I ponti della Memoria

Questa storia partecipa alla seconda sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Ponti” proposto da Lady Fullmetal

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L’agente Torre raggiunse il collega facendosi largo a spintoni fra la folla. Chiedere permesso non avrebbe avuto senso, visto che il vociare della gente avrebbe coperto e annullato qualsiasi civile richiesta.
«Eccolo lì, il caro signor Silvini.» gli disse l’agente Tommasi, tredici anni di servizio, indicando il tetto di legno di uno dei due ponti che collegavano la cittadina di San Giovanni al borgo disabitato di Pioviano. Lassù, in piedi a fatica, c’era un anziano signore, che si puntava una pistola alla tempia. Tremava come un micio bagnato.
«Se non ve ne andate, giuro che mi sparo! Lasciate stare i ponti, bastardi!»
Gli occhi cerulei del vecchio erano umidi, ma non stava piangendo, non ancora.
«Dove cazzo si è preso quella pistola?» borbottò l’agente Torre, voltandosi preoccupato verso il collega. «E che cosa gli dice la testa?» aggiunse poi, asciugandosi una goccia di sudore dalla fronte. E pensare che quel sabato doveva essere un giorno come un altro, un tranquillo fine settimana alla San Giovanni, uno dei borghi più soleggiati e tranquilli di tutto il centro-Italia. Tommasini alzò le spalle.
«È per i ponti. Dice che non vuole che li facciamo saltare.»
«E perché? – mormorò Torre – sono solo dei vecchi ruderi!»
E lo erano. I ponti che collegavano San Giovanni a Piovano erano stati costruiti secoli e secoli prima; degli umili ponti coperti di legno chiaro, forse pino o acero, che se ne stavano affiancati come gemelli o come una coppia di innamorati. Erano ponti strani, diversi da quelli della zona, e avevano un che, come dire, di “americano”. Stavano in piedi per miracolo e, visto che il loro restauro sarebbe costato molto, troppo per due stupidi ponti, il sindaco aveva deciso di imbottirli di tritolo e di farli saltare. D’altro canto, da quando Piovano era stato abbandonato, su quei ponti non ci passava mai nessuno. E poi erano stati transennati e interdetti al pubblico con metri e metri di nastro bianco e rosso. L’agente Torre non sapeva perché il vecchio Silvini stesse facendo così tanto casino per un paio di capriate a cavalletto divorate dai tarli e coperte di muschio rossiccio.
«Togliete le cariche, subito! O… o… mi faccio saltare le cervella!» Silvini era paonazzo. Forse avrebbe fatto un colpo prima ancora di premere il grilletto.
In quel mentre l’automobile del sindaco, una dignitosissima BMW con i finestrini oscurati, parcheggiò nel vicino boschetto di abeti. Il sindaco, Carlo Ghilardi, un imprenditore cinquantenne ricco quanto ottuso, aprì la portiera e uscì trafelato. Tutta la cittadina si voltò a guardarlo, mentre un bisbiglio, come un brivido, passava di bocca in bocca.
«Ma che ti dice la testa, vecchio mentecatto! – si mise ad urlare all’uomo – Scendi da quel ponte e lascia lavorare la gente!»
«Si dia una calmata, sindaco – lo rimbeccò l’agente Torre – Vuole peggiorare la situazione?»
Ora sì che il vecchio Silvini stava piangendo. I suoi occhi azzurri, però, non erano più lì, ma da qualche altra parte, forse nel ponte stretto e pericolante della sua memoria.

Una primavera come quella non si era mai vista, a San Giovanni. Gli alberi erano in fiore e i pollini scendevano dal cielo in una pioggia dorata. Sembravano lacrime di angelo o anime di fate.
Rosa Santi guardava lui e lui guardava lei. Lui sul ponte di destra, lei su quello di sinistra. Sorridevano, sorridevano e basta, e non c’era bisogno di altro.
“Ti amo, Rosa.” Proprio così aveva detto Giulio Silvini, lui, che era così timido che a scuola lo credevano scimunito.
“Non ti credo, Giulio… So come siete fatti voi uomini.” ribatté Rosa, ma sotto sotto rideva. Le piaceva stuzzicarlo.
“Te lo giuro, Rosa. Ecco, te lo dimostro.” Giulio aveva estratto il coltello e, su una delle colonnine di legno aveva inciso un cuore e dentro due nomi, ‘Rosa e Giulio’, e sotto, come una firma: ‘per sempre.’

Ma non era stato per sempre, no. Rosa era morta a trentadue anni, ben prima di quanto avessero “calcolato”. E Giulio non l’aveva mai dimenticata. E come avrebbe potuto? Su quel ponte, in fondo, aveva scritto “per sempre”. E lui era un uomo del 1937, che conosceva bene il valore di una promessa. Per quello era lì, su quel ponte. Lo avrebbe difeso con la vita, se fosse stato necessario. Ricordava ancora la strada dove l’aveva conosciuta, una viuzza piena di fiori di Piovano. Ci era tornato qualche volta, superando di nascosto il nastro, ma ora di quella stradina non restava più niente. Le case erano pericolanti, la piazza era silenziosa. Piovano era diventato un paese fantasma. E i fiori erano marciti.
«Andatevene ho detto!» gridò il vecchio, ritornato nel suo tempo, puntandosi la pistola ancora più a fondo nella tempia.
«Si calmi, si calmi – intervenne l’agente Torre – ci spieghi. Ci dia un motivo per cui non dobbiamo buttare giù quei ponti.»
Era solo un modo per farlo parlare e calmarlo. Non credeva possibile che, qualsiasi cosa avesse detto il vecchio, avrebbe potuto cambiare la situazione. Silvini abbassò per un attimo la pistola. I suoi occhi scintillavano di rabbia.
«Un motivo? Un motivo? Su questo ponte io ho promesso alla mia Rosa di sposarla, ecco il motivo! Questi ponti mi hanno visto crescere, mi hanno visto diventare uomo! Su questo ponte di destra mi sono sbucciato un ginocchio, perché dovevo ancora imparare a camminare bene; su quest’altro sono stato picchiato dal bulletto della scuola, ma io ho tenuto duro, perché aveva offeso mia madre. Sul ponte di sinistra sono venuto a correre con la mia Rosa quando ci siamo sposati, perché non avevamo soldi per comprarci un’automobile né per fare una luna di miele. E qui l’ho baciata per l’ultima volta, prima che il cancro se la portasse via. Già. Ecco cosa sono questi ponti, per me! Se voi distruggete questi ponti, distruggerete la mia Memoria, il mio stesso essere. Mi priverete del legame che mi unisce ancora a lei, all’unica donna che abbia mai amato. Un motivo, mi chiedete? Io il mio ve l’ho dato, ma siete voi a dover trovare il vostro, ora!»
E i cittadini si guardarono, muti. Lacrime inattese riaffiorarono sui loro occhi. Sandra Cenci, la fioraia, si ricordò improvvisamente che lì, su quel ponte, aveva conosciuto suo marito, che veniva da Piovano. Anche lui, come Rosa, era morto. E Gigi Vanni, il macellaio, aveva portato lì a pescare suo figlio. Suo figlio che ora viveva a Londra e che gli mancava come non mai. E su quel ponte, Silvia Redi, maestra d’asilo, ci aveva portato i suoi amati alunni, per spiegare loro la fauna e la flora del fiume. Alunni che ancora adesso le scrivevano. E don Alessandro, su quel ponte, aveva detto addio alla sua ragazza per prendere i voti, una decisione che avrebbe ripreso ancora, seppur non a cuore leggero.
Allora gli abitanti di San Giovanni alzarono lo sguardo verso Giulio Silvini. L’appaluso partì immediato, sincero e durò molti minuti. Il sindaco, alle loro spalle, digrignava i denti. Lui non aveva alcun ricordo legato al ponte, e non riusciva a capire cosa stesse accadendo. In fondo, non era poi così ricco.
Dopo aver fatto scendere Silvini – molti ancora si chiedevano quale forza gli avesse permesso di salire sul tetto del ponte con quelle gambe così fragili – e dopo aver congedato la squadra demolizioni, tutta la cittadina di San Giovanni marciò fino al pub vicino. Portavano il vecchio Giulio sulle loro spalle, come un eroe nazionale. Fu una serata di divertimenti, di bevute, di ricordi e di condivisione. Furono versate birre, lacrime e parole. Anche il sindaco, bene o male, fu contagiato da quell’atmosfera di festa. D’altronde, l’anno successivo ci sarebbero state le elezioni.
Uno solo non festeggiava.
Dalla finestra del pub, l’agente Torre guardava i ponti. I soldi per restaurarli sarebbero stati trovati, certo. E i ponti sarebbero tornati come nuovi. Ma cosa sarebbe accaduto fra venti, trenta, cinquant’anni, quando la vecchia generazione non ci sarebbe più stata? I giovani ci sarebbero passati ancora, su quei ponti? Ci avrebbero scritto i loro nomi con il coltello? Sarebbero caduti con i pattini a rotelle sulle assi del pavimento? Si sarebbero baciati sotto la sua ombra? Avrebbero fatto l’amore di nascosto, sul tetto, sotto lo sguardo delle stelle?
Avrebbero capito il valore della Memoria?

scrittura creativa Raynor's Hall

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