L’angolo delle poesie – “A mia moglie” di Umberto Saba

natura

Contenuta in “Poesie” (1911) e poi nel “Canzoniere” (1921), la poesia “A mia moglie” è uno dei componimenti più famosi del grande poeta triestino. Un poeta umile, affascinante proprio per il suo modo “quotidiano” e pienamente moderno di fare poesia…

Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest’arte.

Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un’altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l’accompagna.

E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.

Questa è una di quelle classiche poesie che ti strappano un “Ah, bisogna proprio essere dei maestri per farsi venire in mente una cosa del genere!” Ad una prima occhiata, questo componimento amoroso sembra tutt’altro che lusinghiero, anzi: la moglie del poeta, Lina, viene infatti paragonata a bestie umili: una gallina, una cagna, una giovenca… Perché non un fiore, un tramonto o un angelo? Ovviamente la forza di questa poesia è proprio quella di rompere con la tradizione lirica italiana, elevando a poesia ciò che è quotidiano. Il poeta, ritornato bambino, vede le cose con occhi diversi, spogliando la realtà di tutto quello che è superfluo e andando al cuore delle cose, con una dolcezza che, lo confesso, mi commuove ogni volta. Insuperabile.

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Angolo delle poesie – Spesso il male di vivere ho incontrato

La poesia di oggi è Spesso il male di vivere ho incontrato di Eugenio Montale. Contenuta in Ossi di seppia (1925), la poesia parla della sofferenza e del disagio, presenze costanti nella vita di tutti gli esseri viventi. La poesia ha una struttura antitetica: la prima quartina parla del male, la seconda del bene o piuttosto della resistenza passiva al male. Vi è un’allusione all’esistenza di un dio, ma esso è distante, è l’Indifferenza. Secondo il poeta, l’indifferenza è l’unico modo per non soffrire, in quanto ci allontana, anche se solo per un attimo, dalla realtà.
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.


In una notte come questa

Quale serata migliore per una storia di fantasmi? Buon Halloween a tutti! 
Alvise Brugnolo

È ora, è ora
La mezzanotte è scoccata
Le zucche sono pronte
La strada si riempie
di voci e di suoni
Un esercito di bambini
con maschere e mantelli
invade la notte
Una bambina più piccola
sotto un lenzuolo bianco
cammina nei giardini
bussa alle porte
ma nessuno le apre
Da sola se ne va
Senza una meta
Tra le mani un sacco vuoto
Incrocia molti bambini
vorrebbe fermarli
vorrebbe raccontare
la verità
Ero anch’io come voi
vorrebbe dire
Avevo anch’io sogni
Avevo anch’io la mia storia
Ma in una notte come questa
tra le mani di un mostro
ho finito la mia vita
In un canale di scolo
ora riposa
sotto un lenzuolo
intriso di sangue
La notte la piange
Cammina nei giardini
bussa alle porte
ma nessuno le apre
Da sola se ne va
Senza una meta
Tra le mani un sacco vuoto
Incrocia molti bambini
vorrebbe fermarli
vorrebbe raccontare
la verità
La grida alla notte
Solo le tenebre la ascoltano
Non bisogna temere i morti
ma i vivi.