Bubba Ho-Tep: mummie, cowboy e Rock’n’ Roll

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C’è una legge matematica che accomuna i film hollywoodiani degli ultimi anni. Una specie di proporzionalità inversa che, messa su carta, reciterebbe più o meno così:

“Se il budget di un film lievita, il film in questione non avrà nulla da dire. E viceversa”.

Fateci caso. È come se i grandi colossal usciti dagli studios americani fossero stanchi, slavati, barocchi fuori – negli effetti e nella messa in scena – ma vuoti dentro, nel cuore e nell’anima. Raramente esco dal cinema pienamente soddisfatto e confrontandomi con altri ho capito che la cosa è comune. A volte è colpa del messaggio inesistente, altre ancora dell’idiozia di alcune scene, buttate giù tanto per. Avete presente Jurassic World, dove Claire riesce a doppiare un Tyrannosaurus Rex con le scarpe col tacco? Ecco. D’altronde, chi ha tempo da perdere a scrivere una buona sceneggiatura, quando ci sono mostroni alti trenta piedi a catturare gli sguardi degli spettatori?

Per fortuna, mentre i registi col portafoglio gonfio si lasciano distrarre dal 3D, dal pew pew e dal vrooom vrooom, c’è ancora qualcuno che non ha perso la passione di raccontare ed emozionare. E quel qualcuno sono quei registi che, con pochi spicci e pochi mezzi, riescono comunque a fare centro. Quel qualcuno sono i registi di Serie B.

Certo, saranno pure rozzi, ingenui, unti e bisunti, ma il bello dei film a basso budget è che molto spesso sanno essere più incisivi, memorabili ed emozionanti delle pellicole “di serie A”, che sbancano al botteghino ma vengono dimenticate non appena girato l’angolo.
Indimenticabili, proprio come accade con Bubba Ho-Tep, il film di cui vorrei parlarvi oggi. Un B movie puro e semplice: poco budget sì, ma tanta, tanta inventiva (e sentimento). Dietro la macchina da presa c’è il regista Don Coscarelli, quello della saga  cult di Phantasm.

In soldoni la trama è questa.

Elvis Preasley è ancora vivo, dimenticato in un ospizio del Texas. Tutti lo credono un imitatore e anche se lui sbuffa e borbotta, nessuno gli dà retta. È soltanto un vecchio pazzo, dopotutto. Uno che pensa di essere Napoleone, Gesù o Giulio Cesare. L’unico amico che ha è un uomo di colore, che crede di essere J.F. Kennedy e ne è talmente convinto che quando qualcuno gli fa notare la pelle scura, lui risponde che è tutto un complotto del Governo.

La vita nell’ospizio è triste e le giornate trascorrono immutate, come un assaggio della bara. Finché i vecchi iniziano a morire per davvero. Ma non di morte naturale, no. La colpa è di una mummia che succhia l’anima dei poveri ospiti della casa di cura, impedendo loro di raggiungere l’Aldilà. E così Elvis Preasley e J.F. Kennedy dovranno mettersi in gioco per salvare tutti.
Scopriranno che, dopotutto, valgono ancora qualcosa.

«Ma scusa… – potrebbe dire qualcuno – Ma che schifezza è un film che mescola Il Re del Rock, un’antica mummia e un ospedale per vecchi?»
E qui casca l’asino.

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Elvis e J. F. Kennedy. Notate qualcosa di strano?

Perché quello che molti registi, sceneggiatori e spettatori non hanno ancora capito, è che la bontà di un film non sta nella storia in sé – che può essere anche inverosimile o già sentita – ma nel come questa storia viene raccontata. E soprattutto nel messaggio che il regista, lo scrittore o chi per esso seppellisce nella storia in attesa che qualcuno lo dissotterri come un tesoro da ritrovare. È il messaggio che strappa una risata, fa scendere una lacrima o fa venire il batticuore. È il messaggio che fa la differenza.

Ed è proprio il messaggio a rendere grande questo gioiellino di Don Coscarelli. Perché per quanto vengano schifati, odiati e abbandonati, gli anziani sono persone, con un’anima preziosa e una grande storia da raccontare.
È questo che Bubba Ho-Tep insegna e il bello è che lo fa con una trama esagerata, scoppiettante e fuori di testa, capace di tenere lo spettatore incollato alla sedia nonostante il risicatissimo budget a disposizione e alla faccia di gomma della suddetta mummia.
Si riderà, si piangerà e ci si spaventerà, riscoprendo, in un film povero di mezzi, tutta la magia del cinema. Quella magia che molti colossal hanno perso per strada, per rincorrere, coi tacchi alti, la chimera di un effetto speciale perfetto.

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Per non dimenticare

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Buon Natale!

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Diciamoci la verità: questo 2016 non è stato un granché. Tra politici corrotti (e stronzi), attentati terroristici, terremoti e l’onnipresente crisi siamo arrivati a dicembre con tanti interrogativi e un po’ di sconforto. Ma ehi, non vale mai la pena buttarsi giù, o sbaglio? Per quanto il mondo ci possa sembrare crudele ci sarà sempre qualcosa di meraviglioso per cui combattere: un sogno non ancora realizzato, il sorriso di una bella ragazza incontrata per la strada, un piccolo fiore che sbuca, come per miracolo, da una crepa dell’asfalto. La nostra realtà, insomma, saprà ancora incantarci. E lo farà sempre.

Perciò, quello che posso augurarvi per questo Natale e per l’anno che verrà è che non vi manchi mai la magia. Ma mica la magia delle favole, quella dei libri fantasy (che tra l’altro adoro), levitazione, scope volanti e quelle cose lì. No: quello che vi auguro è una magia concreta, qualcosa che arricchisca ogni giorno la vostra vita. Una magia che è anche uno stile di vita e una missione: non perdere mai la voglia di conoscere e conoscersi.

Davvero, di cuore…

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Oh, prima di dimenticarmene, la bella immagine di copertina la trovate su Freepik 😉

 

Film consigliati – Song of the sea

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E ritorniamo a parlare di animazione, con una piccola perla del genere: Song of the Sea.
Uscito dalla fervida immaginazione di Tomm More – giovane animatore irlandese che si era già fatto notare con il candidato all’oscar “The Secret of Kells” – il cartone animato in questione è una piccola fiaba delicata e malinconica, che vi porterà per mano sulle coste irlandesi, in mezzo a giganti, folletti e… selkie.

Saoirse è una bambina particolare: a sei anni deve ancora imparare a parlare. Vive con il fratello maggiore Ben e il padre Conor su un’isola della costa irlandese. Con il mare ha un legame particolare e con il passare del tempo ne è sempre più attirata. Non è un caso: Saoirse, come la madre scomparsa, è una selkie, una creatura mitologica dotata di un canto fatato. Non ci vorrà molto perché questo potere susciti l’interesse della perfida strega Macha, che vuole impedire a Saoirse di rovinarle i piani.

E così Ben, che da sempre prova rancore per la sorellina (la incolpa per la sparizione della madre) dovrà mettersi in gioco e rischiare la sua vita per salvarla. In ballo non c’è solo la loro salvezza, ovviamente, ma anche quella dell’intero mondo magico!

Song of the sea è un cartone animato unico sotto tutti i punti di vista. Visivamente è straordinario, con uno stile che sembra appartenere ad un libro illustrato per bambini: un caleidoscopio di colori che vi trascinerà – fin dalla prima scena – in un mondo da fiaba, a cavallo tra realtà e immaginazione, tra acqua e terra, tra antico e moderno. Proprio come ci aspetteremmo da uno dei capolavori dello Studio Ghibli, da cui Tomm More prende in parte ispirazione, soprattutto nel modo in cui la leggenda sfuma nella quotidianità.

Unica è anche la storia, che dosa sapientemente mitologia nordica e problematiche attuali. Al centro c’è il conflitto tra fratelli – che prima si odiano e poi imparano a volersi bene – ma anche quello tra generazioni, fra gli adulti – timorosi che i figli scoprano il mondo anche nei lati più oscuri – e i bambini, che vengono chiamati a mettersi in gioco per crescere e scegliersi il loro futuro.

E poi, ad arricchire il tutto c’è il messaggio: non dobbiamo temere le emozioni né il dolore. Senza le risate, senza la paura e – perché no – senza le lacrime, non potremmo definirci esseri umani. Saremmo solamente pietra.

Insomma, Song of the Sea è un’opera di una bellezza struggente, la risposta intima ad un tipo di animazione 3D che ha ormai monopolizzato il mondo dei cartoni. Visti gli altissimi risultati dei film di More (o di quelli dello Studio Ghibli o di Sylvain Chomet) viene da chiedersi il perché, di questo monopolio 😉

Recensione “Il faro di Blackdale” di Alvise Brugnolo

La recensione de “Il faro di Blackdale” di Irene Sartori. Grazie di cuore per le belle parole! 🙂

Ali di pergamena

Ecco a voi Il faro di Blackdale! Un libro che tutti, davvero, dovrebbero leggere. Per migliorare questo mondo e quindi anche la nostra vita.

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La giornata dell’autore ~ Alvise Brugnolo

Grazie a Laura per avermi dato spazio sul suo fantastico blog! 🙂

Racconti dal passato

Racconti dal passato

Buongiorno a tutti e buon venerdì!

Oggi per me è l’ultimo giorno di lavoro prima della chiusura estiva! Voi quando sarete in ferie? Avete già scelto le letture estive?

Oggi vi presento Alvise Brugnolo, fermatevi a dare uno sguardo magari potrebbe interessarvi!

Ecco cosa ci racconta di sé

Mi chiamo Alvise Brugnolo e sono nato a Venezia. Sì, proprio in centro a Venezia, fra ponti, canali e Bed & Breakfast abusivi. Da poco ho conseguito la laurea magistrale in editoria e giornalismo all’università di Verona e sto cercando di farmi strada all’interno delle agenzie di comunicazione e pubblicità in qualità di copywriter. Raccontare, insomma, è il mio chiodo fisso e se potessi farne un lavoro vero e proprio sarebbe il coronamento di un sogno.

ALVISE-BRUGNOLO-SITOIn realtà la scrittura l’ho scoperta più tardi di quanto ci si potrebbe aspettare, all’incirca quando avevo diciannove anni e stavo seguendo i miei primi corsi di…

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La biblioteca di Hogwarts

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Per la laurea ho ricevuto tre regali inaspettati (e graditissimi):

  • Le fiabe di Beda il bardo
  • “Animali fantastici e dove trovarli” di Newt Scamander
  • “Il Quidditch attraverso i secoli” di Kennilworthy Whisp

Li avete riconosciuti? Sono i tre pseudobiblia scritti da J. K. Rowling per espandere il mondo di Harry Potter. Che cos’è uno pseudobiblion? È un libro fittizio, ma citato come vero all’interno di un’altra opera narrativa. Questi tre libretti qua, infatti, sarebbero i manuali scolastici letti dagli studenti di Hogwarts durante le loro lezioni quotidiane. Beati loro.

Che dire? Leggere questi libri mi ha fatto ricordare quanto fossi patito per la saga di Harry Potter. E per certi versi lo sono ancora: difficile dimenticare le sensazioni provate mentre “ingurgitavo”, all’una di notte, le avventure di Harry, Ron, Hermione. Difficile dimenticare le risate, i sospiri di sollievo (quando i nostri se la cavavano per il rotto della cuffia) o le lacrime (quando il personaggio che tanto amavamo finiva ucciso da qualche spietato Mangiamorte. Tradotto: Sirius Black) C’è poco da dire: la saga della Rowling ha segnato la nostra infanzia e se l’è meritato. Un ottimo esempio di fantasy moderno, innovativo e ben costruito, uno dei pochi best seller degno di portare questo nome. Semplice lettura d’evasione, certo, ma che sapeva anche focalizzarsi su temi importanti, come l’amicizia, l’amore, il rispetto per le diversità…

Anche in questo caso la scrittrice inglese non si smentisce e riconferma le sue doti narrative e la sua fervida immaginazione. Finora il libro che mi è piaciuto di più è “Animali fantastici e dove trovarli”: una specie di bestiario per il mago moderno, un manuale di scuola con tanto di note a bordo pagina scritte da Harry Potter e Ronald Weasley in persona. Volete sapere le abitudini  e i costumi dei Maridi o come sconfiggere un terribile Lethifold? Il manuale di Newt Scamander è sicuramente la risposta a tutti i vostri interrogativi. Se poi aggiungete che buona parte dei libri sono commentati da nientepopodimeno che Albus Silente, potrete di sicuro ritenervi soddisfatti!

Ora sì che la mia “libreria di Hogwarts” può dirsi completa! Qualcuno di voi ha letto questi tre unici tomi? Vi sono piaciuti o li ritenete superflui? 😉

Curiosità. Ecco alcuni tra gli pseudobiblia più famosi del mondo: il Necronomicon citato da H.P.Lovecraft, L’Enciclopedia Galattica di Douglas Adams e L’Historia, il manoscritto immaginario che avrebbe contenuto in nuce la storia di Renzo e Lucia (ovviamente un parto della mente geniale di Alessandro Manzoni).

Chi ha paura di…

Se c’è una cosa che mi fa sorridere è ripensare alle paure che avevo da bambino. Quando si è bambini ci sembra tutto troppo grande, tutto troppo nuovo, e anche l’ombra di un cappotto appeso ad una gruccia diventa, nella nostra mente libera e innatamente creativa, un mostro terribile pronto a divorarci. Un tema, quello della paura infantile, che non deve essere assolutamente preso sottogamba, anzi: spesso la paura verso qualcosa di fantasioso o di apparentemente assurdo (il classico mostro sotto il letto) non è altro che la manifestazione di un timore più “tangibile” e radicato: la paura di rimanere soli, ad esempio, o quello di affrontare le sfide che la vita ci mette davanti. Niente, insomma, su cui si possa scherzare o che si possa prendere alla leggera. Ma adesso che sono passati vent’anni posso anche riderci sopra, o no? 😉
La mia paura era lui: E.T.

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« Fu difficile trovare la giusta rappresentazione di E.T., perché volevo qualcosa di speciale. Non volevo che sembrasse un alieno qualsiasi. Doveva essere qualcosa di anatomicamente diverso, in modo che il pubblico non pensasse che quello fosse un nano in una tuta. »

Steven Spielberg

Missione riuscita, caro Steven *mannaggia a te*!
Quello di Spielberg è un meraviglioso film di fantascienza, un’opera ormai classica sul tema della diversità (l’amicizia tra un bambino e un alieno) e il buon regista statunitense ha pensato bene di creare un personaggio alieno nel vero senso della parola: una specie di fusione tra uno gnomo, una tartaruga e un Grigio da creepypasta. Il risultato è un mostro che non mi ha fatto letteralmente chiudere occhio, perseguitando i miei sogni per tutte le elementari. Che cosa mi faceva tanto paura? Dopo così tanti anni non saprei neanche dirlo. Forse i versi che faceva, così insoliti e inaspettati, e il modo terrificante in cui allungava il collo, sovrastando il piccolo Elliot in altezza. Chi può dirlo?

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Fortunatamente, da un giorno all’altro la paura dell’innocuo mostriciattolo venuto dallo spazio se n’è svanita: miracoli della crescita. D’altronde i bambini capiscono fin troppo presto che difficilmente un mostro immaginario può far loro del male e imparano, ahimè, a temere i loro stessi simili. Quando si lasciano sopraffare dall’avidità o dalla follia dell’intolleranza, gli uomini diventano i mostri peggiori di tutti e superano qualsiasi cattivone di carta partorito dalle menti fervide di scrittori o sceneggiatori. La potenza del male, d’altronde, è insita nella sua banalità.

Ripensandoci un po’, quasi quasi mi mancano gli anni in cui avevo paura di un semplice alieno basso e grasso. In fondo, la cosa peggiore che potesse fare era alzare il collo di un metro XD
E voi? Qual è stata la paura che vi ha accompagnato durante l’infanzia? Siete andati sul classico (paura dell’acqua, terrore del buio) o avete qualche aneddoto particolare da raccontare? A voi la parola! 😉

P.S. Una piccola curiosità: E.T. non è altro che un sofisticato (per l’epoca) animatronic, realizzato dal pluripremiato artista degli effetti speciali italiano Carlo Rambaldi. Il viso dell’alieno è ispirato al poeta americano Carl Sandburg e, così sembrerebbe, ad Albert Einstein 😉

Cozmo!

Curiosando per il web mi sono imbattuto in questo interessantissimo progetto.
Cozmo è un piccolissimo robot dotato di un grande cuore. Infatti è in grado di riconoscere e replicare le emozioni umane. Già, proprio così. E il bello è che le sue emozioni non sono casuali ma fanno parte della sua complessa personalità, che si costruisce man mano che interagiamo con lui, in un processo di apprendimento che ci proietta concretamente nel futuro. In quanti racconti di fantascienza si è trattato il tema delle emozioni, dell’intelligenza artificiale, di ciò che divide l’uomo dalla macchina? Così tanti che, quando ci troveremo davanti a qualcosa di effettivamente concreto, ci sembrerà quasi di sognare o di essere finiti in una trasposizione cinematografica di un romanzo di Asimov. Con Cozmo compiamo un passo, per quanto piccolo, verso questa direzione.

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Cozmo è uno dei primi robot le cui emozioni (almeno a detta dei creatori) sono molto più di una funzione come un’altra: sono il suo modo di essere e di pensare. Nonostante le sue dimensioni ridotte, dunque, il prodotto della Anki è un vero gioiello tecnologico, dotato di un’intelligenza artificiale piuttosto evoluta, e il bello è che ha un prezzo alla portata di tutti: all’incirca 170 dollari.
La chiave del successo di Cozmo è sicuramente il suo aspetto, buffo, cartoonesco, in grado di suscitare immediatamente simpatia. Il fatto che sembri uscito da un film della Pixar non è un caso: Cozmo è dichiaratamente ispirato a Wall-E, piccolo capolavoro di dolcezza uscito dalla fervida immaginazione del colosso californiano, e molti membri del progetto vengono proprio dal mondo dell’animazione, alcuni direttamente dalla Pixar Animation Studios in persona. Per quanto Cozmo non sia altro che un giocattolino avveniristico, la sua intelligenza artificiale lascia ben sperare per gli sviluppi della robotica e ci dà un piccolo assaggio di quello che ci aspetta in futuro 🙂

Sono sempre stato affascinato dai robot e credo che ormai ci siamo vicini. Averne uno in casa sarà questione di pochi anni, una decina al massimo. Siamo ancora all’inizio del percorso, certo, ma senza dubbio quella dei robot sarà una rivoluzione che cambierà il nostro modo di vivere e pensare. Sarà un cambiamento positivo o negativo? È ancora troppo presto per dirlo. Senza dubbio, però, il fascino di questi oggetti tecnologici creati a nostra somiglianza (a noi piace tanto sentirci Dio) è innegabile.
E voi che ne pensate? Accettate di buon grado l’idea di vedervi un androide che gira per casa e che, magari, cucina per voi o vi aiuta a stendere il bucato? Oppure avete timore che in qualche modo vi sostituiscano? Lasciate un commento e ditemi la vostra! 😉

P.S. Se non fossi costantemente al verde Cozmo sarebbe uno dei miei prossimi acquisti XD

Dottore, dottore…

Fidati dei tuoi sogni, perché in essi è nascosto il passaggio verso l’eternità.
(Kahlil Gibran)

Il mio percorso universitario è giunto alla sua conclusione e da qualche minuto sono ufficialmente “Dottore in Editoria e Giornalismo”. Che dire? Sono felice ma ancora frastornato: questi due anni di magistrale sono volati via veloci, così veloci che devo ancora rendermene conto. Se è vero quel che si dice, cioè che il tempo scorre quando ci si diverte, significa che la strada che ho scelto è quella giusta. Ora inizia l’avventura più grande di tutte: il futuro.

Prima, però, qualche giorno di riposo assoluto. E visto che ci siamo, per prendere alla lettera le parole di Steve Jobs che ci voleva folli e affamati, ordinerò al ristorante una pizza con peperoni e salamino piccante, accompagnata da una bella pinta di birra fresca. Alla salute!

P.S. Abbiate pazienza se non aggiorno più il blog con regolarità. Si sono accavallati un po’ di eventi, ma mi farò perdonare. Promesso 😉

laurea2016

Presentazione libreria STUDIUM

E anche la seconda presentazione ha avuto la sua conclusione. Ancora una volta una meravigliosa occasione di dialogo e tante, tante emozioni. Ho rivisto volti che non vedevo da tanto tempo e conosciuto persone nuove. Denominatore comune? La passione per la lettura e per la narrativa; una passione che unisce tutti, senza distinzione di età, religione o provenienza.
Ringrazio la Libreria Studium per la splendida accoglienza e per l’impegno dimostrato nell’organizzare la presentazione. Il ringraziamento più grande, però, va a tutti voi, che avete partecipato così numerosi e vi siete lasciati coinvolgere da questo piccolo grande sogno che è Il faro di Blackdale. Ancora grazie 🙂 Restate sintonizzati per sapere i prossimi appuntamenti! A presto.

Alvise Brugnolo