Tutto molto chiaro

Finalmente, eccomi di ritorno con un racconto. Vi ero mancato, eh? Prima che iniziate a leggere, dovete sapere che questo racconto partecipa alla XIII sfida del Circolo Letterario Raynor’s Hall. E che il tema selezionato è ‘libero arbitrio’.

Ho voluto scrivere qualcosa di diverso, una specie di dibattito televisivo tra due politici su una riforma costituzionale che è un po’ la parodia di quella “vera” di dicembre.
Che c’entra questo col libero arbitrio? Diciamo che voleva essere una provocazione. Basta fare un salto su Facebook per notare che, su qualsiasi argomento, c’è sempre chi sostiene una cosa e chi un’altra.
“La carne fa venire il cancro!”
“No, non è vero! Anzi, fa bene! Mangiare solo verdure, invece, fa malissimo!”

Capito l’antifona?
E allora, mi viene da chiedermi, qual è la verità? Forse, dopotutto, non si può sapere. E se non si può sapere, allora, fino a che punto il nostro libero arbitrio ha davvero senso? Spero di aver stuzzicato la vostra curiosità!
Buona lettura 😉

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«Benvenuti, cari telespettatori, a Populism 24, il programma trasparente dove la politica parla la lingua della gente. Questo è lo speciale per il Referendum costituzionale di settimana prossima. Che entrino gli ospiti: il ministro del lavoro Peppe Copuli e il deputato Ettore Prostadito!»

Gli ospiti entrano, elegantissimi, salutano la gente con la mano, strappando un miscuglio tra applausi sentiti e fischi infastiditi. Il più giovane, avrà una quarantina scarsa, si fa un selfie con il conduttore, poi tutti e tre si siedono sulle poltrone arancioni, a proprio agio come topi nudi in una scatola imbottita di ovatta. Il ministro Copuli, vecchia volpe della politica, aggrotta le sopracciglia e si sfrega il mento; il deputato Prostadito, vittima del suo stesso tick, continua a lustrarsi gli incisivi ingialliti con la lingua.

«Bene – esclama il conduttore, controllando il grosso orologio arancione, a forma di disco solare, che sta sopra le loro teste – avete tre minuti in tutto per spiegare le vostre posizioni sul Referendum di settimana prossima. Referendum che, ricordiamo per chi ci segue da casa, va ad approvare o bocciare il testo della riforma Maronfaldi del 15 febbraio 2017, che modifica la costituzione negli articoli 21, 100 e 18, sezione 23 bis, appendice U, colonna destra, quarta riga a partire dal basso, sesta se dall’alto. Vuole iniziare lei, ministro Copuli?»
«La ringrazio signor Prolizzi. Che dire? La mia posizione e quella del governo è chiarissma, e lo è da tempo. Se la riforma passerà, cosa di cui sono certissimo, perché l’Italia è stufa delle solite promesse, è piena di giovani che vogliono cambiare le cose, diamine e questa possibilità ce la dà proprio il Referendum, signori miei… Dicevamo, se la riforma passerà, molte saranno le cose che cambieranno. Innanzitutto, diminuirà il numero di senatori e questo porterà non solo ad un risparmio notevole sulle casse dello Stato (e, di riflesso, sulle tasche dei cittadini) ma anche ad uno svecchiamento dei meccanismi burocratici. Il che, me lo lasci dire, è un po’ il problema della vecchia Europa, Italia compresa…»
Ma il deputato Prostadito non ci sta. Rimessa la linguaccia tra i denti, si alza in piedi, furibondo e rosso in viso.
«E invece – strilla – è qui che vi sbagliate, voi del Partito Comunitario Egualitario Laico Popolare: queste sono solo vane promesse! Il vostro ministro Maronfaldi, astutamente malizioso, vuol far credere che diminuire il numero dei senatori sia un segno di grande democrazia ma, in realtà, la riforma fa sì che la partecipazione diretta dei cittadini venga limitata fortemente. E questo al Governo farà piacere, perché permette al Premier di avere ancora più potere. Ma questo lei non lo dice, eh? Né lei né la sua b…» e qui Prostadito si blocca, troppo arrabbiato per finire la frase. Al che il ministro Copuli sbatte le mani sul tavolo arancione, rovesciando la tazza di caffè portata da un pavido membro della troupe, un ventenne brufoloso cresciuto a pane e voucher.
«La sua? La sua? Continui, se ha il coraggio!»
«…La sua banda!» conclude finalmente Prostadito, sillabando la parola b-a-n-d-a come fosse ad una gara di spelling all’americana.
«Ah, ecco dove voleva arrivare! Con questa subdola parola lei vuole fare riferimento a quella montatura terribile che è stato lo scandalo Maialazzi di settembre scorso! Ma lo sanno tutti che il buon Maialazzi, padre di famiglia e collega stimatissimo, non aveva niente a che fare con ciò che la stampa di Destra lo aveva serpentinamente accusato!»
«Eh, non aveva niente a che fare! Ma mi faccia il piacere, in ballo c’erano gli interessi della Banca Gravida delle Due Sicilie, di cui Maialazzi è uno dei maggiori azionisti. E poi che parola è serpentinamente? Volete governare l’Italia ma non parlate nemmeno l’itagliano

Ora gli onorevoli sono venuti alle mani. Si tirano ceffoni sonori che sembrano Bud Spencer e Terence Hill in una serata no. Prostadito salta addosso all’altro, gli tira la cravatta e la morde a più riprese, quasi fosse la coda dispettosa di un maialino. Copuli grida in dialetto friulano, ogni tanto ci infila dentro una bestemmia da far crollare l’intonaco dai muri, e nel mentre continua a strappare i capelli del rivale, costati oltre diecimila euro in cure anti-caduta e trapianti follicolari.

Il conduttore lancia uno sguardo ammiccante verso le telecamere, come se tutto quel frastuono, invece di metterlo a disagio, lo diverta un mondo. Ed ecco che un suono fastidioso, come un potentissimo peto uscito da un culo meccanico, copre tutto quanto. È il grande orologio arancione, che è sempre l’ultimo ad avere la parola.
«Eeeee il tempo a vostra disposizione è finito, gentili ospiti – esclama, gioioso, il conduttore – Bene, cari telespettatori. Ora avete tutti gli strumenti per esercitare il vostro diritto di scelta. E mi raccomando: sabato, andate a votare. Ne va del vostro futuro! Avete visto Populism 24 su Canale3. Sigla.»
Tzum-tzum-tzum-ta-da-daaaaa…

Tlunk. Con un ronzio ovattato, lo schermo del televisore diventa buio. Carlo lancia il telecomando oltre i cuscini del divano e si gira verso Mattia. Si guardano in silenzio per qualche istante, soffocando a fatica uno sbadiglio.
«Allora, ti sei fatto un’idea per sabato?»
Mattia si infila un dito nel naso, rimesta per bene, cava fuori qualcosa di grosso che infila prontamente in tasca. Poi ribatte.
«Mah, direi che potremmo mangiare la solita pizza. Tu che dici?»

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Akira e Tiko

Questa breve storia partecipa al contest estivo indetto dal Circolo Letterario Raynor’s Hall. Queste le principali regole del concorso:

  • Il racconto non dovrà superare le 4mila parole.
  • Il racconto dovrà essere di genere FANTASTICO e dovrà contenere elementi sovrannaturali (favole, fantasy, gotici, horror, future fantasy…)
  • UN testo a persona, se non verrà considerato non attinente al tema, avrete tempo per scriverne un altro.
  • Il testo, stavolta, deve essere INEDITO, quindi creato apposta o comunque non postato prima.

Akira e Tiko – 20lines

akira e...

All’alba dei tempi, in una terra di grandi savane, di grandi montagne e grandi laghi, un bambino e un giovane leone bianco si incontrarono nei pressi di una pozza d’acqua torbida. Il piccolo uomo, che era uscito per la sua prima battuta di caccia, stringeva fra le mani una lancia che, in altezza, lo superava di due cubiti. Il leone, che doveva ancora dimenticare il sapore dolce del latte di sua madre, aveva artigli e denti taglienti come spade.
L’uomo e il leone si fissarono a lungo, senza proferir parola. Entrambi erano stati educati a temersi e odiarsi. Nelle grandi sale di pietra giù al villaggio del Sole, gli uomini aveva dipinto il loro grande odio per i leoni con la bile nera dei grandi serpenti. Fra i grandi alberi della grande savana, i leoni riservavano all’argomento uomini i loro ruggiti più bellicosi.
L’uomo e il leone continuavano a fissarsi, ma il sole era caldo e il richiamo dell’acqua troppo invitante. Così, rinfoderati gli artigli e lasciata cadere la lancia, si avvicinarono alla pozza e iniziarono a bere.
«Come ti chiami?» chiese il ragazzo, asciugandosi la bocca con il palmo.
«Tiko.» ruggì piano il leone.
«Akira.» ribatté il giovane, toccandosi il petto con la mano, in segno di rispetto verso il suo nemico. Detto questo, voltarono le spalle e proseguirono. Si incontrarono per altre tre volte alla fonte, nel corso delle loro vite, e tutte e tre le volte si comportarono in quel modo, senza provare nessuna voglia di ammazzarsi.
Ma venne la guerra, e uomini e leoni dovettero fronteggiarsi in campo aperto, senza che nessuno di loro sapesse bene il perché. Avevano sete di morte e a spingerli era quella cieca forza irrazionale che alcuni, ancora adesso, chiamano istinto. Gli dèi, che avevano occhi di cielo e cuori di alabastro, l’avrebbero chiamata paura.

Gli schieramenti, sbavanti di rabbia, con occhi, bocche e code che smaniavano, si scontrarono alle prime luci dell’alba, sotto il vento fetido di un temporale fuori stagione. Il cielo color ossidiana era mutevole come il cuore degli uomini. Il segnale della battaglia fu dato da un fulmine bianco, che cadde sopra un’acacia, tagliandola a metà e sprizzando ovunque scintille che parevano anime dannate; il fuoco illuminò i volti e i musi dei soldati, accendendo i loro occhi immobili di un cupo riflesso vermiglio. Con un grido, gli eserciti si corsero incontro e, assordati dal vento che serpeggiava fra loro, cozzarono l’uno contro l’altro. Ruggiti e grida bellicose si mescolarono in una cacofonia terribile, un epinicio proveniente dalle più remote ombre dell’Aldilà.
Akira e Tiko si notarono da lontano, riconoscendosi come avrebbero fatto due amici che si fossero incontrati dopo anni di silenzio. Anche in quell’occasione, nell’umidità della pioggia e del sangue che bagnava la savana, quello che provarono non fu la voglia di uccidersi ma solo un fraterno compatimento. Ma avevano fatto un voto di appartenenza alle rispettive tribù e non poterono far altro che corrersi incontro, ognuno con le proprie armi sguainate: una lunga lancia d’osso e artigli e denti affilati come spade.

Al termine della battaglia, furono ritrovati insieme, chiusi in un abbraccio mortale, resi simili dal colore rosso del sangue che li ricopriva come il manto di un re. Sembravano morti in pace, ma chi avrebbe potuto giurarlo?
Durante la tregua decisa per seppellire i morti, gli sciamani degli uomini e quelli dei leoni si consultarono, incapaci di decifrare quel segno. I due nemici erano morti odiandosi o amandosi? Senza quella risposta, nessuno avrebbe osato spostare i corpi per bruciarli o tumularli, perché diversi erano i riti funebri per le nemesi o per i fratelli che trovavano la morte assieme. Fu così che i corpi di Akira e Tiko vennero lasciati all’inclemenza del vento perché fossero gli altri animali a decidere della loro sorte. Ma né gli avvoltoi né le iene seppero darsi una risposta e nemmeno loro trovarono il coraggio di toccare le spoglie.
Allora Wulè, il sommo creatore di tutte le cose, mosso a pietà per la sorte di quei valorosi guerrieri, prese con le sue mani di vetro i due corpi e ne adornò le volte del cielo.

E ancora oggi, la costellazione dell’uomo e quella del leone bianco si fronteggiano, e neppure i più saggi sanno dire se il loro sia un atteggiamento di sfida o di amicizia.

Domani

Rayno'rs Hall

Questa storia partecipa alla settima sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è “Dipendenza” proposto da AGamer.

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«L’hai portata?»
«Certo, bimba. Non tradirei mai la mia cliente preferita.»
Eva si guardò attorno. La innervosiva acquistare roba all’aperto, soprattutto in un’area viva come quella, dove potevano arrivare ficcanaso da un momento all’altro.
«Non capisco perché ti ostini a farmi venire qui. Non mi piace questo posto.»
Carlo, lo spacciatore, la abbracciò stretta e le sfiorò le labbra con le dita.
«È un posto più sicuro di altri, fidati di me.» sussurrò con fare voluttuoso. Poi si tolse dalla tasca del giubbotto una bustina, non più grande del palmo di un bambino, e gliela sventolò sotto il naso. Eva trattenne il respiro. Di certo quel bastardo sapeva come attirare la sua attenzione.
«Quant’è?» si affrettò a chiedere, trattenendo l’impulso di strappargliela e di scappare via.
«Cinquanta euro per tre grammi. Solo per te, Eva…»
Lei allungò la mano, ma Carlo fece sparire le bustina fra le sue dita, come un abile prestigiatore da circo.
«Cinquanta, ma solo se ce la andiamo a fare a casa tua. Che dici?»
Eva si divincolò con una smorfia.
«No, te lo puoi scordare. Tanto so cosa vuoi farmi mentre sarò “in volo”. Quindi no!»
Il pusher la squadrò con aria offesa, ma Eva non si lasciò ingannare. Se c’era una cosa che aveva imparato era che Carlo non provava alcuna emozione. Uno spacciatore non doveva provare emozioni, sarebbero state deleterie per i suoi affari. Poteva simularle, certo, ma solo se c’era un ritorno economico o se poteva guadagnarci qualcosa di piacevole e di non previsto, come una scopata con una cliente comatosa.
«Come vuoi tu, bimba – ribatté secco Carlo – Allora sono cento.»
«Cento? Ma che sei, stronzo? La settimana scorsa erano settantacinque!»
«Cento. Prendere o lasciare.»
Eva si morse la labbra. Con quei soldi avrebbe dovuto pagare la bolletta della luce, ma…
«Sei una merda, ecco quello che sei.» sbottò, sganciando un verdone stropicciato fra le avide mani di Carlo. Lui le passò la bustina, dopodiché simulò un inchino.
«Sai dove trovarmi quando ne avrai bisogno.»
«Sì sì, vai al diavolo.» gli gridò dietro Eva, ma lo spacciatore era già sparito in un vicoletto laterale, più rapido di un ratto. Rabbrividendo dal disgusto, Eva si allontanò dallo scheletro vuoto dell’ex-liceo e si infilò nella folla, stando ben attenta che il suo viso smagrito non lasciasse trapelare alcun indizio dello scambio, neppure il minimo accenno d’ansia o di colpevolezza.

Era mezzogiorno in punto e il sole arroventava la città. Sembrava quasi che le persone fossero formiche e che lassù, nascosto oltre le nuvole, ci fosse un Dio armato di una lente d’ingrandimento grande quanto l’Europa. Eva si trascinava sudata per la via, tenendo la mano incollata alla tasca dei jeans. Le dava un senso di sicurezza sentire che la busta era lì, in attesa che il suo organismo la assorbisse con la stessa carnale soddisfazione con cui un assetato avrebbe ingollato una pinta di birra gelata.
A metà strada iniziò a barcollare. Si sentiva stanca, mortalmente stanca. Milioni di pensieri fluivano nel suo cervello come un fiume ininterrotto. Eva non riusciva a controllarli: parole si mescolavano ad altre parole, suscitando un caos infernale, che la faceva sbandare e ciondolare davanti agli occhi maligni dei passanti. Anche se non ci faceva caso, molte persone si fermavano a guardarla, i visi contriti e gli sguardi accusatori. La giudicavano nel male come l’avrebbero giudicata nel bene.
Finalmente, il condominio in cui viveva si palesò all’orizzonte: un palazzone anni ’70, tetro, informe, come una scatola di cartone bagnata su cui un bambino avesse ritagliato tante piccole finestre diseguali fra loro. Faceva schifo come tutti gli stabili in affitto definiti “ideali per gli studenti universitari”.
Eva ci mise più di tre minuti a trovare le chiavi nella sua borsa e, quando ci riuscì, gli occhi le lacrimavano. Aveva bisogno al più presto di una dose. Come aveva fatto a resistere per tre giorni? Appesantita dalla stanchezza, si infilò nell’appartamento e raggiunse la camera da letto. Si gettò, noncurante della sporcizia che imperava ovunque, sul materasso ed estrasse dalla tasca dei jeans la sua preziosa bustina. Il necessario era tutto lì, sul comodino: laccio emostatico, cucchiaio, accendino, bottiglietta d’acqua, un limone per rendere più solubile la sostanza, una scatola di siringhe sterili ancora incappucciate, simili a tanti esili falli infilati in un preservativo trasparente…
Per prima cosa, Eva si tolse la camicia, rimanendo a seno nudo. Non usava il reggiseno, le aveva sempre dato fastidio. Afferrò il cucchiaio, versò un po’ d’acqua, aggiunse i grammi di polvere e una spruzzata di limone. Poi prese l’accendino, fece scrocchiare la rotellina, e infilò la fiamma sotto il corpo concavo del cucchiaio. Era quasi fatta: ancora qualche secondo e sarebbe partita per un lungo, folle viaggio sulle ali della diacetilmorfina.
Chissà, pensò, magari questa è l’ultima dose. Domani mi sveglierò e non ne sentirò più il bisogno. Sarò una persona nuova. Me lo sento.
Domani.
Mentre attendeva che il liquido bollisse, i suoi occhi lacrimanti caddero su un oggetto bianco che si trovava, sommerso da residui di lasagne precotte, ai piedi del letto. Per un attimo non la riconobbe. Poi ricordò.
Era una proposta di lavoro, arrivata a sorpresa da una filiale del Banco Popolare di Verona; Eva ci aveva lavorato durante il tirocinio, in un periodo in cui era ancora abbastanza lucida. Qualcosa di buono doveva pure aver fatto, visto che le avevano proposto un impiego part-time, molto flessibile, adatto a una studentessa a cui mancavano solo due esami per terminare, una volte per tutte, la propria travagliata carriera di studi. La busta la guardava, sembrava scrutarle dentro; le lettere impresse sulla superficie bianca ripetevano incessantemente il suo nome: Eva Diaz.
Una lettera che avrebbe potuto cambiare tutto se solo avesse trovato la forza di alzarsi da quel lurido materasso. I gesti che doveva compiere erano semplici, quasi elementari: prendere la bustina di droga, gettarla nel water e tirare lo sciacquone. Rapido, come togliersi un cerotto rimasto troppo tempo attaccato alla pelle. Soltanto due stanze e un corridoio la separavano da quel finale e da un futuro completamente diverso. E tuttavia il peso del cucchiaio la inchiodava mani e piedi a un presente che non aveva domani.
La sua coscienza, l’Eva che era stata smentita, odiata, rinnegata, sussultò, lottando con le unghie e con i denti per riemergere. Eva cominciò a tremare, a piangere e a sbavare, ma non riuscì in alcun modo a distogliere gli occhi arrossati dalla lettera. Le sembrò che la busta si illuminasse, mostrandole un piccolo rettangolo di mondo, uno dei tanti mondi possibili. Un mondo in cui era la protagonista. Eva Diaz. Era sempre lei, sicuro, ma allo stesso tempo non lo era. Non era né la Eva degli anni prima, né la Eva eroinomane. Era una donna. Una donna di successo. Aveva un lavoro rispettabile e un ufficio tutto suo, con una targhetta dorata sulla porta: Eva Diaz. Consulenza ai privati.
La ragazza strinse gli occhi, cercando di concentrarsi al massimo su quell’inattesa e inspiegabile visione. Ma ecco che, senza preavviso, la busta smise di emettere luce e tornò ad essere un semplice pezzo di carta coperto di polvere e sugo rappreso.
Eva, ancora sconvolta, continuò a fissarla; la fissò così a lungo che il fantasma della lettera le si impresse negli occhi e quando li richiuse la rivide ancora, come se le si fosse appiccicata alle cornee. Un suono familiare, come un sibilo rabbioso, la riscosse: era la droga che sobbolliva nella pancia del cucchiaio. La ragazza si affrettò a spegnere l’accendino, e ad assorbire il liquido con la punta della siringa. Il laccio emostatico era già lì, al suo posto; le stringeva il braccio in una morsa dolce e crudele. Senza ulteriori indugi, Eva si sparò la dose calda dritta in vena e il suo viso si rilassò quando la sostanza entrò in circolo. I suoi occhi pallidi, come velati, si posarono per l’ultima volta sulla busta. Eva Diaz.
Domani, pensò svogliatamente, domani telefonerò e dirò che accetto l’impiego.
Còlta da una vertigine improvvisa si lasciò cadere sul materasso, artigliando senza senso l’aria, la siringa ancora infilata nella vena. Atterrò pesantemente, ma a lei parve di essere caduta su un prato di margherite, o in una cesta di lana appena tosata. La proposta di lavoro, spostata dall’aria, ruotò su se stessa come una carta da gioco, infine atterrò lieve al suo fianco. La data segnava 25 agosto 2015.
Era scaduta da oltre sei mesi.

Raccontami

Rayno'rs Hall

Questa storia partecipa alla sesta sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Telefono senza fili” proposto da Malos.

Raccontami – 20lines

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Gianni si accorse di essere diventato grande quando, accostata la bocca al barattolo del telefono senza fili, non seppe che dire. Giulia, dall’altra parte del filo, lo guardava impaziente e forse le veniva da piangere. Solo che erano così distanti che era impossibile giurarlo.
«Non so che dire…» borbottò Gianni, mentre il suo cuore d’adolescente veniva percorso da una fitta di dolore, un dolore forte. Un dolore da grandi.
«Ma come? – la voce di lei giunse metallica dall’altro capo del filo – davvero conto così poco per te?»
«Sai che non è così…» si difese il ragazzo.
La voce di Giulia si fece roca, come se stesse per incrinarsi e andare in mille pezzi. Sì, stava proprio per piangere. Lei, che alle elementari prendeva a pugni chiunque osasse chiamarla “femmina”!
«Lo sai che domani parto per Roma e che forse non ci vedremo più. Come fai ad essere così freddo?»
Ma Gianni non era freddo. C’era un fuoco dentro di lui, solo che non poteva fare altro che nasconderlo. Aveva paura che se l’avesse fatto uscire sarebbe esploso; che la sua anima ne sarebbe rimasta ustionata. Era l’inconveniente delle emozioni.
«Che vuoi che ti dica? Che mi mancherai?» rispose rabbioso. Avrebbe voluto dirglielo, sì. Ma era orgoglioso… E poi la colpa era di Giulia e della sua stupida famiglia. Roma! Che diavolo c’era di bello a Roma!
«Sei un idiota, Gianni!»
«Ah, sì? Allora vaffanculo.»
Lasciarono entrambi cadere i barattoli di latta, che tintinnarono a contatto con il suolo sassoso. Gianni prese il proprio e cominciò a riavvolgere il filo e a trascinare, rumorosamente, l’altro cilindro di latta. Quando rialzò gli occhi, una manciata di secondi dopo, scoprì, senza tanta sorpresa, che Giulia se n’era andata; probabilmente aveva preso uno dei tanti sentierini invisibili che collegavano il torrente alla chiesuola di San Sebastiano. Il greto, senza di lei, si era fatto stranamente silenzioso, nonostante il suono dell’acqua, del vento e il sospiro degli alberi.
Ma sì… che se ne vada pure! pensò Gianni, grattandosi la fronte come faceva quando era sul punto di scoppiare a piangere. Dopodiché lancio con rabbia i barattoli in un cespuglio di pungitopo e se ne tornò verso casa.

***

La stanza d’ospedale era dipinta di un deprimente color verde marcio. Perché non un bell’arancione o un rosso o un giallo? si chiese Giulia. Forse, con un colore diverso, avrebbe vissuto meglio i suoi ultimi giorni. Osservando il muro giallo avrebbe creduto di essere ancora con Gianni, sul greto di quel torrente di cui ora non ricordava neppure il nome né l’ubicazione. D’altronde, erano trascorsi quindici anni e in quindici anni la gente cambia e i ricordi sbiadiscono come fotografie rimaste troppo sotto il sole. Lui era chissà dove, un ventiseienne disoccupato con una laurea in economia o psicologia che viveva ancora con i suoi. Lei, una ventottenne a cui mancavano solo un paio di settimane per il grande viaggio. Un viaggio in cui non servivano bagagli, né cartine geografiche.
Il medico, un barbuto nonnetto che stava in piedi per miracolo, come un origami di carta velina, non le aveva dato speranze.
«Con un cancro ai polmoni di questa entità – aveva detto, ad occhi bassi – le restano sì e no due mesi di vita.»
Giulia aveva guardato quegli occhi
occhi pieni di compatimento, e lei questo non poteva proprio sopportarlo
e aveva capito che non c’erano più speranze.
Si era attaccata alla vita, ma tutto quello che aveva ottenuto era che il tempo le era scivolato via veloce, come acqua di torrente fra le dita, e si era ritrovata in ospedale, attaccata ad una macchina, con gli occhi fissi sull’orologio che, insensibile alle sue preghiere, faceva ruotare le lancette con una velocità che a Giulia dava la nausea. Si era assopita un attimo ed erano già passate tre ore. Tre ore buttate al vento!
Si mosse nel letto, trattenendo la voglia di urlare e di fuggire via. Dalle cuffiette profondamente infilate nei suoi timpani, la voce di Jon Oliva suonava graffiante e malinconica. Strange Wings.
Si lasciò andare, cadendo in un sonno agitato, il sonno dei malati, dei pazzi, dei sognatori, e viaggiò per chissà quanti minuti, od ore, o giorni. Ad un tratto, una voce familiare la riscosse dal suo torpore.
«Ciao, Giulia.»
Riaprì gli occhi a lo vide. In piedi, al lato destro del letto. Gianni, pallido come il fantasma di un ricordo. Anche se era cresciuto si capiva che era lui: dall’intensità dello sguardo, dal fisico, dal portamento…
«Tu – mormorò Giulia – che ci fai qui?»
Lui le prese la mano e rise piano.
«Sono venuto a trovare… un’amica.»
«Oh, Gianni. Dov’è che abbiamo sbagliato?»
Si era ripromessa di non piangere più, ma il solo vederlo le aveva riacceso dentro un turbine di emozioni impossibile da controllare.
«Non abbiamo sbagliato. È solo che… le cose accadono.»
«Oh, come vorrei recuperare il tempo perduto. Ma ormai è troppo tardi.»
Iniziò a singhiozzare, ma Gianni le accarezzò prontamente il viso.
«Guarda cosa ti ho portato.»
Frugò nella borsa, un’elegante ventiquattr’ore da avvocato, e tirò fuori qualcosa.
«Non ci credo – ridacchiò lei – fammelo vedere!»
Era proprio il telefono senza fili che usavano da bambini. Due lattine vuote di fagioli (o meglio: una di fagioli borlotti, l’altra di pesche sciroppate, entrambe di un’azienda alimentare fallita ormai da vent’anni) e un lungo spago scolorito e umido ad unirle.
«Non credevo l’avessi conservato!»
Gianni arrossì.
«Non l’ho fatto, in realtà. Ma quando tua madre mi ha chiamato, per dirmi come stavi, beh… sono salito in macchina, mi son fatto cento chilometri e mi sono precipitato al fiume. Vuoi ridere? Quando ci siamo lasciati, ho gettato i barattoli in un cespuglio. Erano ancora lì, malconci e pieni di ruggine e muschio, ma integri.»
Giulia strinse rabbiosamente il suo barattolo e lo guardò da vicino. I suoi occhi si coprirono nuovamente di lacrime.
«Gianni. Ci credi se ti dico che non ricordo più come si usano?»
Lui le baciò le mani.
«Oh, è semplice. Tu devi parlare qui dentro e io ti ascolterò.»
«E cosa devo dire?»
«Raccontami la tua storia. La tua storia fino ad adesso.» rispose Gianni, accostando timidamente l’orecchio al barattolo. Giulia rise e avvicinò le labbra pallide al suo barattolo. La sua voce tintinnò, flebile. Oh, era così diversa dalla sua solita voce, eppure, inspiegabilmente, era la stessa.
«Beh, subito dopo che abbiamo litigato su quel torrente, io sono partita, e poi…»

I ponti della Memoria

Questa storia partecipa alla seconda sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Ponti” proposto da Lady Fullmetal

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L’agente Torre raggiunse il collega facendosi largo a spintoni fra la folla. Chiedere permesso non avrebbe avuto senso, visto che il vociare della gente avrebbe coperto e annullato qualsiasi civile richiesta.
«Eccolo lì, il caro signor Silvini.» gli disse l’agente Tommasi, tredici anni di servizio, indicando il tetto di legno di uno dei due ponti che collegavano la cittadina di San Giovanni al borgo disabitato di Pioviano. Lassù, in piedi a fatica, c’era un anziano signore, che si puntava una pistola alla tempia. Tremava come un micio bagnato.
«Se non ve ne andate, giuro che mi sparo! Lasciate stare i ponti, bastardi!»
Gli occhi cerulei del vecchio erano umidi, ma non stava piangendo, non ancora.
«Dove cazzo si è preso quella pistola?» borbottò l’agente Torre, voltandosi preoccupato verso il collega. «E che cosa gli dice la testa?» aggiunse poi, asciugandosi una goccia di sudore dalla fronte. E pensare che quel sabato doveva essere un giorno come un altro, un tranquillo fine settimana alla San Giovanni, uno dei borghi più soleggiati e tranquilli di tutto il centro-Italia. Tommasini alzò le spalle.
«È per i ponti. Dice che non vuole che li facciamo saltare.»
«E perché? – mormorò Torre – sono solo dei vecchi ruderi!»
E lo erano. I ponti che collegavano San Giovanni a Piovano erano stati costruiti secoli e secoli prima; degli umili ponti coperti di legno chiaro, forse pino o acero, che se ne stavano affiancati come gemelli o come una coppia di innamorati. Erano ponti strani, diversi da quelli della zona, e avevano un che, come dire, di “americano”. Stavano in piedi per miracolo e, visto che il loro restauro sarebbe costato molto, troppo per due stupidi ponti, il sindaco aveva deciso di imbottirli di tritolo e di farli saltare. D’altro canto, da quando Piovano era stato abbandonato, su quei ponti non ci passava mai nessuno. E poi erano stati transennati e interdetti al pubblico con metri e metri di nastro bianco e rosso. L’agente Torre non sapeva perché il vecchio Silvini stesse facendo così tanto casino per un paio di capriate a cavalletto divorate dai tarli e coperte di muschio rossiccio.
«Togliete le cariche, subito! O… o… mi faccio saltare le cervella!» Silvini era paonazzo. Forse avrebbe fatto un colpo prima ancora di premere il grilletto.
In quel mentre l’automobile del sindaco, una dignitosissima BMW con i finestrini oscurati, parcheggiò nel vicino boschetto di abeti. Il sindaco, Carlo Ghilardi, un imprenditore cinquantenne ricco quanto ottuso, aprì la portiera e uscì trafelato. Tutta la cittadina si voltò a guardarlo, mentre un bisbiglio, come un brivido, passava di bocca in bocca.
«Ma che ti dice la testa, vecchio mentecatto! – si mise ad urlare all’uomo – Scendi da quel ponte e lascia lavorare la gente!»
«Si dia una calmata, sindaco – lo rimbeccò l’agente Torre – Vuole peggiorare la situazione?»
Ora sì che il vecchio Silvini stava piangendo. I suoi occhi azzurri, però, non erano più lì, ma da qualche altra parte, forse nel ponte stretto e pericolante della sua memoria.

Una primavera come quella non si era mai vista, a San Giovanni. Gli alberi erano in fiore e i pollini scendevano dal cielo in una pioggia dorata. Sembravano lacrime di angelo o anime di fate.
Rosa Santi guardava lui e lui guardava lei. Lui sul ponte di destra, lei su quello di sinistra. Sorridevano, sorridevano e basta, e non c’era bisogno di altro.
“Ti amo, Rosa.” Proprio così aveva detto Giulio Silvini, lui, che era così timido che a scuola lo credevano scimunito.
“Non ti credo, Giulio… So come siete fatti voi uomini.” ribatté Rosa, ma sotto sotto rideva. Le piaceva stuzzicarlo.
“Te lo giuro, Rosa. Ecco, te lo dimostro.” Giulio aveva estratto il coltello e, su una delle colonnine di legno aveva inciso un cuore e dentro due nomi, ‘Rosa e Giulio’, e sotto, come una firma: ‘per sempre.’

Ma non era stato per sempre, no. Rosa era morta a trentadue anni, ben prima di quanto avessero “calcolato”. E Giulio non l’aveva mai dimenticata. E come avrebbe potuto? Su quel ponte, in fondo, aveva scritto “per sempre”. E lui era un uomo del 1937, che conosceva bene il valore di una promessa. Per quello era lì, su quel ponte. Lo avrebbe difeso con la vita, se fosse stato necessario. Ricordava ancora la strada dove l’aveva conosciuta, una viuzza piena di fiori di Piovano. Ci era tornato qualche volta, superando di nascosto il nastro, ma ora di quella stradina non restava più niente. Le case erano pericolanti, la piazza era silenziosa. Piovano era diventato un paese fantasma. E i fiori erano marciti.
«Andatevene ho detto!» gridò il vecchio, ritornato nel suo tempo, puntandosi la pistola ancora più a fondo nella tempia.
«Si calmi, si calmi – intervenne l’agente Torre – ci spieghi. Ci dia un motivo per cui non dobbiamo buttare giù quei ponti.»
Era solo un modo per farlo parlare e calmarlo. Non credeva possibile che, qualsiasi cosa avesse detto il vecchio, avrebbe potuto cambiare la situazione. Silvini abbassò per un attimo la pistola. I suoi occhi scintillavano di rabbia.
«Un motivo? Un motivo? Su questo ponte io ho promesso alla mia Rosa di sposarla, ecco il motivo! Questi ponti mi hanno visto crescere, mi hanno visto diventare uomo! Su questo ponte di destra mi sono sbucciato un ginocchio, perché dovevo ancora imparare a camminare bene; su quest’altro sono stato picchiato dal bulletto della scuola, ma io ho tenuto duro, perché aveva offeso mia madre. Sul ponte di sinistra sono venuto a correre con la mia Rosa quando ci siamo sposati, perché non avevamo soldi per comprarci un’automobile né per fare una luna di miele. E qui l’ho baciata per l’ultima volta, prima che il cancro se la portasse via. Già. Ecco cosa sono questi ponti, per me! Se voi distruggete questi ponti, distruggerete la mia Memoria, il mio stesso essere. Mi priverete del legame che mi unisce ancora a lei, all’unica donna che abbia mai amato. Un motivo, mi chiedete? Io il mio ve l’ho dato, ma siete voi a dover trovare il vostro, ora!»
E i cittadini si guardarono, muti. Lacrime inattese riaffiorarono sui loro occhi. Sandra Cenci, la fioraia, si ricordò improvvisamente che lì, su quel ponte, aveva conosciuto suo marito, che veniva da Piovano. Anche lui, come Rosa, era morto. E Gigi Vanni, il macellaio, aveva portato lì a pescare suo figlio. Suo figlio che ora viveva a Londra e che gli mancava come non mai. E su quel ponte, Silvia Redi, maestra d’asilo, ci aveva portato i suoi amati alunni, per spiegare loro la fauna e la flora del fiume. Alunni che ancora adesso le scrivevano. E don Alessandro, su quel ponte, aveva detto addio alla sua ragazza per prendere i voti, una decisione che avrebbe ripreso ancora, seppur non a cuore leggero.
Allora gli abitanti di San Giovanni alzarono lo sguardo verso Giulio Silvini. L’appaluso partì immediato, sincero e durò molti minuti. Il sindaco, alle loro spalle, digrignava i denti. Lui non aveva alcun ricordo legato al ponte, e non riusciva a capire cosa stesse accadendo. In fondo, non era poi così ricco.
Dopo aver fatto scendere Silvini – molti ancora si chiedevano quale forza gli avesse permesso di salire sul tetto del ponte con quelle gambe così fragili – e dopo aver congedato la squadra demolizioni, tutta la cittadina di San Giovanni marciò fino al pub vicino. Portavano il vecchio Giulio sulle loro spalle, come un eroe nazionale. Fu una serata di divertimenti, di bevute, di ricordi e di condivisione. Furono versate birre, lacrime e parole. Anche il sindaco, bene o male, fu contagiato da quell’atmosfera di festa. D’altronde, l’anno successivo ci sarebbero state le elezioni.
Uno solo non festeggiava.
Dalla finestra del pub, l’agente Torre guardava i ponti. I soldi per restaurarli sarebbero stati trovati, certo. E i ponti sarebbero tornati come nuovi. Ma cosa sarebbe accaduto fra venti, trenta, cinquant’anni, quando la vecchia generazione non ci sarebbe più stata? I giovani ci sarebbero passati ancora, su quei ponti? Ci avrebbero scritto i loro nomi con il coltello? Sarebbero caduti con i pattini a rotelle sulle assi del pavimento? Si sarebbero baciati sotto la sua ombra? Avrebbero fatto l’amore di nascosto, sul tetto, sotto lo sguardo delle stelle?
Avrebbero capito il valore della Memoria?

scrittura creativa Raynor's Hall