprio Sknoll, e nessun altro, sarebbe passato sotto il suo giogo. E forse era veramente così, sapendo quanto Karid aveva meditato e sognato quel giorno. Il Tiranno, assiso sul trono e sporto leggermente in avanti, sembrava anch’esso imperturbabile, ma era solo un’impressione, perché nel suo cuore si agitava un furioso incendio. La brama di sangue lo torturava, così come anche il desiderio di vedere la Ballerina. Mancava poco ormai, solo il tempo necessario perché i tendini di Sknoll cedessero alle lusinghe della lama.
Le narici di Gyk fremettero. A stento riusciva a sopportare quello spettacolo. Il ragazzo si voltò verso sinistra e i suoi occhi caddero su Tioben. Il mercante di gioielli stava sorridendo. Fu un solo fugace, impercettibile movimento delle labbra, ma Gyk lo scorse e ne fu raccapricciato al limite del disgusto. Dunque Tioben era un uomo di Karid, un lurido leccapiedi in vesti di seta. Gyk fece fatica a trattenersi dal pugnalarlo alle spalle con il piccolo coltello che usava per pulire il pesce. E pensare che Tioben era stato un uomo del popolo, cresciuto in una topaia vicina a quella di Gyk. Poi aveva dimostrato un intuito eccezionale per gli affari e si era arricchito, diventando una delle poche eccezioni all’immobilità di Naarit. Il suo nuovo ruolo doveva avergli dato alla testa e conservare il denaro guadagnato era diventata la sua unica priorità, anche a costo di venerare Karid come un idolo. Ma Tioben stava bene attento a non rivelare la sua fedeltà, per paura di un inevitabile linciaggio. E c’erano tanti uomini come lui. Tanti vecchi e nuovi ricchi che si nascondevano tra la gente e ordivano trame per gonfiare i loro patrimoni a dismisura, a discapito del popolo che moriva di stenti e miseria. Erano loro la vera forza di Karid.
Un gesto del Tiranno e la lama del boia calò con un colpo secco.
Un unico, corposo fiotto di sangue schizzò dal collo amputato del fuorilegge. La testa di Sknoll rotolò giù dal palco, per arrestarsi in una pozza di fango con un suono liquido e spiacevole.
Non sembra più tanto eroico con la barba inzaccherata di sangue e sterco di asino, pensò Gyk scoppiando in lacrime. Karid si alzò di scatto dal trono e strinse il pugno in segno di vittoria. In risposta, le guardie batterono i loro pugni guantati sulle armature, suscitando un frastuono sinistro. La folla non si mosse né protestò.
Era come se con quell’unico colpo fosse stata tagliata la testa a tutto il popolo.

Il Circo dei Meccanici – Seconda parte

Ed eccovi la seconda parte del racconto. Meglio tardi che mai. Buona lettura!
Gyk si svegliò tardi quel giorno. Era la prima volta da almeno quattro anni che poteva permetterselo. Di solito si alzava presto, alle prime luci dell’alba, per aiutare il padre nell’allestimento del bancone nella Piazza del Mercato. La sua era una famiglia di onesti pescivendoli da generazioni, e ne andavano molto fieri, se mai lo si poteva essere di un’occupazione così umile. Era un lavoro duro e non pagava bene, ma non avevano niente di meglio. E poi avevano imparato che a Naarit, soprattutto da quando Karid aveva messo le radici sul suo trono d’ebano, era meglio restare al proprio posto, senza tanti grilli per la testa. Perché i sogni, si sa, potevano farti morire a Naarit. I tentativi di crearsi un futuro migliore si pagavano spesso con la disoccupazione. E la disoccupazione significava tortura e morte, in quei tempi infausti, secondo le leggi di Naarit. Karid non tollerava i parassiti, ma dimenticava che lui era il parassita più grosso di tutti. Un colossale ratto dotato di scettro e di un’infinita ingordigia.
Gyk si alzò con calma, si stiracchiò e si lavò con l’acqua bollente di una pozza sull’orlo della completa evaporazione a causa del sole cocente. Quel giorno il ragazzo non aveva fretta. Quel giorno non c’era neppure il mercato, e la piazza sembrava un cimitero immerso in un silenzio che andava gonfiandosi come un bubbone pestilenziale. Quel giorno il Circo dei Meccanici sarebbe arrivato in città e ci sarebbe stato da divertirsi.
Gyk non stava più nella pelle, così come tutti gli altri abitanti. Il ragazzo si era già immaginato quello che sarebbe avvenuto, momento per momento: prima le trombe, i tamburi ed i cimbali, poi le danzatrici del ventre e i saltimbanchi in abiti viola e tintinnanti. Il tutto sotto una pioggia di petali azzurri e coriandoli rossi come il sangue. Subito dopo, ecco arrivare i mangiatori di fuoco e di spade con i loro muscoli sfavillanti color miele e il loro indomito coraggio nell’ingoiare le fiamme e il mortale acciaio delle spade. E per ultimi gli inventori, tronfi sui loro baldacchini trasportati da servi meccanici e cigolanti, macchine meravigliose che non provavano fatica e non avevano bisogno di fermarsi per bere o riposare all’ombra dei sicomori.
E per ultima Lei.
Gyk sussultò e il suo viso si accese di un rosso intenso. Quasi non riusciva a crederci, ma quello stesso giorno l’avrebbe vista ballare. L’avrebbe vista volteggiare e fare perno sopra una gamba perfetta e liscia come bronzo, mentre teneva l’altra alzata fino a toccarsi la nuca con le piccole e regolari dita dei piedi. I suoi capelli d’oro avrebbero luccicato e turbinato come una cascata di gioielli lanciati dalle finestre dei palazzi, per il giubilo del popolo.
Gyk sospirò. Era già follemente innamorato della Ballerina Meccanica. E come lui tutti gli altri giovani di Naarit. E anche Karid, curvo sul proprio scranno come un vecchio corvo in attesa di un corpo fresco da beccare, si sentiva bruciare come un giovane ventenne di fronte alla prospettiva delle cosce vellutate di quella splendida e artificiale meretrice, della quale aveva ascoltato le lodi grazie agli ambasciatori che quotidianamente gli riferivano gli ultimi avvenimenti del suo vasto e desertico regno.
Gyk era entusiasta, ma provava anche un’incontenibile paura. Temeva che una cosa così bella non sarebbe mai potuta sopravvivere nel regime venefico e arido di Karid. Era quasi certo che il Tiranno l’avrebbe ghermita e segregata nel palazzo per il suo personale godimento, togliendola per sempre agli occhi degli altri, poveri, meschini mortali. Gyk ripensò a Sknoll e alla sua promessa. Pur avendo da poco compiuto sedici anni, ricordava ancora il putiferio suscitato dalla sua fuga e il messaggio che l’evaso aveva lanciato con una freccia sulla porta colossale del palazzo:“Tornerò e reclamerò la tua testa, Karid. Per la libertà e il popolo di Naarit”. Eppure, da quel lontano giorno di dieci anni prima, il fuorilegge non si era più fatto vivo. E dopo le severe norme di sicurezza e il raddoppiamento del servizio di guardia, la speranza che il fuorilegge riuscisse nel suo intento di trucidare il despota era naufragata e languiva nel cuore degli abitanti. Ma la notizia che le porte della città sarebbero state nuovamente aperte, aveva riacceso gli animi come una fiamma liberata dal bicchiere che stava soffocando la sua luce. Forse Sknoll stava solo attendendo un’occasione come questa per intrufolarsi in città, sostenevano alcuni. Altri però, i più disillusi, erano certi che il fuorilegge si fosse dimenticato della promessa e stesse trascorrendo la sua esistenza in un infimo bordello di qualche regno settentrionale.
Con questi pensieri Gyk raggiunse la piazza principale, che sorgeva poco distante da quella del mercato, dove venne accolto dalle grida della folla che si era radunata in attesa che giungessero notizie certe sull’ora in cui il circo si sarebbe profilato all’orizzonte.
Ma chi poteva dire con certezza quando sarebbe arrivato il carrozzone a vapore del Circo?
“Alle sette di sera” gridavano alcuni.
“No alle tre del pomeriggio!” ululavano altri.
“Idioti, lo sanno tutti che si faranno vivi già dalle nove della mattina!” rispondevano altri.
E si scatenavano risse e litigi ad ogni angolo della città, pestaggi furibondi che si acquietavano solo quando i lottatori scorgevano in lontananza i pennacchi color cremisi dei soldati di Karid, venuti a ristabilire l’ordine a suon di randello.
Ma così come tutte le cose belle sono impossibili da prevedere, il Circo giunse quando meno gli abitanti se lo aspettavano. Arrivò durante l’ora del pranzo, quando il sole era rovente e gli uomini si sentivano come montoni infilzati sullo spiedo e fatti girare sopra un grande falò. Dai merli delle mura ciclopiche e color dell’arenaria, le sentinelle videro una nube di polvere alzarsi da nord, come se un furibondo gigante si fosse messo a pestare i piedi nel tentativo di spiaccicare un elefante che aveva avuto l’ardire di abbeverarsi al suo stagno privato. Era la carovana, che si avvicinava alla città strisciando e sollevando la sabbia in mille mulinelli.
Ma nessuno guardò il carrozzone, le sue ciminiere fumanti, i suoi pistoni e le sue ruote cingolate che ruggivano come fiere della savana e rilucevano al sole. Perché in quello stesso momento giunse trafelato il pingue Leorid, l’eunuco che lavorava all’interno del palazzo e che era l’unico tramite tra il popolo e gli intrighi della corte. Arrivò ansimando e piangendo.
“Che gli dei siano dannati. – gridò – Karid ha fatto perquisire il circo a dieci leghe da qui e ha trovato Sknoll. Si era mescolato tra gli artisti, ma i soldati l’hanno riconosciuto. Lo decapiteranno stasera, prima dell’inizio dello spettacolo!”
E tutto il popolo guaì e si disperò, perché la speranza era morta una seconda volta.

Il Circo dei Meccanici – Prima parte

Come promesso, eccovi un altro racconto. La seconda parte arriverà presto!
Grazie a tutti e fatemi sapere se vi è piaciuto commentando a più non posso! 
La città di Naarit era in subbuglio. E non era colpa della stagione delle piogge che quell’anno tardava ad arrivare. E neppure del deserto che si avvicinava inesorabilmente, divorando i campi.
Il motivo di tanta agitazione era l’annuncio ufficiale che gli araldi del Tiranno avevano gridato quella mattina ad ogni angolo di piazza: il famoso Circo dei Meccanici avrebbe fatto sosta proprio a Naarit e si sarebbe esibito nella Piazza Centrale, di fronte a Karid in persona.
I cittadini non potevano credere alle proprie orecchie: per motivi di sicurezza, nessuna compagnia di saltimbanchi aveva più avuto il permesso di esibirsi dentro le mura della città, da lungo tempo ormai. Era una legge promulgata per preservare l’incolumità del Tiranno, da quando il famoso fuorilegge Sknoll era riuscito ad evadere dalle umide prigioni sotterranee del palazzo, sgusciando dalle bocche fognarie come una larva fuoriesce dalle orecchie di un cadavere.
L’assassino aveva promesso che un giorno non molto lontano sarebbe ritornato, avrebbe decapitato il monarca e avrebbe ridato il governo al popolo, come a Naarit era sempre stato da quando si poteva ricordare.
Da quel giorno la città era stata completamente chiusa ai visitatori esterni e la vita dei cittadini era stata resa ancora più dura dall’introduzione di un coprifuoco ancora più austero del precedente.
La paura di Karid era più che motivata, vista l’inaudita ferocia di Sknoll e il suo inarrestabile senso di giustizia. Ma Sknoll era particolarmente pericoloso perché poteva contare sull’appoggio delle Colombe, un manipolo di reietti che avevano conquistato la Sacra Foresta e ora la difendevano dai ripetuti assalti dell’esercito di Karid. Quel labirinto di alberi era diventato in poco tempo un rifugio per chiunque volesse sfuggire al regime di Karid e desiderasse aiutare in qualsiasi modo le Colombe nel loro progetto di riconquista del Regno. Non bisognava lasciarsi ingannare dal nome poco spaventoso dei fuorilegge. Le Colombe erano infatti guerrieri a dir poco impetuosi: in più di tre anni di guerra, il Tiranno non era riuscito a conquistare un solo ettaro delle foresta, nemmeno la più misera collinetta o il più esile fiumiciattolo e ciò lo angustiava terribilmente. Aveva fatto saltare più di una testa tra i suoi generali, ma questo non gli era stato, stranamente, di alcun aiuto. E il timore che prima o poi Sknoll sarebbe sbucato dall’ombra delle colonne della Sala del Trono per tagliargli la gola, era diventata per Karid un’ossessione, tanto che il Tiranno non presenziava alle occasioni pubbliche da diverso tempo e gli unici elementi che potevano indicare, a dispetto di quello che si auguravano i sudditi, che lui fosse vivo e vegeto, erano le luci accese della sua stanza e le tasse che non dimenticava mai di esigere al primo giorno di ogni mese.
Per questo la notizia dello spettacolo lasciò tutti di stucco, tanto da zittire le comari più loquaci e trasformare la Piazza del Mercato in un cimitero silenzioso. Alcuni però non si stupirono affatto. Del resto il Circo dei Meccanici era il fenomeno più chiacchierato del momento ed era ovvio che prima o poi la notizia della sua esistenza sarebbe giunta alle orecchie del Tiranno, asserragliato da mesi nel suo palazzo di bronzo, vetro e roccia. Karid era affascinato da tutto ciò che concerneva il metallo, la scienza e i meccanismi. E il Circo dei Meccanici sembrava per lui un sogno divenuto realtà.
Il Circo era formato da un gruppo eterogeneo di artisti provenienti da tutti i luoghi della terra, anche da quelli più lontani e sconosciuti ai più. C’erano ingoiatori di spade e mangiatori di fuoco, equilibristi capaci di volteggiare sopra esili corde fatte con budella di tori, prestigiatori che si smaterializzavano in uno cortina di fumo blu, cartomanti che leggevano i tarocchi e sapevano predire il futuro in cambio di una moneta d’argento. Ma la spina dorsale dello spettacolo erano gli inventori con le loro incredibili meraviglie scientifiche. Essi sapevano produrre liquidi in grado di solidificarsi in pochi secondi e passare allo stato liquido e a quello gassoso in un battito di ciglia. E i Dieci Saggi, i più anziani e rispettati fra loro, forgiavano complessi ingranaggi, piccoli come uova di mosca, con i quali costruivano macchine capaci di togliere il fiato anche all’uomo più miscredente e avverso alla modernità. Uno dei loro capolavori, l’Orchestra Meccanica, (uno strumento in grado di suonare da solo complesse melodie per strumenti a fiato, a corde e a percussione) aveva eseguito sinfonie nelle più ricce corti del mondo. Si diceva che quel trabiccolo avesse strappato un sorriso persino all’arcigno duca di Beltoria, espressione che, come tutti già sapranno, era stata bandita dal suo regno pena l’impiccagione. E così Beltoria aveva perso il proprio duca, in favore della più garbata figlia, Lady Mankyse.
Non c’era posto sulla terra dove il nome dello spettacolo non fosse conosciuto e amato e ciò era possibile non soltanto perché Il Circo dei Meccanici sapeva strappare un sorriso sia ai grandi che ai piccini, ma anche perché dietro quella sarabanda variopinta di artisti si nascondeva la dorata prospettiva del futuro, e infatti la compagnia viaggiava su carrozzone munito di gambe d’acciaio, animate dal fiato sulfureo delle braci.
Eppure tutte quelle attrazioni non erano niente in confronto alla vera perla del Circo.
Lei.
L’unica.
Il miracolo della scienza.
La creazione più grandiosa che l’uomo fosse mai riuscito a pensare e realizzare con il solo ausilio della mente e della tecnica: La ballerina meccanica.
Era la fanciulla più bella che avesse mai calpestato il suolo del mondo e aveva la pelle d’ottone e gli occhi di vetro color cobalto come le profondità abissali dell’oceano. Il suo viso era modellato sulle fattezze della sensuale principessa di Naduna e il suo corpo era ispirato a quello di Lady Varidia del regno di Aduk. I suoi capelli era fili d’oro e le unghie delle mani conchiglie di madreperla.
Era una danzatrice eccezionale e con le leggiadre movenze del corpo aveva fatto innamorare tutti i rampolli reali, dai deserti neri del misterioso sud fino alle steppe ghiacciate che circondano la torri trasparenti di Opalia.
Ed era proprio lei che Karid desiderava vedere e possedere. Anche a costo di rischiare la vita ed esporre il collo alla fredda lama del coltello di Sknoll.