Tutto molto chiaro

Finalmente, eccomi di ritorno con un racconto. Vi ero mancato, eh? Prima che iniziate a leggere, dovete sapere che questo racconto partecipa alla XIII sfida del Circolo Letterario Raynor’s Hall. E che il tema selezionato è ‘libero arbitrio’.

Ho voluto scrivere qualcosa di diverso, una specie di dibattito televisivo tra due politici su una riforma costituzionale che è un po’ la parodia di quella “vera” di dicembre.
Che c’entra questo col libero arbitrio? Diciamo che voleva essere una provocazione. Basta fare un salto su Facebook per notare che, su qualsiasi argomento, c’è sempre chi sostiene una cosa e chi un’altra.
“La carne fa venire il cancro!”
“No, non è vero! Anzi, fa bene! Mangiare solo verdure, invece, fa malissimo!”

Capito l’antifona?
E allora, mi viene da chiedermi, qual è la verità? Forse, dopotutto, non si può sapere. E se non si può sapere, allora, fino a che punto il nostro libero arbitrio ha davvero senso? Spero di aver stuzzicato la vostra curiosità!
Buona lettura 😉

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«Benvenuti, cari telespettatori, a Populism 24, il programma trasparente dove la politica parla la lingua della gente. Questo è lo speciale per il Referendum costituzionale di settimana prossima. Che entrino gli ospiti: il ministro del lavoro Peppe Copuli e il deputato Ettore Prostadito!»

Gli ospiti entrano, elegantissimi, salutano la gente con la mano, strappando un miscuglio tra applausi sentiti e fischi infastiditi. Il più giovane, avrà una quarantina scarsa, si fa un selfie con il conduttore, poi tutti e tre si siedono sulle poltrone arancioni, a proprio agio come topi nudi in una scatola imbottita di ovatta. Il ministro Copuli, vecchia volpe della politica, aggrotta le sopracciglia e si sfrega il mento; il deputato Prostadito, vittima del suo stesso tick, continua a lustrarsi gli incisivi ingialliti con la lingua.

«Bene – esclama il conduttore, controllando il grosso orologio arancione, a forma di disco solare, che sta sopra le loro teste – avete tre minuti in tutto per spiegare le vostre posizioni sul Referendum di settimana prossima. Referendum che, ricordiamo per chi ci segue da casa, va ad approvare o bocciare il testo della riforma Maronfaldi del 15 febbraio 2017, che modifica la costituzione negli articoli 21, 100 e 18, sezione 23 bis, appendice U, colonna destra, quarta riga a partire dal basso, sesta se dall’alto. Vuole iniziare lei, ministro Copuli?»
«La ringrazio signor Prolizzi. Che dire? La mia posizione e quella del governo è chiarissma, e lo è da tempo. Se la riforma passerà, cosa di cui sono certissimo, perché l’Italia è stufa delle solite promesse, è piena di giovani che vogliono cambiare le cose, diamine e questa possibilità ce la dà proprio il Referendum, signori miei… Dicevamo, se la riforma passerà, molte saranno le cose che cambieranno. Innanzitutto, diminuirà il numero di senatori e questo porterà non solo ad un risparmio notevole sulle casse dello Stato (e, di riflesso, sulle tasche dei cittadini) ma anche ad uno svecchiamento dei meccanismi burocratici. Il che, me lo lasci dire, è un po’ il problema della vecchia Europa, Italia compresa…»
Ma il deputato Prostadito non ci sta. Rimessa la linguaccia tra i denti, si alza in piedi, furibondo e rosso in viso.
«E invece – strilla – è qui che vi sbagliate, voi del Partito Comunitario Egualitario Laico Popolare: queste sono solo vane promesse! Il vostro ministro Maronfaldi, astutamente malizioso, vuol far credere che diminuire il numero dei senatori sia un segno di grande democrazia ma, in realtà, la riforma fa sì che la partecipazione diretta dei cittadini venga limitata fortemente. E questo al Governo farà piacere, perché permette al Premier di avere ancora più potere. Ma questo lei non lo dice, eh? Né lei né la sua b…» e qui Prostadito si blocca, troppo arrabbiato per finire la frase. Al che il ministro Copuli sbatte le mani sul tavolo arancione, rovesciando la tazza di caffè portata da un pavido membro della troupe, un ventenne brufoloso cresciuto a pane e voucher.
«La sua? La sua? Continui, se ha il coraggio!»
«…La sua banda!» conclude finalmente Prostadito, sillabando la parola b-a-n-d-a come fosse ad una gara di spelling all’americana.
«Ah, ecco dove voleva arrivare! Con questa subdola parola lei vuole fare riferimento a quella montatura terribile che è stato lo scandalo Maialazzi di settembre scorso! Ma lo sanno tutti che il buon Maialazzi, padre di famiglia e collega stimatissimo, non aveva niente a che fare con ciò che la stampa di Destra lo aveva serpentinamente accusato!»
«Eh, non aveva niente a che fare! Ma mi faccia il piacere, in ballo c’erano gli interessi della Banca Gravida delle Due Sicilie, di cui Maialazzi è uno dei maggiori azionisti. E poi che parola è serpentinamente? Volete governare l’Italia ma non parlate nemmeno l’itagliano

Ora gli onorevoli sono venuti alle mani. Si tirano ceffoni sonori che sembrano Bud Spencer e Terence Hill in una serata no. Prostadito salta addosso all’altro, gli tira la cravatta e la morde a più riprese, quasi fosse la coda dispettosa di un maialino. Copuli grida in dialetto friulano, ogni tanto ci infila dentro una bestemmia da far crollare l’intonaco dai muri, e nel mentre continua a strappare i capelli del rivale, costati oltre diecimila euro in cure anti-caduta e trapianti follicolari.

Il conduttore lancia uno sguardo ammiccante verso le telecamere, come se tutto quel frastuono, invece di metterlo a disagio, lo diverta un mondo. Ed ecco che un suono fastidioso, come un potentissimo peto uscito da un culo meccanico, copre tutto quanto. È il grande orologio arancione, che è sempre l’ultimo ad avere la parola.
«Eeeee il tempo a vostra disposizione è finito, gentili ospiti – esclama, gioioso, il conduttore – Bene, cari telespettatori. Ora avete tutti gli strumenti per esercitare il vostro diritto di scelta. E mi raccomando: sabato, andate a votare. Ne va del vostro futuro! Avete visto Populism 24 su Canale3. Sigla.»
Tzum-tzum-tzum-ta-da-daaaaa…

Tlunk. Con un ronzio ovattato, lo schermo del televisore diventa buio. Carlo lancia il telecomando oltre i cuscini del divano e si gira verso Mattia. Si guardano in silenzio per qualche istante, soffocando a fatica uno sbadiglio.
«Allora, ti sei fatto un’idea per sabato?»
Mattia si infila un dito nel naso, rimesta per bene, cava fuori qualcosa di grosso che infila prontamente in tasca. Poi ribatte.
«Mah, direi che potremmo mangiare la solita pizza. Tu che dici?»

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Città immaginarie – Sivela

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Conoscete Nuovoeutile? È un blog che si occupa di comunicazione e creatività. La curatrice è Annamaria Testa, una vera veterana del settore: copywriter, saggista, docente e consulente di comunicazione, ha firmato alcune fra le campagne pubblicitarie italiane più indimenticabili (indimenticabili nel vero senso della parola) come quelle per Ciocorì, Perlana e Ferrarelle. Ricordate lo slogan “È nuovo? No, lavato con Perlana?”
Ecco, appunto.

Qualche settimana fa Annamaria ha proposto ai suoi lettori un esercizio creativo davvero interessante, intitolato “Città immaginarie”. Spero di non fare un torto copiando la sua iniziativa sul mio blog, ma mi è sembrata così bella che non ho resistito. Sappiate che, se siete interessati a vedere il gioco originale, vi basterà cliccare qui.

Ma di che gioco stiamo parlando?
Di un esercizio creativo semplice, ma incredibilmente stimolante: anagrammate il vostro nome fino a creare il nome di una città “impossibile”. Poi descrivetela. Come? Nel modo che vi sembra più opportuno, purché questa città abbia qualcosa di voi, come se fra le vie, sui ponti, nelle case, ci fosse – invisibile ma presente – un po’ della vostra essenza.

Io ci ho pensato su e la mia città immaginaria è…

SIVELA

Sivela sorge al centro di un’immensa foresta, così immensa che nessuno è mai riuscito a raggiungerne i confini. Gli abitanti vivono di quello che trovano, cacciano, pescano, raccolgono frutti maturi dagli alberi, si vestono di fiori e foglie. Le case sono in legno, muschio e liane, così si possono smontare e ricostruire dove si vuole. Si cammina tanto ma sembra sempre che non si arrivi mai da nessuna parte, eppure i Siveliani non se ne curano. Vivono in comunità e il problema di uno è anche il problema dell’altro. Per questo, di problemi, ce ne sono ben pochi e tutti sorridono riconoscenti, e al sorgere del sole cantano, ballano e suonano il flauto.
Ogni tanto, però, qualcuno parte. Si carica le provviste nello zaino, si porta via il cane, saluta tutti, abbraccia mamma e papà, si inoltra fra il fogliame e scompare.
Non fa mai ritorno. Avrà raggiunto i confini che nessun uomo ha mai visto prima? O sarà morto solo, nel cuore della foresta? Non c’è una risposta e così, prima o poi, qualcun altro partirà di nuovo. La vita, a Sivela, è in fin dei conti sia dolce che amara.

Metropoli

Ultimamente mi sono scolato un thriller dopo l’altro (oltre a qualche buon giallo) e mi è venuta voglia di scrivere di un killer pazzo che se ne va in giro per la città ad ammazzare gente a caso (lasciate anche a me qualche breve momento di follia, ve ne prego). Un racconto rapido, psicologico, cupo e angoscioso quanto basta. Angoscioso a parer mio eh, poi magari a voi strapperà un sorriso di compatimento. Se vi farà ridere, però, significherà che anche voi avete qualche rotella fuori posto. Proprio come il mio killer della Metropoli.
Chi ama Roman Polanski potrebbe riconoscere nel protagonista, misantropo e sessuofobico, il personaggio di Carol di Repulsione (1965). A voi.

Metropoli – 20lines – prossimamente

metropoli

Lontano dal paradiso, nel cuore avvizzito della Metropoli, affondo il mio sguardo lungo le vie popolate di ombre. Appoggiate al muro, le silhouette di uomini piegati in due dall’alcool meditano, come in attesa di un segno dal cielo. Alzo lo sguardo. È così buio che è come se il cielo se lo fossero fottuto, il che mi strappa una risata spenta. Una delle ombre ripete il mio verso
Yak-yak-yak
poi, chinata la testa, torna a dormire il sonno dei pazzi.
Come sono arrivato fin qui? Non lo ricordo, ma non me ne preoccupo. So che ero uscito con uno scopo preciso in mente, ma il mio intento è evaporato come il vino da discount che macchia i marciapiedi, portando alle mie narici l’olezzo infimo dell’acido acetico. Poco importa. Questo è l’unico posto dove dovrei e vorrei essere.

Ora ricordo: dovevo vedermi con qualcuno. Uno studente senza nome incontrato lungo i corridoi dell’università di filosofia. Ci avevo parlato una volta (quando? Ore, giorni o mesi fa?) e mi aveva preso in simpatia, benché gli avessi risposto in modo piatto, solo per conservare un minimo di apparenza. Ho scoperto che se mostro il mio vero io, sia pure per un millesimo di secondo, la gente inorridisce e scappa via. Perché si comportano così con me? Anche io li trovo orribili, ma il solo vederli mi riempie gli occhi di risate. Il mondo, amici miei, ha un’ironia caustica.
“Come ti va la vita?” mi aveva chiesto quel ragazzo. Che nome aveva? Un premio in gettoni d’oro a chi se lo ricorda. La mia vita?
La mia vita prosegue lenta, senza quel guizzo di spirito che tiene in vita, illudendoli, molti dei miei coetanei. Sognano grandi futuri, loro; redditi principeschi ed esistenze immortalate sui social network. Non si rendono conto di essere già morti, sin dal primo momento in cui, strappati dall’utero della loro madre, hanno riempito di aria rancida i loro polmoni. L’aria viziata della Metropoli.
“Dai, vieni alla festa della facoltà!”
“Quando?”
“Sabato questo. Parleremo di Kant, di Heidegger o Nietzsche. Oppure di letteratura, se vuoi chessò di Nabokov o Proust o di Stieg Larsson se ti piacciono i thriller. E poi ci sono le ragazze. E la bamba. Non dirmi che mancherai, eh!”
“Non mancherò, puoi scommetterci…”
Avevo mentito. Col cazzo che ci sarei andato a quella stupida festa. E poi, anche se avessi cambiato idea, non ricordavo né l’ora né il luogo dell’incontro. Faccio fatica a ricordarmi le cose, l’ho sempre fatto. Il mio medico dice che è uno dei sintomi del mio squilibrio mentale, ma io non ci credo. Mi sento l’uomo più sano della terra. È solo che il mondo non offre mai un motivo valido per essere ricordato.

Al diavolo la festa di facoltà! Preferisco perdermi nella Metropoli. Eccomi dunque, nei sobborghi più infimi della città. Se la Metropoli avesse un corpo, al posto di questi neri palazzi di cemento, folli progetti di architetti senz’anima, ora mi troverei nella sua vulva, intrappolato nelle miasmiche cavità da cui siamo nati tutti; intrappolato dalle seducenti e malate secrezioni che stillano da questi muri invasi da graffiti; li tocco con le mani: sono scritte senza ambizione né scopo, se non quello di restare appiccicate a qualcosa. Come le nostre vite.

Ecco, lo sento. Come un trillo, lo spostamento impercettibile, eppure violento, dell’ago di una bussola, solo che è incistata da qualche parte nella mia testa. Mi mostra la direzione. Destra o sinistra? Destra, mi dice l’ago, ruotando così forte da scaricarmi un fascio di dolore dalla mente fin giù, fino ai piedi. Scuoto la testa e una morsa di paura mi azzanna la fronte. All’improvviso non riesco a ricordare nemmeno come sono arrivato fino a qui, ma tanto la bussola continua a guidarmi, incredibilmente e dolorosamente appuntita. Mi fido di lei e la paura passa.

Giro l’angolo (mi trovo in una lunga via di negozi vuoti, costretti a chiudere i battenti per via della crisi. Le vetrine sono insaponate per non far vedere i topi che stanno banchettando con i resti di kebab e di falafel. Ovunque cartelli che promettono affitti a prezzi concorrenziali) e mi si presenta un curioso siparietto: un uomo, nudo dalla cintola in giù, che si abbraccia ad una donna, completamente nuda tranne che per un paio di stivali alti fino a metà coscia. Si baciano e si toccano, sbattendosi contro i muri del quartiere. Non so perché ma quella scena mi disgusta, mi appoggio allo stipite di un portone e vomito. Loro mi vedono, si scollano e l’uomo, nel pieno del suo trionfo di testosterone, mi apostrofa con un “coglione, che cazzo guardi!”
Mi avvicino, lentamente, con l’ago della bussola che è immobile, rizzato verso quel gradasso. Oh, adesso capisco bene cosa ci sono venuto a fare, qui nella vulva della Metropoli.
La donna e l’uomo si affiancano, come una sconclusionata gang suburbana ma poi, non appena tiro fuori il coltello, i loro visi cambiano: sbiancano, assediati dalla paura.
Mi avvento su di loro, rapido come il mio pensiero. Lei cade subito trafitta al cuore; lui, ripresosi dalla sorpresa, cerca di fermarmi bloccandomi il braccio, ma io sono più forte e lo colpisco tre volte all’addome. Odoro il profumo del sangue, è come se fosse il disinfettante con cui pulire questa umanità perversa.
L’uomo ora è in ginocchio, con le braghe calate e il membro svuotato di ogni virilità; tende verso di me le mani sporche di sangue, sciorinando parole a caso, lodi, bestemmie, rime involontarie.
«Amico caro amico oh maledetto bastardo no no che fai così merda mi fai morire oh vorrei vedere gli occhi di mia madre se avesse saputo non mi avrebbe lasciato andare…»
Trema come un cucciolo, alzando i suoi occhi lucidi nella speranza di dissotterrare, dalla mia mente, una scheggia di razionalità. Si sbaglia, si sbaglia perché è proprio la razionalità ad avermi spinto qui, questa sera, e non la follia. Non sono più folle di chi continua a condurre una vita priva di qualunque senso. Siamo solo ammassi di carne molliccia nati per il capriccio involontario di una fredda esplosione cosmica.
L’uomo sta per soffocare di paura, apre la bocca, emette un singhiozzo attutito dal muco che gli invada le narici. Dolorosamente lo deglutisce rotea gli occhi sbava ancora muco misto a saliva e sangue
Amico caro amico oh maledetto bastardo
dopodiché apre la bocca una seconda volta per sussurrare una vana supplica.
«Ti prego, ho moglie e figli che mi aspettano a casa! Sii misericordioso.»
«Ma come, amico mio – rispondo, mentre una lacrima opaca scende lungo la mia guancia sinistra – non ti rendi conto di quanto io lo sia?»
E il mio coltello colpisce. L’uomo strilla come un suino sgozzato appeso per la coppa al gancio del macellaio. È un urlo stanco, quasi si perde per le vie buie di quella giungla suburbana. Poi scende di nuovo il silenzio.
Il silenzio rumoroso della Metropoli.

Akira e Tiko

Questa breve storia partecipa al contest estivo indetto dal Circolo Letterario Raynor’s Hall. Queste le principali regole del concorso:

  • Il racconto non dovrà superare le 4mila parole.
  • Il racconto dovrà essere di genere FANTASTICO e dovrà contenere elementi sovrannaturali (favole, fantasy, gotici, horror, future fantasy…)
  • UN testo a persona, se non verrà considerato non attinente al tema, avrete tempo per scriverne un altro.
  • Il testo, stavolta, deve essere INEDITO, quindi creato apposta o comunque non postato prima.

Akira e Tiko – 20lines

akira e...

All’alba dei tempi, in una terra di grandi savane, di grandi montagne e grandi laghi, un bambino e un giovane leone bianco si incontrarono nei pressi di una pozza d’acqua torbida. Il piccolo uomo, che era uscito per la sua prima battuta di caccia, stringeva fra le mani una lancia che, in altezza, lo superava di due cubiti. Il leone, che doveva ancora dimenticare il sapore dolce del latte di sua madre, aveva artigli e denti taglienti come spade.
L’uomo e il leone si fissarono a lungo, senza proferir parola. Entrambi erano stati educati a temersi e odiarsi. Nelle grandi sale di pietra giù al villaggio del Sole, gli uomini aveva dipinto il loro grande odio per i leoni con la bile nera dei grandi serpenti. Fra i grandi alberi della grande savana, i leoni riservavano all’argomento uomini i loro ruggiti più bellicosi.
L’uomo e il leone continuavano a fissarsi, ma il sole era caldo e il richiamo dell’acqua troppo invitante. Così, rinfoderati gli artigli e lasciata cadere la lancia, si avvicinarono alla pozza e iniziarono a bere.
«Come ti chiami?» chiese il ragazzo, asciugandosi la bocca con il palmo.
«Tiko.» ruggì piano il leone.
«Akira.» ribatté il giovane, toccandosi il petto con la mano, in segno di rispetto verso il suo nemico. Detto questo, voltarono le spalle e proseguirono. Si incontrarono per altre tre volte alla fonte, nel corso delle loro vite, e tutte e tre le volte si comportarono in quel modo, senza provare nessuna voglia di ammazzarsi.
Ma venne la guerra, e uomini e leoni dovettero fronteggiarsi in campo aperto, senza che nessuno di loro sapesse bene il perché. Avevano sete di morte e a spingerli era quella cieca forza irrazionale che alcuni, ancora adesso, chiamano istinto. Gli dèi, che avevano occhi di cielo e cuori di alabastro, l’avrebbero chiamata paura.

Gli schieramenti, sbavanti di rabbia, con occhi, bocche e code che smaniavano, si scontrarono alle prime luci dell’alba, sotto il vento fetido di un temporale fuori stagione. Il cielo color ossidiana era mutevole come il cuore degli uomini. Il segnale della battaglia fu dato da un fulmine bianco, che cadde sopra un’acacia, tagliandola a metà e sprizzando ovunque scintille che parevano anime dannate; il fuoco illuminò i volti e i musi dei soldati, accendendo i loro occhi immobili di un cupo riflesso vermiglio. Con un grido, gli eserciti si corsero incontro e, assordati dal vento che serpeggiava fra loro, cozzarono l’uno contro l’altro. Ruggiti e grida bellicose si mescolarono in una cacofonia terribile, un epinicio proveniente dalle più remote ombre dell’Aldilà.
Akira e Tiko si notarono da lontano, riconoscendosi come avrebbero fatto due amici che si fossero incontrati dopo anni di silenzio. Anche in quell’occasione, nell’umidità della pioggia e del sangue che bagnava la savana, quello che provarono non fu la voglia di uccidersi ma solo un fraterno compatimento. Ma avevano fatto un voto di appartenenza alle rispettive tribù e non poterono far altro che corrersi incontro, ognuno con le proprie armi sguainate: una lunga lancia d’osso e artigli e denti affilati come spade.

Al termine della battaglia, furono ritrovati insieme, chiusi in un abbraccio mortale, resi simili dal colore rosso del sangue che li ricopriva come il manto di un re. Sembravano morti in pace, ma chi avrebbe potuto giurarlo?
Durante la tregua decisa per seppellire i morti, gli sciamani degli uomini e quelli dei leoni si consultarono, incapaci di decifrare quel segno. I due nemici erano morti odiandosi o amandosi? Senza quella risposta, nessuno avrebbe osato spostare i corpi per bruciarli o tumularli, perché diversi erano i riti funebri per le nemesi o per i fratelli che trovavano la morte assieme. Fu così che i corpi di Akira e Tiko vennero lasciati all’inclemenza del vento perché fossero gli altri animali a decidere della loro sorte. Ma né gli avvoltoi né le iene seppero darsi una risposta e nemmeno loro trovarono il coraggio di toccare le spoglie.
Allora Wulè, il sommo creatore di tutte le cose, mosso a pietà per la sorte di quei valorosi guerrieri, prese con le sue mani di vetro i due corpi e ne adornò le volte del cielo.

E ancora oggi, la costellazione dell’uomo e quella del leone bianco si fronteggiano, e neppure i più saggi sanno dire se il loro sia un atteggiamento di sfida o di amicizia.

Kauula

Questo racconto partecipa al decimo contest non competitivo del Circolo Letterario Raynor’s Hall. Il tema estratto è Finlandia.

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«Dai nonno, raccontaci una storia!»
Ainikki era aggrappata ai braccioli della poltrona con aria avida; i suoi capelli risplendevano come paglia dorata sotto la luce di un pallido raggio di sole invernale.
«Va bene, Ainikki. Hekki, vuoi ascoltare anche tu?»
Hekki, che se ne stava seduto in un angolo a far pigolare il suo Nintendo 3Ds, abbassò lo schermo e si avvicinò controvoglia, alzando le spalle con noncuranza. Il vecchio parve soddisfatto e sorrise debolmente. Gli mancava qualche dente e i suoi occhi erano così azzurri che parevano lacrime di ghiaccio. Sulla fronte aveva un taglio profondo che scendeva giù, rosso, fino alla guancia, incidendogli un poco la palpebra così che sembrava dovesse aprirsi da un momento all’altro, come una strana porta arcuata.
«Siediti qui sulle mie ginocchia, Ainikki. Molto bene. Ora… La nostra storia inizia in un remoto villaggio dell’entroterra, situato dove i monti Salpausselkä si incontrano con i grandi laghi della Finlandia lacustre. Come dici, nipotina mia? Oh, non ricordo più il nome di quel paese. Ma non è importante: non era altro che una manciata di casette di legno abbarbicate su un crinale, in fila come chiocciole su una staccionata. Quando scendeva l’inverno un vento glaciale soffiava tra le case e allora pareva che una voce di donna cantasse una canzone d’amore. In questo villaggio viveva un ragazzo che aveva poco più dell’età di Heikki e pian piano stava diventando un uomo. Non è importante che sappiate il suo nome. A scuola era un vero discolo e l’unica cosa che gli piacesse fare era perdersi per la foresta o camminare sulle rive dei laghi. Un giorno, scappato di casa perché suo padre voleva mandarlo a lavorare come bracciante, se ne andò sulle rive di uno specchio d’acqua. E fu lì che la vide.»
«Che cosa, nonno?»
«Una volpe bianca, messa all’angolo da un feroce cinghiale. Era ferita. Il suo pelo candido si faceva ogni istante più rosso. Ancora un po’ e sarebbe caduta vittima del suo predatore.»
«Oh, no! E il ragazzo cosa fece?» domandò Ainikki, portandosi una manina alla bocca.
«Fece quello che il suo cuore gli suggerì. Combatté contro il cinghiale, con la sola forza delle sue mani giovani e forti. Fu una battaglia cruenta ma alla fine il ragazzo ebbe la meglio, solo che fu ferito dalla zanna dell’animale, che gli lasciò una profonda ferita sopra la faccia.»
«Oh, nonno! Ma allora eri tu!»
«Come dici, nipotina mia?»
«La ferita che hai sull’occhio. Fu il cinghiale a procurartela!»
Il vecchio, che si chiamava Timo, scoppiò a ridere.
«Se è quello che credi, allora è così Ainikki. Quel ragazzo ero io.»
Hekki scosse la testa e sbuffò rabbiosamente. La bambina lo fulminò con lo sguardo.
«E poi, nonno? Che accadde?»
«Accadde che la volpe emise un verso prolungato, come un canto. Allora si sollevò un vento fortissimo che alzò i fiocchi di neve da terra, facendoli danzare in circolo. Ne fui accecato e quando riaprii gli occhi vidi che, al posto del piccolo animale, c’era una donna bellissima, dalla carnagione pallida e delicata. Aveva i capelli d’oro. Brillavano come i gioielli di una regina.»
«Sì, come no.» borbottò amaro Hekki.
«Era una ninfa?» chiese Ainikki, ignorando il fratello.
«Sì lo era. Mi avvicinai tremante e, strappatomi un brandello dalla giacca, le curai le ferite. Lei mi sorrise. Da quell’istante, seppi che sarei appartenuto a lei per sempre. E non serviva parlare, oh no. Ci capivamo semplicemente guardandoci. Tornai molte volte da lei, nel corso degli anni, e ogni volta che ci guardavamo negli occhi mi pareva di comprendere un po’ di più della mia terra e del senso della vita. Poi, un giorno, morì, lasciandomi uno dei doni più grandi che si possano immaginare.»
«Che cosa, nonno?»
«Oh, non ve lo posso dire. È un segreto tra me e lei. Ricorderò per sempre l’ultima storia che mi narrò. Mi raccontò come era nata la Finlandia, come la Fata della Natura avesse scolpito la nostra terra, distendendosi su di essa e imprimendo le sue forme sensuali sulle rocce, sulle coste e sui prati, i suoi capelli trasformati in torrenti e ruscelli e alghe di fiume. Sì, bambini miei, questo è il segreto di come è stata creata la nostra terra ed è questo a renderla così speciale!»
Fu allora che Heikki non riuscì a trattenersi e balzò in piedi.
«Balle, nonno! Non esiste nessuna Fata della Natura, e tu lo sai. Perché ci racconti tutte queste sciocchezze?»
Il vecchio Timo ammutolì, stupito, mentre gli occhi di Ainikki si riempirono di lacrime.
«Cosa dici, stupido? Io ci credo alle storie di nonno!»
«Brava oca! Vuoi diventare come lui, che se ne sta solo tutto il giorno in questo buco, senza la TV o il cellulare? A fare da balia a noi quando nostra madre se ne va giù in città a sbattersi qualche cazzone incontrato al bar? Apri gli occhi, Ainikki! Dovrai pur crescere anche tu, un giorno!»
Detto questo si calò il cappello da rapper sugli occhi e si chiuse la porta alla spalle, sbattendola così forte che uno degli scoiattoli impagliati sulla mensola del caminetto si girò un po’ a sinistra come se si stesse guardando attorno con istintiva circospezione. Ainikki tirò su con il naso.
«Oh, nonno. Non capisco perché a volte faccia così…»
«Heikki sta diventando grande, piccola. E come tutti i grandi sceglie quello in cui credere. E tu dovrai rispettarlo sempre, capito? Il mondo in questo momento gli sembra così buio e insensato.»
«Te lo prometto, nonno. Io però ci credo alla tua storia.»
Timo sorrise ma lo fece stancamente, le sue labbra trasformate in una sottile linea affumicata dal sole. Il taglio che gli segnava il volto stillò una piccola goccia rubino, che il vecchio si affrettò ad asciugare con un fazzoletto.
«Tua nonna sarebbe fiera di te, Ainikki. Ma adesso sii paziente e vai a giocare fuori con tuo fratello. Sono stanco e ho bisogno di dormire.»
Non appena la bambina fu uscita, Timo si abbandonò sulla poltrona con un sospiro. Afferrò la catena che portava appesa al collo e la sfilò dalla camicia. Era un ciondolo, uno di quelli che si aprivano in due metà. Timo lo fece scattare e una luce innaturale, come l’apparizione di un angelo, invase improvvisamente la stanza. Dentro al gioiello, protetto da un vetro, c’era un sottile capello dorato.
«Ogni giorno, dolce Kauula, tua nipote diventa sempre più simile a te.» sussurrò Timo.
Detto questo, chiuse gli occhi e si addormentò. Sognò le forme bianche e sinuose della sua Finlandia.

La nebbia nella vallata

Prosegue la rubrica dedicata a “Voci dal seminterrato” la raccolta di racconti dell’orrore che ho scritto e ideato all’inizio del mio percorso d’autore. Non sono niente di che, sono d’accordo con voi, eppure questi racconti rappresentano un passo importante della mia vita, visto che sono il primo tentativo riuscito di dare forma alle storie che prima non avevo mai trovato il coraggio di raccontare 😉
Questa volta abbiamo a che fare con un racconto ancora più importante degli altri.
“La nebbia nella vallata”, infatti, non è altro che la base su cui ho costruito il mio primo romanzo: “Il faro di Blackdale“. Ci sono molti elementi in comune: un villaggio chiuso e isolato; un nugolo di abitanti arcigni e bigotti, sempre pronti ad additarsi l’un l’altro; una nebbia densa e soffocante, simbolo della chiusura mentale e dell’egoismo che si è depositato sui cuori delle persone. Come se ciò non bastasse, la protagonista de “La nebbia della vallata” ha lo stesso nome di quella de “Il faro di Blackdale”. Nora, la ribelle e sfrontata Nora, in grado di vedere oltre l’apparenza (la nebbia) e di combattere, a testa bassa, i tabù incomprensibili degli adulti.
Signore e signori… La nebbia nella vallata! 

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Dove sorge il villaggio di Blearwick, il paesaggio cambia radicalmente: le verdi e solari campagne degradano lentamente verso il marrone scuro e il terreno fangoso si apre qua e là in profonde e stagnanti pozze paludose, dove canne e rane esprimono il proprio sconforto con canti striduli e gracidii deprimenti. Poche volte il sole fa breccia nei banchi di nebbia che calano nella vallata dalle alte montagne, quando si fa mattino. La foschia è sgusciante e opprimente quanto il fumo di braci infernali e quando scende, avviluppando il paese, nessuno ha il coraggio di uscire: gli abitanti sprangano porte e finestre e si accoccolano assieme davanti al camino per recitare il rosario, con l’ancestrale timore di avvertire nella bruma orridi lamenti di predatori a caccia di anime.
Nora era l’unica a non temere la nebbia: adorava inoltrarsi in essa e perdere ogni punto di riferimento. Entrare nella cortina di fumo era per lei come viaggiare lontano, in reami fuori dal tempo e dallo spazio, dove nessun uomo è straniero; passava intere giornate nella vecchia foresta, in compagnia dei fruscii degli alberi e dei sussurri del vento, che le scompigliava i capelli con una delicatezza quasi materna. Il silenzio era il suo unico vero amico e le foglie secche le sue intime confidenti.
«Devi guardarti dalla nebbia!» gli ripeteva sempre il nonno, un vecchietto bonario e arzillo con il quale la ragazzina viveva dalla morte della madre, avvenuta due estati prima. Nora non ascoltava il vecchio; non c’era niente nella nebbia che potesse nuocere, quantomeno non a lei: quella ragazzina bruna e minuta aveva infatti un dono. Non era raro che gli abitanti del villaggio la trovassero seduta su un masso al limitare del bosco, con gli occhi fissi nel coacervo di tronchi e un sorriso appena accennato sulle labbra. Altre volte l’avevano persino udita sussurrare dolci parole in direzione della foresta; a chi fossero rivolti quei bisbigli, nessuno l’aveva mai capito, né se l’era mai chiesto.
Eppure Nora non era pazza come tutti in paese si erano ormai convinti: non parlava da sola, ma con gli spiriti della foresta, che abitano ciascuno un albero diverso e perdurano da quando la terra è stata plasmata. Erano stati loro svelarle il segreto che si celava nella nebbia: quando scendeva vaporosa, essa creava un ponte con il mondo che sta oltre il mondo, l’etereo Altrove, dove albergano le anime dei morti.
E ben altri luoghi potevano essere raggiunti attraverso la coltre di nubi, alcuni splendidi e lussureggianti come le verdi foreste dell’Amazzonia, altri spaventosi e mortali, pieni di fuoco e abissi oscuri nei quali strisciavano creature senza forma e senza scopo.
Tutti consideravano Nora una ragazza strana e le stranezze non erano benviste a Blearwick. In paese cominciarono ben presto ad avere paura di lei. Quando la ragazzina passava all’emporio, per svolgere le commissioni che suo nonno non poteva eseguire personalmente a causa di una vecchia ferita di guerra, tutti la scansavano: i visi delle coetanee si abbassavano di scatto per timore di incontrare il suo sguardo penetrante, mentre le vecchie vedove la trafiggevano con occhiate torve e sospettose, bisbigliando scongiuri e formule contro il malocchio quando la ragazzina incrociava la loro strada. Nora non se ne accorgeva nemmeno perché la sua mente, così come anche il suo corpo, era abituata a proiettarsi ben oltre la realtà di quel misero agglomerato di casupole caliginose; viveva sospinta dai ricordi dei luoghi che aveva già visitato e si alimentava con i sogni dei mondi che avrebbe ammirato in futuro, al prossimo calare della bruma. Il suo cuore inoltre non conosceva l’ira, il rancore o la malizia.

I mesi passavano e la vita a Blearwick procedeva lenta, quasi imperturbabile nell’alternarsi delle stagioni. La nebbia continuava a scendere, il vento soffiava indisturbato e l’erba si ritraeva ad esso come una fanciulla pudica di fronte al bacio troppo irruento di un innamorato. Nulla avrebbe mai scosso l’equilibrio della comunità; di questo gli abitanti erano fermamente convinti ed era la cosa migliore che potessero sperare e augurarsi.
Poi, durante la glaciale morsa invernale, cominciarono a sparire i bambini. Il primo fu Bartolomeus, il figlio del mugnaio; era un bambino snello e di bell’aspetto, con una zazzera di capelli irsuti e un viso spruzzato di lentiggini come tante faville di un caminetto; invano i genitori lo cercarono nel cortile e sul greto del torrente, dove era solito giocare coi compagni e invano si istituirono gruppi di ricerca composti da giovani abbastanza coraggiosi da cercarlo nella foresta silenziosa e crepuscolare: il suo corpo non fu mai ritrovato. Poi fu il turno di Elizabeth e di Leonora. E di Jacob. Tutti si dissolsero nella notte senza lasciare traccia, come fa la nebbia nelle giornate secche e ventose.
Il terrore iniziò a serpeggiare nel villaggio e aveva la forma del sospetto e dell’intolleranza. Il consiglio cittadino, riunitosi per la prima volta dopo decenni in una grande sala squadrata, avrebbe dato la colpa dei rapimenti ai gitani, se questi non fossero stati cacciati via a bastonate cinque anni prima.
Di vagabondi non se ne vedeva neppure l’ombra, da quando erano stati banditi l’estate precedente in quanto disturbatori del decoro e del quieto vivere della comunità. Il colpevole doveva essere per forza un essere soprannaturale o una strega, conclusero rapidamente gli abitanti. Nella sala calò il silenzio e tutti si affidarono al Signore e lo pregarono affinché salvasse le loro anime innocenti dalle fauci del diavolo.
All’improvviso, Samuel il droghiere balzò in piedi e raccontò di aver visto poche sere prima, sul limitare della foresta, una fiera spaventosa, più grande e feroce di un comune lupo, e dotata di artigli ricurvi come falcetti agricoli. Nessuno fino a quella sera aveva mai prestato ascolto al droghiere, che notoriamente amava più la bottiglia dei suoi stessi figli, ma questa volta la rivelazione fu presa per vera e venne accolta da squittii di paura e da ruggiti di bellicosa virilità.
Tutti gli uomini in grado di combattere e di brandire un forcone si divisero in gruppi di quattro persone, e passarono la nottata e i gelidi giorni successivi a sorvegliare ininterrottamente ogni angolo del villaggio, seguendo l’acciottolato delle viuzze che serpeggiavano tra le modeste case di mattoni e legno, fino al limitare della foresta imbiancata di neve. Il gruppo più feroce e spietato lo guidava il sindaco in persona, l’unico che possedesse un fucile e sapesse usarlo. Gli uomini controllarono attentamente sotto il vecchio ponte di pietra, nelle cantine di ogni casa e nei luoghi dove la presenza di cibo avrebbe potuto attirare il maledetto animale.
Infine, il caso portò l’esercito improvvisato nel cuore della foresta.
Gli alberi spogli e artigliati giganteggiavano con la loro nudità su una radura bruna e irta di cardi violacei, puntuti come falangi oplitiche. Al centro della radura, seduta su un macigno antico e muscoso, Nora sorrideva beata, mentre con una mano accarezzava il folto pelo di un mansueto lupo grigio accoccolato ai suoi piedi: i lunghi viaggi nella bruma avevano permesso alla ragazzina di instaurare un legame speciale con gli animali che vivevano nella foresta, sia visibili che invisibili, ed essi accorrevano a darle il benvenuto quando, dopo tanti giorni di assenza, lei tornava a passeggiare sotto l’ombra delle querce e degli aceri sanguigni.
Samuel gridò orripilato di fronte a quella visione e giurò che il lupo era proprio la bestia infernale che l’aveva terrorizzato qualche sera prima.
«Abominio!» gridarono all’unisono gli abitanti, sbavando e ringhiando dalla rabbia.
Se solo si fossero presi del tempo per riflettere seriamente, si sarebbero resi conto che il lupo non poteva essere il colpevole del misfatto, dal momento che non era stata trovata nessuna impronta di animale sulla neve che circondava le case dei bambini scomparsi. E se avessero riflettuto con ancora un po’ più di attenzione, alcuni di loro si sarebbero di certo ricordati di aver visto il sindaco che bighellonava attorno alla casa di Bartolomeus e a quelle di Leonora e Jacob. Ma Thomas era un uomo garbato ed irreprensibile e perciò insospettabile.
Esaltato dalle voci dei suoi sostenitori, il sindaco puntò rapido il fucile sul lupo, mirando alla testa; il colpo fece stramazzare l’animale in un guaito di dolore quasi umano e il sangue schizzò l’erba grigia e il candido vestito di Nora. Quest’ultima venne trascinata con forza fino al centro del villaggio, tra le grida e il furore degli uomini, convinti di aver ucciso il mostro e catturato la sua malefica aizzatrice.
Quando il drappello raggiunse la piazzetta centrale, gli abitanti, usciti dalla case in vestaglia pur di non perdersi lo spettacolo, inveirono rabbiosi contro quella ragazzina spaurita e confusa, gridandole che era una strega e che il suo destino era quello di bruciare all’inferno. E proprio il fuoco venne scelto per mondare i peccati di quella serva del male. Al centro della piazza venne eretto un palo alto quanto le case, attorno al quale vennero accatastati ciocchi di legno, foglie e sterpaglie secche. Nora venne legata strettamente all’asta e il sindaco appiccò il fuoco; la mano di Thomas era ferma e non provava rimorso, né pietà: insieme alla bambina avrebbe bruciato ogni indizio sulla sua colpevolezza. Nessuno si mosse o protestò. Quella ragazzina se l’era andata a cercare: quando si è troppo diversi si fa presto a finire nei guai!
Soffocata dal fumo e torturata dal calore accecante delle fiamme, fu solo allora che Nora capì le parole di suo nonno: non doveva temere la nebbia che calava dalle alte montagne, ma solo quella che si nascondeva nel cuore degli uomini.

Sulle rive del Lago d’Argento

“Mille templi d’oro sfavillavano all’orizzonte, sotto un cielo color del grano, mentre le cascate del vicino monte Titano piangevano lacrime di cristallo sui pascoli erbosi. Dove finiva l’oro iniziava la campagna, un mare d’erba rossa che pareva continuare all’infinito. Solo ogni tanto spuntava, da quell’eternità vermiglia, un albero bianco o le rovine di una vecchia torre dimenticata.”

Sulle rive del lago d’argento

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Quattro volte Aaron provò ad atterrare sulla città di Kyran, gioiello delle piane di Zahn, e quattro volte rinunciò, rialzandosi in volo per rimirarla ancora. Non si poteva dargli torto. Mille templi d’oro sfavillavano all’orizzonte, sotto un cielo color del grano, mentre le cascate del vicino monte Titano piangevano lacrime di cristallo sui pascoli erbosi. Dove finiva l’oro iniziava la campagna, un mare d’erba rossa che pareva continuare all’infinito. Solo ogni tanto spuntava, da quell’eternità vermiglia, un albero bianco o le rovine di una vecchia torre dimenticata.
Aaron seguì le correnti ascensionali e si fece portare sopra la torre del Gran Tempio; lì, appollaiato ad una gronda, si mise a guardare la gente che passava. Si stavano tutti recando al vicino mercato di stoffe, lì dove la piazza principale si trasformava nel colossale ponte dei negozi, che poi era anche il passaggio per un altro universo.
Aaron sospirò, rapito. Kyran, la Città-che-è-anche-una-porta. Era uno dei suoi luoghi preferiti. Se fosse stato un normale abitante di quelle lande ci si sarebbe trasferito senza esitazione. Avrebbe comprato una piccola casa di campagna, un semplice cascinale di mattoni con un ruscello e una mola e un campo dove coltivare grano e zucche. Ma Aaron era un Viaggiatore. Lo era da quando ne aveva memoria. Aveva visitato tanti di quei mondi che faticava a ricordarli. E forse era meglio così, perché in questo modo avrebbe potuto visitarli ancora e ancora, rimanendo stupito ogni volta di fronte ad un tramonto o ad un cielo stellato, inedite meraviglie per il suo cuore insaziabile. Viaggiare era la sua missione, il suo destino. Gli bastava prendere la rincorsa, gettarsi da un altopiano e le sue ali colorate facevano il resto. Erano ali possenti, ali di sogno, che gli permettevano di volare attraverso le dimensioni, in tutto il Multiverso. Non c’era luogo che gli fosse precluso, ma erano pochi quelli in grado di ritagliarsi un posto nella sua memoria. Uno di questi era Kyran, con le sue piazze, le sue variopinte bandiere e il colossale ponte oltre le cui colonne c’era solo il vuoto del Portale.
Esisteva un luogo però che Aaron amava più di Kyran. Era il Lago d’Argento, un’immensa pozza d’acqua grigia a cavallo fra più universi. Con quel luogo Aaron aveva un legame speciale. Anche adesso, mentre guardava la piazza gremita di persone, la sua mente era altrove. Così, lasciata la cupola dorata del Gran Tempio, Aaron spiccò il volo e si diresse verso il luogo che più amava.

Il Lago d’Argento non era un luogo lussureggiante come le foreste di Tusul, né maestoso come Kadma, la città di pietra di luna. Tutt’altro: era una landa desolata, dove crescevano strane piante contorte. C’era un silenzio mortale, e il lago, con il suo grigiore, teneva lontani tutti gli altri abitanti, relegandoli a ben più miti territori. Eppure Aaron amava quel posto e quelle acque color mercurio. Si sentiva parte di tutta quella desolazione, come se avesse, con quel luogo, un legame più profondo di quanto pensasse.
Anche quel giorno, una volta atterrato sull’erba cinerea che cresceva sulle rive, rivisse le stesse sensazioni che lo accoglievano ogni volta in cui si ritirava a pensare sui tanti massi che circondavano il lago. Non appena si sedette su una di quelle rocce, infatti, fu travolto da mille sensazioni diverse. Erano ricordi. Sì, forse lo erano, ma non avrebbe potuto giurarlo.
Un uomo, un giorno, un altro viaggiatore, gli aveva detto che quando si moriva ci si dimenticava totalmente della vita precedente e si nasceva in un altro posto, con un altro io, altri sogni e altre speranze. Aaron non gli aveva mai creduto, ma quel giorno, molto più di altri, pensò che lo straniero avesse ragione.
Ricordava. Sì ricordava una vita precedente, come se fosse un sogno. Non gli pareva fosse una vita particolarmente felice. Anzi, gli sembrava – se davvero l’aveva vissuta e non si trattava solo di un inganno dei sensi – che non fosse altro che uno strascicata esistenza. Una specie di lenta e monotona passeggiata lungo un viale alberato, dove però gli alberi erano grigi e l’aria insalubre. E mentre camminava, con la coda dell’occhio, vedeva delle sagome sfrecciargli a lato, degli strani e affusolati bolidi argentati. Poteva benissimo essere un ricordo, come anche una strana fantasia. D’altronde era un Viaggiatore e viaggiava di mondo in mondo, uno strano uccello sospinto dai venti astrali, che si infilava nei pertugi dello spazio-tempo, senza meta, senza una luogo a cui tornare. Solo e libero come le popolazioni del remoto pianeta di Hod, che da sempre compie la sua orbita infinita attraverso il tempo e la materia, e non si ferma mai.
C’erano dei giorni in cui questo mutevole ricordo spariva e allora Aaron si convinceva di essersi immaginato tutto. Altre volte, invece, soprattutto quando calava la bruma sulle brulle pendici del Lago d’Argento di Balan-Tor, era quasi certo che, allungando un braccio verso il velo di nebbia, avrebbe toccato qualcosa. Che cosa, non lo sapeva neppure lui.
Aveva come la sensazione che quel mondo, quel mondo che a volte rivedeva e sentiva e odorava, fosse in qualche modo più fisico di quello che aveva imparato ad amare. Più solido e più pesante. Un mondo di piombo dove non si poteva volare e si era vincolati al proprio presente senza alcuna possibilità di scampo. Se per davvero ci aveva vissuto, doveva sentirsi felice di essergli sfuggito. Doveva. Ma non era così, no. Perché a volte, quando si sedeva sulle rive del Lago d’Argento e fissava il proprio volto sulla superficie immota di quelle acque, si sentiva solo e dimenticato. E allora si chiedeva chi lui fosse e cosa, di così importante, si fosse lasciato dietro le spalle.

*

«Si sente pronta?»
La donna annuì. Sul suo volto una risolutezza che si era costruita giorno dopo giorno, dolore dopo dolore.
«Sì. Lasciatelo andare.»
Il dottore fece un cenno agli infermieri. La macchina ventilatrice venne prontamente spenta e il paziente cominciò a morire. Il suono del saturimetro si fece man mano meno ritmato, finché divenne un’unica nota trillante, assordante. La ragazza si coprì gli occhi con le mani. Non voleva vedere l’attimo in cui la frequenza cardiaca, già di per sé debole, si sarebbe trasformata, sullo schermo, in una riga verde tendente all’infinito.
«Ora del decesso, cinque del pomeriggio.» registrò il medico a voce bassa, sollevando le sopracciglia in una pacata espressione di dolore, l’unica che il suo ruolo gli concedesse.
«Mi dispiace signora Silver – mormorò poi, posando una mano sulla spalla ossuta della donna – Avrei voluto fare di più.»
«Oh, non è colpa sua, dottore, ma solo di quella sua maledetta depressione – sussurrò la ragazza, trattenendo a stento un grido – come si fa a buttarsi sotto una macchina a ventisei anni?»
Il medico diede l’unica risposta sensata.
«Non lo so.»
«Non si dovrebbe mai veder morire chi si ama.» proseguì lei, torturandosi una ciocca di capelli neri.
«Ha ragione, signorina, ma queste sono cose che vanno oltre al nostro controllo. Questo mondo sa essere molto crudele, a volte. E suo marito l’ha provato sulla sua pelle.»
«Sì…»
«Venga, ora. Le offro un caffè. La tirerà su, vedrà.»
La donna annuì. Inconsapevolmente, si stava già riprendendo, ora che poteva seppellire il suo uomo senza più covare false speranze. Il dottor Powell aveva assistito a quel processo centinaia di volte; era una tappa obbligata, un po’ come la vita o la morte. Fece segno alla donna di uscire dalla stanza, poi, prima di andarsene, si voltò per un ultima volta verso il corpo abbandonato sul lettino. Guardò il viso del paziente deceduto, steso in un strano sorriso malinconico. Sembrava in pace con se stesso.
Chissà – pensò il medico, prima di far scattare l’interruttore della luce – Forse, la morte, sarà per noi l’inizio di un grande viaggio.”

La scelta di Vimir il Savio

Dopo aver finito di leggere Fiabe Danesi, mi è venuta voglia di scrivere una fiaba tutta mia. Era da tempo che non lo facevo e devo dire che è sempre divertente. Questa volta, pur cercando di rimanere fedele alla struttura della fiaba classica, mi sono preso qualche libertà sul finale. Che dite… Ho fatto una buona scelta? 😉

La scelta di Vimir il Savio – 20lines

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Un uomo aveva tre figli. Riko, il primogenito, era un ragazzotto pieno di energie, alto e forzuto; badava al negozio del padre e scaricava le merci quando arrivavano con i carri da est. Meltyen, il secondogenito, era abilissimo con i numeri e teneva la contabilità dell’attività paterna. Entrambi erano l’orgoglio e il vanto del loro padre. In quanto al terzogenito, Vimir, era un ragazzo taciturno, solitario, che, a sentire gli altri, non sapeva fare nulla. Trascorreva le sue giornate a fantasticare e la sera rimaneva disteso nel fienile a guardare le stelle, inventando storie strampalate. Per questo veniva ignorato e deriso da tutti, soprattutto dai suoi fratelli, ma a lui sembrava non importare.
Quando Riko raggiunse la maggiore età, andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. Il padre lo benedì e gli diede un borsello pieno d’oro, e così il primogenito salì sul suo cavallo e partì alle prime luci dell’alba. Viaggiò a lungo e visitò le maggiori città del regno, fermandosi a gozzovigliare nelle taverne che si trovavano sulla strada. Credeva di aver visto tutto quello che c’era da vedere, quando gli si parò davanti una foresta intricata e scurissima, che pareva assorbire i raggi del sole. Riko, che non aveva paura di niente, vi si inoltrò fino ad arrivare al cortile di un castello in rovina. Di fronte al portone c’era di guardia una strana statua, con il volto di donna e il corpo di leone.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose sicuro il giovanotto.
«La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
«Facile!» esclamò il ragazzo, ma quando provò a sollevare la statua, scoprì che era pesante come la testa di un gigante. Per quanto sbuffasse, e grugnisse e pregasse, non gli riuscì di spostarla di un solo millimetro, neppure facendosi aiutare dal suo possente frisone. La notte trascorse presto e, non appena il sole fece capolino dagli alberi, la statua si animò, balzò sul giovane e lo ingoiò intero.
Trascorse un anno e anche Meltyen compì la maggiore età. Andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. Il padre lo benedì e gli diede un borsello pieno d’oro, e così il primogenito salì sul suo calesse e partì alle prime luci dell’alba. Viaggiò a lungo e visitò le più belle città d’arte del regno, spendendo quasi tutti i suoi denari in lussi e quadri d’autore. Quando credeva di aver vissuto tutte le esperienze possibili, gli capitò davanti agli occhi una foresta oscura e tenebrosa, celata da uno strato pesante e acido di nebbia. Meltyen, che aveva molta fiducia nel suo cervello e portava al fianco una balestra di sua invenzione, vi si inoltrò senza paura. Raggiunse il cortile di un castello in rovina, davanti al cui portone stava di guardia una strana statua, con il volto femmineo e il corpo di una fiera.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose sicuro Meltyen, che aveva sfidato i più bravi maestri di retorica e li aveva sconfitti a suon di sillogismi.
«La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
«Facile! – esclamò il ragazzo – Sarà sufficiente costruire un argano e un carro più grande, e il gioco è fatto.»
Ma, ahimè, il tempo a disposizione era poco: Meltyen aveva appena iniziato a progettare l’argano che il sole sorse, fulgido, oltre le punte aguzze degli abeti. La sfinge, divenuta di carne, assalì il ragazzo e lo ingoiò intero insieme al progetto dell’argano e ai suoi goniometri.
Trascorse un anno e anche Vimir compì la maggiore età. Andò dal padre e gli disse che voleva visitare il mondo. L’uomo, che stava ancora aspettando il ritorno dei suoi figli, era restio a farlo partire, visto che Vimir si era accollato il lavoro dei due fratelli, ma il figlio insisté così tanto che dovette accettare. Gli diede un borsello con molti meno soldi di quanti ne aveva dati a Meltyen e Riko, e lo lasciò partire. Vimir si fece dare un passaggio da carro di gitani e raggiunse la capitale. Vi rimase per tre mesi, lavorando come aiutante del fabbro e si guadagnò il pane col sudore della fronte anche se, quando si faceva sera, riusciva sempre a trovare il tempo per stendersi sotto le stelle a inventare storie. E, anche se non poteva vederli, molti spiriti venivano ad ascoltarlo.
Trascorsi tre mesi, il ragazzo decise di tornare a casa, consapevole che il padre aveva bisogno di lui. Uscito dalla città, gli si parò davanti, dopo poche ore di camminata, una foresta nera come la pece, piena di alberi spettrali e polverosi. Vimir, che non aveva un cavallo o un calesse che lo potesse aiutare a costeggiare la foresta, decise di prendere la via più breve, quella in mezzo agli alberi. Sul fare della sera raggiunse un castello in rovina, nel cui cortile lo attendeva una strana sfinge con la testa di donna e il corpo di leone.
«Salve, straniero – disse la statua – io sono la sfinge delle avversità e ti sfido.»
«Parla, ti ascolto.» rispose dubbioso Vimir.
La sfida è semplice – continuò lei – hai tempo tutta la notte per portarmi a fare un viaggio. Se non ci riuscirai prima della luce dell’alba, io ti ingoierò.»
Vimir, sfiduciato, si lasciò cadere sconfitto a fianco della sfinge, e puntò gli occhi alle stelle. Erano così luminose che gli si riempì il cuore di storie e iniziò a raccontare. La sfinge, sorridente, lo ascoltava in silenzio. E Vimir raccontò della lontana Era del Fuoco, durante la quale i Giganti avevano sterminato quasi totalmente gli uomini, e del coraggio di Saliman, il re di Ahl-qabil che aveva messo fine alla guerra secolare contro i draghi d’oro, che vivevano sull’Unico Monte di Kahr. E raccontò di Joyr, il guardiano che proteggeva le fondamenta del mondo e che le aveva tradite per amore, e di Ziran il mugnaio, scelto dal caso per salvare la sua gente da una terribile maledizione. E raccontò cento altre storie, così tante che raccoglierle qui sarebbe impossibile.
Alle prime luci dell’alba, Vimir si addormentò per la stanchezza e cadde in un sonno profondo. Quando si svegliò, scoprì che la sfinge non c’era più: al suo posto una bellissima fanciulla bionda, con in testa una corona di stelle. Attorno a lei decine e decine di persone lacere e intontite, fra le quali Vimir si stupì di trovare i suoi due fratelli, imbarazzati dall’aver fallito dove il loro fratello sempliciotto e buono a nulla era riuscito.
«Che tu sia benedetto, Vimir – disse le ragazza, abbracciandolo – hai rotto la maledizione gettatami addosso da una strega malvagia, gelosa della mia bellezza. Era un secolo che mi trovavo intrappolata qui, nel cuore del mio regno, condannata a cibarmi delle vite degli innocenti che passavano per il castello. Ma poi sei arrivato tu e ci hai salvato tutti. Per questo, Vimir, sarai Re e siederai sul trono al mio fianco!»
Ma Vimir, voltatosi verso di lei, esclamò:
«Oh, ma chi ti conosce?»
Dopodiché, lasciatosi il castello, la dama e i fratelli alle spalle, se ne ritornò a piedi alla capitale, deciso come non mai a vivere la vita che si era scelto, senza più ascoltare i giudizi di nessuno. Tornò a lavorare dal fabbro e la sera scriveva e raccontava storie ai pochi che avessero davvero voglia di ascoltarlo. Un bel giorno venne udito dal rettore dell’Università, che lo invitò a recitare le sue opere nell’aula magna. Fu un grande successo e nel giro di una decina anni l’insipido Vimir era diventato “Vimir il Savio”, un artista ammirato e rispettato da tutti. I suoi libri erano scritti in tre lingue diverse e circolavano in tutti i paesi, superando qualsiasi barriera culturale e politica. Tuttavia, per quanto fosse diventato famoso, Vimir non dimenticò mai l’umiltà delle sue origini e della sua arte: ogni notte si stendeva sul tetto della sua casa e, guardando l’immensità delle stelle, inventava storie. E gli spiriti, che al calare del crepuscolo venivano ad ascoltarlo, non potevano essere più fieri della sua scelta.

Raccontami

Rayno'rs Hall

Questa storia partecipa alla sesta sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Telefono senza fili” proposto da Malos.

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Gianni si accorse di essere diventato grande quando, accostata la bocca al barattolo del telefono senza fili, non seppe che dire. Giulia, dall’altra parte del filo, lo guardava impaziente e forse le veniva da piangere. Solo che erano così distanti che era impossibile giurarlo.
«Non so che dire…» borbottò Gianni, mentre il suo cuore d’adolescente veniva percorso da una fitta di dolore, un dolore forte. Un dolore da grandi.
«Ma come? – la voce di lei giunse metallica dall’altro capo del filo – davvero conto così poco per te?»
«Sai che non è così…» si difese il ragazzo.
La voce di Giulia si fece roca, come se stesse per incrinarsi e andare in mille pezzi. Sì, stava proprio per piangere. Lei, che alle elementari prendeva a pugni chiunque osasse chiamarla “femmina”!
«Lo sai che domani parto per Roma e che forse non ci vedremo più. Come fai ad essere così freddo?»
Ma Gianni non era freddo. C’era un fuoco dentro di lui, solo che non poteva fare altro che nasconderlo. Aveva paura che se l’avesse fatto uscire sarebbe esploso; che la sua anima ne sarebbe rimasta ustionata. Era l’inconveniente delle emozioni.
«Che vuoi che ti dica? Che mi mancherai?» rispose rabbioso. Avrebbe voluto dirglielo, sì. Ma era orgoglioso… E poi la colpa era di Giulia e della sua stupida famiglia. Roma! Che diavolo c’era di bello a Roma!
«Sei un idiota, Gianni!»
«Ah, sì? Allora vaffanculo.»
Lasciarono entrambi cadere i barattoli di latta, che tintinnarono a contatto con il suolo sassoso. Gianni prese il proprio e cominciò a riavvolgere il filo e a trascinare, rumorosamente, l’altro cilindro di latta. Quando rialzò gli occhi, una manciata di secondi dopo, scoprì, senza tanta sorpresa, che Giulia se n’era andata; probabilmente aveva preso uno dei tanti sentierini invisibili che collegavano il torrente alla chiesuola di San Sebastiano. Il greto, senza di lei, si era fatto stranamente silenzioso, nonostante il suono dell’acqua, del vento e il sospiro degli alberi.
Ma sì… che se ne vada pure! pensò Gianni, grattandosi la fronte come faceva quando era sul punto di scoppiare a piangere. Dopodiché lancio con rabbia i barattoli in un cespuglio di pungitopo e se ne tornò verso casa.

***

La stanza d’ospedale era dipinta di un deprimente color verde marcio. Perché non un bell’arancione o un rosso o un giallo? si chiese Giulia. Forse, con un colore diverso, avrebbe vissuto meglio i suoi ultimi giorni. Osservando il muro giallo avrebbe creduto di essere ancora con Gianni, sul greto di quel torrente di cui ora non ricordava neppure il nome né l’ubicazione. D’altronde, erano trascorsi quindici anni e in quindici anni la gente cambia e i ricordi sbiadiscono come fotografie rimaste troppo sotto il sole. Lui era chissà dove, un ventiseienne disoccupato con una laurea in economia o psicologia che viveva ancora con i suoi. Lei, una ventottenne a cui mancavano solo un paio di settimane per il grande viaggio. Un viaggio in cui non servivano bagagli, né cartine geografiche.
Il medico, un barbuto nonnetto che stava in piedi per miracolo, come un origami di carta velina, non le aveva dato speranze.
«Con un cancro ai polmoni di questa entità – aveva detto, ad occhi bassi – le restano sì e no due mesi di vita.»
Giulia aveva guardato quegli occhi
occhi pieni di compatimento, e lei questo non poteva proprio sopportarlo
e aveva capito che non c’erano più speranze.
Si era attaccata alla vita, ma tutto quello che aveva ottenuto era che il tempo le era scivolato via veloce, come acqua di torrente fra le dita, e si era ritrovata in ospedale, attaccata ad una macchina, con gli occhi fissi sull’orologio che, insensibile alle sue preghiere, faceva ruotare le lancette con una velocità che a Giulia dava la nausea. Si era assopita un attimo ed erano già passate tre ore. Tre ore buttate al vento!
Si mosse nel letto, trattenendo la voglia di urlare e di fuggire via. Dalle cuffiette profondamente infilate nei suoi timpani, la voce di Jon Oliva suonava graffiante e malinconica. Strange Wings.
Si lasciò andare, cadendo in un sonno agitato, il sonno dei malati, dei pazzi, dei sognatori, e viaggiò per chissà quanti minuti, od ore, o giorni. Ad un tratto, una voce familiare la riscosse dal suo torpore.
«Ciao, Giulia.»
Riaprì gli occhi a lo vide. In piedi, al lato destro del letto. Gianni, pallido come il fantasma di un ricordo. Anche se era cresciuto si capiva che era lui: dall’intensità dello sguardo, dal fisico, dal portamento…
«Tu – mormorò Giulia – che ci fai qui?»
Lui le prese la mano e rise piano.
«Sono venuto a trovare… un’amica.»
«Oh, Gianni. Dov’è che abbiamo sbagliato?»
Si era ripromessa di non piangere più, ma il solo vederlo le aveva riacceso dentro un turbine di emozioni impossibile da controllare.
«Non abbiamo sbagliato. È solo che… le cose accadono.»
«Oh, come vorrei recuperare il tempo perduto. Ma ormai è troppo tardi.»
Iniziò a singhiozzare, ma Gianni le accarezzò prontamente il viso.
«Guarda cosa ti ho portato.»
Frugò nella borsa, un’elegante ventiquattr’ore da avvocato, e tirò fuori qualcosa.
«Non ci credo – ridacchiò lei – fammelo vedere!»
Era proprio il telefono senza fili che usavano da bambini. Due lattine vuote di fagioli (o meglio: una di fagioli borlotti, l’altra di pesche sciroppate, entrambe di un’azienda alimentare fallita ormai da vent’anni) e un lungo spago scolorito e umido ad unirle.
«Non credevo l’avessi conservato!»
Gianni arrossì.
«Non l’ho fatto, in realtà. Ma quando tua madre mi ha chiamato, per dirmi come stavi, beh… sono salito in macchina, mi son fatto cento chilometri e mi sono precipitato al fiume. Vuoi ridere? Quando ci siamo lasciati, ho gettato i barattoli in un cespuglio. Erano ancora lì, malconci e pieni di ruggine e muschio, ma integri.»
Giulia strinse rabbiosamente il suo barattolo e lo guardò da vicino. I suoi occhi si coprirono nuovamente di lacrime.
«Gianni. Ci credi se ti dico che non ricordo più come si usano?»
Lui le baciò le mani.
«Oh, è semplice. Tu devi parlare qui dentro e io ti ascolterò.»
«E cosa devo dire?»
«Raccontami la tua storia. La tua storia fino ad adesso.» rispose Gianni, accostando timidamente l’orecchio al barattolo. Giulia rise e avvicinò le labbra pallide al suo barattolo. La sua voce tintinnò, flebile. Oh, era così diversa dalla sua solita voce, eppure, inspiegabilmente, era la stessa.
«Beh, subito dopo che abbiamo litigato su quel torrente, io sono partita, e poi…»

The Mockingbird

Quando mi capita un periodo denso di impegni come questo, difficilmente trovo il tempo e la concentrazione necessari per inventare una buona storia. Una scusa bella e buona per non scrivere? Sbagliato. Perché quando mi trovo in queste situazioni cerco di far sì che la storia “si formi da sé”: pesco parole a caso dal dizionario, guardo immagini su internet che mi comunichino qualcosa, leggo frammenti di libri o “lascio il cervello aperto”, in modo che, quasi inconsciamente, mi regali una frase o un pezzo di descrizione. Piccole schegge di narrazione da cui poi costruire, come un puzzle, una storia. Certo, non sarà una storia coinvolgente come quelle che si scrivono quando si è “in vena” ma è più che sufficiente per mantenersi in allenamento. Dirò di più: a volte scrivere una storia che è stata decisa “dal di fuori”, è un ottimo modo per affrontare situazioni narrative diverse dal solito, per provare qualcosa di nuovo. Riguardo a questa storia,”The Mockingbird”, il piccolo frammento da cui sono partito è la frase iniziale. Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali. Buona lettura 😉

P.S. Se vi può interessare, la canzone che ho ascoltato mentre scrivevo questa storia è March Across the Belts dei Civil War. Non c’entra molto con l’argomento trattato ma mi ha dato la carica giusta per portare a termine ciò che avevo iniziato 😉

The Mockingbird – 20lines

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Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali. E lui aveva volteggiato, in alto, verso la cupola rosso fuoco che lo teneva prigioniero; aveva sfrecciato sopra la folla, spiato dai volti falsi e beffardi di gente sconosciuta; gente diversa, ma che lo giudicava sempre allo stesso modo. Per loro, lui era solo un buffone. Un perditempo. Un saltimbanco.

“Vola, usignolo. Vola”

Non era un uccello, ma era come se lo fosse. The Mockingbird, lo chiamavano. Le sue ali non erano fatte di piume, ma di sudore, di corde, di trapezi, di braccia muscolose e duri allenamenti. Nessun nido a cui tornare, solo la rete di sicurezza e una vecchia roulotte color caffè, satura di fumo di sigaretta e di odore di vodka versata sulla moquette.

“Vola, usignolo. Vola”

Viveva rinchiuso in una gabbia dorata, luccicante di strass e perennemente coperta da un panno vermiglio, che mutava il colore di chi stava sotto di essa. Sotto quel rosso tutti diventavano vermigli: acrobati, pagliacci, ballerine e cavalli. Persino la folla. E così anche lui. Che colore aveva avuto, l’usignolo, prima di entrare sotto la cupola? Per quanto si sforzasse, non riusciva a ricordarlo.
«Ehi, usignolo. Stai sognando ad occhi aperti?»
Sì, per un attimo aveva sognato. Di poter bucare quel dannato guscio e di volare fuori, rapido come un falco ma piccolo, insignificante come un colibrì. Se si è piccoli il mondo può essere grande e pieno di sorprese, mentre il suo… il suo era poco più di un’opulenta scatola di seta, prevedibile quanto una giostra a cavalli che girava sempre e solo in tondo.
«No, ci sono.» rispose, sforzandosi di sorridere.
«Bene. Sai che la concentrazione è tutto, nel nostro mestiere.»
«Vuoi insegnare a me il mio mestiere, che faccio il trapezista da vent’anni?»
Edgar “The Goat” Robinson sorrise. Gli mancavano due denti da quando era caduto di faccia durante un numero da equilibrista. Era un brav’uomo, Edgar. Lo chiamavano Goat perché era ispido e puntuto come un caprone. E, a sentire i pettegolezzi delle ballerine, aveva una moglie che se la spassava col vicinato, quando lui non era lì a sorvegliarla. Il problema era che loro erano sempre in giro per l’Europa, un giorno a Parigi, l’altro a Salamanca, l’altro ancora a Torino. Solo che sotto la cupola ogni posto valeva l’altro, perché tutto, sì tutto, era immoto e rosso come il sangue.
Qualcuno gli accarezzò dolcemente la nuca con la mano.
«Sei pronto, usignolo?»
Era Mariska, la sua partner di vecchia data. Una quarantenne che aveva il fisico di una giovane ginnasta ma il viso di una donna vecchia e sola. L’usignolo la amava, ma non aveva mai trovato il coraggio di confessarglielo.
«Certo che lo sono.» ribatté l’uomo, facendole l’occhiolino. Tra una ciglia e l’altra era intrappolata una piccola lacrima, ma nessuno se ne accorse, tantomeno lei. Mariska gli batté una mano sui pettorali statuari e, presolo per mano insieme agli altri acrobati, lo condusse all’interno del tendone, sotto la luce sanguigna della cupola. Furono accolti da un applauso così eccessivo da risultare terribilmente falso.

“Vola, usignolo. Vola”

La folla rumoreggiava e gridava il suo nome. Lo esortava a spiccare il balzo e allargare le ali. Come se avesse potuto volare per davvero!
Malakian Saprofic, il direttore del circo, sbucò da un lembo del tendone (come avrebbe fatto un liquido nauseabondo fuoriuscito da un bubbone, pensò l’Usignolo) e strisciò, un nero luccicante in un mare rosso, fino al palco. Indossava uno smoking nero ricoperto di toppe e una tuba a ciminiera degna di un prestigiatore, che si affrettò a togliere, in segno devozionale verso il pubblico rumoroso e sboccato che si agitava davanti a lui.
«Buonasera ‘gnore e ‘gnori – borbottò, mangiandosi le parole per la fretta di compiacere tutti – So perché siete venuti qui. Sì che lo so! Siete venuti qui per assistere ai miracoli del Circo di Mezzanotte!»
Uno strillo di entusiasmo salì dalle prime file. Malakian lo zittì con un gesto eloquente, alzando il palmo guantato.
«Al Circo di Mezzanotte l’impossibile non esiste. Ed è per questo che questa sera la stella del nostro gruppo, l’incredibile uomo con le ali, The Mockingbird, si esibirà nello spettacolo del Cerchio Infuocato senza rete!»
Il grido della folla aumentò di intensità, mentre la luce dei riflettori illuminava un gigantesco anello che, proprio in quel momento, veniva dato alle fiamme. Il tendone rosso divenne, per quanto strano potesse sembrare, ancora più rosso. Un cupo rullo di tamburi accompagnò la salita dell’Usignolo e dei suoi compagni fino ai due trapezi, che si fronteggiavano come altalene nel vuoto.

“Vola, usignolo. Vola”

Il cuore dell’Usignolo era tranquillo, quasi non batteva. Avevano provato il numero centinaia, migliaia di volte. Il cerchio di fuoco e la mancanza della rete erano solo una distrazione, un inganno per la gente venuta a osannarli. In realtà nessuna delle due cose influenzava la traiettoria dei corpi, l’oscillazione delle corde e i sottili giochi di equilibrio e di tempismo che erano il corpo, la spina dorsale dello spettacolo. Non c’era alcuna possibilità di sbagliare, pensò l’acrobata. O forse sì… Se solo avesse voluto sbagliare. Se solo si fosse lasciato cadere… Il suo cuore da usignolo cominciò a battere sempre più forte e un sorriso confuso gli si aprì sul volto. Oh, sarebbe stato un buon modo per andarsene… avrebbe rotto il cerchio e si sarebbe fatto spazio nel guscio del tendone, per volare via lontano. Ovunque piuttosto che lì.
Attese che Mariska si posizionasse sul trampolino e si lasciò cadere, sorreggendosi alla sbarra del trapezio con le sue braccia gigantesche. Erano ali di pietra, eppure lo facevano volare. Prese velocità, mentre il pubblico strepitava e continuava a chiamarlo per nome.

“Vola, usignolo. Vola”

Dondolò ancora, per darsi più forza. Saltò, si arcuò e superò il cerchio di fuoco incolume, al sicuro fra le braccia morbide di Mariska. La folla era impazzita, ululava senza ritegno. Dondolarono assieme, in modo intimo, mentre Oskar “il gabbiano”, l’altro acrobata, prendeva posizione sul trapezio rimasto vuoto. L’Usignolo strinse i polsi di Mariska e lei ricominciò a dondolarsi. Il volo oltre le fiamme fu ancora più facile del precedente e Oskar lo afferrò per le gambe con un tempismo perfetto, senza neppure un’ombra di incertazza. The Mockingbird era nato per volare, gridava, più sotto, Malakian. L’Usignolo, che era a testa in giù, osservò le mani, le teste e le braccia sotto di lui agitarsi, come arti dannati in un girone infernale. Era la sua ultima occasione per volare via. Per volare via per davvero.

“Vola, usignolo. Vola”

Diede segno a Oskar e il compagno cominciò a dondolarsi, ben saldo con la gambe al ferro gelido del trapezio. Il cerchio infuocato si rifletteva nella sua retina come un disco di lava, un sole primordiale destinato a bruciarlo. Era un usignolo o una falena? L’acrobata trattenne il respiro. Il salto sarebbe stato molto più complesso, questa volta, con un avvitamento degno di un oro olimpico. Chiunque avrebbe potuto sbagliare, anche l’Usignolo. Sì, sì… era l’occasione della sua vita, la scappatoia che attendeva da anni, il ramo da cui partire per un’eterna migrazione nel buio del nulla. Fletté i muscoli, lasciò la presa di Oskar e si lanciò nel vuoto. Ruotò su se stesso, come una strana trottola di carne. Superò il calore mortale della fiamma. Osservò impassibile il corpo snello di Mariska volteggiare nell’aria e chiuse gli occhi… Doveva solo lasciare andare quelle maledette ali, tenerle incollate al corpo come se non le avesse. Smettere di batterle per volare via. Era un dolce controsenso…

“Vola, usignolo. Vola”

Aveva quasi superato il punto di non ritorno, la sottile membrana che separava la vita dalla morte, quando allungò le mani e afferrò le dita sicure e forti della sua compagna, che lo trassero in salvo. Questione di millesimi di secondo e sarebbe stato perduto. La folla esplose. Bambini, anziani, vedove e uomini si alzarono in piedi, si misero a strillare, a battere le mani. Sembravano sinceramente stregati, ma l’Usignolo sapeva perché fossero lì, a strepitare e a ridere e a urlare. Il Circo di Mezzanotte era il posto perfetto per sentirsi liberi. Entrati nel tendone, i problemi di tutti annegavano nel rosso di quella cupola. Le loro meschinità, i loro sogni infranti, le loro quotidiane prigionie si annullavano di fronte allo spettacolo del circo, alle danze, ai balzi, alle coreografie senza senso degli acrobati. L’Usignolo li capiva perfettamente: per quella gente, entrare nel tendone era come infilarsi in uno zoo. Guardando i colori, le forme e i comportamenti primitivi degli animali, i visitatori si dimenticavano di essere animali anch’essi, di avere anche loro delle gabbie: l’automobile che rendeva irrespirabile la loro aria, il mutuo che li faceva crollare in miseria, la falsa scelta che veniva loro imposta quando andavano al cinema o a comprare un cd di musica. L’Usignolo li capiva, ma purtroppo era dall’altra parte delle sbarre e, per loro, non poteva provare che odio.
I tamburi smisero di suonare e la gente di applaudire. Malakian si inchinò e allargò le braccia.
«Un grande applauso, ‘gnore e ‘gnori! Avete assistito all’Usignolo e alla sua squadra! Ma non è che l’inizio, signori miei, qui al Circo di Mezzanotte. Dopo l’adrenalina, ecco a voi il mistero! Già, perché è il turno del grande mago Olaf Romanov, che vi stregherà con i suoi inspiegabili trucchi…»
La voce del direttore si smorzò quando L’Usignolo si infilò dietro le quinte, salutato dalle pacche sulle spalle e dagli applausi dei compagni. Mariska gli si avvicinò, rossa in viso e visibilmente scossa.
«Dio! Per un momento ho creduto che ti avrei perso. – sussurrò in lacrime – Per un momento ho quasi creduto che… che ti saresti lasciato cadere.»
The mockingbird sorrise amaro.
Avrebbe voluto avere gli artigli, ma il mondo gli aveva dato solo un paio d’ali.