Il mercante di desideri

Rimasto in quel punto esatto, al crocicchio di due strade che si congiungevano, il grosso carro attese che si facesse giorno inoltrato e che il sole, superate le vicine asperità dei Monti Verdeggianti, illuminasse tutta la vallata di un riverbero dorato degno delle più maestose cattedrali delle Lande di Mirabilia.

Il mercante di desideri – 20lines

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Solo un paio di cornacchie notarono, sul far dell’alba, lo strano carrozzone che si avvicinava, avvolto da una bruma rossiccia, alla vallata di Mistycreek. Erano da poco passate le cinque del mattino, e il cielo era bianco come il ventre di una vergine.
Una volta che il carrozzone si fu avvicinato ai campi di granturco, dal suo interno proruppe il rumore assordante di un campanaccio, al quale le due cornacchie reagirono con quieta indifferenza. Agli occhi di due uccellacci neri, quello doveva essere uno spettacolo di ben poco interesse, o almeno così avrebbero pensato gli abitanti, se fossero passati da quelle parti e avessero osservato come i due volatili si guardassero stolidamente l’un l’altro, senza proferir verso, con quel paio di occhi senza fondo, vuoti e atri, come gocce di inchiostro su un foglio ancora più nero. Che cosa ne potevano sapere, due cornacchie, di cosa fosse un carrozzone e che cosa poteva mai importare, a loro, chi ci fosse dentro e dove fosse diretto?
Non appena il campanaccio smise di suonare, il carrozzone si fermò. E questo di certo era ben strano, visto che, davanti al carrozzone, non c’erano né cavalli né asini e non era facile capire che cosa gli avesse permesso di percorrere tutta la vallata fino allo sperduto villaggio di Mistycreek. Rimasto in quel punto esatto, al crocicchio di due strade che si congiungevano, il grosso carro attese che si facesse giorno inoltrato e che il sole, superate le vicine asperità dei Monti Verdeggianti, illuminasse tutta la vallata di un riverbero dorato degno delle più maestose cattedrali delle Lande di Mirabilia.

Quando gli abitanti di Mistycreek si svegliarono, ci misero un po’ di tempo ad accorgersi della novità che li attendeva oltre i tetti delle loro casupole e oltre le mura appuntite dei loro steccati. Fu Jamie, figlio di due contadini che vivevano da quelle parti, a vedere per primo quel trabiccolo. Trafelato, perdendo scarpe, cappello e le uova che doveva vendere al mercato, giunse in piazza gridando: «venite tutti quanti a vedere fuori! C’è una cosa che… be’ venite e basta!»
«Cos’è, uno scherzo?» gridò qualcuno.
«Insomma, volete venire o no?» ribatté aspramente Jamie.
Ben presto, la folla degli abitanti di Mistycreek si riunì davanti al carrozzone. Sembrava quasi uno scrigno dei pirati, chiuso e muto, capitato lì per magia, come se fosse piovuto dal cielo o cresciuto dal terreno durante la notte come una barbabietola.
«Cosa pensate che sia?» mormorarono tra loro, senza avere il coraggio di avvicinarsi e di bussare alla piccola porticina che si apriva sul retro della “cosa”. Chiunque ci fosse dentro risparmiò loro la fatica: ci fu un rumore metallico e la porticina, ad un tratto, si aprì. Dal buio della carrozza venne stesa una scaletta di legno pieghevole e il misterioso viaggiatore, finalmente, la scese.
Era un giovane e affascinante uomo, vestito con un elegante abito damascato, lungo fino ai piedi. In testa portava un turbante di quelli che indossano i ricchi principi orientali e sul suo viso capeggiavano un paio di baffoni a ricciolo, strani e intriganti. Tutta la sua persona, in fin dei conti, era strana e intrigante. Le cornacchie, non appena il viaggiatore si palesò, diedero un gracchio infastidito che si smorzò non appena vennero tempestate di sassolini e pezzi di bottiglia. Indignate, spiccarono il volo e sparirono nella foresta.
«Benvenuti – esclamò il giovane – all’emporio viaggiante di Jamal, il mercante di desideri!»
Un “ooooh” sincero salì dalla folla. Le donne si abbracciarono ai mariti, in parte impaurite e in parte eccitate, e i bambini si misero a battere le mani. Gli uomini, invece, rimasero scettici quel poco che richiedeva la situazione.
«Mi scusi: cos’è che vende?» domandò il sindaco, che credeva di non aver sentito bene.
«Desideri, signori miei. Desideri nel comodo formato da viaggio che si usa dalle mie parti.»
Detto questo, il giovane mercante armeggiò con il fianco del carrozzone e aprì una finestrella che, molti dei viaggiatori lo avrebbero giurato, prima non c’era. All’interno il carrozzone consisteva in una serie di ripiani, di numerosi e lunghissimi ripiani, che riempivano tutti i lati, eccetto quello della porta. Anche le ante della finestra, quella che il mercante aveva appena aperto, erano costituite da un numero imprecisato di mensole e cellette. Gli abitanti si avvicinarono, incuriositi, e si misero a mormorare tra loro quando notarono cosa fossero gli oggetti che il mercante trasportava: centinaia, migliaia di vasetti di vetro, di dimensioni differenti, colmi di fumo dai colori altrettanto diversi, rosso, giallo, viola, magenta, blu, nero… Sembravano pezzi di arcobaleno intrappolati in prigioni di vetro.
«Ma mi faccia il piacere – borbottò Ivan, il maniscalco, che era un uomo con i piedi per terra – e quelli sarebbero i suoi desideri? Vasi pieni di fumo colorato?»
Jamal annuì, per nulla risentito, e fece cenno all’omone di avvicinarsi. Lui accondiscese, ondeggiando sulle sue gambone da orco. Quando fu a pochi metri dal carrozzone, il mercante gli ordinò di fermarsi e si mise a scrutarlo. Se gli abitanti fossero stati più attenti si sarebbero certo accorti che in quello sguardo si nascondeva un’oscurità che non lasciava presagire nulla di buono, ma purtroppo erano tutti attirati dalla policromia di quei misteriosi vasetti. Dopo qualche minuto di osservazione, Jamal, annuendo con convinzione, afferrò uno di questi contenitori (uno grande e tondo, pieno di vapore rosso) e lo consegnò all’omone.
«Su, lo provi!» esclamò. Era certo che quel particolare vasetto fosse perfetto per il maniscalco. D’altronde, leggere le persone era il suo mestiere, ed era un mestiere che esercitava da molti eoni.
Titubante, il maniscalco svitò il tappo di sughero e, seguendo il consiglio del mercante, aspirò un ricciolo di fumo rosso, giusto un pochino. Immediatamente, il suo naso si dilatò e i suoi occhi, prima cupi e guardinghi, si accesero dello stesso colore.
«Che cosa vede?» gli domandò Jamal, mentre gli altri abitanti, galvanizzati, si riunivano attorno a lui.
Il maniscalco aveva il viso trasognato.
«Vedo me stesso, in piedi sulla prua di una nave, mentre mi dirigo verso terre lontane. Ho una spada nella mano sinistra e al mio fianco pende la testa di una mostruosa gorgone. Sono un cacciatore di mostri e la gente comune mi osanna.»
Poi le sue iridi tornarono del suo solito colore nocciola.
«Oh, la prego, me ne dia ancora.» supplicò, mentre grosse lacrime gli scendevano dagli occhi porcini.
«Sicuro!» ribatté Jamal, incitandolo ad aspirarne ancora «Qui ce n’è per tutti!» concluse poi, facendo cenno agli altri di avvicinarsi.
«Un momento – sbottò acida la levatrice, un’anziana che ci vedeva più lungo degli altri – e quanto costa questa, questa… roba?»
«Assolutamente nulla. Non dovrete sborsare un solo centesimo. Mi basterà… prendere un ricordo da ognuno di voi. Una… cosa da nulla.»
Non appena gli abitanti sentirono che i vasetti erano gratuiti si lanciarono in massa verso il carrozzone e Jamal dovette usare tutta la sua autorità per impedire che i contenitori venissero rubati o presi a casaccio.
«Aspettate… su, su… mi meraviglio di lei, commendatore: spingere così un ragazzino! E lei, Susanna, dove crede di andare? No, quello non fa per lei, ascolti me. Fidatevi. Calma, calma, signori. Ce n’è per tutti!»
Nessuno si domandava come mai un mercante che veniva da una terra lontanissima conoscesse così bene i loro nomi.
Nel giro di pochi minuti, tutti quanti avevano il loro vasetto, donne, bambini, uomini e anziani, e tutti, dopo averne aspirato il contenuto, si lasciavano trasportare dalle visioni che il fumo suscitava davanti ai loro occhi. Amber sognava di fuggire lontano e di lasciarsi alle spalle il suo amore perduto. Nicholas immaginava che tutti lo rispettassero e la sua gamba destra, nei suoi sogni, non era storta come nella realtà. Violet sognava di essere bellissima e di avere i capelli biondi, lei che ce li aveva neri come le notte e per questo si odiava…
Ovunque, i sospiri voluttuosi e rapiti della gente risuonavano nell’aria. Le due cornacchie, appese al ramo di un platano, scuotevano tristemente la testa.
Mai, in tutta la vallata dove sorgeva Mistycreek, c’erano stati così tanta felicità e godimento.
Poi, lentamente, le risate, i sospiri e i gemiti scemarono. Gli abitanti tornarono a respirare il fumo dai vasetti (sembrava non avere mai fine e, per quanto ne inalassero, i contenitori non si svuotavano), ma, ad ogni respiro, le risate si facevano meno forti, i sorrisi più amari, i sussulti più stiracchiati. Era come se le visioni dei loro desideri soddisfatti non potessero più allietarli.
«Che sta succedendo, signor Jamal?» chiesero in coro. Ma il signor Jamal, con loro sorpresa, era sparito nel nulla, lui e il suo strano carrozzone senza cavalli. A guidarlo, era ovvio, c’erano due demoni stigei.
Allora, sul villaggio calò un’ombra di dolore, di pianto e di rimpianto. Uno ad uno, gli abitanti smisero di mangiare, di dormire, di parlare. Restarono muti e immobili, chiusi in loro stessi, vittime e prigionieri di quelle visioni di felicità che man mano scemavano di intensità, rivelandosi nella loro menzognera artificiosità. E così, uno ad uno, gli abitanti di Mistycreek morirono. I loro corpi giacquero e marcirono al crocicchio della strada e richiamarono corvi e cornacchie.
Dall’altra parte della vallata, il mercante di morte Jamal riempiva vasetti appena disigillati di vapori nuovi di zecca: le anime di chi era morto del suo inganno, laggiù, nella valle dorata di Mistycreek. Merce nuova, con cui creare desideri ancora più potenti, ancora più ipnotizzanti, a cui nessuno sarebbe mai riuscito a sfuggire. Con una risata lugubre, che suscitò un’eco fra le montagne nebbiose, Jamal sparì. Dove fosse diretto, neppure gli dèi lo potevano sapere.

Due cornacchie spiarono il carrozzone che si allontanava, sparendo nella nebbia rossa in cui era arrivato.
«Che essere spregevole!» borbottò la cornacchia a sinistra.
«Tu dici? È spregevole, certo, ma neppure gli abitanti sono stati da meno.»
«Che intendi dire?» chiese l’altra, saltellando sulle sue zampette nere.
«Oh, be’… erano talmente ciechi che non si sono resi conto che i loro desideri potevano realizzarli da sé, senza il bisogno di nessuno.»
«Davvero?»
«Sì, davvero. Ivan, il maniscalco, non era forse amato dalla gente, perché si prendeva cura dei cavalli? Aveva forse bisogno di diventare un eroe, quando già era così ammirato? E Tristan, il garzone, che sognava di amori impossibili, non si era accorto di come Lelia lo guardasse, quando il sole andava a tramontare oltre le montagne o quando la notte bussava alle porte del cielo con le sue mani di vento? E Susanna, che sognava di cambiare il mondo, non si era accorta che suo figlio, Taddeus, stava crescendo sano e intelligente e che un giorno non troppo lontano avrebbe potuto, insieme ad altri mille giovani, lottare per un mondo migliore e conquistare la libertà? Come vedi, Becconero, gli uomini non sono mai felici di quello che hanno.»
«Oh, tutta questa storia mi ha rattristato molto.» ammise Becconero, scuotendo inutilmente le penne.
«È vero, ma non ci pensare. Su, andiamo a beccare qualche occhio prima che arrivino i vermi.»

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La foresta di Karandar

La foresta di Karandar – 20lines

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Il matrimonio di Seretil, dea della Luce, e di Primil, dio della Notte, durò tre anni. Alla cerimonia erano state invitate tutte le divinità dell’universo, da quelle più importanti a quelle più insignificanti: c’erano Korus, creatore di tutte le cose (nonché padre di Seretil), e sua moglie, Corinna, la regina del Caos (dalle atre viscere del Nulla era stata partorita e portava, dentro i suoi profondi occhi neri, la scintilla della distruzione). C’erano Soratul, sovrano dell’aldilà, giunto fino ai cancelli del cielo con il suo cocchio di ferro trainato da anime in pena, e Tornidas, signore dei mari, fratello di Korus e suo fedelissimo compagno di caccia. E poi un’infinita schiera di divinità di fiume, ninfe di lago, folletti di montagna, darimani (dèi del focolare domestico), semidei, bestie mitiche e anime pie. Tutti erano accorsi, consapevoli che quello era di certo l’evento più importante mai accaduto nell’intero universo, se si escludeva la Creazione stessa. E, proprio per sottolineare la grandiosità di quel giorno, il Palazzo del Cielo era stato ampliato e i suoi giardini abbelliti con code di comete, piume di fenici e polvere di stelle. Brillava come il centro della Via Lattea, benché il suo perimetro fosse di gran lunga maggiore di quello della galassia.
Conclusa la cerimonia, la folta e variopinta folla degli invitati, che sarebbe di certo apparsa come una diabolica mascherata agli occhi dei comuni mortali – i quali, beninteso, mai avrebbero potuto immaginare che proprio quegli esseri così spaventosi, deformi e grotteschi fossero gli artefici del loro tanto amato universo – accompagnò i novelli sposi fino ai Cancelli del Cielo, sul picco più alto del mondo. Di lì, montati su un fremente destriero alato, Seretil e Primil partirono al galoppo per la loro luna di miele. Destinazione, la Terra.
Era stato un desiderio di Seretil quello di visitare quel minuscolo pianeta azzurro. Primil, dal canto suo, avrebbe preferito viaggiare nei remoti angoli dell’universo e creare, per la sua giovane moglie, qualche nuovo pianeta su cui trascorrere un romantico cinquantennio, ma Seretil non aveva voluto sentire ragioni:
«Ho sempre sognato vivere tra gli uomini! – aveva detto – Voglio provare sulla mia pelle le sensazioni, le gioie e i dolori di cui tutti parlano e che si dice siano così intensi, lì, sotto il cielo stellato. Diventeremo come gli esseri umani, ci immergeremo nel loro mondo e, non riconosciuti, ci mimetizzeremo fra loro. Così io ho deciso, perché sono Seretil e mia è la Luce.»
Primil avrebbe voluto ribattere che se lei era la Luce, lui era la Notte e nessuno, neppure Korus in persona, avrebbe potuto dire chi era il più importante tra loro, perché, in fin dei conti, si completavano e si annullavano a vicenda. Ma decise, per amore della pace familiare, di accondiscendere al desiderio della sua consorte. E ora, mentre il cavallo alato sfidava il maestrale e sfiorava con gli zoccoli i crinali albini delle catene montuose, Primil si chiese se era stata la scelta giusta.

*

Scelsero di atterrare in una nebbiosa foresta del nord, una larga macchia grigio-verde dalla quale si libravano a intervalli regolari stormi di corvi e di ghiandaie. Non era una foresta come quelle del Cielo: non aveva alberi d’oro, né frutti di rubino, né uccelli di fuoco sui rami, né laghi d’argento. Eppure ogni abete trasudava una bellezza così semplice che le due divinità, abituate a vedere il mondo dall’alto, rimasero senza fiato.
Si trasformarono subito: Seretil divenne una bellissima regina bionda, vestita con una stola di visone e con una corona d’oro in testa; Primil un giovane principe di vent’anni, con una spada d’argento al fianco e un mantello color della notte. Per vivere al meglio quell’esperienza, decisero entrambi di rinunciare momentaneamente ai loro poteri, persino all’immortalità. Divennero due esseri umani, nient’altro, con tutti i pro e i contro.
Si guardarono intorno, poi l’uno con l’altro.
«E adesso?» si chiesero.

*

Si misero a vagare fra gli alberi, senza meta. Essendo divinità, non avevano alcuna esperienza sul mondo degli uomini e di certo non sapevano cosa si dovesse fare in una foresta né che per sopravvivere fosse necessario procacciarsi il cibo e cercare l’acqua. Il lavoro, la fatica, per loro erano solo parole senza alcun significato. Addirittura si stupirono quando, stanchi di vedere tutti quegli alberi e desiderosi di spostarsi in una città, scoprirono che non potevano in alcun modo volare o teletrasportarsi ma che dovevano fare affidamento solo sui loro piedi. Il cavallo alato, per di più, se n’era andato subito e, come gli era stato ordinato, non sarebbe tornato prima di cinquant’anni. Erano soli, in quella maledetta foresta. Proprio come dei veri essere umani.

*

E così, lasciati a loro stessi, finirono per perdersi in mezzo a tutti quegli alberi. Camminarono e camminarono e camminarono, senza riuscire a trovare una via d’uscita: ogni volta che si avvicinavano al limitare della foresta, infatti, scoprivano di essere intrappolati tra le mura color ossidiana delle montagne; sarebbero morti di fame se non avessero visto che gli animali, avvicinandosi agli alberi, ne mangiavano i frutti. Un piccolo cervo, che si era abbeverato ad un rigagnolo, insegnò loro che dovevano bere, se volevano placare quel senso di arsura che graffiava le loro gole. Dai conigli impararono invece che, quando si avvicinava la notte, era meglio trovare un riparo nel ventre della terra se non si voleva finire fra le grinfie di qualche predatore notturno.
E così le stagioni, lentamente, si alternarono; gli alberi si spogliarono di foglie, i fiori appassirono, dal cielo presero a scendere strani petali bianchi, che creavano un soffice manto sul terreno. Seretil ne aveva sentito parlare da suo padre, ma non ricordava come si chiamasse.

*

Estate dopo estate, inverno dopo inverno, i cinquant’anni lentamente passarono. Ma non passarono rapidamente, come accadeva nel Palazzo del Cielo, dove un millennio corrispondeva ad un solo anno umano: Seretil e Primil li sentirono sulla propria pelle, ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno; eppure non avevano la cognizione di cosa fosse il tempo, loro, che vivevano nei cieli da sempre; Primil, dal canto suo, dopo una decina d’anni avrebbe voluto porre fine a quella luna di miele, riattivare i suoi poteri addormentati e tornare al Palazzo, ma sapeva che Seretil, testarda di natura, non avrebbe mai voluto arrendersi prima che i cinquant’anni fossero trascorsi. Lei, sotto sotto, si era un po’ pentita di quella scelta, ma non voleva tirarsi indietro, perché sapeva che Primil non l’avrebbe digerita tanto facilmente, dopo che lei aveva così tanto insistito per venire lì, sulla Terra.

*

Un mese prima che tutto avesse fine, Seretil e Primil, stanchi come non era mai accaduto in tutta la loro millenaria esistenza, si trascinarono ai bordi di un laghetto. Era uno specchio d’acqua di piccole dimensioni, dove però le cime più alte delle montagne si specchiavano, dando l’illusione che, oltre quelle acque, ci fosse tutto un altro mondo da scoprire. Sia Seretil che Primil si inginocchiarono per bere ma, quando si avvicinarono al pelo dell’acqua, entrambi sussultarono ed estrassero le armi. Laggiù, oltre il velo azzurrino del lago avevano visto due esseri umani mostruosi. Avevano il volto pieno di rughe, due paia di occhi grigi e spenti, due bocche cadenti, come se non avessero più i denti a sorreggerle. I volti della morte. Seretil e Primil rimasero in allerta, la spade sguainate, lo sguardo rivolto alle rive del lago. Ma i due mostri non diedero segno di voler uscire dall’acqua. Fu lì che a Primil venne un dubbio: che fossero…
Si avvicinò, nonostante i moniti della moglie, e fissò di nuovo i suoi occhi nell’acqua, trattenendo a stento un gemito di paura. Proprio come temeva: non erano persone, ma il loro riflesso. Nel breve tempo della luna di miele, da splendidi esseri umani erano diventati due disgustose mummie. Nessuno dei due sapeva che cosa fosse la vecchiaia e attribuirono quel cambiamento a quel luogo, alla foresta.
Al che il dio gridò:
«Ora basta!» e istantaneamente recuperò tutti i suoi poteri e, con essi, il suo aspetto incorruttibile e perfetto, come quello di una statua di marmo e avorio. Lo stesso fece Seretil, e tutto il lago risplendette della loro luce riflessa, una luce gelida e divina.
In quel mentre sentirono un rumore provenire dalle loro spalle. Si girarono, irati, e videro che stava arrivando, dal folto della boscaglia, un vecchio boscaiolo, tutto curvo per via dei tronchi di legno che stava trasportando sulle spalle, in una gerla. Il primo essere umano che vedevano da quando avevano messo piede in quel luogo così strano! Gli si avvicinarono con altezzosità e Primil, ergendosi in tutta la sua divina altezza, gli chiese:
«Dimmi, villico, come si chiama questo posto maledetto, dove i giorni corrono via come sabbia in una clessidra?»
E l’uomo, dopo averci pensato un po’, corrugò la fronte e rispose:
«Si chiama vita.»
E, per un ovvio fraintendimento, Primil credette che l’uomo si riferisse soltanto alla foresta.

Così, ancora oggi, quella foresta così anonima ha un nome ben preciso. Viene chiamata Karandar, che, tradotto nella vostra lingua, ha più o meno questo senso: vita.