Questione di riti

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Scrivere è un momento intimo. E come tutte le cose personali, ognuno di noi lo fa a modo suo. C’è chi sorseggia un Dry Martini, chi sgranocchia patatine a ciclo continuo; chi ancora recita i dialoghi dei suoi personaggi con intonazioni così diverse che Marlon Brando scansati.
Io? Io quando scrivo non posso fare a meno di queste tre cose:

  • Cuffiette infil(z)ate nelle orecchie e musica a palla di qualsiasi genere (anche se, lo sapete, preferisco il rock e il metal). Credo che la musica sia un vero toccasana per la creatività e sapete perché? Perché è un generatore di emozioni. Dovete scrivere una storia malinconica? Ecco che Morricone fa al caso vostro. Volete ritornare negli anni ’80? Via di Duran Duran. Non siete abbastanza incazzati? Eccovi pronti gli Slayer. La musica ti permette di entrare in un determinato stato d’animo e quando scriverete le parole usciranno da sole, o almeno più in fretta di quanto lo farebbero normalmente. Provare per credere!
  • Ondeggiare la mano. E anche qui siamo sempre in ambito musicale. Rileggo spesso quello che scrivo (anche troppo forse) e quando lo faccio mi viene naturale muovere la mano come fossi un direttore d’orchestra, seguendo il ritmo e la musicalità delle parole. È il mio modo di vedere se tutto fila liscio e se la lettura è agevole. Appena sento una “nota” stonata… Stop, via di tasto “canc” e si riscrive il pezzo incriminato. Da capo!
  • Passeggiare per la stanza. Ogni volta che finisco un capitolo o una scena importante mi alzo in piedi e mi metto a passeggiare per la casa o, se non posso fare altrimenti, nella stanza, facendo lo slalom tra comodini, zaini e panni stesi. Questo può sicuramente spezzare la concentrazione, ma è anche un modo per schiarirsi le idee e ritornare a quello che si è scritto in modo distaccato. Così si trovano più facilmente gli errori. E poi, diciamocelo tra noi, è anche un modo per fare un po’ di movimento. Non so voi, ma tra lavoro e hobby ho le abitudini di un ottantenne.

Ecco. Questi sono i tre “riti” a cui non posso fare a meno quando scrivo una storia. Quali sono i vostri? 😉

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Credo…

Prendetelo come un momento di follia o semplicemente come un bell’esercizio di riscaldamento durante un corso di scrittura creativa. Credo…

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Credo che le cose semplici sanno sempre di casa: prendete un piatto di tortellini di Bottura: non saranno mai come quelli di nonna. Credo che puoi vivere grandi avventure senza muoverti di un millimetro. Credo che se sei triste hai almeno la fortuna di poter smettere di esserlo. Credo che le grandi storie continuano. E se non sappiamo dove, non è importante.

E voi, in cosa credete?

Città immaginarie – Sivela

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Conoscete Nuovoeutile? È un blog che si occupa di comunicazione e creatività. La curatrice è Annamaria Testa, una vera veterana del settore: copywriter, saggista, docente e consulente di comunicazione, ha firmato alcune fra le campagne pubblicitarie italiane più indimenticabili (indimenticabili nel vero senso della parola) come quelle per Ciocorì, Perlana e Ferrarelle. Ricordate lo slogan “È nuovo? No, lavato con Perlana?”
Ecco, appunto.

Qualche settimana fa Annamaria ha proposto ai suoi lettori un esercizio creativo davvero interessante, intitolato “Città immaginarie”. Spero di non fare un torto copiando la sua iniziativa sul mio blog, ma mi è sembrata così bella che non ho resistito. Sappiate che, se siete interessati a vedere il gioco originale, vi basterà cliccare qui.

Ma di che gioco stiamo parlando?
Di un esercizio creativo semplice, ma incredibilmente stimolante: anagrammate il vostro nome fino a creare il nome di una città “impossibile”. Poi descrivetela. Come? Nel modo che vi sembra più opportuno, purché questa città abbia qualcosa di voi, come se fra le vie, sui ponti, nelle case, ci fosse – invisibile ma presente – un po’ della vostra essenza.

Io ci ho pensato su e la mia città immaginaria è…

SIVELA

Sivela sorge al centro di un’immensa foresta, così immensa che nessuno è mai riuscito a raggiungerne i confini. Gli abitanti vivono di quello che trovano, cacciano, pescano, raccolgono frutti maturi dagli alberi, si vestono di fiori e foglie. Le case sono in legno, muschio e liane, così si possono smontare e ricostruire dove si vuole. Si cammina tanto ma sembra sempre che non si arrivi mai da nessuna parte, eppure i Siveliani non se ne curano. Vivono in comunità e il problema di uno è anche il problema dell’altro. Per questo, di problemi, ce ne sono ben pochi e tutti sorridono riconoscenti, e al sorgere del sole cantano, ballano e suonano il flauto.
Ogni tanto, però, qualcuno parte. Si carica le provviste nello zaino, si porta via il cane, saluta tutti, abbraccia mamma e papà, si inoltra fra il fogliame e scompare.
Non fa mai ritorno. Avrà raggiunto i confini che nessun uomo ha mai visto prima? O sarà morto solo, nel cuore della foresta? Non c’è una risposta e così, prima o poi, qualcun altro partirà di nuovo. La vita, a Sivela, è in fin dei conti sia dolce che amara.

I 5 tipi di libraio/libreria

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Silenziose, incantate e oggi troppo spesso dimenticate, le librerie hanno giocato un ruolo fondamentale nel nostro percorso di lettura (e scrittura). Ricordate la magia di entrare in un mondo “altro” rispetto al caos della strada? Di tuffarsi fra mille copertine di colori diversi, alla ricerca di non sapevate neppure voi cosa? Provate una fitta di nostalgia, eh?
Ecco  i 5 tipi di librerie in cui, sicuramente, sarete entrati almeno una volta nella vita:

  • La grande catena libraria – è un po’ come il supermercato: trovi tutto, tranne quello di cui hai davvero bisogno. Se cercate i classici, di solito li trovate in fondo, nella mensola più sfigata che per raggiungerla dovete prima passare tra le offerte speciali e i “romanzi” scritti dall’ennesimo pregiudicato salito alla ribalta dopo essersi strafogato di coca e mignotte. Dopotutto siamo in Italia, no?
    Alla cassa, molto probabilmente, c’è una ragazza che cicancica una chewing-gum e canticchia l’ultimo singolo di Justin Bieber mentre vi dà il resto. E il più delle volte il resto è sbagliato*.
  • Il vecchio che non vuole arrendersi – possiede una piccola libreria, di solito in periferia, che appartiene alla sua famiglia da generazioni. È sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, alle brigate rosse, al terremoto dell’Irpinia o all’alluvione di Firenze, ma adesso la crisi se la sta mangiando viva. Il vecchietto però non vuole mollare: pisola su una poltrona accanto alla cassa, ma appena sente la porta aprirsi balza in piedi che pare tornato ragazzo, quando – sprezzante del pericolo – si arrampicava sulla grondaia per raggiungere la camera della sua bella.
    Se conoscete un librario di questo tipo, beh, inutile dire che vi conviene acquistare i libri lì. Molto probabilmente non troverete l’ultimo romanzo di grido, ma otterrete due storie: quella che comprerete e quella che il libraio vi racconterà.
  • Il collezionista – entrando in questa libreria avrete la sensazione di inoltrarvi nella stiva di un galeone pirata: libri antichi, con la copertina che sembra doversi disintegrare al minimo tocco, oggetti millenari – chissà a cosa serviva quella specie di alambicco che quasi quasi vi cavava un occhio? – sistemati alla bell’e meglio su sedie, tavoli e poltrone. Il libraio, un signore dall’età indefinibile, con pochi capelli e un paio di occhiali dalla montatura d’oro, vi accoglierà con un brontolio incomprensibile. Riuscirete a cavargli di bocca solo due parole: ‘giorno e ‘rivederci. Però, se cercate qualcosa di particolare – magari un antico trattato del ‘700 sulla pesca delle trote verdi della Lapponia – ve lo troverà seduta stante. E forse, dico forse, vi regalerà un sorriso. O era uno spasmo?
  • L’isola di Peter Pan – sono le librerie specializzate per bambini. E anche il libraio, dopotutto, è rimasto un po’ bambino. Con un entusiasmo “epidemico” vola fra gli scaffali, consigliando, a frotte di lettori in miniatura, il testo giusto che aprirà loro gli occhi. Il problema è che la magia si consumerà presto: pagina dopo pagina, libro dopo libro, ogni bambino sarà destinato a trasformarsi in un uomo e così Peter Pan avrà perso il suo cliente più appassionato. Una storia triste, non vi pare?
    E invece no! Molto presto quel bambino, ormai diventato uomo, entrerà in quella libreria con un altro bambino: il suo. E così la storia non avrà mai fine.
    Volete un consiglio? Qualsiasi età voi abbiate, trovate il coraggio di ritornare all’Isola che non c’è! Il libraio, che non sarà invecchiato di un giorno, riconoscerà il bambino che c’è in voi. Uscirete dall’Isola con un nuovo libro colorato… e una ventina di anni in meno!
  • I social – avete presente quando qualcuno vi dice che l’editoria è in crisi e che i libri cesseranno di esistere? I librai social non lo sanno e infatti i loro affari vanno a gonfie vele. Perché il segreto – loro l’hanno capito subito – è prendere ciò che di buono il presente può offrire. Creano video virali, post da migliaia di condivisioni, organizzano eventi di successo e… bum: in quattro e quattr’otto avranno contagiato anche voi! Vi ritroverete con le mani piene di libri – alcuni non sapevate neanche che esistessero – e pronti a ricondividere e retwittare qualsiasi loro iniziativa. In poche parole… sarete finiti nella loro rete!

E voi? Qual è la vostra libreria preferita? Se me ne sono dimenticato qualcuna non esitate a commentare! A presto e… viva i libri! 😉


*dai sto scherzando! Però le biografie di Corona e Favij non ci volevano proprio, eh!

5 consigli per riconoscere le bufale

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Sarà capitato anche a voi di imbattervi in una bufala. No, non intendo il placido bovino che ci ha reso famosi in tutto il mondo per le nostre mozzarelle, ma uno dei tanti fake che circolano per la Rete. Subdole notizie che si camuffano così bene da ingannare l’occhio degli utenti. L’impatto virale – e perciò pericoloso – di queste notizie è dovuto alla loro strabordante sensazionalità. Fateci caso: si avvicina la data del Referendum costituzionale e su Facebook – fra i sostenitori del No – comincia a serpeggiare la notizia del ritrovamento di milioni di schede già contrassegnate con il sì. Una notizia falsa, ovviamente, ma che è stata capace di rimbalzare per la Rete, risvegliando i furori dei complottisti di turno e collezionando oltre 5000 condivisioni. Il meccanismo è ormai rodato, ma funziona sempre. D’altronde, le emozioni suscitate da una notizia scandalosa innescano facilmente le decisioni prese “di pancia” che, sul web, si traducono in un’unica azione: la pressione del tasto condividi.

E non crediate che a cascarci siano solo i cinquantenni, notoriamente meno esperti nella navigazione su Internet: la Stanford Graduated School of Education – in occasione della candidatura di Donald Trump – ha condotto una ricerca su 8000 liceali, rivelando che i  digital natives – i giovani nati dopo il 1995 – rischiano di cadere nella trappola dei fake come chiunque altro.

Un dato preoccupante – soprattutto se a ridosso di un’elezione politica o di un referendum –  e che non è passato inosservato ai colossi dell’informazione, come Reuters – agenzia di stampa britannica – e Facebook. A colpi di algoritmi, le due società promettono una guerra senza quartiere ai fake, per ridurre al minimo la proliferazione di informazioni scorrette.

Ma anche l’utente – nel suo piccolo – può fare molto per ostacolare il meccanismo malato della condivisione impulsiva. Ecco 5 semplici consigli per riconoscere le bufale:

  • Analizzate bene il titolo della news e la grammatica – lettere MAIUSCOLE a iosa, ‘k’al posto di ‘ch’, puntini di sospensione in abbondanza… Chi gestisce una pagina fake e trasmette notizie false non è – di solito – un giornalista professionista, anzi. Gli errori abbonderanno, tradendolo.
  • Analizzate la grafica del sito – la maggior parte della volte un sito fake ha una grafica spartana. Non a caso viene sviluppato in modo amatoriale, da utenti che a malapena sanno scrivere. Figurarsi progettare un sito!
  • Utilizzate tool appositi – Lo sapete che esistono piattaforme per controllare una notizia? Snopes, ad esempio: è sufficiente inserire l’url “incriminato” nel motore di ricerca e lui vi dirà – in modo abbastanza sicuro – se la notizia è affidabile o meno. Interessante anche la pagina Bufale.net, da anni impegnata a smascherare i buontemponi del web.
  • Verificate le fonti – i siti più seri, quando pubblicano una notizia, segnalano le fonti usate per documentarsi: solitamente agenzie di stampa nazionali, come l’ANSA o, se la notizia è riportata su blog e forum, da testate giornalistiche registrate come Repubblica, Il Corriere della Sera o Il Sole 24 Ore.
  • Verificate se altre testate hanno condiviso la notizia – un articolo preso da solo non fa notizia. Se sentite odore di bruciato, controllate che website più autorevoli abbiano pubblicato la stessa notizia. Sarà la prova del nove.

Insomma, il segreto sta tutto lì: evitate di agire di impulso condividendo le notizie che vi suscitano emozioni forti. Se ve le suscitano, probabilmente, sono state costruite a tavolino per – scusate il gioco di parole –  farvi imbufalire. Contate fino a dieci e ripercorrete i 5 consigli per riconoscere le bufale. Se la notizia soddisfa i “criteri di qualità” potete condividerla a cuore leggero e gettarvi nell’arena rovente dei social.

Fonti:

Sole 24H https://goo.gl/C2rHkf
Stanford Graduated School of Education https://goo.gl/PwuIWa

STOP si legge

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Se c’è una cosa che non si può negare è che la nostra società sia diventata una corsa continua. Una specie di maratona sotto il solleone, con ben poche soste per riprendere fiato o bere a canna dalla borraccia. Ho la sensazione di essere sempre sudato, la testa piena di pensieri come gocce salate.

E non dico che sia necessariamente un male. Non dico che ci aspetti un mondo distopico come in Momo, dove tutti, con la scusa di “mettere via il tempo”, finiscono con il buttarsi a capofitto nel lavoro o in attività inutili, imprigionati da una routine color grigio fumo. Dico semplicemente che le cose sono cambiate. Sono arrivati i telefonini, i social network, la scrittura per il web – ottimizzata per il SEO – i messaggi vocali su Whatsapp, i tweet di 140 caratteri. Siamo sempre connessi, sappiamo in tempo reale se in Thailandia un bambino è caduto dentro un pozzo o se un povero pechinese è stato trovato incolume, dopo due settimane, sotto le macerie dell’ennesima casa crollata per via del terremoto.
È come vivere perennemente in un flusso. E in un flusso, si sa, bisogna nuotare continuamente. Sennò si viene portati via dalla corrente e si finisce chissà dove.

Ed è qui che mi viene da pensare al libro.
Sì. In un mondo sempre di corsa, il libro, per me, è una specie di STOP. Sapete, come quel tasto con le due barrette parallele, che se lo premi le immagini della tua serie preferita si congelano e magari la scena più drammatica del mondo ti fa persino ridere, perché le facce degli attori sono rimaste paralizzate in una ridicola smorfia da clown… Ecco, per me il libro è questo, una pausa tanto attesa, fermarsi a lato di un sentiero, appoggiandosi con la mano alla corteccia ruvida di un albero. Assaporare l’odore della carta. Riposare le gambe, godersi il panorama e riscoprire, pian piano, se stessi.
Perché il libro, fino a prova contraria, si legge alla vecchia maniera, mica come sul web: un passetto alla volta, senza notifiche che sbucano dalla parte alta dello schermo, per ricordarti un appuntamento al quale, dopotutto, non c’hai voglia di andare. Con il libro non puoi interrompere la lettura per condividere automaticamente una riga di testo su Facebook né ti puoi fare un selfie o distrarti con un video di soffici gattini bianchi. Sei immobile, tu e nessun altro. E allora sì che inganni il tempo e i cattivi pensieri volano via, come in un sogno incantato.

Per questo rido quando qualcuno mi dice che il libro cartaceo sparirà. Si può forse vivere senza mai dormire né sognare?

Magnum – bravi bravi in modo assurdo

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Se c’è una band che si meritava di meglio dalla propria carriera beh, questa band sono i Magnum.

Fino a tre mesi fa credevo che “magnum” si riferisse solo ad una linea di gelati, all’espressione di Derek Zoolander e alle celebre serie televisiva poliziesca con Tom Selleck.
Poi, mentre guardavo un live degli Avantasia su youtube, mi è apparso lui: Bob Catley. Dico apparso perché, sotto la luce aurea dei riflettori, con le sue movenze e i suoi gesti misteriosi, sembrava quasi un vecchio e saggio stregone, una specie di Gandalf del rock salito sul palco per mostrare al pubblico che i cantanti, quelli veri, sono come il buon vino. Invecchiando migliorano e, soprattutto, non sanno mai di tappo.
La curiosità mi ha spinto a chiudere la pagina di Youtube (al diavolo gli Avantasia) e a spostarmi su Wikipedia. Dove ho scoperto che il buon Bob Catley, che adesso ha settant’anni suonati, aveva una band. E che questa band, tutt’ora attiva, si chiamava Magnum.

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Cameriere, c’è una minestra nella mia mosca

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«Oè ragazzi, che si fa stasera? ‘Na pizzetta?»
«Naaaa, come sei mainstream! E se andassimo in quel posto nuovo?»
«Quale? Quello in Via Cimice 21? Oh, buona idea! Ho proprio voglia di un tramezzino coi vermi.»
«Allora siamo d’accordo. Così mi faccio un’insalatina di bacarozzi leggera leggera.»

Dialogo da fantascienza? Non proprio. Gli insetti potrebbero essere il cibo del futuro. O almeno è questo che si legge un po’ ovunque su testate nazionali, blog e riviste specializzate. Di sicuro, visto che fra una decina d’anni la terra conterà nove miliardi di persone, i nostri amici a sei zampe potrebbero diventare davvero una risorsa alimentare insostituibile, visto che sono ricchi di proteine e soprattutto eco-sostenibili. Dalle formiche fritte in Cina ai bruchi in salamoia in Africa: nel mondo vengono già consumate 2000 specie diverse di insetti. Insomma, manchiamo solo noi.

Dal punto di vista normativo la situazione europea è ancora poco chiara, ma chissà: fra qualche mese potremmo trovare locuste, scorpioni e larve del legno sugli scaffali del supermercato, magari vicino ad una succulenta bistecca di maiale o ai dadi da brodo. Ci sono già i primi pionieri, come la start-up Italbugs che, tra le altre cose, ha proposto un panettone realizzato con farina di baco da seta. Vi è già venuta l’acquolina in bocca, eh?

Non so come voi la pensiate ma, a me, la cosa non disturba affatto. Sono aperto alle sperimentazioni, soprattutto se culinarie (chi mi segue sa già quanto adori mangiare). Purtroppo mi rendo conto che le abitudini possono essere degli ostacoli duri da abbattere e lo dimostrano i numerosi commenti piccati sui social. C’è chi parla di un gombloddo1!1! ai danni della nostra cucina e chi si è già lanciato in una crociata contro l’invasione di questi “costumi barbari”. Noi, proprio noi, che abbiamo inventato i bucatini dell’amatriciana, i tonnarelli cacio e pepe e l’impepata di cozze! Abbassarsi a trangugiare gli stessi mostriciattoli che spiaccichiamo con le ciabatte di casa? Giammai!!
E in effetti, al solo pensiero di addentare una cavalletta o uno scorpione mi vengono i brividi e mi si chiude lo stomaco. Ma voglio farmi forza e provare. La prima volta che troverò da qualche parte un barattolo di locuste o un sacchetto di farina di baco da seta, lo comprerò e mi ci farò un pranzetto. Magari vomiterò tutto quanto, ma almeno potrò dire orgogliosamente di averci provato. Sembrerebbe, tra l’altro, che i gusti non siano neanche tanto male: gamberetto per lo scorpione, nocciola per il coleottero e cereali per il baco. Che poi tanto, come ci ricorda Mouse in Matrix, alla fin fine sa tutto di pollo.

E voi, per caso avete avuto modo di assaggiare queste “prelibatezze”, magari durate un viaggetto in Thailandia? Se sì fatemelo sapere con un commento 😉 Sono davvero curioso!

Riflessioni – Fertility day

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Voglio dire la mia sul Fertility day, giornata voluta dal Ministero della Salute per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della fertilità. A livello di nascite, infatti, siamo messi abbastanza male nel Bel paese e il ministro Lorenzin ha ritenuto giusto smuovere le coscienze sul tema. Quella che poteva essere una semplice campagna informativa (l’unica che avesse senso) sugli effetti negativi di fumo, droga e alcol sulla fertilità si è rivelata essere, complice una serie di cartoline dal dubbio gusto, una prepotente richiesta, che si può riassumere con questa frase dispotica: “Fate figli. Ci servono”.
Ed ecco che, attorno a questo concetto tirannico, nascono slogan come quello che vedete sopra: “Il rinvio alla maternità porta al figlio unico. Se arriva”. O ancora: “Datti una mossa! Non aspettare la cicogna!”
Le domande e l’indignazione sorgono spontanee. Da quand’è che far figli è una richiesta da soddisfare in quattro e quattr’otto, come se mettere al mondo un bambino fosse l’equivalente di comprarsi una merendina dal distributore automatico? Ma, soprattutto: non si rendono conto che, se la natalità scende, i problemi sono da ricercare più a fondo e che c’è ben altro da fare che rivolgersi ad un’agenzia di comunicazione?

Non appena mi sono passate sotto gli occhi le immagini di questa sventurata campagna, i miei pensieri sono stati due:

  1. Primo. Volete che facciamo figli? Pubblicare ADV da quattro soldi non ci convincerà di certo. Dateci piuttosto più garanzie, un lavoro come si deve, la stabilità economica, asili nido aziendali per tutelare il diritto al lavoro delle donne/madri. Poniamoci l’unica domanda possibile: chi è lo scriteriato che farebbe un figlio a vent’anni senza un posto fisso, senza la possibilità di dargli un futuro come si deve?
  2. Secondo. Ma che consulenti di comunicazione hanno quelli del Ministero? Possibile che chi ha progettato questa campagna non abbia pensato alle reazioni (più che condivisibili) della gente? E, soprattutto, non si sono resi conto dell’immensa ipocrisia delle loro parole? Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile così alto che molti di noi emigrano in altri paesi, con una valigia piena di sogni ma, soprattutto, di paure. È questo il clima e il momento giusti per mettere al mondo un pupo?

La mia impressione è che con questa mossa becera, il governo abbia ancora una volta mostrato la sua totale mancanza di sensibilità e di contatto con la realtà. È l’egoismo ad impedirci di far figli? È colpa nostra se in Italia si registra un tasso di natalità tra i più bassi di Europa (1,37). Io non credo. Proprio no. La colpa semmai è di uno Stato incapace di gestire un paese e, più di tutto, incapace di trovare una soluzione che non sia quella di strillare ai quattro venti, girando il coltello nella piaga, che il nostro orologio biologico continua a ticchettare e che non si ferma. Oh, ma noi sì che ci fermiamo. Ci fermiamo e alziamo la testa, con rabbia e fierezza. Cosa siamo noi giovani, carne da cannone? Evidentemente, per qualcuno, lo siamo.

Riflessioni – It Follows: quando si ha paura dell’uomo

“La più antica e potente emozione umana è la paura, e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto.”
Howard Phillips Lovecraft

Non so quanti di voi abbiano visto “It follows“, recente film horror diretto dal semi-sconosciuto David R. Mitchell. Ecco, diciamo che questo articolo non è una vera e propria recensione, quindi mi rivolgo a chi il film l’ha già gustato, riservando poche righe di riassunto a chi non avesse ancora avuto occasione di vederlo.

In questo film si parla di una terribile maledizione, che si trasmette attraverso i rapporti sessuali: chi ne è affetto, per potersene liberare, non deve fare altro che passarla a qualcun altro. In poche parole, una vera e propria patata bollente da lanciare al primo ebete passato per strada. Pim-pum-pam…zak. E chi s’è visto s’è visto.
Chi contrae questa maledizione si trova ad essere inseguito, costantemente, da una “cosa”, un essere che prende la forma di persone diverse, quasi le potesse indossare come fossero vestiti (sono fantasmi, zombie, demoni? Non lo sapremo mai). Dialogare con questi esseri è impossibile e tutto quello che possono fare i protagonisti è scappare, terrorizzati a morte da qualcosa che non possono capire e di cui non possono ostacolare la macabra avanzata.

Ad avermi colpito, in questo film, è stata proprio la scelta della minaccia principale. Non parliamo di vampiri, di lupi mannari o di maniaci scappati dal manicomio in una giornata di temporale: parliamo di persone, persone qualsiasi, che si accaniscono sul malcapitato di turno senza un motivo apparente.
Non vedete la connessione con ciò che accade quotidianamente? I fatti di cronaca sembrano dare forza al concetto latino di homo homini lupus, espressione che indica la malvagità innata degli uomini, che sono pronti ad azzannarsi l’un l’altro per futili motivi. Le armi che potrebbero fermare tutto questo, la cultura, la conoscenza, la comunicazione, si rivelano troppo spesso impotenti, visto che chi uccide è talmente chiuso nel suo credo che è come se avesse perso il dono di parlare o di ragionare. La forza che lo anima è una follia che definire animale non sarebbe giusto: è puramente umana.

Ecco perché, a mio parere, “It follows” è uno dei migliori horror degli ultimi anni: in modo concreto, ha saputo raffigurare nei volti impassibili e terribilmente umani dei suoi mostri la paura che, negli ultimi anni, attanaglia tutti noi. La paura dei nostri simili che poi è, come ci ricorda il Solitario di Providence, la paura dell’ignoto. Perché chi può dire con esattezza cosa si nasconda nel cuore di chi ci passa accanto per la via?