ROULETTE LETTERARIA – oracolo, funereo, sdebitare

 
E la sfida letteraria continua. Questa volta è il turno di un racconto horror, creato con le parole oracolo, funereo, sdebitare. Buona lettura
Alvise Brugnolo
 
 
 
Le unghie laccate di nero dell’oracolo ticchettavano sulla lucida superficie della sfera di cristallo, all’interno dalla quale, simile ad una placenta, fluttuava una sostanza traslucida color grigio perla. Ludmilla, tossendo flebilmente, avvicinò la sua appendice nasale al vetro freddo dello strumento, stupendosi che il fiato caldo che usciva dalle sue narici non lasciasse alcuna traccia su di esso.
«Non si avvicini.» la redarguì gravemente l’oracolo, concludendo la frase con un sussurro rauco, che si fuse con le ombre filiformi della stanza. Da quando si erano sedute a quel tavolino rotondo, un semplice disco coperto da una logora tovaglietta rossa, la maga non aveva più aperto gli occhi, quasi fosse nauseata da chi le era seduta di fronte e dalla realtà che la aspettava oltre la barriera delle sue palpebre rugose e serrate. Ludmilla, timorosa, si ritrasse, ma non prima di aver guardato con attenzione i lineamenti della fattucchiera, tratti somatici evanescenti, pallidi quanto quelli di un cadavere rimasto troppo a lungo nell’acqua buia di un lago. L’oracolo di Blearwick, così la chiamavano quelli che si erano avvalsi dei suoi oscuri servigi. Ludmilla ne aveva sempre sentito parlare, ma era solo negli ultimi tempi che aveva preso il coraggio a piene mani, vincendo le proprie perplessità e decidendo di arrivare fin lì, in quel sozzo vicolo abbandonato, a visitarla. Era stata Becca, in realtà, a spingerla fra le braccia ossute di quella maga. Becca era il tipo di donna da cui ci si aspettava le cose più strane e fra queste rientrava il credere al paranormale, a quei cumuli di fandonie architettate per intrappolare gli ingenui, o almeno così credeva Ludmilla prima di trovarsi a faccia a faccia con quella strega.
Finalmente l’oracolo aprì gli occhi; piccole iridi color alabastro sgusciarono fuori dalle mura cispose delle sua ciglia, muovendosi attorno alla stanza con la rapidità di uno sciame di mosche necrofaghe.
«E’ la nuova assunta.» disse soltanto. Ludmilla annuì. Lo sapeva già, ma aveva bisogno che gli spiriti confermassero l’ipotesi che la sua lunga esperienza da giornalista le aveva suggerito.
«Quante possibilità ho di ottenere la promozione al posto suo?» domandò, avida di conoscere il proprio futuro. Era questo il brivido che ti dava l’oracolo, udire ciò che le orecchie umane non avrebbero mai dovuto ascoltare: la voce incostante del tempo venturo. La maga rispose con un sogghigno:
«Le possibilità che ha una donna vent’anni più vecchia, con tre figli a carico e una dozzina di chili in più sui fianchi.»
Ludmilla sussultò, lacerata da quella verità. Lei, che aveva lavorato in redazione da ben quindici anni, sacrificando ogni prezioso istante della sua vita privata, sarebbe stata surclassata da una sciacquetta appena uscita dall’università: Patty Johnson, una sensuale biondona di un metro e ottanta scelta non tanto per le sue abilità da giornalista, ma per il suo talento nel succhiare un… Ludmilla si ricompose, schiarendosi la voce e cercando di simulare un sorriso.
«Così va la vita.» aggiunse con amarezza, cercando, attraverso quell’osservazione, di non pensare troppo alla sconfitta; eppure il suo orgoglio continuava a bruciare, a bruciare, a bruciare. L’oracolo sogghignò ancora, sfregandosi le mani. La lunga veste nera, che le ricadeva sul corpo scheletrico, si mosse in maniera scomposta e innaturale, come se fosse fatta di qualche sostanza sconosciuta, attaccata alla pelle della donna soltanto per mezzo di una volontà antica e buia quanto le notti primordiali.
«Così va per chi non ha il potere di cambiare…» sussurrò la strega, lasciando che l’ultima parola si facesse così lieve da risultare impossibile ignorarla. Ludmilla tese le orecchie. La cosa cominciava a farsi interessante.
«Che cosa intende dire?»
«Beh… Io non faccio solo previsioni. Il nome oracolo non l’ho scelto di certo io. Mi… sottovaluta, in un certo senso.»
Ludmilla parve capire.
«In realtà – continuò la strega – io posso cambiare la realtà con la mia magia. Posso mutare gli eventi, sfidare il destino e vincerlo; posso far sì che il giorno diventi notte e la notte giorno.» e proprio mentre parlava, gli occhi e la bocca dell’oracolo parvero mutare, diventare estranei a questo mondo, allungati e profondi come una voragine destinata a succhiare la volontà degli uomini fino a lasciarli svuotati di ogni capacità razionale, sordi e muti come vermi. E in quel momento, sotto la luce sanguigna dei candelabri, Ludmilla si chiese se l’oracolo fosse davvero una donna o piuttosto qualcos’altro. Tremò, combattuta fra l’impulso di squagliarsela da quel luogo di morte o restare, e lasciare che la voce della sua coscienza venisse soffocata dal suo desiderio di rivalsa.
«Come posso sdebitarmi? Quanto mi costa questo servizio speciale?»
«Ma, mia cara – ribadì l’oracolo, mostrandosi offesa – Mi credi forse così venale? Questo servizio speciale, come lo chiami tu, non ti costerà nulla… in termini terreni.»
Ludmilla deglutì. Sapeva da quando era entrata che sarebbe finita così. Lo aveva capito la prima volta in cui aveva messo piede in quel seminterrato, addobbato con arazzi sanguigni, pentacoli bluastri e calici dai bordi puntuti. C’era qualcosa che aleggiava in quel posto funereo, una presenza, che non era visibile, certo che no, eppure era a suo modo grave e silenziosa come solo la depressione, la malattia e il peccato possono essere.
«La mia anima in cambio del… successo?»
«Successo, ricchezza, giovinezza… Esiste un affare migliore?»
Ludmilla serrò le labbra e soppesò le parole dell’oracolo. Vendere l’anima, qualcosa che non si poteva toccare né vedere, per prendersi ciò che aveva sempre, gelosamente, desiderato. Patty Johnson sconfitta, costretta a leccarsi le ferite dalla sua posizione di sottoposta. Lei, Ludmilla, rigenerata, vittoriosa. Si vedeva salire la piramide sociale fino all’ultimo gradino e lì, una volta seduta sul suo trono, scrutare i mille altri perdenti che arrancando, mordendosi, e scalciando, cercavano di arrivare, invano, alla vetta. Fu allora che Ludmilla sorrise, allargando la bocca in un modo sinistro.
«Dove devo firmare?»
 


L’acchiappasogni appeso alla porta del seminterrato tintinnò in modo lugubre. L’oracolo alzò gli occhi bianchi e sorrise, mostrando una fila di denti aguzzi da pipistrello. Il cliente appena entrato non se ne accorse, proprio come non se ne accorgeva mai nessuno. Non potevano vedere perché non volevano vedere, presi com’erano dai loro problemi all’apparenza senza soluzione.
«Salve. Si sieda.» disse la maga, con un tono cordiale e accondiscendente.
Il cliente di quel giorno era una giovane donna. Poteva avere sì e no ventisei anni, un fisico da urlo e dei morbidi capelli color grano. Il suo viso, di una bellezza volgare, era però sciupato da una ruga rabbiosa, che le contraeva la bocca e la fronte.
«Buongiorno – sibilò a denti stretti – io mi chiamo…»
«Patty Johnson.» la interruppe l’oracolo. La donna sgranò gli occhi, poi sembrò capire. In fondo era l’oracolo e sapere i nomi di tutti era il suo mestiere.
«Se conosce il mio nome, allora saprà anche perché sono venuta qui.» continuò.
La strega annuì e, mentre lo faceva, le ombre della stanza si addensarono attorno all’unica lampada del seminterrato, rendendola intermittente come il lampeggiante di un’ambulanza.
«La voglio morta quella Ludmilla Schultz.» strillò bambinescamente Patty.
«E lo sarà. » rispose l’altra, non riuscendo a trattenere una smorfia di disgusto di fronte a quella ragazza così viziata. L’oracolo osservò Patty armeggiare con la cerniera della borsa ed estrarre una busta spiegazzata piena di pezzi da cento.
«Tenga! E’ tutto quello che ho.»
La strega scosse la testa e sorrise malignamente.
«Lasci che le spieghi la mia politica per i servizi speciali…»
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ROULETTE LETTERARIA – posta, successo, crestomazia

Visto il successo della roulette letteraria, ho selezionato altre tre parole dal dizionario, ed ora eccomi qui, pronto per un’altra sfida. Le parole, che ricordo essere state selezionate dal caso, sono: posta, successo e crestomazia! Buon divertimento e buona lettura!
Alvise Brugnolo
 
 
Era curioso il fatto che il professor Rocco Beretti, che di lettere era vissuto, si sentisse morire per colpa loro, o meglio per una di esse, una soltanto: una busta bianca, anonima, giunta con la posta del venerdì, e sfuggita agli occhi cerulei del vecchio professore perché scivolata sotto al mobiletto di mogano situato a destra della porta d’ingresso, in un angolino in penombra; un posto che era perfetto per perderci qualcosa di importante.
Rocco Beretti viveva da solo, in un bell’appartamento situato all’ultimo piano di un palazzo veneziano, una di quelle strutture cadenti tutta trifore e camini, testimoni di un’epoca d’oro di cui rimane soltanto il pallido riflesso tramandato da poesie in dialetto e libri di storia. Dalla finestra del suo studio, il professor Beretti dominava tutti i tetti delle altre case, e spesso il suo sguardo si perdeva in lontananza, fino alla guglia verdastra del campanile di San Marco, con il suo angelo sfavillante al sole fulgido dell’estate. Anche se non lo avrebbe mai ammesso spontaneamente (era infatti un uomo che amava definirsi “felice e solitario”), Rocco Beretti si era sempre sentito molto solo in quella casa. Eppure dalla vita aveva avuto tutto quello che aveva sempre desiderato: il successo. Qualche dottorando doveva fare una ricerca su Pirandello? Contattava il professor Rocco Beretti, l’esimio professor Rocco Beretti. Quante volte i suoi colleghi di Oxford l’avevano invitato a tenere una conferenza sulla narrativa europea del Novecento? Rocco Beretti aveva perso il conto. Cinque, forse sei. Occasioni in cui lo scroscio degli applausi aveva quasi soffocato la sua voce, ma allo stesso tempo aveva innalzato il suo ego a vette inimmaginabili per gli altri esseri umani. Al contrario, il ritrovamento di quella busta lo lasciò piegato sulla poltrona come se fosse stato fulminato da un colpo apoplettico.
Rocco Beretti si trovava in salotto, seduto nel modo più comodo possibile, con la mano sinistra intenta a reggere una minuscola tazza di tè e latte, mentre con la destra si sforzava di non far sfuggire una sola briciola di quel che restava della madeleine che aveva appena addentato. Di fronte a lui, sopra un basso tavolino di vetro, c’era un’edizione pregiata dello Zibaldone di Giacomo Leopardi, che il professore, con molta attenzione, sfogliava con le uniche dita libere che gli rimanevano, ossia l’indice e l’anulare della mano sinistra. Leggeva e sgranocchiava, sgranocchiava e leggeva finché il suo occhio cadde su un angolino bianco che sbucava, fastidioso come una lisca incastrata nella trachea, dalla zampa del mobile posto in corridoio, vicino alla porta. Che cosa sarà mai? si chiese l’uomo, mentre si alzava controvoglia e riponeva tazzina e biscotto sopra di un portavivande, sapientemente posto a distanze siderali dalla sua preziosa collezione di libri. Collezione che, manco a dirlo, occupava l’ottanta percento e forse più della sua casa. Volumi antichi e moderni, di storia, filosofia e letteratura, impilati l’uno sopra l’altro in torri del sapere, spesso a rischio di crollo come la mura di Gerico se ci passavi accanto sbadatamente.
Rocco Beretti si avvicinò al mobile strascicando le pantofole e sbadigliando. Si chinò tra mille sbuffi e imprecazioni (imprecazioni rigorosamente educate, era Beretti, non ce lo dimentichiamo) e trasse fuori dalla polvere una busta. E questa da dove sbuca? pensò il professore, prima di collegare rapidamente l’oggetto misterioso alla posta che gli era stata recapitata ben due giorni prima. Cose da matti, si disse tra sé e sé, infuriato che ora ci si mettesse anche la sorte a ritardare la sua corrispondenza. Come se non bastasse già di per sé la posta, con i suoi mille inconvenienti, le buste non recapitate, i pacchi arrivati rotti e infangati o addirittura non arrivati affatto. Che mondo alla rovescia!

Non si accorse neppure di aver strappato bestialmente la busta né di averne estratto il testo. Si ritrovò semplicemente a leggere. La lettera era scritta in un italiano stentato, che Rocco Beretti non apprezzò affatto. Diceva più o meno così.

Caro Rocco, [Rocco? Come si permette?]

So che forse non ti ricorderai proprio di me. Sono Teresa, Teresa Soprani. [e qui Beretti credette di rimanerci secco] Sono passati quasi vent’anni dalla tua visita all’università di Napoli. Ti fermasti a dormire alla pensione Seguso, fintanto che rimanesti in città per le tue lezioni. Adesso ti ricordi di me? Ero la figlia del padrone della pensione, quella ragazza mora e impacciata che non ti levò mai gli occhi di dosso. Io ero così giovane, una stupida venticinquenne con tanti sogni per la testa e tu, tu un professore di mezza età così bello e interessante che non ci credevo. Sai bene come andò a finire. Non so proprio come dirtelo, ma non c’è altro modo. Hai un figlio. [gli occhi del professor Beretti divennero grandi come due buche da golf]. Non te lo dissi mai, perché sapevo che tu non avresti apprezzato e mai e poi mai volevo che l’errore di una notte rovinasse la tua bella vita da uomo colto di città. Ma adesso lui è grande e ti vuole conoscere. Non sono riuscita a fermarlo, perché lui è più testardo di un mulo, più di te e me messi assieme. Ha detto che è giusto che un uomo bell’e fatto conosca suo padre. Ma lui non è ancora un uomo. Ha solo vent’anni, è solo un ragazzo in cerca di qualcuno che lo ami. Ascoltalo, se puoi. Per quel poco tempo che sarà lì sii il buon padre che lui non ha mai avuto! Arriverà da te per domenica.
Tua,
 

Teresa Soprani 

E qui Rocco Beretti interruppe la lettura con un singulto prepotente, simile al risucchio annaspante di un marinaio che, caduto dal parapetto di una nave nel mare notturno e gelato, avesse rischiato di annegare. I suoi occhi vacui, ora ridotti a due fessure, si soffermarono sul calendario appeso al muro di fronte, vicino alla copia di un’acquaforte di Degas. Domenica. Beretti non si era mai soffermato sulla parola domenica come invece si trovò a fare in quegli istanti concitati. DOMENICA. Si mise a smontare il suono della parola, ne perse il significato e si ritrovò a rimontarlo a caso, senza senso, finendo col formare una parola totalmente diversa. DANNAZIONE.
In quel mentre, qualcuno bussò alla porta. Il cuore di Rocco fece un triplo tuffo carpiato. Tremando come se il suo corpo fosse diventato improvvisamente di gelatina, Rocco appoggiò gli occhi miopi allo spioncino dell’uscio, ma non riuscì a vedere nulla, dal momento che la luce delle scale era troppo tenue per illuminare chiunque fosse lì in piedi, in silenzio, dietro la porta.
«Chi EEEEè?» gorgogliò allora Rocco Beretti, augurandosi che fosse solo il postino o anche uno svaligiatore di appartamenti: tutto, piuttosto che il figlio che non aveva mai conosciuto.
«Papà, sono io, Tonio.» rispose una voce allegra, giovane, piena di emozioni. Dio mio, pensò Rocco, rendendosi conto di come odiasse qualsiasi altrui forma di confidenza. Papà? Ma come si permetteva di chiamarlo così, lui, che era lo studioso più influente della narrativa del Novecento?!
Rocco Beretti aprì, non poteva fare altro, e si trovò davanti uno di quei ragazzi di oggi, quei debosciati senza spina dorsale, maglietta nera, pantaloni militari, anello al naso come un toro bavoso, una decina di piercing fra orecchio, labbro e sopracciglio. Rocco aveva voglia di urlare.
«Papà – continuò il ragazzo – se vuoi puoi chiamarmi Totò.» e detto questo lo abbracciò. Rocco, completamente paralizzato, accettò quel gesto senza ricambiarlo, muto e confuso. Tonio puzzava di sudore, sigarette e Dio sa cos’altro. Eppure, in quell’odore così diverso dal solito, Rocco avvertì la fragranza calda di Teresa e provò, inspiegabilmente, una morsa all’altezza del petto.
«Chebbelposticcino!» urlò il ragazzo, nel frattempo addentratosi, senza permesso, fino al salottino. Poggiava le mani ovunque, sui libri, sulle stampe, sulle incisioni, sugli incunaboli, lasciandoci l’impronta unta delle sue ditate. Rocco Beretti si tratteneva a stento dal cacciarlo di casa.
«Sentimi un po’, Tonio.» esordì il professore, stupendosi di essere ancora in grado di esprimersi.
«Totò, pà, Totò.»
«Sì, come vuoi… Totò… Che cosa vuoi?»
Il ragazzo lo guardò con aria interrogativa.
«Solo conoscerti, pà.» rispose con la faccia trasognata, quella di chi, dopo una lunga sofferenza, trova finalmente ciò che cercava nel posto e nel giorno più inaspettati. Rocco lo analizzò meglio, sperando di essersi sbagliato, ma non cambiò affatto idea. Quei pantaloni, tutti quegli anelli e quella… quella orribile maglietta nera con i teschi disegnati! Come se non bastasse, all’altezza del bicipite di Tonio, spuntava un tatuaggio tribale tutto punte e corna, una roba da galeotto incallito. Rocco scosse la testa. Suo figlio, il figlio che non aveva mai voluto avere, doveva essere uno di quei criminali da strapazzo, un drogato, un disadattato, uno schizzato che andava a rubare le automobili e contribuiva a suo modo al degrado del paese. Beretti corrucciò la fronte, con aria disgustata, convinto che a secondi si sarebbe messo a vomitare la sua madeleine. In quel mentre, proprio nell’esatto momento in cui Rocco pensava a tutte queste cose, Tonio si sedette sulla poltrona e fece per allungare i piedi sul tomo di Leopardi. Rocco glielo impedì, tuffandosi letteralmente per afferrargli le gambe e spostarle giù, al sicuro, sul tappeto. Non poté fare a meno di notare le scarpe da ginnastica del ragazzo, scarpe sformate, piene di scritte fatte con lo spray. Scarpe da teppista, senza dubbio.
«Scusa, pà.» si schermì il ragazzo, tanto imbarazzato quanto impaurito. Se solo non lo avesse ritenuto impossibile da un ladruncolo come lui, Rocco Beretti ebbe l’impressione che stesse per scoppiare in lacrime.
«Fa niente.» rispose il professore con un ansimo, consapevole che al prossimo gesto fuori posto sarebbe esploso di rabbia.
«Raccontami pà. Cheffaiddibbello nella ttuavvita?» domandò il ragazzo con un accento strano, che avrebbe fatto venire la pelle d’oca a qualsiasi commissione di maturità. Rocco ci mise qualche secondo a rispondere, quasi ipnotizzato dai modi irruenti e poco eleganti di quel ragazzo di strada.
«Sono un docente universitario di fama mondiale, autore di saggi critici fra i più apprezzati al mondo. Ho scritto anche una crestomazia della lingua italiana, che spazia dal medioevo alla metà del Novecento.» rispose il professore, mentre si prendeva un bicchiere dalla vetrinetta dei superalcolici. Del buon scotch scozzese, ecco quello che ci voleva. Un buon bicchiere di Laphroaig riempito di ghiaccio fino all’orlo.
«Ecchesarebbe?» rispose il ragazzo, con quel suo modo di pronunciare le parole tutte quante attaccate, come appiccicate con l’attack.
«Lascia perdere. Cose che tu non potresti capire.» rispose affilato il professore, tracannando lo scotch e apprestandosi a versarsene un altro bicchiere. Con un gesto della mano chiese al ragazzo se ne volesse un po’, ma Tonio rifiutò. Strano, si disse l’uomo, chissà quante schifezze ha in corpo, questo scimmione tatuato.
«Senti, pà. Avevo pensato di stare un po’ qui da te, per spassarcela insieme, come padre e figlio. Abbiamo tante ccoseddaddirci…»
Venne interrotto dalla risata secca e malevola del padre. Questa era la goccia che faceva traboccare il vaso. Il professor Beretti aprì la bocca e vomitò tutta la sua rabbia.
«Tu, fermarti qui? Non ci penso proprio. Chi ti ha detto che sarei così stato felice di vederti, eh? È stata tua madre?»
Tonio ammutolì e sbiancò di colpo.
«Ma, pà…»
«Che cosa vuoi, eh? – sbottò il professore rosso in viso – Vuoi soldi, eh? Vuoi soldi? Eccoteli, eccoteli qui!» e detto questo, Rocco si mise a frugare nei cassetti del salotto, radunando tutti i pezzi da cinquanta che trovava in un blocchetto compatto e frusciante, che avrebbe fatto gola a chiunque, specialmente ad un teppista come doveva essere quel ragazzo, e certo che lo era, con tutti quei tatuaggi e quei pezzi di acciaio infilati nei lobi, nelle narici, nelle… Quando si girò verso il figlio, Rocco venne fulminato da uno sguardo pieno di delusione.
«Che fai pà?»
Vedendo che il ragazzo non aveva intenzione di accettare quel denaro, Rocco lasciò ricadere le braccia lungo il corpo, come se avesse perduto le forze.
«Sentimi bene – disse sospirando – Io non sono un padre. Non lo sono mai stato e non lo voglio essere. Mi dispiace figliolo. Non posso fare niente per te.»
Il ragazzo lo fissò in silenzio e Rocco non riuscì a sostenere lo sguardo. Era uno sguardo pesante, in grado di farlo sentire niente meno che l’ultimo uomo di questa terra, e poco importava dei suoi saggi, delle sue lezioni, della sua carriera universitaria, del suo successo.
«Peccato che tu non abbia imparato niente da quei tuoi libri, pà – sbottò Tonio, con fare amaro – Addio.»
Il professor Rocco Beretti si ammutolì. Erano anni che non accadeva, e precisamente da quando, più di cinquanta anni prima, era stato bocciato ad un esame di filologia romanza. Mai e poi mai avrebbe creduto che qualcun altro sarebbe riuscito a chiudergli la bocca ancora. Si sbagliava. E prima ancora che riuscisse a riprendersi, Tonio era già uscito dalla porta di casa, scrollando la testa con l’evidente intenzione di trattenere le lacrime che gli dondolavano pericolosamente lungo le ciglia. Ciglia dure e arcuate, come quelle di sua madre.
Il professor Beretti si lasciò cadere pesantemente sulla poltrona. Un’unica, patetica goccia di scotch stillò dal bicchiere, macchiando la pagina dello Zibaldone. Beretti non se ne accorse neppure e anche se lo avesse fatto non si sarebbe scomposto. Peccato che tu non abbia imparato niente da quei tuoi libri, una frase che, anche se chi l’aveva pronunciata era scomparso, risuonava ancora dentro il suo orecchio, facendogli vibrare tutta la testa, occhiali e cravattino compresi. L’uomo si guardò attorno lentamente e non riconobbe la sua casa. Ovunque c’era polvere, silenzio, antichità. Tutti quei libri, ammonticchiati quasi fino al soffitto, mille copertine tutte diverse, che sembravano guardarlo e giudicarlo. Il professore li aveva letti e riletti quei libri, ne aveva analizzato anche le più piccole minuzie grafiche, la loro struttura, la loro intertestualità. Ma le parole di Tonio dicevano il vero: non ne aveva mai capito davvero il contenuto. Le emozioni umane, la passioni, l’amore, la sofferenza, tutte queste cose erano contenute nei suoi libri, ma Rocco Beretti non poteva capirle, in quanto non le aveva mai vissute. Poteva analizzare le parole, conoscerne l’etimologia e gli sviluppi futuri, ma non era in grado di parlare la lingua dei sentimenti. E la poesia, privata delle emozioni, non è che un elenco di lettere, non tanto diverse da un sfilza di freddi numeri aritmetici, qualcosa di razionale, certo, ma che non può parlare al cuore degli uomini, non può toccare le loro corde più profonde, scatenarne le passioni, ravvivarne i sogni.
Hai sbagliato tutto, esimio professor Rocco Beretti. Ripensò al viso solare di Teresa, al suo seno prorompente, ai suoi baci infuocati. A quel figlio così diverso da lui e che tuttavia, sotto il lato umano, era migliore di lui.
“Tonio” mormorò e si sentì perduto.
Allora Rocco Beretti si precipitò lungo le scale, scalzo, con la camicia aperta fino alla pancia, i capelli bianchi madidi di sudore che gli ricadevano sopra gli occhiali dorati. Tonio, gridava, Tonio, aspettami!
Giunto in strada, il professore si trovò a fronteggiare una folla di persone che lo guardava con disinteresse, vide i volti terrei di uomini e donne sconosciuti, che marciavano contro di lui a passo cadenzato, come durante una marcia funebre. E Rocco capì che a nessuno, in fondo, importava chi lui fosse davvero. Veneravano il suo talento, la sua cultura, ma non lui in quanto se stesso, in quanto uomo, con i suoi difetti, con i suoi pregi, con i suoi sogni e le sue paure.
«Tonio!» gridò Rocco Beretti a squarciagola, ma il ragazzo era già sparito, inghiottito dalla nebbia che, improvvisamente, era calata come un sudario sui tetti delle case e delle chiese.

Il sole splendeva sulla città di Napoli e la Basilica reale pontificia, nella Piazza Plebiscito, sfavillava come un grande e antico tempio romano. Rocco Beretti si incamminò lungo via che si lasciava la piazza alle spalle, guardando tutto con occhi diversi, come se li usasse per la prima volta. Dilatò le narici e respirò a pieni polmoni l’aria viva, piena di gente, voci, sapori. Poi, arrivato nei pressi di un parco, si fermò ed emise un sospiro ricco di ricordi. Era arrivato.
Alla pensione Seguso si accedeva mediante una stradina laterale, angusta e sporca, e tuttavia piena del fascino dell’inconsueto. Teresa Soprani lavorava lì da una vita e la pensione l’aveva vista crescere, farsi grande, e poi invecchiare. Ora era una donna di mezza età, con il viso composto, austero come quello delle figure sacre raffigurate nei mosaici delle chiese romaniche. Alzò gli occhi quando sentì la porta cigolare, un breve pianto legnoso. Osservò l’uomo che era entrato con un misto di felicità e timore. Lo riconobbe subito, e due lacrime le rigarono le guance. Rocco Beretti era in piedi, sorridente, più vecchio di come lo ricordasse e in fin dei conti neppure troppo. Sempre elegante, ma cambiato. Era più umano.
«Sei qui?» sussurrò la donna, senza fiato. Lui si avvicinò con gli occhi lucidi e le prese le mani.
«Dammi la camera migliore, Teresa. Mi fermerò a lungo.»

ROULETTE LETTERARIA – Complesso, modello, sonnolenza

Sì, lo ammetto. Sono masochista. Altrimenti come potrei spiegare la sfida letteraria in cui mi sono volontariamente buttato a capofitto? L’idea mi è venuta durante una giornata di pioggia e acqua alta. Assalito dalla noia e in un momento di carenza creativa, ho pensato che sarebbe stato divertente selezionare tre parole a caso dal dizionario e con quelle provare a scrivere un racconto. Ebbene, nasce così la roulette letteraria, una sfida che saprà, almeno spero, esercitare le mie capacità creative. Le parole di questa prima sfida, rigorosamente scelte dal caso, sono: complesso, modello e sonnolenza. Divertente, non vi pare? E sia: che la sfida cominci. Tre, due, uno e… BUM!
 
 
Il mondo non ti aspetta. Questa è l’unica verità. E Jack, un occhialuto studente di Soulsport da poco entrato nella pubertà, aveva imparato questa amara lezione a proprie spese. Correre, correre, correre. La società moderna non era che una corsa, pericolosa, senza riposo, e spesso vana. A volte si correva per raggiungere un obiettivo, a volte per fuggire da qualcosa. Il padre di Jack, Jules Williamson, era uno di quelli che aveva scelto, non certo per coraggio, di fuggire. Aveva lasciato suo figlio e sua moglie, la scialba e pallida Gertie Rowland, senza pensarci un attimo. Salito su un autobus in un giorno di festa, se n’era andato insieme al temporale e non si era fatto più vedere. Questo era quanto. Ma Jack, a differenza di suo padre, non amava correre, né ci aveva mai provato. Jack adorava dormire. O meglio: adorava farlo perché non poteva fare altrimenti. La sua vita, da quando apriva gli occhi al mattino fino a quando li richiudeva la sera, non era altro che il prolungamento di un sogno destinato a durare tutta una vita. Nelle ore di ginnastica, quando i suoi compagni giocavano a calcio, Jack si rannicchiava in un angolo della panca delle riserve e lì, mentre la testa gli ciondolava verso il basso, non poteva fare a meno di sentirsi una nullità. Si era sempre sentito inferiore, convinto che mai e poi mai, se non nei suoi sogni, sarebbe riuscito ad essere qualcosa di più che un gracilino ragazzo di periferia, un fallito destinato ad una vita di solitudine. Guardava gli altri coetanei passarsi il pallone senza mai fargli toccare terra, saltare agili in alto, scartarsi con abilità, infine segnare, facendo tremare i pali della porta peggio che durante un terremoto. E uno se la cavava meglio di tutti gli altri: lo statuario Stuart Dalton. Stuart Dalton, il più fico e popolare della scuola; un metro e ottanta di pura avvenenza muscolare. Stuart il modello.
Stuart aveva dato il via alla sua carriera prematuramente, comparendo nello spot di una famosa marca di merendine al cioccolato. A quindici anni era già un modello affermato e nessuno avrebbe mai potuto dubitarne: era bello, alto e snello, con gli addominali scolpiti e i capelli sempre alla moda, anche quando erano fuori posto. Compiuti i diciotto anni, sarebbe diventato un indossatore di successo vero e proprio, magari per Dolce & Gabbana o per Valentino. Mentre Jack… Jack sarebbe rimasto sempre lì, a Soulsport, a sognare di essere Stuart. Sognava di essere bravo come lui, di segnare il punto decisivo per la squadra, di rimorchiare ragazze con una sola occhiata, e di sfilare davanti al flash di migliaia di fotocamere. E Jack era così abituato ad aprire gli occhi soltanto per guardare gli altri, che finì col non accorgersi mai di quello che accadeva davvero accanto a lui, nel lento trascorrere degli anni. Non venne a sapere che Stuart, dopo aver compiuto diciotto anni, era morto di overdose sulla panchina di un parco pubblico, più solo di un senzatetto, né si accorse che Melissa, la sua vicina di banco all’università, lo guardava impacciata, arrossendo quando i loro sguardi si sfioravano. E fu così che Jack si addormentò per non risvegliarsi mai più. Alcuni dicono di averlo visto correre lungo i binari, mentre da lontano sopraggiungeva il fischio rabbioso di una locomotiva. Altri giurano di averlo visto buttarsi dal ponte nelle acque nere del fiume. Ne parlano tutti distrattamente, come se Jack fosse soltanto un sogno e non una persona esistita davvero. Credo che nessuno potrà mai sapere la verità. Il mondo non ti aspetta. Questa è l’unica verità.