Tutto molto chiaro

Finalmente, eccomi di ritorno con un racconto. Vi ero mancato, eh? Prima che iniziate a leggere, dovete sapere che questo racconto partecipa alla XIII sfida del Circolo Letterario Raynor’s Hall. E che il tema selezionato è ‘libero arbitrio’.

Ho voluto scrivere qualcosa di diverso, una specie di dibattito televisivo tra due politici su una riforma costituzionale che è un po’ la parodia di quella “vera” di dicembre.
Che c’entra questo col libero arbitrio? Diciamo che voleva essere una provocazione. Basta fare un salto su Facebook per notare che, su qualsiasi argomento, c’è sempre chi sostiene una cosa e chi un’altra.
“La carne fa venire il cancro!”
“No, non è vero! Anzi, fa bene! Mangiare solo verdure, invece, fa malissimo!”

Capito l’antifona?
E allora, mi viene da chiedermi, qual è la verità? Forse, dopotutto, non si può sapere. E se non si può sapere, allora, fino a che punto il nostro libero arbitrio ha davvero senso? Spero di aver stuzzicato la vostra curiosità!
Buona lettura 😉

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«Benvenuti, cari telespettatori, a Populism 24, il programma trasparente dove la politica parla la lingua della gente. Questo è lo speciale per il Referendum costituzionale di settimana prossima. Che entrino gli ospiti: il ministro del lavoro Peppe Copuli e il deputato Ettore Prostadito!»

Gli ospiti entrano, elegantissimi, salutano la gente con la mano, strappando un miscuglio tra applausi sentiti e fischi infastiditi. Il più giovane, avrà una quarantina scarsa, si fa un selfie con il conduttore, poi tutti e tre si siedono sulle poltrone arancioni, a proprio agio come topi nudi in una scatola imbottita di ovatta. Il ministro Copuli, vecchia volpe della politica, aggrotta le sopracciglia e si sfrega il mento; il deputato Prostadito, vittima del suo stesso tick, continua a lustrarsi gli incisivi ingialliti con la lingua.

«Bene – esclama il conduttore, controllando il grosso orologio arancione, a forma di disco solare, che sta sopra le loro teste – avete tre minuti in tutto per spiegare le vostre posizioni sul Referendum di settimana prossima. Referendum che, ricordiamo per chi ci segue da casa, va ad approvare o bocciare il testo della riforma Maronfaldi del 15 febbraio 2017, che modifica la costituzione negli articoli 21, 100 e 18, sezione 23 bis, appendice U, colonna destra, quarta riga a partire dal basso, sesta se dall’alto. Vuole iniziare lei, ministro Copuli?»
«La ringrazio signor Prolizzi. Che dire? La mia posizione e quella del governo è chiarissma, e lo è da tempo. Se la riforma passerà, cosa di cui sono certissimo, perché l’Italia è stufa delle solite promesse, è piena di giovani che vogliono cambiare le cose, diamine e questa possibilità ce la dà proprio il Referendum, signori miei… Dicevamo, se la riforma passerà, molte saranno le cose che cambieranno. Innanzitutto, diminuirà il numero di senatori e questo porterà non solo ad un risparmio notevole sulle casse dello Stato (e, di riflesso, sulle tasche dei cittadini) ma anche ad uno svecchiamento dei meccanismi burocratici. Il che, me lo lasci dire, è un po’ il problema della vecchia Europa, Italia compresa…»
Ma il deputato Prostadito non ci sta. Rimessa la linguaccia tra i denti, si alza in piedi, furibondo e rosso in viso.
«E invece – strilla – è qui che vi sbagliate, voi del Partito Comunitario Egualitario Laico Popolare: queste sono solo vane promesse! Il vostro ministro Maronfaldi, astutamente malizioso, vuol far credere che diminuire il numero dei senatori sia un segno di grande democrazia ma, in realtà, la riforma fa sì che la partecipazione diretta dei cittadini venga limitata fortemente. E questo al Governo farà piacere, perché permette al Premier di avere ancora più potere. Ma questo lei non lo dice, eh? Né lei né la sua b…» e qui Prostadito si blocca, troppo arrabbiato per finire la frase. Al che il ministro Copuli sbatte le mani sul tavolo arancione, rovesciando la tazza di caffè portata da un pavido membro della troupe, un ventenne brufoloso cresciuto a pane e voucher.
«La sua? La sua? Continui, se ha il coraggio!»
«…La sua banda!» conclude finalmente Prostadito, sillabando la parola b-a-n-d-a come fosse ad una gara di spelling all’americana.
«Ah, ecco dove voleva arrivare! Con questa subdola parola lei vuole fare riferimento a quella montatura terribile che è stato lo scandalo Maialazzi di settembre scorso! Ma lo sanno tutti che il buon Maialazzi, padre di famiglia e collega stimatissimo, non aveva niente a che fare con ciò che la stampa di Destra lo aveva serpentinamente accusato!»
«Eh, non aveva niente a che fare! Ma mi faccia il piacere, in ballo c’erano gli interessi della Banca Gravida delle Due Sicilie, di cui Maialazzi è uno dei maggiori azionisti. E poi che parola è serpentinamente? Volete governare l’Italia ma non parlate nemmeno l’itagliano

Ora gli onorevoli sono venuti alle mani. Si tirano ceffoni sonori che sembrano Bud Spencer e Terence Hill in una serata no. Prostadito salta addosso all’altro, gli tira la cravatta e la morde a più riprese, quasi fosse la coda dispettosa di un maialino. Copuli grida in dialetto friulano, ogni tanto ci infila dentro una bestemmia da far crollare l’intonaco dai muri, e nel mentre continua a strappare i capelli del rivale, costati oltre diecimila euro in cure anti-caduta e trapianti follicolari.

Il conduttore lancia uno sguardo ammiccante verso le telecamere, come se tutto quel frastuono, invece di metterlo a disagio, lo diverta un mondo. Ed ecco che un suono fastidioso, come un potentissimo peto uscito da un culo meccanico, copre tutto quanto. È il grande orologio arancione, che è sempre l’ultimo ad avere la parola.
«Eeeee il tempo a vostra disposizione è finito, gentili ospiti – esclama, gioioso, il conduttore – Bene, cari telespettatori. Ora avete tutti gli strumenti per esercitare il vostro diritto di scelta. E mi raccomando: sabato, andate a votare. Ne va del vostro futuro! Avete visto Populism 24 su Canale3. Sigla.»
Tzum-tzum-tzum-ta-da-daaaaa…

Tlunk. Con un ronzio ovattato, lo schermo del televisore diventa buio. Carlo lancia il telecomando oltre i cuscini del divano e si gira verso Mattia. Si guardano in silenzio per qualche istante, soffocando a fatica uno sbadiglio.
«Allora, ti sei fatto un’idea per sabato?»
Mattia si infila un dito nel naso, rimesta per bene, cava fuori qualcosa di grosso che infila prontamente in tasca. Poi ribatte.
«Mah, direi che potremmo mangiare la solita pizza. Tu che dici?»

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Akira e Tiko

Questa breve storia partecipa al contest estivo indetto dal Circolo Letterario Raynor’s Hall. Queste le principali regole del concorso:

  • Il racconto non dovrà superare le 4mila parole.
  • Il racconto dovrà essere di genere FANTASTICO e dovrà contenere elementi sovrannaturali (favole, fantasy, gotici, horror, future fantasy…)
  • UN testo a persona, se non verrà considerato non attinente al tema, avrete tempo per scriverne un altro.
  • Il testo, stavolta, deve essere INEDITO, quindi creato apposta o comunque non postato prima.

Akira e Tiko – 20lines

akira e...

All’alba dei tempi, in una terra di grandi savane, di grandi montagne e grandi laghi, un bambino e un giovane leone bianco si incontrarono nei pressi di una pozza d’acqua torbida. Il piccolo uomo, che era uscito per la sua prima battuta di caccia, stringeva fra le mani una lancia che, in altezza, lo superava di due cubiti. Il leone, che doveva ancora dimenticare il sapore dolce del latte di sua madre, aveva artigli e denti taglienti come spade.
L’uomo e il leone si fissarono a lungo, senza proferir parola. Entrambi erano stati educati a temersi e odiarsi. Nelle grandi sale di pietra giù al villaggio del Sole, gli uomini aveva dipinto il loro grande odio per i leoni con la bile nera dei grandi serpenti. Fra i grandi alberi della grande savana, i leoni riservavano all’argomento uomini i loro ruggiti più bellicosi.
L’uomo e il leone continuavano a fissarsi, ma il sole era caldo e il richiamo dell’acqua troppo invitante. Così, rinfoderati gli artigli e lasciata cadere la lancia, si avvicinarono alla pozza e iniziarono a bere.
«Come ti chiami?» chiese il ragazzo, asciugandosi la bocca con il palmo.
«Tiko.» ruggì piano il leone.
«Akira.» ribatté il giovane, toccandosi il petto con la mano, in segno di rispetto verso il suo nemico. Detto questo, voltarono le spalle e proseguirono. Si incontrarono per altre tre volte alla fonte, nel corso delle loro vite, e tutte e tre le volte si comportarono in quel modo, senza provare nessuna voglia di ammazzarsi.
Ma venne la guerra, e uomini e leoni dovettero fronteggiarsi in campo aperto, senza che nessuno di loro sapesse bene il perché. Avevano sete di morte e a spingerli era quella cieca forza irrazionale che alcuni, ancora adesso, chiamano istinto. Gli dèi, che avevano occhi di cielo e cuori di alabastro, l’avrebbero chiamata paura.

Gli schieramenti, sbavanti di rabbia, con occhi, bocche e code che smaniavano, si scontrarono alle prime luci dell’alba, sotto il vento fetido di un temporale fuori stagione. Il cielo color ossidiana era mutevole come il cuore degli uomini. Il segnale della battaglia fu dato da un fulmine bianco, che cadde sopra un’acacia, tagliandola a metà e sprizzando ovunque scintille che parevano anime dannate; il fuoco illuminò i volti e i musi dei soldati, accendendo i loro occhi immobili di un cupo riflesso vermiglio. Con un grido, gli eserciti si corsero incontro e, assordati dal vento che serpeggiava fra loro, cozzarono l’uno contro l’altro. Ruggiti e grida bellicose si mescolarono in una cacofonia terribile, un epinicio proveniente dalle più remote ombre dell’Aldilà.
Akira e Tiko si notarono da lontano, riconoscendosi come avrebbero fatto due amici che si fossero incontrati dopo anni di silenzio. Anche in quell’occasione, nell’umidità della pioggia e del sangue che bagnava la savana, quello che provarono non fu la voglia di uccidersi ma solo un fraterno compatimento. Ma avevano fatto un voto di appartenenza alle rispettive tribù e non poterono far altro che corrersi incontro, ognuno con le proprie armi sguainate: una lunga lancia d’osso e artigli e denti affilati come spade.

Al termine della battaglia, furono ritrovati insieme, chiusi in un abbraccio mortale, resi simili dal colore rosso del sangue che li ricopriva come il manto di un re. Sembravano morti in pace, ma chi avrebbe potuto giurarlo?
Durante la tregua decisa per seppellire i morti, gli sciamani degli uomini e quelli dei leoni si consultarono, incapaci di decifrare quel segno. I due nemici erano morti odiandosi o amandosi? Senza quella risposta, nessuno avrebbe osato spostare i corpi per bruciarli o tumularli, perché diversi erano i riti funebri per le nemesi o per i fratelli che trovavano la morte assieme. Fu così che i corpi di Akira e Tiko vennero lasciati all’inclemenza del vento perché fossero gli altri animali a decidere della loro sorte. Ma né gli avvoltoi né le iene seppero darsi una risposta e nemmeno loro trovarono il coraggio di toccare le spoglie.
Allora Wulè, il sommo creatore di tutte le cose, mosso a pietà per la sorte di quei valorosi guerrieri, prese con le sue mani di vetro i due corpi e ne adornò le volte del cielo.

E ancora oggi, la costellazione dell’uomo e quella del leone bianco si fronteggiano, e neppure i più saggi sanno dire se il loro sia un atteggiamento di sfida o di amicizia.

Kauula

Questo racconto partecipa al decimo contest non competitivo del Circolo Letterario Raynor’s Hall. Il tema estratto è Finlandia.

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«Dai nonno, raccontaci una storia!»
Ainikki era aggrappata ai braccioli della poltrona con aria avida; i suoi capelli risplendevano come paglia dorata sotto la luce di un pallido raggio di sole invernale.
«Va bene, Ainikki. Hekki, vuoi ascoltare anche tu?»
Hekki, che se ne stava seduto in un angolo a far pigolare il suo Nintendo 3Ds, abbassò lo schermo e si avvicinò controvoglia, alzando le spalle con noncuranza. Il vecchio parve soddisfatto e sorrise debolmente. Gli mancava qualche dente e i suoi occhi erano così azzurri che parevano lacrime di ghiaccio. Sulla fronte aveva un taglio profondo che scendeva giù, rosso, fino alla guancia, incidendogli un poco la palpebra così che sembrava dovesse aprirsi da un momento all’altro, come una strana porta arcuata.
«Siediti qui sulle mie ginocchia, Ainikki. Molto bene. Ora… La nostra storia inizia in un remoto villaggio dell’entroterra, situato dove i monti Salpausselkä si incontrano con i grandi laghi della Finlandia lacustre. Come dici, nipotina mia? Oh, non ricordo più il nome di quel paese. Ma non è importante: non era altro che una manciata di casette di legno abbarbicate su un crinale, in fila come chiocciole su una staccionata. Quando scendeva l’inverno un vento glaciale soffiava tra le case e allora pareva che una voce di donna cantasse una canzone d’amore. In questo villaggio viveva un ragazzo che aveva poco più dell’età di Heikki e pian piano stava diventando un uomo. Non è importante che sappiate il suo nome. A scuola era un vero discolo e l’unica cosa che gli piacesse fare era perdersi per la foresta o camminare sulle rive dei laghi. Un giorno, scappato di casa perché suo padre voleva mandarlo a lavorare come bracciante, se ne andò sulle rive di uno specchio d’acqua. E fu lì che la vide.»
«Che cosa, nonno?»
«Una volpe bianca, messa all’angolo da un feroce cinghiale. Era ferita. Il suo pelo candido si faceva ogni istante più rosso. Ancora un po’ e sarebbe caduta vittima del suo predatore.»
«Oh, no! E il ragazzo cosa fece?» domandò Ainikki, portandosi una manina alla bocca.
«Fece quello che il suo cuore gli suggerì. Combatté contro il cinghiale, con la sola forza delle sue mani giovani e forti. Fu una battaglia cruenta ma alla fine il ragazzo ebbe la meglio, solo che fu ferito dalla zanna dell’animale, che gli lasciò una profonda ferita sopra la faccia.»
«Oh, nonno! Ma allora eri tu!»
«Come dici, nipotina mia?»
«La ferita che hai sull’occhio. Fu il cinghiale a procurartela!»
Il vecchio, che si chiamava Timo, scoppiò a ridere.
«Se è quello che credi, allora è così Ainikki. Quel ragazzo ero io.»
Hekki scosse la testa e sbuffò rabbiosamente. La bambina lo fulminò con lo sguardo.
«E poi, nonno? Che accadde?»
«Accadde che la volpe emise un verso prolungato, come un canto. Allora si sollevò un vento fortissimo che alzò i fiocchi di neve da terra, facendoli danzare in circolo. Ne fui accecato e quando riaprii gli occhi vidi che, al posto del piccolo animale, c’era una donna bellissima, dalla carnagione pallida e delicata. Aveva i capelli d’oro. Brillavano come i gioielli di una regina.»
«Sì, come no.» borbottò amaro Hekki.
«Era una ninfa?» chiese Ainikki, ignorando il fratello.
«Sì lo era. Mi avvicinai tremante e, strappatomi un brandello dalla giacca, le curai le ferite. Lei mi sorrise. Da quell’istante, seppi che sarei appartenuto a lei per sempre. E non serviva parlare, oh no. Ci capivamo semplicemente guardandoci. Tornai molte volte da lei, nel corso degli anni, e ogni volta che ci guardavamo negli occhi mi pareva di comprendere un po’ di più della mia terra e del senso della vita. Poi, un giorno, morì, lasciandomi uno dei doni più grandi che si possano immaginare.»
«Che cosa, nonno?»
«Oh, non ve lo posso dire. È un segreto tra me e lei. Ricorderò per sempre l’ultima storia che mi narrò. Mi raccontò come era nata la Finlandia, come la Fata della Natura avesse scolpito la nostra terra, distendendosi su di essa e imprimendo le sue forme sensuali sulle rocce, sulle coste e sui prati, i suoi capelli trasformati in torrenti e ruscelli e alghe di fiume. Sì, bambini miei, questo è il segreto di come è stata creata la nostra terra ed è questo a renderla così speciale!»
Fu allora che Heikki non riuscì a trattenersi e balzò in piedi.
«Balle, nonno! Non esiste nessuna Fata della Natura, e tu lo sai. Perché ci racconti tutte queste sciocchezze?»
Il vecchio Timo ammutolì, stupito, mentre gli occhi di Ainikki si riempirono di lacrime.
«Cosa dici, stupido? Io ci credo alle storie di nonno!»
«Brava oca! Vuoi diventare come lui, che se ne sta solo tutto il giorno in questo buco, senza la TV o il cellulare? A fare da balia a noi quando nostra madre se ne va giù in città a sbattersi qualche cazzone incontrato al bar? Apri gli occhi, Ainikki! Dovrai pur crescere anche tu, un giorno!»
Detto questo si calò il cappello da rapper sugli occhi e si chiuse la porta alla spalle, sbattendola così forte che uno degli scoiattoli impagliati sulla mensola del caminetto si girò un po’ a sinistra come se si stesse guardando attorno con istintiva circospezione. Ainikki tirò su con il naso.
«Oh, nonno. Non capisco perché a volte faccia così…»
«Heikki sta diventando grande, piccola. E come tutti i grandi sceglie quello in cui credere. E tu dovrai rispettarlo sempre, capito? Il mondo in questo momento gli sembra così buio e insensato.»
«Te lo prometto, nonno. Io però ci credo alla tua storia.»
Timo sorrise ma lo fece stancamente, le sue labbra trasformate in una sottile linea affumicata dal sole. Il taglio che gli segnava il volto stillò una piccola goccia rubino, che il vecchio si affrettò ad asciugare con un fazzoletto.
«Tua nonna sarebbe fiera di te, Ainikki. Ma adesso sii paziente e vai a giocare fuori con tuo fratello. Sono stanco e ho bisogno di dormire.»
Non appena la bambina fu uscita, Timo si abbandonò sulla poltrona con un sospiro. Afferrò la catena che portava appesa al collo e la sfilò dalla camicia. Era un ciondolo, uno di quelli che si aprivano in due metà. Timo lo fece scattare e una luce innaturale, come l’apparizione di un angelo, invase improvvisamente la stanza. Dentro al gioiello, protetto da un vetro, c’era un sottile capello dorato.
«Ogni giorno, dolce Kauula, tua nipote diventa sempre più simile a te.» sussurrò Timo.
Detto questo, chiuse gli occhi e si addormentò. Sognò le forme bianche e sinuose della sua Finlandia.

Domani

Rayno'rs Hall

Questa storia partecipa alla settima sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è “Dipendenza” proposto da AGamer.

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«L’hai portata?»
«Certo, bimba. Non tradirei mai la mia cliente preferita.»
Eva si guardò attorno. La innervosiva acquistare roba all’aperto, soprattutto in un’area viva come quella, dove potevano arrivare ficcanaso da un momento all’altro.
«Non capisco perché ti ostini a farmi venire qui. Non mi piace questo posto.»
Carlo, lo spacciatore, la abbracciò stretta e le sfiorò le labbra con le dita.
«È un posto più sicuro di altri, fidati di me.» sussurrò con fare voluttuoso. Poi si tolse dalla tasca del giubbotto una bustina, non più grande del palmo di un bambino, e gliela sventolò sotto il naso. Eva trattenne il respiro. Di certo quel bastardo sapeva come attirare la sua attenzione.
«Quant’è?» si affrettò a chiedere, trattenendo l’impulso di strappargliela e di scappare via.
«Cinquanta euro per tre grammi. Solo per te, Eva…»
Lei allungò la mano, ma Carlo fece sparire le bustina fra le sue dita, come un abile prestigiatore da circo.
«Cinquanta, ma solo se ce la andiamo a fare a casa tua. Che dici?»
Eva si divincolò con una smorfia.
«No, te lo puoi scordare. Tanto so cosa vuoi farmi mentre sarò “in volo”. Quindi no!»
Il pusher la squadrò con aria offesa, ma Eva non si lasciò ingannare. Se c’era una cosa che aveva imparato era che Carlo non provava alcuna emozione. Uno spacciatore non doveva provare emozioni, sarebbero state deleterie per i suoi affari. Poteva simularle, certo, ma solo se c’era un ritorno economico o se poteva guadagnarci qualcosa di piacevole e di non previsto, come una scopata con una cliente comatosa.
«Come vuoi tu, bimba – ribatté secco Carlo – Allora sono cento.»
«Cento? Ma che sei, stronzo? La settimana scorsa erano settantacinque!»
«Cento. Prendere o lasciare.»
Eva si morse la labbra. Con quei soldi avrebbe dovuto pagare la bolletta della luce, ma…
«Sei una merda, ecco quello che sei.» sbottò, sganciando un verdone stropicciato fra le avide mani di Carlo. Lui le passò la bustina, dopodiché simulò un inchino.
«Sai dove trovarmi quando ne avrai bisogno.»
«Sì sì, vai al diavolo.» gli gridò dietro Eva, ma lo spacciatore era già sparito in un vicoletto laterale, più rapido di un ratto. Rabbrividendo dal disgusto, Eva si allontanò dallo scheletro vuoto dell’ex-liceo e si infilò nella folla, stando ben attenta che il suo viso smagrito non lasciasse trapelare alcun indizio dello scambio, neppure il minimo accenno d’ansia o di colpevolezza.

Era mezzogiorno in punto e il sole arroventava la città. Sembrava quasi che le persone fossero formiche e che lassù, nascosto oltre le nuvole, ci fosse un Dio armato di una lente d’ingrandimento grande quanto l’Europa. Eva si trascinava sudata per la via, tenendo la mano incollata alla tasca dei jeans. Le dava un senso di sicurezza sentire che la busta era lì, in attesa che il suo organismo la assorbisse con la stessa carnale soddisfazione con cui un assetato avrebbe ingollato una pinta di birra gelata.
A metà strada iniziò a barcollare. Si sentiva stanca, mortalmente stanca. Milioni di pensieri fluivano nel suo cervello come un fiume ininterrotto. Eva non riusciva a controllarli: parole si mescolavano ad altre parole, suscitando un caos infernale, che la faceva sbandare e ciondolare davanti agli occhi maligni dei passanti. Anche se non ci faceva caso, molte persone si fermavano a guardarla, i visi contriti e gli sguardi accusatori. La giudicavano nel male come l’avrebbero giudicata nel bene.
Finalmente, il condominio in cui viveva si palesò all’orizzonte: un palazzone anni ’70, tetro, informe, come una scatola di cartone bagnata su cui un bambino avesse ritagliato tante piccole finestre diseguali fra loro. Faceva schifo come tutti gli stabili in affitto definiti “ideali per gli studenti universitari”.
Eva ci mise più di tre minuti a trovare le chiavi nella sua borsa e, quando ci riuscì, gli occhi le lacrimavano. Aveva bisogno al più presto di una dose. Come aveva fatto a resistere per tre giorni? Appesantita dalla stanchezza, si infilò nell’appartamento e raggiunse la camera da letto. Si gettò, noncurante della sporcizia che imperava ovunque, sul materasso ed estrasse dalla tasca dei jeans la sua preziosa bustina. Il necessario era tutto lì, sul comodino: laccio emostatico, cucchiaio, accendino, bottiglietta d’acqua, un limone per rendere più solubile la sostanza, una scatola di siringhe sterili ancora incappucciate, simili a tanti esili falli infilati in un preservativo trasparente…
Per prima cosa, Eva si tolse la camicia, rimanendo a seno nudo. Non usava il reggiseno, le aveva sempre dato fastidio. Afferrò il cucchiaio, versò un po’ d’acqua, aggiunse i grammi di polvere e una spruzzata di limone. Poi prese l’accendino, fece scrocchiare la rotellina, e infilò la fiamma sotto il corpo concavo del cucchiaio. Era quasi fatta: ancora qualche secondo e sarebbe partita per un lungo, folle viaggio sulle ali della diacetilmorfina.
Chissà, pensò, magari questa è l’ultima dose. Domani mi sveglierò e non ne sentirò più il bisogno. Sarò una persona nuova. Me lo sento.
Domani.
Mentre attendeva che il liquido bollisse, i suoi occhi lacrimanti caddero su un oggetto bianco che si trovava, sommerso da residui di lasagne precotte, ai piedi del letto. Per un attimo non la riconobbe. Poi ricordò.
Era una proposta di lavoro, arrivata a sorpresa da una filiale del Banco Popolare di Verona; Eva ci aveva lavorato durante il tirocinio, in un periodo in cui era ancora abbastanza lucida. Qualcosa di buono doveva pure aver fatto, visto che le avevano proposto un impiego part-time, molto flessibile, adatto a una studentessa a cui mancavano solo due esami per terminare, una volte per tutte, la propria travagliata carriera di studi. La busta la guardava, sembrava scrutarle dentro; le lettere impresse sulla superficie bianca ripetevano incessantemente il suo nome: Eva Diaz.
Una lettera che avrebbe potuto cambiare tutto se solo avesse trovato la forza di alzarsi da quel lurido materasso. I gesti che doveva compiere erano semplici, quasi elementari: prendere la bustina di droga, gettarla nel water e tirare lo sciacquone. Rapido, come togliersi un cerotto rimasto troppo tempo attaccato alla pelle. Soltanto due stanze e un corridoio la separavano da quel finale e da un futuro completamente diverso. E tuttavia il peso del cucchiaio la inchiodava mani e piedi a un presente che non aveva domani.
La sua coscienza, l’Eva che era stata smentita, odiata, rinnegata, sussultò, lottando con le unghie e con i denti per riemergere. Eva cominciò a tremare, a piangere e a sbavare, ma non riuscì in alcun modo a distogliere gli occhi arrossati dalla lettera. Le sembrò che la busta si illuminasse, mostrandole un piccolo rettangolo di mondo, uno dei tanti mondi possibili. Un mondo in cui era la protagonista. Eva Diaz. Era sempre lei, sicuro, ma allo stesso tempo non lo era. Non era né la Eva degli anni prima, né la Eva eroinomane. Era una donna. Una donna di successo. Aveva un lavoro rispettabile e un ufficio tutto suo, con una targhetta dorata sulla porta: Eva Diaz. Consulenza ai privati.
La ragazza strinse gli occhi, cercando di concentrarsi al massimo su quell’inattesa e inspiegabile visione. Ma ecco che, senza preavviso, la busta smise di emettere luce e tornò ad essere un semplice pezzo di carta coperto di polvere e sugo rappreso.
Eva, ancora sconvolta, continuò a fissarla; la fissò così a lungo che il fantasma della lettera le si impresse negli occhi e quando li richiuse la rivide ancora, come se le si fosse appiccicata alle cornee. Un suono familiare, come un sibilo rabbioso, la riscosse: era la droga che sobbolliva nella pancia del cucchiaio. La ragazza si affrettò a spegnere l’accendino, e ad assorbire il liquido con la punta della siringa. Il laccio emostatico era già lì, al suo posto; le stringeva il braccio in una morsa dolce e crudele. Senza ulteriori indugi, Eva si sparò la dose calda dritta in vena e il suo viso si rilassò quando la sostanza entrò in circolo. I suoi occhi pallidi, come velati, si posarono per l’ultima volta sulla busta. Eva Diaz.
Domani, pensò svogliatamente, domani telefonerò e dirò che accetto l’impiego.
Còlta da una vertigine improvvisa si lasciò cadere sul materasso, artigliando senza senso l’aria, la siringa ancora infilata nella vena. Atterrò pesantemente, ma a lei parve di essere caduta su un prato di margherite, o in una cesta di lana appena tosata. La proposta di lavoro, spostata dall’aria, ruotò su se stessa come una carta da gioco, infine atterrò lieve al suo fianco. La data segnava 25 agosto 2015.
Era scaduta da oltre sei mesi.

Raccontami

Rayno'rs Hall

Questa storia partecipa alla sesta sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Telefono senza fili” proposto da Malos.

Raccontami – 20lines

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Gianni si accorse di essere diventato grande quando, accostata la bocca al barattolo del telefono senza fili, non seppe che dire. Giulia, dall’altra parte del filo, lo guardava impaziente e forse le veniva da piangere. Solo che erano così distanti che era impossibile giurarlo.
«Non so che dire…» borbottò Gianni, mentre il suo cuore d’adolescente veniva percorso da una fitta di dolore, un dolore forte. Un dolore da grandi.
«Ma come? – la voce di lei giunse metallica dall’altro capo del filo – davvero conto così poco per te?»
«Sai che non è così…» si difese il ragazzo.
La voce di Giulia si fece roca, come se stesse per incrinarsi e andare in mille pezzi. Sì, stava proprio per piangere. Lei, che alle elementari prendeva a pugni chiunque osasse chiamarla “femmina”!
«Lo sai che domani parto per Roma e che forse non ci vedremo più. Come fai ad essere così freddo?»
Ma Gianni non era freddo. C’era un fuoco dentro di lui, solo che non poteva fare altro che nasconderlo. Aveva paura che se l’avesse fatto uscire sarebbe esploso; che la sua anima ne sarebbe rimasta ustionata. Era l’inconveniente delle emozioni.
«Che vuoi che ti dica? Che mi mancherai?» rispose rabbioso. Avrebbe voluto dirglielo, sì. Ma era orgoglioso… E poi la colpa era di Giulia e della sua stupida famiglia. Roma! Che diavolo c’era di bello a Roma!
«Sei un idiota, Gianni!»
«Ah, sì? Allora vaffanculo.»
Lasciarono entrambi cadere i barattoli di latta, che tintinnarono a contatto con il suolo sassoso. Gianni prese il proprio e cominciò a riavvolgere il filo e a trascinare, rumorosamente, l’altro cilindro di latta. Quando rialzò gli occhi, una manciata di secondi dopo, scoprì, senza tanta sorpresa, che Giulia se n’era andata; probabilmente aveva preso uno dei tanti sentierini invisibili che collegavano il torrente alla chiesuola di San Sebastiano. Il greto, senza di lei, si era fatto stranamente silenzioso, nonostante il suono dell’acqua, del vento e il sospiro degli alberi.
Ma sì… che se ne vada pure! pensò Gianni, grattandosi la fronte come faceva quando era sul punto di scoppiare a piangere. Dopodiché lancio con rabbia i barattoli in un cespuglio di pungitopo e se ne tornò verso casa.

***

La stanza d’ospedale era dipinta di un deprimente color verde marcio. Perché non un bell’arancione o un rosso o un giallo? si chiese Giulia. Forse, con un colore diverso, avrebbe vissuto meglio i suoi ultimi giorni. Osservando il muro giallo avrebbe creduto di essere ancora con Gianni, sul greto di quel torrente di cui ora non ricordava neppure il nome né l’ubicazione. D’altronde, erano trascorsi quindici anni e in quindici anni la gente cambia e i ricordi sbiadiscono come fotografie rimaste troppo sotto il sole. Lui era chissà dove, un ventiseienne disoccupato con una laurea in economia o psicologia che viveva ancora con i suoi. Lei, una ventottenne a cui mancavano solo un paio di settimane per il grande viaggio. Un viaggio in cui non servivano bagagli, né cartine geografiche.
Il medico, un barbuto nonnetto che stava in piedi per miracolo, come un origami di carta velina, non le aveva dato speranze.
«Con un cancro ai polmoni di questa entità – aveva detto, ad occhi bassi – le restano sì e no due mesi di vita.»
Giulia aveva guardato quegli occhi
occhi pieni di compatimento, e lei questo non poteva proprio sopportarlo
e aveva capito che non c’erano più speranze.
Si era attaccata alla vita, ma tutto quello che aveva ottenuto era che il tempo le era scivolato via veloce, come acqua di torrente fra le dita, e si era ritrovata in ospedale, attaccata ad una macchina, con gli occhi fissi sull’orologio che, insensibile alle sue preghiere, faceva ruotare le lancette con una velocità che a Giulia dava la nausea. Si era assopita un attimo ed erano già passate tre ore. Tre ore buttate al vento!
Si mosse nel letto, trattenendo la voglia di urlare e di fuggire via. Dalle cuffiette profondamente infilate nei suoi timpani, la voce di Jon Oliva suonava graffiante e malinconica. Strange Wings.
Si lasciò andare, cadendo in un sonno agitato, il sonno dei malati, dei pazzi, dei sognatori, e viaggiò per chissà quanti minuti, od ore, o giorni. Ad un tratto, una voce familiare la riscosse dal suo torpore.
«Ciao, Giulia.»
Riaprì gli occhi a lo vide. In piedi, al lato destro del letto. Gianni, pallido come il fantasma di un ricordo. Anche se era cresciuto si capiva che era lui: dall’intensità dello sguardo, dal fisico, dal portamento…
«Tu – mormorò Giulia – che ci fai qui?»
Lui le prese la mano e rise piano.
«Sono venuto a trovare… un’amica.»
«Oh, Gianni. Dov’è che abbiamo sbagliato?»
Si era ripromessa di non piangere più, ma il solo vederlo le aveva riacceso dentro un turbine di emozioni impossibile da controllare.
«Non abbiamo sbagliato. È solo che… le cose accadono.»
«Oh, come vorrei recuperare il tempo perduto. Ma ormai è troppo tardi.»
Iniziò a singhiozzare, ma Gianni le accarezzò prontamente il viso.
«Guarda cosa ti ho portato.»
Frugò nella borsa, un’elegante ventiquattr’ore da avvocato, e tirò fuori qualcosa.
«Non ci credo – ridacchiò lei – fammelo vedere!»
Era proprio il telefono senza fili che usavano da bambini. Due lattine vuote di fagioli (o meglio: una di fagioli borlotti, l’altra di pesche sciroppate, entrambe di un’azienda alimentare fallita ormai da vent’anni) e un lungo spago scolorito e umido ad unirle.
«Non credevo l’avessi conservato!»
Gianni arrossì.
«Non l’ho fatto, in realtà. Ma quando tua madre mi ha chiamato, per dirmi come stavi, beh… sono salito in macchina, mi son fatto cento chilometri e mi sono precipitato al fiume. Vuoi ridere? Quando ci siamo lasciati, ho gettato i barattoli in un cespuglio. Erano ancora lì, malconci e pieni di ruggine e muschio, ma integri.»
Giulia strinse rabbiosamente il suo barattolo e lo guardò da vicino. I suoi occhi si coprirono nuovamente di lacrime.
«Gianni. Ci credi se ti dico che non ricordo più come si usano?»
Lui le baciò le mani.
«Oh, è semplice. Tu devi parlare qui dentro e io ti ascolterò.»
«E cosa devo dire?»
«Raccontami la tua storia. La tua storia fino ad adesso.» rispose Gianni, accostando timidamente l’orecchio al barattolo. Giulia rise e avvicinò le labbra pallide al suo barattolo. La sua voce tintinnò, flebile. Oh, era così diversa dalla sua solita voce, eppure, inspiegabilmente, era la stessa.
«Beh, subito dopo che abbiamo litigato su quel torrente, io sono partita, e poi…»

Mondo

Questa storia partecipa alla seconda sfida del circolo di scrittura creativa Raynor’s Hall. Il tema estratto per questo mese è stato “Cerchio” proposto da Alice Jane Raynor

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Conobbi Trevor Johnson il giorno in cui si trasferì nella casa accanto alla nostra. A quei tempi, io, mia mamma e mio fratello Robert vivevamo alla periferia di Montgomery, in una villetta a schiera come ce n’erano tante. Erano tutte uguali tra loro, come castelli di sabbia fatti con lo stesso stampino, e anche quella di Trevor non differiva dalla nostra. La sua, però, era vecchia e malmessa: aveva il tetto a buchi, come la banchina di un vecchio porto spagnolo, e le fondamenta erose dai tarli. Se aveva avuto un giardino, nessuno avrebbe potuto dirlo, perché adesso c’era, al posto dell’erba, un fazzoletto di terra dura come cemento, piena di sabbia, ortica e gramigna.

Ricordo che quando la famiglia Johnson scese dalla corriera, mi resi conto del perché avessero comprato una catapecchia sul punto del crollo. Non si potevano permettere altro. Alan Johnson era un bracciante di colore, un negro, come si diceva dalle mie parti; aveva trentacinque anni, ma ne portava cinquanta, perché lavorava sotto il sole dall’età di quindici anni e aveva portato così tanti pesi, nella sua vita, che aveva la schiena storta e zoppicava dalla fatica. Romina Johnson era casalinga ed era una donna umile. Indossava vestiti sdruciti, lunghi fino ai piedi come le tuniche delle suore carmelitane. Camminava a testa bassa, come se si vergognasse, a braccetto del marito. La sua mano sinistra stringeva tenacemente quella del figlio. Ad una prima occhiata, Trevor Johnson mi sembrò un ragazzo normale. Tranne che per il colore della pelle, ovviamente. A scuola, chi era amico di un negro se la vedeva brutta: veniva isolato, deriso, a volte picchiato. Perciò non avevo alcuna intenzione di dargli corda, né di rivolgergli il saluto. Mentre lo vedevo sgambettare verso la sua nuova casa, mi vennero in mente le parole di Matt, il bulletto del mio istituto: “Non bisogna essere amici dei negri – diceva, quando vedeva per strada un bianco che parlava con un nero – perché pian piano si diventa come loro: dei negri puzzolenti.”
E in quel momento, vedendo i Johnson passare davanti al nostro porticato, mi parve davvero di sentire un cattivo odore. Solo adesso so che era il marciume del mio stesso pregiudizio.
Mentre sfilavano davanti alla nostra casa, Alan si tolse il cappello e salutò mia madre. Lei rispose meccanicamente, abbozzando un lieve sorriso di circostanza. Trevor, sporgendosi dalla gonna grigia di sua madre, agitò la sua manina nella mia direzione. Io rimasi immobile, fingendo di non aver visto nulla. Ma mia madre mi diede una gomitata, così fui costretto a rispondere con una smorfia di disappunto e un brusco cenno della mano. Trevor, deluso, voltò la testa e seguì il passo dei suoi genitori.
“Mai e poi mai – dissi tra me e me, seguendoli con sguardo ottuso – mi farò vedere accanto a lui. Perché si sono trasferiti qui? Non potevano restare in Africa?”
Poi accadde che gli parlai. Prima fu un solo semplice “ciao”. Poi, il giorno dopo, un “come va?”. Non passò una settimana che ci parlavo come parlavo con qualsiasi altro mio compagno di classe bianco. Non ricordo come mai violai la regola che io stesso mi ero autoimposto. Forse, com’è giusto che facciano i bambini, avevo capito che le regole che ci davano i grandi erano tutte sbagliate.
Un giorno, di ritorno dalla scuola, trovai Trevor che giocava nella sabbia grigia del suo giardino. Mi sporsi dallo steccato e sbirciai cosa stesse facendo. Aveva tracciato un cerchio con un rametto e ora ci stava dentro, ad occhi chiusi, come se sognasse.
“Ehi, Trevor – gli bisbigliai – che fai?”
Lui aprì un occhio, poi l’altro e mi sorrise. Il suo sorriso bianco, in quella faccia scura, era potente, forse il più potente che avessi mai visto.
“Viaggio.” rispose.
“E dove?”
“Nel mondo che vorrei.”
Io rimasi zitto. Poi guardai a destra e a sinistra. Quando vidi che non c’era nessuno ritornai a parlare con il mio piccolo non-amico.
«Posso venire anche io?»
«Certo. Nel mondo che vorrei nessuno è straniero.»
Non me lo feci ripetere due volte. Saltai lo steccato ed entrai nel cerchio.
«Dov’è che si va?» domandai.
«Si va nel mare aperto, sulla nave Coda di balena.»
«E chi la governa?»
«Io, che sono il capitano.»
«Eh, no – borbottai – mica è giusto. Perché devi comandare tu e non io?»
«Hai ragione. Allora siamo capitani al cinquanta e cinquanta.»
Detto questo, Trevor chiuse gli occhi e io, senza domandarmi perché, feci altrettanto. Non so cosa accadde, so solo che alle sette di sera ero ancora lì col mio non-amico. Ridevamo come matti, immaginando di essere temerari pirati con la benda sull’occhio, intenti a lottare contro le armate inglesi o a sfidare un terribile e viscido kraken tentacolato. E ci pareva davvero che le onde del mare ci bagnassero i vestiti e che il sole dei Caraibi ci bruciasse le palpebre degli occhi. Ridevamo così tanto che mia madre, uscita di casa per chiamarmi dentro, decise di avvicinarsi e di scattarci una foto senza che lo sapessimo. Non so perché lo fece. Forse per lei era una cosa così strana, vedere un ragazzo bianco che giocava con un ragazzo nero, che sentì il bisogno di immortalare quel momento. Fu una fortuna che lo facesse. Nemmeno un mese dopo, Trevor Johnson morì. Aveva una salute debole. Soffriva d’asma e fu trovato morto in una fiumiciattolo distante sette chilometri da casa. Si scoprì solo quattro anni dopo che a portarcelo lì era stato Matt, il bulletto, che era in vena di prendersela con il primo nero che gli fosse capitato davanti. Insieme ai suoi quattro amici e al suo fratello maggiore avevano caricato Trevor in macchina, fingendo che lo avrebbero portato alle giostre, e poi l’avevano lasciato in un boschetto. Trevor si era perso e aveva trascorso la notte al freddo, senza le sue medicine.
Ricordo che al suo funerale eravamo in pochi. Ricordo anche che scoppiai in lacrime a metà cerimonia e scappai via dalla chiesa, con il cuore pieno di amarezza e le lacrime che mi annebbiavano la vista. Non avevo mai considerato Trevor come un amico e me ne vergognavo. Mi vergognavo di non avergli mai dato la mano, o di non averlo mai invitato a casa o al cinema o a mangiare hamburger insieme ai miei amici bianchi. Entrai in casa urlando di rabbia e di dolore, convinto che niente al mondo avrebbe potuto ridarmi la mia dignità umana. Ma ad aspettarmi, sopra il mio letto, c’era la foto di me e lui, sorridenti e con gli occhi chiusi, sotto il sole di un’isola tropicale immaginaria. Allora scoppiai a ridere e le lacrime si mescolarono al mio sorriso. Capii che, anche se non glielo avevo detto, a Trevor avevo voluto bene, e lui lo sapeva. E capii anche che, in quella sola, breve giornata di giochi, avevo vinto la battaglia più importante di tutta la mia vita. Una battaglia che molti non potranno mai vincere.

E anche oggi, quando mi sento triste perché la terra mi sembra un posto pieno di miseria e dolore, guardo la foto di me e Trevor Johnson, e quel semplice cerchio tracciato nel terreno. Quel cerchio che era il mondo che tutti noi sogniamo.