5 consigli per riconoscere le bufale

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Sarà capitato anche a voi di imbattervi in una bufala. No, non intendo il placido bovino che ci ha reso famosi in tutto il mondo per le nostre mozzarelle, ma uno dei tanti fake che circolano per la Rete. Subdole notizie che si camuffano così bene da ingannare l’occhio degli utenti. L’impatto virale – e perciò pericoloso – di queste notizie è dovuto alla loro strabordante sensazionalità. Fateci caso: si avvicina la data del Referendum costituzionale e su Facebook – fra i sostenitori del No – comincia a serpeggiare la notizia del ritrovamento di milioni di schede già contrassegnate con il sì. Una notizia falsa, ovviamente, ma che è stata capace di rimbalzare per la Rete, risvegliando i furori dei complottisti di turno e collezionando oltre 5000 condivisioni. Il meccanismo è ormai rodato, ma funziona sempre. D’altronde, le emozioni suscitate da una notizia scandalosa innescano facilmente le decisioni prese “di pancia” che, sul web, si traducono in un’unica azione: la pressione del tasto condividi.

E non crediate che a cascarci siano solo i cinquantenni, notoriamente meno esperti nella navigazione su Internet: la Stanford Graduated School of Education – in occasione della candidatura di Donald Trump – ha condotto una ricerca su 8000 liceali, rivelando che i  digital natives – i giovani nati dopo il 1995 – rischiano di cadere nella trappola dei fake come chiunque altro.

Un dato preoccupante – soprattutto se a ridosso di un’elezione politica o di un referendum –  e che non è passato inosservato ai colossi dell’informazione, come Reuters – agenzia di stampa britannica – e Facebook. A colpi di algoritmi, le due società promettono una guerra senza quartiere ai fake, per ridurre al minimo la proliferazione di informazioni scorrette.

Ma anche l’utente – nel suo piccolo – può fare molto per ostacolare il meccanismo malato della condivisione impulsiva. Ecco 5 semplici consigli per riconoscere le bufale:

  • Analizzate bene il titolo della news e la grammatica – lettere MAIUSCOLE a iosa, ‘k’al posto di ‘ch’, puntini di sospensione in abbondanza… Chi gestisce una pagina fake e trasmette notizie false non è – di solito – un giornalista professionista, anzi. Gli errori abbonderanno, tradendolo.
  • Analizzate la grafica del sito – la maggior parte della volte un sito fake ha una grafica spartana. Non a caso viene sviluppato in modo amatoriale, da utenti che a malapena sanno scrivere. Figurarsi progettare un sito!
  • Utilizzate tool appositi – Lo sapete che esistono piattaforme per controllare una notizia? Snopes, ad esempio: è sufficiente inserire l’url “incriminato” nel motore di ricerca e lui vi dirà – in modo abbastanza sicuro – se la notizia è affidabile o meno. Interessante anche la pagina Bufale.net, da anni impegnata a smascherare i buontemponi del web.
  • Verificate le fonti – i siti più seri, quando pubblicano una notizia, segnalano le fonti usate per documentarsi: solitamente agenzie di stampa nazionali, come l’ANSA o, se la notizia è riportata su blog e forum, da testate giornalistiche registrate come Repubblica, Il Corriere della Sera o Il Sole 24 Ore.
  • Verificate se altre testate hanno condiviso la notizia – un articolo preso da solo non fa notizia. Se sentite odore di bruciato, controllate che website più autorevoli abbiano pubblicato la stessa notizia. Sarà la prova del nove.

Insomma, il segreto sta tutto lì: evitate di agire di impulso condividendo le notizie che vi suscitano emozioni forti. Se ve le suscitano, probabilmente, sono state costruite a tavolino per – scusate il gioco di parole –  farvi imbufalire. Contate fino a dieci e ripercorrete i 5 consigli per riconoscere le bufale. Se la notizia soddisfa i “criteri di qualità” potete condividerla a cuore leggero e gettarvi nell’arena rovente dei social.

Fonti:

Sole 24H https://goo.gl/C2rHkf
Stanford Graduated School of Education https://goo.gl/PwuIWa

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STOP si legge

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Se c’è una cosa che non si può negare è che la nostra società sia diventata una corsa continua. Una specie di maratona sotto il solleone, con ben poche soste per riprendere fiato o bere a canna dalla borraccia. Ho la sensazione di essere sempre sudato, la testa piena di pensieri come gocce salate.

E non dico che sia necessariamente un male. Non dico che ci aspetti un mondo distopico come in Momo, dove tutti, con la scusa di “mettere via il tempo”, finiscono con il buttarsi a capofitto nel lavoro o in attività inutili, imprigionati da una routine color grigio fumo. Dico semplicemente che le cose sono cambiate. Sono arrivati i telefonini, i social network, la scrittura per il web – ottimizzata per il SEO – i messaggi vocali su Whatsapp, i tweet di 140 caratteri. Siamo sempre connessi, sappiamo in tempo reale se in Thailandia un bambino è caduto dentro un pozzo o se un povero pechinese è stato trovato incolume, dopo due settimane, sotto le macerie dell’ennesima casa crollata per via del terremoto.
È come vivere perennemente in un flusso. E in un flusso, si sa, bisogna nuotare continuamente. Sennò si viene portati via dalla corrente e si finisce chissà dove.

Ed è qui che mi viene da pensare al libro.
Sì. In un mondo sempre di corsa, il libro, per me, è una specie di STOP. Sapete, come quel tasto con le due barrette parallele, che se lo premi le immagini della tua serie preferita si congelano e magari la scena più drammatica del mondo ti fa persino ridere, perché le facce degli attori sono rimaste paralizzate in una ridicola smorfia da clown… Ecco, per me il libro è questo, una pausa tanto attesa, fermarsi a lato di un sentiero, appoggiandosi con la mano alla corteccia ruvida di un albero. Assaporare l’odore della carta. Riposare le gambe, godersi il panorama e riscoprire, pian piano, se stessi.
Perché il libro, fino a prova contraria, si legge alla vecchia maniera, mica come sul web: un passetto alla volta, senza notifiche che sbucano dalla parte alta dello schermo, per ricordarti un appuntamento al quale, dopotutto, non c’hai voglia di andare. Con il libro non puoi interrompere la lettura per condividere automaticamente una riga di testo su Facebook né ti puoi fare un selfie o distrarti con un video di soffici gattini bianchi. Sei immobile, tu e nessun altro. E allora sì che inganni il tempo e i cattivi pensieri volano via, come in un sogno incantato.

Per questo rido quando qualcuno mi dice che il libro cartaceo sparirà. Si può forse vivere senza mai dormire né sognare?

Magnum – bravi bravi in modo assurdo

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Se c’è una band che si meritava di meglio dalla propria carriera beh, questa band sono i Magnum.

Fino a tre mesi fa credevo che “magnum” si riferisse solo ad una linea di gelati, all’espressione di Derek Zoolander e alle celebre serie televisiva poliziesca con Tom Selleck.
Poi, mentre guardavo un live degli Avantasia su youtube, mi è apparso lui: Bob Catley. Dico apparso perché, sotto la luce aurea dei riflettori, con le sue movenze e i suoi gesti misteriosi, sembrava quasi un vecchio e saggio stregone, una specie di Gandalf del rock salito sul palco per mostrare al pubblico che i cantanti, quelli veri, sono come il buon vino. Invecchiando migliorano e, soprattutto, non sanno mai di tappo.
La curiosità mi ha spinto a chiudere la pagina di Youtube (al diavolo gli Avantasia) e a spostarmi su Wikipedia. Dove ho scoperto che il buon Bob Catley, che adesso ha settant’anni suonati, aveva una band. E che questa band, tutt’ora attiva, si chiamava Magnum.

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Brividi di inchiostro – letture consigliate nella notte più nera dell’anno

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Si avvicina la notte più spaventosa dell’anno. Perché non passarla al calduccio, luce di candela, coperta di poliestere, libro horror stretto tra le mani, ad ascoltare solo il rumore del vostro cuore che batte sempre più velocemente? Che senso ha uscire, quando il vero terrore si nasconde in quei piccoli segni neri che, come macchie di sangue seccato, violano il candore virginale delle pagine?
Restate a casa, ascoltate me, ascoltate la voce della vostra paura. Lasciatevi cullare dalle parole di chi, qualche secolo prima di voi, ha compiuto il trapasso, squarciando il Velo per raggiungere l’Oltreluogo. Non sentite i loro spiriti che gemono ad ogni pagina sfogliata, i loro sussurri farsi strada nelle vostre orecchie ad ogni paragrafo? Restate a casa, date retta a me. Che poi non sia mai che là fuori ci sia qualche mostro vero, in attesa che un lettore inconsapevole metta il naso fuori casa, in questa notte gelida (più o meno) di fine ottobre. Restate a casa e avrete salva la vita. Perché non si può davvero morire di paura mentre si legge un libro. O forse sì?

Ecco tre letture consigliate per una notte di terrore.

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  • H.P. Lovecraft. Il sommo, uno dei maggiori scrittori horror di tutti i tempi e considerato da molti uno dei pionieri della fantascienza americana. Con le sue visioni apocalittiche di mostri tentacolati e dèi abominevoli ha influenzato registi, artisti e scrittori. È dalle sue pagine che nascono successi come “It” di Stephen King, “La cosa” di Carpenter o “Hellboy” di Mike Mignola. Addentratevi in visioni nere come l’inchiostro e pregate di ritrovare la strada per tornare alla luce.

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  • Stephen King. Lo scrittore horror più osannato e prolifico del mondo. Ha regalato al mondo alcuni dei romanzi più spaventosi di sempre. È il compagno perfetto per una serata da brivido. Anche se potenzialmente TUTTI i suoi romanzi sono una sinfonia di terrore, io ve ne consiglio uno in particolare: Misery. Se amate scrivere vi sentirete vicini al protagonista, lo scrittore Paul Sheldon, in balia di una fan decisamente fuori di testa. E allora sì che vi verranno gli incubi.

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  1. Edgar Allan Poe. Un autore che non ha bisogno di presentazioni. Critico, giornalista, poeta e narratore. Probabilmente uno tra gli scrittori statunitensi più influenti di sempre. È lui che ha fissati i canoni della letteratura dell’orrore e del giallo, oltre che della fantascienza. Lovecraft in persona lo considerava un maestro. Insomma, si merita ampiamente di far parte di questa breve lista. Tanto più che i suoi racconti continuano a spaventare dopo oltre centocinquanta anni, sempre freschi e con un ritmo invidiabile. Ce ne sarebbero molti da consigliare, ma io ve ne dirò tre in particolare: “Il gatto nero”, “Il pozzo e il pendolo” e “Il cuore rivelatore”. Vedrete che c’è un motivo per cui le opere di Poe sono diventate dei classici intramontabili.

Probabilmente molti di voi avranno già letto questi capolavori. Per tutti gli altri, è arrivato il momento di recuperare 😉
E voi, avete qualche libro da consigliare? Magari il romanzo di uno scrittore meno conosciuto, un autore contemporaneo che vi ha colpito particolarmente con le sue visioni orrorifiche. Sono curioso di sentire la vostra opinione 😉
Intanto grazie e a presto. Oh, prima di dimenticarmene… Buon Halloween! 😉

Recensione “Il faro di Blackdale” di Alvise Brugnolo

La recensione de “Il faro di Blackdale” di Irene Sartori. Grazie di cuore per le belle parole! 🙂

Ali di pergamena

Ecco a voi Il faro di Blackdale! Un libro che tutti, davvero, dovrebbero leggere. Per migliorare questo mondo e quindi anche la nostra vita.

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Cameriere, c’è una minestra nella mia mosca

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«Oè ragazzi, che si fa stasera? ‘Na pizzetta?»
«Naaaa, come sei mainstream! E se andassimo in quel posto nuovo?»
«Quale? Quello in Via Cimice 21? Oh, buona idea! Ho proprio voglia di un tramezzino coi vermi.»
«Allora siamo d’accordo. Così mi faccio un’insalatina di bacarozzi leggera leggera.»

Dialogo da fantascienza? Non proprio. Gli insetti potrebbero essere il cibo del futuro. O almeno è questo che si legge un po’ ovunque su testate nazionali, blog e riviste specializzate. Di sicuro, visto che fra una decina d’anni la terra conterà nove miliardi di persone, i nostri amici a sei zampe potrebbero diventare davvero una risorsa alimentare insostituibile, visto che sono ricchi di proteine e soprattutto eco-sostenibili. Dalle formiche fritte in Cina ai bruchi in salamoia in Africa: nel mondo vengono già consumate 2000 specie diverse di insetti. Insomma, manchiamo solo noi.

Dal punto di vista normativo la situazione europea è ancora poco chiara, ma chissà: fra qualche mese potremmo trovare locuste, scorpioni e larve del legno sugli scaffali del supermercato, magari vicino ad una succulenta bistecca di maiale o ai dadi da brodo. Ci sono già i primi pionieri, come la start-up Italbugs che, tra le altre cose, ha proposto un panettone realizzato con farina di baco da seta. Vi è già venuta l’acquolina in bocca, eh?

Non so come voi la pensiate ma, a me, la cosa non disturba affatto. Sono aperto alle sperimentazioni, soprattutto se culinarie (chi mi segue sa già quanto adori mangiare). Purtroppo mi rendo conto che le abitudini possono essere degli ostacoli duri da abbattere e lo dimostrano i numerosi commenti piccati sui social. C’è chi parla di un gombloddo1!1! ai danni della nostra cucina e chi si è già lanciato in una crociata contro l’invasione di questi “costumi barbari”. Noi, proprio noi, che abbiamo inventato i bucatini dell’amatriciana, i tonnarelli cacio e pepe e l’impepata di cozze! Abbassarsi a trangugiare gli stessi mostriciattoli che spiaccichiamo con le ciabatte di casa? Giammai!!
E in effetti, al solo pensiero di addentare una cavalletta o uno scorpione mi vengono i brividi e mi si chiude lo stomaco. Ma voglio farmi forza e provare. La prima volta che troverò da qualche parte un barattolo di locuste o un sacchetto di farina di baco da seta, lo comprerò e mi ci farò un pranzetto. Magari vomiterò tutto quanto, ma almeno potrò dire orgogliosamente di averci provato. Sembrerebbe, tra l’altro, che i gusti non siano neanche tanto male: gamberetto per lo scorpione, nocciola per il coleottero e cereali per il baco. Che poi tanto, come ci ricorda Mouse in Matrix, alla fin fine sa tutto di pollo.

E voi, per caso avete avuto modo di assaggiare queste “prelibatezze”, magari durate un viaggetto in Thailandia? Se sì fatemelo sapere con un commento 😉 Sono davvero curioso!

Film consigliati – Il tredicesimo piano

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E oggi parliamo di architettura.
No, sto scherzando. Parliamo di film, di uno di quei film semi-sconosciuti che scopri per caso in un blog a caso. E il film di oggi è *rullo di tamburi*…

…”Il tredicesimo piano“, prodotto da Roland Emmerich e diretto dal regista tedesco Josef Rusnak. Un film di cui, dai confessatelo, non avete mai sentito parlare.

Ecco la trama a grandi linee (e senza spoiler):

“Hannon Fuller, esperto programmatore e pioniere della realtà virtuale, viene brutalmente assassinato. Sospettato dell’omicidio, il collega Douglas Hall sarà costretto suo malgrado a vederci chiaro, finendo, tra un indizio e l’altro, nel mondo virtuale creato da Hannon: una perfetta rielaborazione della Los Angeles degli anni ’30 dove gli avatar virtuali sono programmati così bene da credere di essere veri.”

Vi ricorda qualcosa? Già, proprio così. Uscito pochi mesi dopo Matrix (è il 1999), “Il tredicesimo piano” viene letteralmente asfaltato dal rivale. D’altronde la creatura dei fratelli Wachowski (ops, sorelle) ha potuto contare su un budget maggiore, ha alle sue spalle un’idea più forte e un’ambientazione che si sposa meglio con l’immagine che tutti noi abbiamo della fantascienza: astronavi, grandi minacce, super computer malvagi e mitragliozzi gatling a più non posso.

Naturale che un film dove non comparivano grandi nomi (se si escludono Vincent D’Onofrio e Armin Mueller-Stahl) fosse destinato all’oblio. E questo è un vero peccato: in fondo “Il tredicesimo piano” è un buon fanta-thriller che punta tutto sulla qualità della narrazione, senza tempi morti e sconfinando spesso nell’atmosfera noir degli anni ’30, quella che ci si aspetterebbe da un romanzo di Agatha Christie. Diciamo che mentre la saga dell’Eletto parla della realtà virtuale nella sua accezione più cupa e orwelliana, il gioiellino di Rusnak lo fa in modo più intimista, riflettendo anche sulla vita in senso stretto. Quante volte ci chiediamo se facciamo parte di un programma e se, da qualche parte sopra di noi, il nostro creatore si stia facendo una grassa risata, mentre ci osserva attentamente dal freddo schermo di un computer?

Perciò, ottimo lavoro, caro Rusnak. E mi dispiace che il tuo film sia passato un po’ in sordina. Unica pecca, un finale troppo zuccheroso e banale, che rovina la storia come un piccolo taglio su un bel dipinto. Se amate la fantascienza e i gialli, questo film propone un perfetto mix tra i due che vi lascerà sicuramente soddisfatti!

Oh, dimenticavo. Piccola curiosità: la sceneggiatura è basata sul romanzo Simulacron-3 di Daniel F. Galouye. Scommetto che neanche di questo avete mai sentito parlare. E siete in buona compagnia 😉

Presentazioni di settembre

E con ieri le presentazioni di settembre de “Il faro di Blackdale” si sono concluse.

Un grazie di cuore a chi ha partecipato: mi avete dimostrato un calore che mi ha davvero commosso. Credevo che scrivere un libro fosse solo stare dietro ad una scrivania, a pigiare i pulsanti di una tastiera. E invece è molto più di questo: è parlare, conoscere, stringere la mano, rispondere a domande, condividere un sorriso. Un’esperienza inedita per me e incredibilmente arricchente.
Un sentito grazie anche alla libreria Pangea di Padova e alla Biblioteca Civica di Mestre per la cortesia dimostratami e per le sale che mi sono state concesse.

Ora qualche giorno di riposo e poi ricomincerò a seguire di nuovo il blog.
Grazie ancora e a presto!

P.S. Vi lascio con gli scatti delle due presentazioni! E ricordatevi, se già non lo avete fatto, di seguire la Pagina Facebook ufficiale!

Il faro di Blackdale – settembre 2016

Dopo la pausa estiva, il tour de “Il faro di Blackdale” ricomincia alla grande! Ben due occasioni di incontro nel mese di settembre, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra: la prima a Padova, alla Libreria Pangea. La seconda a Mestre, alla Biblioteca Civica (VEZ). Se volete conoscere meglio il mio romanzo d’esordio, beh questa è l’occasione giusta. Venite a visitare il magico mondo di Blackdale e a scoprire quanto la creatività possa fare la differenza!
Di seguito troverete le locandine dell’evento, con tutte le informazioni utili per non perdervi e presentarvi puntuali XD Se abitate in città e pensate di venire, ricordatevi di far girare la voce! Grazie e a presto! 😉

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Riflessioni – Fertility day

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Voglio dire la mia sul Fertility day, giornata voluta dal Ministero della Salute per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della fertilità. A livello di nascite, infatti, siamo messi abbastanza male nel Bel paese e il ministro Lorenzin ha ritenuto giusto smuovere le coscienze sul tema. Quella che poteva essere una semplice campagna informativa (l’unica che avesse senso) sugli effetti negativi di fumo, droga e alcol sulla fertilità si è rivelata essere, complice una serie di cartoline dal dubbio gusto, una prepotente richiesta, che si può riassumere con questa frase dispotica: “Fate figli. Ci servono”.
Ed ecco che, attorno a questo concetto tirannico, nascono slogan come quello che vedete sopra: “Il rinvio alla maternità porta al figlio unico. Se arriva”. O ancora: “Datti una mossa! Non aspettare la cicogna!”
Le domande e l’indignazione sorgono spontanee. Da quand’è che far figli è una richiesta da soddisfare in quattro e quattr’otto, come se mettere al mondo un bambino fosse l’equivalente di comprarsi una merendina dal distributore automatico? Ma, soprattutto: non si rendono conto che, se la natalità scende, i problemi sono da ricercare più a fondo e che c’è ben altro da fare che rivolgersi ad un’agenzia di comunicazione?

Non appena mi sono passate sotto gli occhi le immagini di questa sventurata campagna, i miei pensieri sono stati due:

  1. Primo. Volete che facciamo figli? Pubblicare ADV da quattro soldi non ci convincerà di certo. Dateci piuttosto più garanzie, un lavoro come si deve, la stabilità economica, asili nido aziendali per tutelare il diritto al lavoro delle donne/madri. Poniamoci l’unica domanda possibile: chi è lo scriteriato che farebbe un figlio a vent’anni senza un posto fisso, senza la possibilità di dargli un futuro come si deve?
  2. Secondo. Ma che consulenti di comunicazione hanno quelli del Ministero? Possibile che chi ha progettato questa campagna non abbia pensato alle reazioni (più che condivisibili) della gente? E, soprattutto, non si sono resi conto dell’immensa ipocrisia delle loro parole? Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile così alto che molti di noi emigrano in altri paesi, con una valigia piena di sogni ma, soprattutto, di paure. È questo il clima e il momento giusti per mettere al mondo un pupo?

La mia impressione è che con questa mossa becera, il governo abbia ancora una volta mostrato la sua totale mancanza di sensibilità e di contatto con la realtà. È l’egoismo ad impedirci di far figli? È colpa nostra se in Italia si registra un tasso di natalità tra i più bassi di Europa (1,37). Io non credo. Proprio no. La colpa semmai è di uno Stato incapace di gestire un paese e, più di tutto, incapace di trovare una soluzione che non sia quella di strillare ai quattro venti, girando il coltello nella piaga, che il nostro orologio biologico continua a ticchettare e che non si ferma. Oh, ma noi sì che ci fermiamo. Ci fermiamo e alziamo la testa, con rabbia e fierezza. Cosa siamo noi giovani, carne da cannone? Evidentemente, per qualcuno, lo siamo.